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Aleksandr Polezhaev

6 Nov

Litography_of_Alexandr_Polezhajev

Ritratto del poeta eseguito ad acquerello da Jekaterina Bibikova

Aleksandr Ivanovič Poležaev

 

   Il poeta Aleksandr Ivanovič Poležaev nacque il 31 agosto del 1804. Era figlio illegittimo del ricco proprietario terriero L.N. Strujskij e della serva della gleba Agrafena Ivanova Fedorova, che dopo la nascita del bambino fu affrancata e data in sposa al mercante Ivan Ivanovič Poležaev. Per 5 anni Aleksandr, la madre e il patrigno vissero a Saransk. Nel 1809 Ivan Poležaev sparì senza lasciare traccia e un anno dopo morì la madre di Aleksandr. Strujskij affidò allora il bambino a Ja. Andrejanov, insegnante sposato con la sorella di Agrafena, Anna. Nel 1816 Strujskij, prima di partire per la Siberia, esiliato per aver ucciso un suo servo della gleba, portò Aleksandr a Mosca e lo mise a pensione presso la locale Università. Morì in esilio nel 1825.

In questo stesso anno Aleksandr Poležaev scrisse il poema satirico Saška, una parodia del primo capitolo dell’Evgenij Onegin di Puškin. In gran parte autobiografico, è considerato il suo capolavoro e fu la causa della sua fama, ma anche della sua disgrazia. In esso egli descrive la dissolutezza degli studenti e delle prostitute di Mosca. Quasi tutti i capisaldi della società del tempo sono rifiutati: la chiesa, la morale cristiana, il potere temporale, compresa la polizia e perfino l’amministrazione universitaria. La “codarda subordinazione” a chiunque è vista da lui con grande disprezzo. Scopo di questa rivolta? L’emancipazione del corpo, la sfrenata soddisfazione degli istinti, le inclinazioni erotiche, tuttavia l’emancipazione del corpo porta anche all’emancipazione dello spirito.

Nel 1826 il poeta entrò a far parte dell’Associazione degli amanti della letteratura russa presso l’Università di Mosca, ma nello stesso anno, dopo la denuncia del colonnello della gendarmeria Ivan Bibikov, il poema Saška finì nelle mani dello zar Nicola I. Come scrive il biografo del poeta: «In altri tempi l’audacia di Poležaev sarebbe finita come una monellata senza particolari conseguenze, ma lo zar vedeva nel poema una sfrontata sfida e una continuazione della rivolta dei decabristi, e la questione prese tutta un’altra piega. Aleksandr Herzen (1812-1870), scrittore, pensatore e uomo politico noto come “il padre del socialismo russo”, il quale nel 1833 incontrò Poželaev, nel suo libro di memorie Passato e Pensieri (1867) racconta che il poeta fu portato di notte dallo zar, che si trovava allora nel Cremlino prima dell’incoronazione, e che lo costrinse a leggere il poema Saška ad alta voce alla presenza del ministro dell’Istruzione pubblica e del rettore dell’Università. Finita la lettura, lo zar si rivolse così a Poležaev: «Ti do la possibilità di redimerti col servizio militare». E nel 1826 fu mandato tra i sottufficiali nel reggimento di fanteria di Butyrsk.

A giugno del 1827 scappò dal reggimento per recarsi a Pietroburgo e chiedere la dispenza dal servizio militare, ma venne arrestato, riportato alla base e chiamato in giudizio. Il poeta sottufficiale diventò soldato semplice, senza anzianità di servizio. L’anno dopo, disperato e depresso, una sera tornò in caserma ubriaco e al caporalmaggiore che lo rimproverò per essere in ritardo senza permesso, rispose con ingiurie e parolacce. Trascorse quasi un anno in catene per grave offesa al caporalmaggiore. Nel carcere scrisse la poesia Il prigioniero, contenente aspri attacchi allo zar. Scontata la pena, fu trasferito in un reggimento di fanteria di Mosca, col quale partì per il Caucaso. Là il poeta prese parte alle operazioni militari in Cecenia e nel Daghestan. Motivi caucasici trovarono ampio spazio nella sua lirica. Ma più che cantare la bellezza dei paesaggi montani, al centro della sua attenzione troviamo l’esistenza e la dura vita della gente comune. Egli descrive realisticamente i pericoli, le privazioni, la vita disordinata dei soldati russi, servendosi del linguaggio popolare. Pur riconoscendo il coraggio dei russi e dei montanari, Poželaev vede l’insensatezza della guerra e dello spargimento di sangue. Maledice chi ha estratto «per primo la spada della guerra / Su queste terre benedette / Dove viveva gente pacifica», e crede che verrà il momento in cui la «bellica lira» dimenticherà le battaglie e il dio del tuono Perun / E canterà la gioia del mondo».

Essendosi distinto nei combattimenti, nel 1831 fu riammesso tra i sottufficiali. Nel 1834 il colonnello Ivan Bibikov, lo stesso che nel 1826 firmò la denuncia contro il poeta, che doveva risultare per lui così fatale, incontrò di nuovo Poležaev e riuscì a fargli avere una licenza di due settimane, che il poeta trascorse nella famiglia dei Bibikov nella regione di Ilinsk di Mosca. Qui il poeta si innamorò di Jekaterina Bibikova, la figlia sedicenne di Bibikov, che dipinse ad acquerello il miglior ritratto  esistente del poeta, mentre egli scrisse alcune poesie ispirate dal suo amore per la fanciulla.

Passavano gli anni, ma essi non portavano a Poležaev la speranza in un cambiamento del suo destino. Cominciò a bere smodatamente e una volta, lasciato il reggimento senza permesso, perse le munizioni, e per questo fu condannato alla fustigazione. In conseguenza della pena corporale subita e per l’acuirsi della tisi contratta in carcere, nel settembre del 1837 il poeta entrò nell’ospedale militare di Lefortovo. Quando era ormai agonizzante arrivò l’ordine con la promozione a sottotenente. E’ possibile che egli non fece in tempo a sapere della tardiva grazia dello zar. Morì in questo ospedale a 34 anni, il 16 gennaio 1838, un anno dopo Puškin e tre anni prima di Lermontov.

L’infelice sorte di Poležaev suscitò l’ira e la compassione di Herzen e del poeta e storico Ogarjov. Le discussioni sulle cause di un destino così tragico cominciarono subito dopo la morte del poeta. V.G. Belinskij nel suo articolo del 1842, scritto in concomitanza con la pubblicazione di una raccolta di poesie di Poležaev, scrisse che di tutto egli poteva incolpare solo se stesso. Questo giudizio fu provocato della mancata conoscenza del critico, sia delle circostanze della vita del poeta, che di molti suoi pungenti versi potitici proibiti dalla censura. Col passare del tempo tuttavia cominciò a prevalere la tendenza opposta, cioè quella di considerare Poležaev esclusivamente una vittima del regime zarista e della tirannia di Nicola I. Non si può negare tuttavia che un certo ruolo ebbero anche i suoi comportamenti impulsivi e l’impetuosa natura  ereditata dal padre e dal nonno.

«Il destino di Poležaev fu assai peculiare, direi del tipo sovietico. L’esercito dello zar divenne il suo gulag» – ha scritto il poeta e storico della poesia russa Evgenij Evtušenko.

Temi principali delle sue poesie sono gli eterni dilemmi dell’universo. La loro principale caratteristica fu un romanticismo sui generis che assunse le forme di un militante naturalismo. Egli intendeva la libertà come attributo integrante della vita, come spontanea e incontrollabile concezione per ogni persona.

Tradusse tra gli altri Volter, Lamartine, Hugo e Byron. Molte sue poesie sono state musicate da noti compositori russi.

 

 

 

 

Poesie di Aleksandr Ivanovič Poležaev tradotte da Paolo Statuti

 

Angoscia

Ci sono istanti di spirituale angoscia,

Istanti di spaventose torture,

Allora siamo ribaldi e nemici

A noi stessi e a milioni di creature.

Allora nell’eterna catena dell’essere

Non vediamo nessun alto scopo –

Ovunque vediamo l’infelice “io”,

Come vittima sull’abisso profondo;

Allora con mestizia errando al buio,

Conserviamo una sola impressione,

Una odiosa – il freddo per la terra

E per la vita un amaro disprezzo.

Il fulgido sole nei raggi ardenti

E del cielo la bella curvatura,

Perdono allora splendore agli occhi

Dell’infelice figlio della natura;

Angoscia fatale, angoscia – omicida,

Su di lui grava come greve zavorra,

E la fredda mano della morte

Distrugge dell’anima la stanca forza.

Ma perché mai tu vieni uccisa

Dell’anima forza potente?

O forse tu eri per inerzia

Nel silenzio latente?

O non c’era in te la libertà

In questo petto impetuoso,

Come in un grande puro campo

E’ dato ai fiori il fiorire sontuoso.

1831

Al festeggiato

 Lazovskij, che regalo vuoi

Nel giorno del tuo patrono?

Io, per grazia del diavolo,

Un uomo ricco non sono!

Nel più stretto stoicismo

Io vivo senza argento,

Nella mia povera tenda

Ricchezza e beni non tengo,

Tranne la sciabola e la penna.

Col servizio duole la lite,

Non sono genio, né soldato.

Della tua amicizia soltanto

Io sono ricco sfondato!

Amicizia – dono del cielo

In questa valle funesta.

Come ripagarti, amico caro,

Che darti per la tua festa?

L’amicizia pura e fedele,

In cambio l’amicizia del cuore:

Una solenne cella per una cella!..

Lo schiavo soffre nel dolore

Per le catene nemiche,

E invano ha sete di libertà,

Come di acqua nella steppa.

Così anch’io da forte potestà

Sono a te predestinato,

Non posso più, o mio diletto,

Contrastare il destino…

Non posso dire con dispetto:

«Non sono tuo, non ti conosco!»

Ormai non è più com’era…

La voce impetuosa e viva

S’è spenta come la bufera

Nel mio petto così severo…

Tu hai sentito il bel suono,

L’appello di una nuova vita –

La bocca e delle mani il fuoco,

Come dalla culla di un bimbo,

Per sempre hanno impresso in noi

Il sacro nome: amico!

E allora, caro festeggiato

Con tutta l’anima ti dico:

Questa vera dichiarazione

Scrivi nel profondo del cuore!..

1833

Disinganno

Una volta per un bel sorriso

Incantevole e simulato,

Ero lieto di pagare con la vita

Per un fascino ostinato!

Una volta, notte e giorno,

Un furbo sorriso mi esaltava,

E mi era arduo ed ero pigro,

E il misero errore non cessava.

Adesso il tempo dei sogni lieti

E’ passato, ha lasciato il poeta –

E io per qualche dolce parola

Non voglio finire come un folle

Nell’aldilà con una pistola.

Adesso mi protegge il destino:

M’incanta una donna come prima,

Ma ho smesso ormai di sperare

Di vedere una rosa senza spina.

1835

Addio alla vita

                             A L.A. Jakubovič

C’est que la mort n’est pas

ce que la foule en pense.

V. Hugo

 

Dunque addio! Assai presto

Finalmente me ne andrò

In quel paese dal quale

Mio padre mai più tornò!

Da voi non voglio tristezza,

Amici miei, né un lamento!

Nemici miei! Giunto il momento,

Anche voi con tenerezza

Mi metterete nella bara!

Destino così consueto!

Quando verrà la vostra parca

Di certo anche voi Caronte

Porterà sulla sua barca,

E tra le onde del Lete

Il vostro operato vedrete, –

Anche a voi sorrideranno

E buon viaggio vi diranno!

L’attore la sua vuota parte

Ha recitato nella vita,

La falsa porpora è sparita

E un fischio resta alla sua arte!

Da grave malattia spossati,

Vedevo volti svariati:

Vergini e bigotti canuti,

Uomini saggi e onorati.

Ahimé! Del peccato il frutto

Senza scelta gustavano –

E sereni se ne andavano

In nessun luogo e dappertutto!

Uno presente sorrideva;

Un congiunto se la rideva;

La satira più pungente

Due minuti li giudicava,

Poi la fredda tomba per sempre

Con la sabbia indifferente

I corpi e i peccati occultava!

Per l’ultima volta parlate,

O insondabili creature!

Dove son le vostre dimore,

Dove a noi voi vi celate?

Chi il mondo senza dolore

Può abbandonare per sempre?

Non è forse chi senza errore,

Come stella fissa splendente,

Nell’agitazione dell’aria

La sua mente sa dominare…

E, figlio dell’immortalità,

Senza pregiudizi e viltà

Sa come vivere e spirare?

1835

 

 

(C) by Paolo Statuti

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Sergej Esenin (1895-1925)

20 Lug
Ritratto di Sergej Esenin eseguito da Jurij Annenkov (1889-1974)

Ritratto di Sergej Esenin eseguito da Jurij Annenkov (1889-1974)

Un uomo nero, nero, nero, un uomo nero si siede sul mio letto, un uomo nero che non mi fa dormire…Appare un uomo nero in Puškin, l’uomo nero che commissiona a Mozart il Requiem e poi scompare; una figura inquietante che già Ripellino suggeriva di accostare ai macabri sosia di Blok, inconsolabile fidanzato di Lillà, e a Esenin, teppista col cervello spogliato dall’alcool, come un boschetto spogliato a settembre. L’uomo nero è sempre un ospite sgradito.
Negli ultimi due anni della sua vita Sergej Esenin vive negli eccessi, spesso ubriaco; ma in questo periodo di disperazione personale egli creò alcune delle sue poesie più belle e note, tra le quali troviamo appunto il poema L’uomo nero, considerato una peculiare confessione del poeta, l’apice delle vicissitudini di un uomo che conosce la solitudine e il vuoto, il punto estremo della tragica parabola di Esenin. In questo poema autocommiserazione e angoscia balenano per l’ultima volta in un ubriaco delirio in cui si muove funereo e funesto il sosia-nemico del poeta.

L’uomo nero tradotto da Paolo Statuti

L’uomo nero

Amico mio, amico mio,
Sono molto molto malato.
Io non so perché questo tormento.
Forse è il vento che fischia
Sul campo vuoto e desolato,
O a settembre spoglia un boschetto,
Come l’alcool spoglia il cervello?

La mia testa agita le orecchie,
Come un uccello le ali.
Sul collo della notte
Non può più apparire.
Un uomo nero,
Nero, nero,
Un uomo nero
Si siede sul mio letto,
Un uomo nero
Che non mi fa dormire.

L’uomo nero
Scorre col dito un libro ripugnante
E, con voce nasale su di me,
Come un monaco con un morto,
Mi legge la vita
Di un furfante cialtrone,
E il cuore colma di paura e sconforto.
L’uomo nero
Nero, nero!

«Ascolta, ascolta –
Mi mormora ora –
Il libro è pieno di stupendi
Pensieri e piani.
Quest’uomo viveva in un paese
Di spaventosi
Banditi e ciarlatani.

A dicembre in quel paese
La neve è dannatamente pura,
E le bufere muovono
Allegri filatoi.
Quell’uomo era un avventuriero,
Ma della migliore specie
Che incontrare tu puoi.

Era brillante,
E per giunta poeta,
Con una forza non grande,
Ma pronta e animata,
E una certa donna
Di quarant’anni e più
Lui chiamava ragazzaccia
E mia cara amata.

La felicità – egli diceva –
E’ la prontezza della mente e delle mani.
Tutte le anime incapaci
Sono nate come già infelici.
Non fa niente
Che tante pene
Derivino da gesti
Spezzati e mendaci.

Nelle tempeste, nelle bufere,
Nel freddo quotidiano,
Nelle perdite gravi
E quando sei triste,
Sembrare semplice e sorridente –
E’ l’arte più grande che esiste».

«Uomo nero!
Non osare questo!
Non sei uno che esplora
Le profondità altrui.
Non m’interessa la vita
Di un poeta scandaloso.
Ti prego, leggi ad altri
Questa storia».

L’uomo nero
Mi guarda insistente,
E i suoi occhi si velano
Di vomito bluastro –
Quasi volesse dirmi:
Sei un ladro impudente
Che in modo arrogante
Ha derubato qualcuno.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Amico mio, amico mio,
Sono molto molto malato.
Io non so perché questo tormento.
Forse è il vento che fischia
Sul campo vuoto e desolato,
O che a settembre spoglia un boschetto,
Come l’alcool spoglia il cervello?

Gelida notte.
All’incrocio silenzio e pace.
Sto solo alla finestra,
Ospiti o amici io non aspetto.
La pianura è coperta
Di calce friabile e soffice,
E gli alberi, come cavalieri,
Son riuniti nel nostro boschetto.

Chissà dove un uccello notturno
Piange funesto.
I cavalieri di legno
Spargono il battito degli zoccoli.
Ed ecco la figura nera
Si siede sulla mia poltrona,
Togliendosi il cilindro
E aggiustandosi la finanziera.

«Ascolta, ascolta! –
Gracchia, guardandomi in volto,
E chinandosi
Sempre più vicino –
Non ho mai visto
Un farabutto come te
Soffrire d’insonnia
In modo così inutile e stolto.

Ah, forse sono in errore!
C’è la luna stanotte.
Cos’altro serve
Al tuo piccolo mondo di sonno?
Forse «lei» verrà di nascosto
Con le sue grasse cosce,
E tu le leggerai
I tuoi languidi putridi versi?

Oh, io amo i poeti!
Gente spassosa.
In loro io trovo sempre
Una storia nota al cuore –
Come un mostro capelluto,
A una studentessa pustolosa
Parla di mondi,
Grondando sessuale languore.

Non so, non ricordo,
In quale contrada,
Forse a Kaluga,
O forse a Rjazan’,
Viveva un bambino
Di semplice famiglia contadina,
Con gli occhi azzurri
E la testa dorata…

E diventò adulto,
E per giunta poeta,
Con una forza non grande,
Ma pronta e animata,
E una certa donna
Di quarant’anni e più
Chiamava ragazzaccia
E mia cara amata».

«Uomo nero!
Ospite sgradito!
La tua fama
Da tempo s’è sparsa».
Sono arrabbiato, infuriato,
E vola il mio bastone
Dritto dritto
Sul suo naso…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

…La luna è morta,
L’alba si fa azzurra alla finestra.
Ah, notte!
O notte, cos’hai distrutto?
Sto col cilindro in testa,
Con me non c’è nessuno.
Sono solo…
E lo specchio è rotto…

14 novembre 1925

(C) by Paolo Statuti

Boris Pasternak

4 Feb

Boris Pasternak (1890-1960) interpretato da Paolo Statuti

“Dov’è colui che fino in fondo ha capito Pasternak?…Egli è segretezza, allegoria, cifrario…” (Marina Cvetaeva)

“La poesia è quell’altezza che supera tutte le gloriose Alpi, e che si trova nell’erba, sotto i piedi, cosicché occorre soltanto chinarsi per vederla e coglierla.” (Boris Pasternak)

Borìs Pasternak

Borìs Pasternak

Definizione della poesia

E’ il fischio sparso all’improvviso,

Il crepitìo dei ghiaccioli,

La notte che gela la foglia,

Boris Pasternak

Il duello di due usignoli.

 

E’ il pisello inselvatichito,

L’universo che piange nei baccelli,

Figaro dai leggii e dai flauti

Che sulle aiole cade a granelli.

 

E’ tutto ciò che alla notte importa

Trovare nei fondali profondi,

E una stella portare nel vivaio

Sui palmi bagnati e tremebondi.

 

Più piatta d’una tavola è l’afa,

Il firmamento è sommerso di ontano,

Alle stelle si addice ridere,

Ma l’universo è sordo e lontano.          (1917)

 

 

*  *  *

Tu sei nel vento che con un rametto

Prova – il coro degli uccelli canterà?

E’ inzuppato come un passerotto

Il frutice di lillà!

 

Le gocce hanno il peso dei fermagli,

E il giardino abbaglia sempre più,

Spruzzato, grondante

Un milione di lacrime blu.

 

Dalla mia ansia nutrito

E da parte tua spinato,

Con mormorii e profumi,

Questa notte il giardino è rinato.

 

Tutta la notte un tictac alla finestra,                    

Sulle persiane un battito accanito.                        

Ad un tratto un rancido alito                                   

E’ corso attraverso il vestito.    

Destato dal magico elenco

Di quei tempi e pseudonimi,

Il giardino abbraccia questo giorno

Con gli occhi degli anemoni.

(1917)

                            

 Amleto

 

Cessa il brusìo. Sono sulla scena.

Alla porta appoggiato,

Colgo in un’eco lontana

Ciò che mi sarà dato.

 

Su di me l’oscurità è stesa

Con mille binocoli a fuoco.

Allontana da me,  Abba Padre,

Questo calice, ti invoco.

 

Amo il tuo proposito ostinato

E accetto di fare questa parte.

Ma ora va in scena un altro dramma,

E questa volta mettimi in disparte.

 

Ma sono state decise le azioni,

E finirà il cammino, non c’è scampo.

Sono solo, tutto è nell’ipocrisia.

Vivere non è attraversare un campo.

 

(1946)  (da: Il Dottor Zhivago)

 

 Primavera

 

Io dalla strada, dove i pioppi sono sorpresi,

Dove la distanza teme e una casa è insicura,

Dove l’aria è azzurra, come l’involto dei panni

Di chi è uscito da una casa di cura.

 

Dove la sera è vuota, come un racconto sospeso,

Lasciato da una stella senza prosecuzione

Per lo stupore di mille occhi chiassosi,

Senza fondo e privi di espressione.

 

(1918)

 

 *  *  * 

In ogni cosa io voglio arrivare

Alla parte essenziale.

Nel lavoro, nella strada da fare,

Nel cruccio che il cuore assale.

 

All’essenza dei passati momenti,

Alle ragioni primiere,

Al midollo, fino ai fondamenti,

Alle radici più vere.

 

Senza sosta il filo percepire

Degli eventi e dei fati,

Vivere, pensare, amare, sentire,

Gioire d’incontri svelati.

 

Oh, se io soltanto potessi,  

Anche se solo per metà,

Scriverei almeno otto versi

Sulla passione, in profondità.

 

Sui peccati, sulle violazioni,

Corse, inseguimenti vani,

Sorprese e impreviste azioni,

Sui gomiti, sulle mani.

 

Tutte le sue leggi stabilirei,

I suoi principi capitali,

E dei suoi nomi ripeterei

Le loro iniziali.

 

Pianterei i versi come giardini.

Con ansia e tremore

In fila e tra loro vicini –

In essi i tigli in fiore.

 

Nei versi metterei respiri di rose,

E respiri di ginestra,

Prati, fieno, notti rugiadose,

E i rombi della tempesta.

                                                                                  

Così Chopin una volta ha messo

Nei suoi studi-portento                          

Di boschi e tombe l’alito sommesso,                    

I sospiri del vento.

Della vittoria così conquistata

Gioco e tormento indifeso –                                                 

La corda fortemente tirata

Dell’arco teso.

(1956)                                                                                        

*  *  *

 

Nessuno sarà in casa,

Tranne la fioca luce,

Un giorno d’inverno,

Dalle tende socchiuse.

Soltanto delle zolle bianche

Rapido balenò il volano.

Soltanto tetti, neve e 

Qualcuno cercherai invano.

E di nuovo la brina farà ricami,

E mi prenderà lo sconforto

Dei fatti di un altro inverno

E dell’anno trascorso.

E di nuovo mi crucceranno

Per una colpa ancora non tolta,

E la fame del legno attanaglierà

La finestra fino alla volta.

Ma all’improvviso con un brivido

Dalla porta irruzione farai.

Coi passi il silenzio misurando,

Tu, come il futuro, entrerai.

Ti vedrò sulla soglia,

Senza fronzoli vestita di bianco,

Di qualcosa proprio dei tessuti

Da cui i fiocchi si fanno.

(1931)

 

 Febbraio

Febbraio. Trovare l’inchiostro e piangere!

Scrivere di febbraio a bufera,

Finché il tempaccio tonante

Arderà di cupa primavera.

Trovare una carrozza. Per pochi soldi,

Tra campane e ruote cigolanti,

Portarsi là, dove l’acquazzone

E’ più rumoroso di inchiostro e pianti.

Dove, come pere carbonizzate,

Dagli alberi migliaia di cornacchie

Si lanciano nelle pozze e gettano

Una secca tristezza in fondo agli occhi.

Sotto di essa i neri punti disgelati,

E il vento dai gridi è percorso,

E quanto più casuali, tanto più veraci,

Sono i versi composti a dirotto.

(1912)

I rondoni

Non hanno forza i rondoni serali

Per fermare l’azzurra frescura,

Che ha lasciato i petti chiassosi

E si versa, senza traccia che dura.

E non hanno i rondoni alcunché,

Perché sia trattenuto lassù

Il loro grido eloquente: vittoria,

Guardate, la terra non c’è più!

E bollendo come bianca sorgente,

Si allontana l’umido iracondo, –

Guardate, non c’è posto per la terra

Dai lembi dei cieli al dirupo più fondo.

(1915)

 

*  *  *

Anche oggi mia sorella la vita in piena

S’è infranta su tutti come pioggia di primavera,

Ma la gente coi ciondolini è assai burbera

E con grazia morde, come serpe nell’avena.

I più anziani in questo hanno i loro argomenti.

Senz’altro, la tua argomentazione è strana,

Che nel temporale gli occhi e le zolle siano lilla

E l’orizzonte profumi d’umida genziana.

Che a maggio, quando l’orario dei treni,

Passando per Kamyshin, leggi nel coupé,

Esso sia più grandioso della sacra scrittura

E dei neri di polvere e tempeste canapè.

Che appena il freno s’imbatterà, latrando,

In pacifici coloni in una remota vigna,

Dai giacigli guardino se sia la mia stazione,

E il sole, tramontando, mi compatisca.

E con incessanti scuse: mi dispiace, non è qui,

Sciabordata nella terza, prende il largo la campanella.

Sotto la tendina si sente la notte che brucia

E si frange la steppa dai gradini a una stella.

Ammiccando, ma dormono chissà dove placidi,

E come fata morgana dorme anche la diletta,

Mentre il cuore, guazzando qua e là,

Gli sportelli del vagone nella steppa getta.

(1917)

 

 Bosco autunnale

Il bosco autunnale s’è chiomato.

In esso ombra, sonno e quiete.

Scoiattolo, picchio e civetta,

Dal suo sonno non lo desterete.

E il sole per i viottoli autunnali

Entrando in esso a fine giornata,

Intorno sbircia con apprensione,

Se non ci sia una tagliola celata.

In esso pantani, tremule e gibbosità,

E muschi e macchie d’ontano,

E là, oltre il terreno fangoso,

Cantano i galli da lontano.

Un gallo il suo grido strombazzerà,

Poi di nuovo una lunga interruzione,

Come fosse intento a meditare

Che senso abbia quella intonazione.

Ma in un cantuccio remoto

Un vicino prenderà a chicchiriare.

Come sentinella nella garitta,

Il gallo la sua risposta vuole dare.

Essa risonerà come un’eco,

Ed ecco che insieme tutti i galli,

Segneranno con la gola come biffa,

I quattro punti cardinali.

Dopo l’appello del gallo

Si aprirà il bosco alle estremità,

E i campi, la distanza e il blu dei cieli

Come fossero cosa nuova esso rivedrà.

(1956)

 

 *  *  *

Come cenere bronzea di braciere,

Il giardino assonnato sparge calabroni.

Al livello mio e della mia candela

I mondi fiorenti penzoloni.

 

E, come in una fede inaudita,

In questa notte poter passare,

Dove la betulla tarlata-grigia

Ha coperto il confine lunare,

Dove lo stagno è un segreto svelato,

Dove sussurra la risacca del melo,

Dove il giardino su palafitte è posato

E regge davanti a sé il cielo.

(1912)

 

 *  *  *

Essere famosi non è bello.

Non questo può sollevare.

Non serve tenere archivi,

Sui manoscritti sospirare.

Scopo del comporre è la dedizione,

Non il clamore, non il vanto.

E’ indegno, non significa niente,

Che di noi, tutti parlino tanto.

Ma vivere senza impostura,

Vivere per trarre a sé infine

Tutto l’amore dello spazio,

Sentire l’appello dell’avvenire.

E lasciare i punti in bianco

Nella sorte, non tra le carte,

Luoghi e capitoli della vita

Sottolineare a parte.

 

E immergersi nell’incognito,

Celare i propri passi in esso,

Come fa un luogo nella nebbia,

Quand’è immerso in un buio pesto.

 

Altri dietro le vive impronte

Seguiranno la via da te seguita,

Ma non tu devi distinguere

La vittoria dalla sconfitta subita.

E non devi neanche di un’inezia

Rinunciare al tuo onore,

Ma essere vivo, vivo sempre

E soltanto, fino alle ultime ore.

(1956)

 

 Musica

La casa si ergeva come torre.

Su per la stretta scala

Portavano il pianoforte due forzuti,

Come sul campanile una campana.

Trascinavano in alto il pianoforte

Sulla vastità del mare urbano,

Come le tavole dei comandamenti

Su un pietroso altipiano.

Ed ecco nel salotto lo strumento,

E la città nel sibilo, nel chiasso,

Come sott’acqua al fondo dei miti,

E’ rimasta sotto i piedi in basso.

L’inquilino del sesto piano

Guardò la terra dal balcone,

Come reggendola sulle mani

E dominandola a buon ragione.

Tornato dentro egli attaccò

Non un pezzo di chiunque altro,

Ma un’idea propria, un corale,

Un brusìo di messa, un boschivo canto.

Lo scroscio degli improvvisi portava

La notte, la fiamma, le botti rombanti,

La vita della strada, le ruote stridenti,

La sorte di chi vive lungi dagli altri.

Così di notte, al lume di candela, in cambio

Del semplice candore del passato,

Il suo sogno annotava Chopin

Sul nero leggìo di legno intagliato.

Oppure, oltrepassato il mondo                              

Di quattro generazioni, era                                      

Sui tetti delle case cittadine –                              

Il volo delle valchirie come bufera.                       

O la sala del conservatorio

In una baraonda pazzesca                                                                                      

Fino al pianto Čajkovskij agitava

Col destino di Paolo e Francesca.

(1956)

*  *  *

Negli anni un giorno o l’altro in un concerto

Mi soneranno Brahms, – proverò la nostalgia.

Trasalirò, ricorderò l’unione di sei cuori,

I passeggi, i bagni, l’aiola di casa mia.

La fronte dritta della pittrice, timida come sogno,

Con un sorriso mite, un beato sorriso,

Un sorriso immenso e chiaro, come globo,

Il sorriso della pittrice, la fronte e il viso.

Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,

Ricorderò l’acquisto di provviste e grano,

I gradini del terrazzo e l’arredo delle stanze,

Mio fratello, mio figlio, l’aiola, l’ontano.

La pittrice macchiava l’erba coi colori,

Le cadeva la tavolozza, metteva nelle tasche

Gli arnesi da disegno e i pacchetti di veleno,

Che si chiamano «Basma» e promettono l’asma.

Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,

Ricorderò l’ostinata sterpaglia, l’ingresso e il tetto,

Il balcone semioscuro e il vivaio delle stanze,

Il sorriso, le ciglia, la bocca e l’aspetto.

E di colpo avrò gli occhi umidi di pianto

E sarò zuppo prima ancora d’essermi sfogato.

Dalle fessure usciranno i dintorni, i volti,

Gli amici, la famiglia, l’amaro passato.

E cinto il canto, come si cinge un albero,

Formeranno un cerchio sul prato intermezzo,

Come ombre, quattro famiglie gireranno

Con un puro, come l’infanzia, motivo tedesco.

(1931)

 

 Poesia

Poesia, io giurerò su di te

E finirò dopo aver perso la voce.

Non sei un portamento eloquente e bello

Ma sei l’estate in un posto di terza classe,

Tu sei un sobborgo e non un ritornello.

Tu – afosa come via Jamskaja a maggio,

La ridotta a Shevardino di notte,

Dove le nuvole emettono lamenti

E separatamente vanno a frotte.

E nell’intreccio dei binari duplicandosi, –

Un sobborgo e non un ritornello –

Strisciano dalle stazioni verso casa

Non con un canto, ma con sconcerto.

Le gemme della pioggia affondano in grappoli

E a lungo a lungo fino a prima mattina

Abborracciano dai tetti il loro acrostico,

Mettendo le bollicine in rima.

Poesia, quando sotto il rubinetto c’è un truismo,

Vuoto come lo zinco del secchio, nulla più,

Anche allora il getto è lo stesso,

Il quaderno è aperto, – scorri giù!

(1922)

I pini

Nell’erba, tra selvatiche balsamine,

Matricarie e ninfee silvestri,

Noi sdraiati, le mani dietro incrociate

E al cielo rivolte le teste.

 

L’erba nel viale dei pini

E’ impenetrabile e folta.

Ci guarderemo – e di nuovo

Cambieremo luogo e posa.

 

Immortali per qualche tempo,

Nel quadro dei pini annoverati,

Dai dolori, dalle epidemie

E dalla morte siamo liberati.

 

Con intenzionale monotonia,

L’azzurro spesso, come pomata

Si spalma con riflessi a terra

E le maniche ci imbratta.

 

Noi dividiamo il riposo del pineto,

Presso un brulichio di formiche denso

Respirando la sonnifera miscela

Del pino – limone misto a incenso.

 

E son così furiose nell’azzurro

Le rincorse dei tronchi infocati,

E noi a lungo le mani terremo

Sotto le teste sollevate,

 

E c’è tanta ampiezza nello sguardo,

E tutto è così docile, che il mare

Da qualche parte dietro i tronchi

Senza sosta mi appare.

 

Là le onde son più alte dei rami,

E, cadendo da un masso a precipizio,

Scagliano una grandine di granchi

Dal torbido fondo.

 

E di sera dietro il rimorchiatore

Sulle cortecce il tramonto s’è posato

E si tinge di olio di pesce

E di vapore d’ambra offuscato.

 

Annotta, e a poco a poco

La luna spiana ogni traccia

Sotto la bianca magia della spuma

E la nera magia dell’acqua.

 

E le onde son più chiassose e alte,

E il pubblico sul galleggiante si attarda,

Si affolla sotto un manifesto,

Illeggibile in lontananza.

 

1941

 

 

 Nel bosco

I prati erano offuscati dal caldo lilla,

Nel bosco turbinava un buio di cattedrale.

Che restava loro al mondo da baciare?

Esso tutto era loro, come morbida cera da plasmare.

 

C’è un sonno tale, – non dormi ma soltanto sogni,

Che desideri il sonno; che sonnecchia un uomo,

Cui attraverso il sonno ardono sulle ciglia

Due neri soli pulsanti sotto le palpebre.

 

Scorrevano i raggi. Scorrevano scarabei lucenti,

Il vetro delle libellule vagava per le guance.

Era pieno il bosco d’uno scintillio minuzioso,

Come sotto le pinzette dell’orologiaio.

 

Sembrava essersi assopito al tic-tac delle cifre,

Mentre in alto, nell’ambra asprigna,

Le ore più provate nell’etere

Qualcuno sposta secondo il calore.

 

Le spostano, scuotono gli aghi

E seminano l’ombra, affaticano e forano

Il buio dell’alberatura, che si è innalzato,

Al languore del giorno, sull’azzurro quadrante.

 

Sembrava che l’antica felicità volteggiasse,

Sembrava – il bosco preda del tramonto dei sogni.

I felici non guardano l’ora.

Ma quei due, sembrava che dormissero soltanto.

 

1917

 

 La strada

Ora la ripa, ora la forra profonda,

Ora diritta e dietro la svolta

Serpeggia a nastro la strada

Sempre avanti rivolta.

 

Secondo la prospettiva

Lungo i campi adiacenti

Corrono svolte lastricate,

Fango e polvere – assenti.

 

Attraversa l’argine la strada,

Senza indugio verso lo stagno,

Che una nidiata di anatre

A nuoto sta passando.

 

Avanti, ora in alto ora in basso,

L’arteria diritta si distende,

Come solo nel tempo della vita

Lanciarsi in alto continuamente.

 

Tra mille fantasmagorie,

Tra luoghi e tempi diversi,

Tra ostacoli e sostegni

Corre alla meta con essi.

 

La meta è tra gli ospiti e in casa –

Provare e passare tutto quanto,

Come rivivono lontano le pieghe

Della strada che scorre accanto.

 

1957

 Valzer con lacrima

Ah, come io l’amo nei primi momenti

Appena uscito dal bosco o dalla tormenta!

I rami sono ancora nell’impaccio.

I fili pigri, senza trambusto.

Lentamente sul corpo rilucendo,

Pendono come canutiglia d’argento.

Sotto il velo d’un lenzuolo è il fusto.

 

Copritelo d’oro, rendetelo contento, –

E non batterà le ciglia, ma pudico e modesto

In una lamina lilla e di azzurro smalto

Per sempre nella mente resterà impresso.

Ah, come io l’amo nei primi momenti

Tutto nella ragnatela e nell’ombra immerso!

 

Soltanto nella prova stelle e bandiere,

E nei dolcetti non hanno versato il malaga.

Le candele non sono candele, sono

Matite del trucco, e non faville.

E’ l’artista che ha il batticuore

Tra i suoi cari nella serata d’onore.

Ah, come io l’amo nei primi momenti

Davanti alle quinte tra i parenti!

 

Al melo – le mele, all’abete le pigne.

Solo non a questo. Questo rimanga in pace.

Esso è di un taglio del tutto diverso.

 

Esso è stato notato, è un eletto.

La sua sera durerà in eterno.

I proverbi non lo spaventano affatto.

Gli si prepara un destino inconsueto:

 

Nell’oro delle mele, come profeta verso il cielo,

Come ospite ardente si leverà fino al soffitto.

Ah, come io l’amo nei primi istanti,

Quando dell’abete parlano tutti quanti!

 

1941

I mughetti

Afa dal mattino. Ma scosta

Gli arbusti, e il greve mezzodì di colpo

Con tutta la massa crepiterà di dietro,

Frantumandosi sotto il diamante.

 

Si sminuzzerà in spigoli e raggi,

In un mazzo di facce tremanti,

Come quando una cassa di vetro

Piomba a terra da una spalla sudata.

 

Copertosi con la notte sui cardini,

Qui il biancore annerisce col carbone.

Come indescrivibile novità

La primavera qui è fiabesca come Uglič.

 

La strage spietata dell’afa

Qui non si caccerà dal margine.

Ed ecco tu entri nel betulleto,

Voi vi fissate l’un l’altro..

 

Ma tu sei già avvertito.

Dal basso qualcuno vi osserva:

L’umido burrone dell’arida pioggia

Dei roridi mughetti è rivestito.

 

Si è staccato e sollevato,

Sospeso a grappoli di gocciole,

A un dito, a due dalla foglia,

A un dito e mezzo dal rizoma.

Frusciando silenziose come seta,

Come pelle di daino aderiscono le sue spate,

Tutta l’oscurità del boschetto insieme

Le sceglie per farne dei guanti.

 

1927

 

La stazione

O stazione, cassaforte

Dei miei commiati, incontri e commiati,

Fedele amica e consigliera,

Non finirei mai di lodarti.

 

Accadeva – tutta la mia vita in una sciarpa,

Il convoglio è già pronto per l’imbarco,

E divampano le museruole delle arpie,

Offuscandoci gli occhi col vapore.

 

Accadeva – mi siedo e subito

Sono spacciato. Mi stringo e mi scosto.

Addio, è ora, gioia mia!

Ora salterò giù, conduttore.

 

Accadeva – si apre l’occidente

Nelle manovre del maltempo e delle traverse

E si mette a ghermire i fiocchi,

Per non cadere sotto il respingente.

 

E si smorza un fischietto ripetuto,

E da lontano replica un altro,

E il treno getta sui binari

La sorda bufera a più gobbe.

 

Ed ecco il crepuscolo più non resiste,

Ed ecco già, dietro il fumo,

Si sollevano il campo e il vento, –

Oh, fossi anch’io nel loro numero!

 

1913, 1928

 

Improvvisazione

 

Io nutrivo uno stormo di tasti dalla mano

In un battere d’ali, tra garriti e tonfi.

Io tesi le mani, mi alzai sulle punte dei piedi,

La manica si avvolse, la notte si strofinò sul gomito.

 

Ed era buio. E c’erano lo stagno e le onde. –

E sembrava che striduli, neri, robusti becchi

Gli uccelli della razza vi amo

Avrebbero ucciso, prima che morissero.

 

E c’era lo stagno. Ed era buio.

Ardevano le ninfee con la pece di mezzanotte.

E il fondo della barca era rosicchiato

Dall’onda. E si azzuffavano gli uccelli sul gomito.

 

E la notte sguazzava nelle gole degli argini,

Sembrava – un uccellino non era stato ancora nutrito,

E le femmine avrebbero ucciso, prima che morissero

I gorgheggi nella stridula, contorta gola.

 

1915

 

 

I galli

 

Tutta la notte l’acqua lavorava senza respiro.

La pioggia fino all’alba bruciava olio di lino.

Ed esce il vapore da sotto un coperchio di gigli,

La terra è fumosa, come una pentola di cavoli.

 

Quando l’erba, scotendosi, salterà su,

Chi esprimerà la mia paura alla rugiada

Nell’ora in cui canterà il primo gallo,

Seguito da un altro, e poi da tutti insieme?

 

Scorrendo gli anni per nome,

Chiamando a turno l’oscurità,

Essi cominceranno a predire un mutamento

Alla pioggia, alla terra, all’amore – a tutto, a tutto.

 

1923

 

Dopo il temporale

E’ piena l’aria del temporale passato.

Tutto rivive, tutto respira come in paradiso.

Con tutta l’effusione dei grappoli lilla

La serenella assorbe un getto di frescura.

 

Tutto è vivo col mutamento del tempo.

La pioggia invade le grondaie dei tetti,

Ma sempre più chiari sono i passaggi del cielo,

E lo spazio dietro la nube nera è azzurro.

 

La mano di un pittore con più forza ancora

Da ogni cosa toglie polvere e sporcizia.

Dalle sue tinte trasfigurate emergono

La vita, la realtà e la vera storia.

 

Il ricordo di mezzo secolo fugge via

Come il temporale già passato.

Il secolo è uscito dalla sua tutela.

E’ ora di far largo alla nuova vita.

 

Non i traumi né i rivolgimenti

Sgombrano la strada al futuro,

Ma le rivelazioni, le tempeste, la prodigalità

Dell’anima infiammata di qualcuno.

 

Luglio 1958

 

 *  *  *

Qui è passata la segreta unghia dell’enigma.

– E’ tardi, dormirò, all’alba leggerò e capirò.

E finché non mi sveglieranno, appassionare l’amata –

Come a me non è dato a nessuno.

 

Come io ti appassionavo! Perfino col rame delle labbra

Appassionavo, come le tragedie appassionano la sala.

Il bacio era come l’estate. Esso indugiava e indugiava,

Ma poi scoppiava la tempesta.

 

Beveva come gli uccelli. Sorbiva fino a languire.

Le stelle a lungo con la gola nell’esofago stillano,

E gli usignoli stralunano gli occhi con un fremito,

Asciugando goccia a goccia il firmamento notturno.

 

1918

 

 Il vento

 

Io sono morto, ma tu sei viva.

E il vento, con pianti e lamenti,

Scuote il bosco e la nostra dimora.

Non ogni pino singolarmente,

Ma tutti gli alberi insieme

Con tutta l’infinita lontananza,

Come canestri di velieri

Sulla liscia superficie della baia.

E questo non per baldanza

O per furia senza uno scopo,

Ma per trarre nella tristezza per te

Parole per una ninnananna.

 

1953

 

 

*  *  *

La finestra, il leggio e, come burroni di eco, –

I tappeti sono pieni di melodie suonate. In essi

C’è il non dicibile. Qui felicemente

Con l’esecuzione gli autori hanno prosperato.

 

La finestra non a due imposte alla breve,

Ma più larga, – a tre: a tempo di tre mezzi.

La finestra e il cortile, e gli alberi bianchi,

E la neve, i rametti, – candelabro a cinque fiamme.

 

La finestra, e la notte, e come il polso la brina batte

Nei rami, – nei nodi di vene delle tempie. La finestra,

E il bosco azzurro di linee pendenti di note,

E il cortile. Qui viveva un mio amico. Tanto tempo fa

 

Da qui io guardavo oltre il cerchio della Siberia,

Ma l’amico stesso era una città, come Omsk

E Tomsk, – era un cerchio di guerre e di tregue

E un cerchio di virtù, occupazioni e conoscenze.

 

E spesso, molto spesso, la notte pensando a lui,

Aspettavo l’alba presso la finestra a tre imposte.

E con un triste concerto di morti rumori

Il cortile frugava nelle sue gelide viscere.

 

 

E io misuravo con una misura e mezza

La sorte e la vita che non hanno misura,

E nell’anima, come nell’infanzia, come una prima,

Di nuovo si dava del grande cielo l’esempio ventoso.

 

1931

 

Anima

Anima mia, dolente

Per tutti i miei cari!

Sei diventata il sepolcro

Dei torturati vivi.

 

I loro corpi imbalsamando,

Dedicando loro un verso,

Piangendoli

Con la gemente lira,

 

Tu nel nostro tempo egoista

Per coscienza e per paura,

Sei come urna sepolcrale,

Che le ceneri protegge.

 

I loro tormenti congiunti

Ti hanno prostrata.

Tu odori di polvere

Di morti e di tombe.

 

Anima mia, necropoli,

Tutto ciò che hai visto qui,

Hai macinato, come mulino,

Hai mutato in un miscuglio.

 

Continua pure a macinare

Tutto ciò che è stato per me,

Da quasi quarant’anni –

In humus cimiteriale.              

 

(1956)

 

 

 Un’alba più afosa ancora

 

Tutta la mattina un colombo tubava

Alla tua finestra.

Sugli scolatoi,

Come maniche di umide camicie,

S’intorpidivano i rami.

Piovigginava. Lievi le nubi

Scorrevano sul mercato polveroso,

E sulla bancarella la tristezza

Cullavano con una

Ninnananna.

Le supplicavo di smettere.

Sembrava che smettessero.

L’alba era grigia, come lite negli arbusti,

Come voci di carcerati.

 

Supplicavo di approssimare l’ora

In cui dietro la tua finestra

Come ghiacciaio di montagna

Infuria un catino,

E un canto fatto in pezzi,

Il calore d’una guancia sognata e la fronte

Nel vetro ardente come ghiaccio, si versano

Sulla mensola della specchiera.

Ma l’altezza dietro le voci sotto il vessillo

Delle scorrenti nubi

Non sentiva la supplica

Nel silenzio innevato,

Bagnato, come un pastrano,

Come polverosa eco di trebbiatura,

Come chiassosa lite negli arbusti.

 

Io le pregavo –

Non tormentate!

Non mi va di dormire.

Ma – pioveva adagio e, trotterellando

Scorrevano le nubi sul mercato polveroso,

Come reclute, oltre il podere all’alba,

Si trascinavano non un’ora, non un secolo,

Come prigionieri austriaci,

Come un sommesso rantolo,

Come il rantolo:

«Da bere,

Sorellina».

 

1917

 

 Dopo la bufera di neve

 

La bufera di neve è passata

E di nuovo si stende la quiete.

Nell’ozio mi metto ad ascoltare

Le voci dei bambini oltre il fiume.

 

Forse non ho ragione, ho sbagliato,

E’ stato un abbaglio, ho perso il senno.

Come morta bianca donna di gesso

Cade a terra supino l’inverno.

 

Il cielo dall’alto ammira lo stucco

Delle morte palpebre premute.

La neve copre il cortile e ogni scheggia,

E sull’albero ogni germoglio.

 

Il fiume, la sbarra e la banchina,

Il bosco, le rotaie e il fossato –

Tutto ha preso una forma perfetta,

Senza angoli e senza asperità.

 

Di notte, ormai quasi assopito,

In un afflato balzare dal sofà,

Tutto il mondo porre in un foglio,

Far entrare tutto in una strofa.

 

Sembrano scolpiti i tronchi e i ceppi

E i cespugli sulla riva del fiume,

Sulla carta alzare un mare di tetti,

Tutto il mondo e la città innevata.

 

1957

 

 

 

Marzo

 

Al sole si sudano sette camicie,

E si agita, stordito, il burrone.

Come il lavoro di robusta mandriana,

Fervono le mani della primavera.

Langue la neve malata di anemia

Nei rametti inerti di vene azzurrine.

Ma fuma la vita nella stalla delle mucche,

E di salute scoppiano i denti dei forconi.

Che notti, che giorni e che notti!

Il ticchettio delle gocce a metà giorno.

I cachettici ghiaccioli dei tetti,

Dei ruscelli insonni il cicaleccio!

Tutto è aperto, la scuderia e la stalla.

I colombi nella neve beccano l’avena,

E tutto genera e vivifica

L’odore fresco del letame.

1946

Nella Settimana Santa

 

Intorno ancora la nebbia notturna.

Ancora nel mondo è così presto,

Che il cielo pullula di stelle

E ognuna, come il giorno, è luminosa,

E se solo la terra potesse,

Dormirebbe il giorno di Pasqua

Alla lettura del Salterio.

Ancora intorno la nebbia notturna.

Ancora è così presto nel mondo,

Che la piazza giace coricata

Come in eterno da tutti i lati,

E mille anni ancora la separano

Dall’alba e dal calore.

Ancora la terra è completamente nuda,

E di notte essa non ha niente

Per far oscillare le campane

E fare eco ai coristi dall’esterno.

E dal Giovedì Santo

Fino al Sabato Santo

L’acqua perfora le rive

E intesse mulinelli.

E il bosco è spoglio e scoperto,

E sulla Passione di Cristo,

Come folla in preghiera,

Veglia la turba dei tronchi di pino.

Ma in città, in un piccolo

Spazio, come a una riunione,

Gli alberi guardano muti

Le grate della chiesa.

E il loro sguardo è preso dal terrore.

E’ comprensibile il loro sgomento.

I giardini escono dai recinti,

Vacilla il sistema terrestre:

Seppelliscono Dio.

E c’è la luce nella porta regia,

E il nero manto, e la fila di candele,

Volti rigati dalle lacrime –

E a un tratto la processione viene

Incontro col lenzuolo tombale,

E due betulle presso la porta

Devono tirarsi da parte.

E il corteo gira intorno alla chiesa,

Riempie il marciapiede fino al bordo,

E porta dalla strada sul sagrato

La primavera, le ciarle primaverili

E l’aria che sa di prosfora

E di ebbrezza di primavera.

E marzo sparge la neve

Nell’atrio sulla folla degli storpi,

Come se qualcuno fosse uscito

Portando l’arca e l’avesse aperta

Distribuendola a tutti.

E il canto dura fino all’alba,

E, dopo aver tanto singhiozzato,

Giungono sommessi dall’interno

Nel luogo vuoto sotto i fanali

Il Salterio e l’Apostolo.

A mezzanotte taceranno la creatura e la carne,

Avendo udito la voce primaverile,

Che appena tornerà il sereno –

La morte si potrà sconfiggere

Con la sforzo della resurrezione.

1946

(C) by Paolo Statuti