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Aleksandr Polezhaev

6 Nov

Litography_of_Alexandr_Polezhajev

Ritratto del poeta eseguito ad acquerello da Jekaterina Bibikova

Aleksandr Ivanovič Poležaev

 

   Il poeta Aleksandr Ivanovič Poležaev nacque il 31 agosto del 1804. Era figlio illegittimo del ricco proprietario terriero L.N. Strujskij e della serva della gleba Agrafena Ivanova Fedorova, che dopo la nascita del bambino fu affrancata e data in sposa al mercante Ivan Ivanovič Poležaev. Per 5 anni Aleksandr, la madre e il patrigno vissero a Saransk. Nel 1809 Ivan Poležaev sparì senza lasciare traccia e un anno dopo morì la madre di Aleksandr. Strujskij affidò allora il bambino a Ja. Andrejanov, insegnante sposato con la sorella di Agrafena, Anna. Nel 1816 Strujskij, prima di partire per la Siberia, esiliato per aver ucciso un suo servo della gleba, portò Aleksandr a Mosca e lo mise a pensione presso la locale Università. Morì in esilio nel 1825.

In questo stesso anno Aleksandr Poležaev scrisse il poema satirico Saška, una parodia del primo capitolo dell’Evgenij Onegin di Puškin. In gran parte autobiografico, è considerato il suo capolavoro e fu la causa della sua fama, ma anche della sua disgrazia. In esso egli descrive la dissolutezza degli studenti e delle prostitute di Mosca. Quasi tutti i capisaldi della società del tempo sono rifiutati: la chiesa, la morale cristiana, il potere temporale, compresa la polizia e perfino l’amministrazione universitaria. La “codarda subordinazione” a chiunque è vista da lui con grande disprezzo. Scopo di questa rivolta? L’emancipazione del corpo, la sfrenata soddisfazione degli istinti, le inclinazioni erotiche, tuttavia l’emancipazione del corpo porta anche all’emancipazione dello spirito.

Nel 1826 il poeta entrò a far parte dell’Associazione degli amanti della letteratura russa presso l’Università di Mosca, ma nello stesso anno, dopo la denuncia del colonnello della gendarmeria Ivan Bibikov, il poema Saška finì nelle mani dello zar Nicola I. Come scrive il biografo del poeta: «In altri tempi l’audacia di Poležaev sarebbe finita come una monellata senza particolari conseguenze, ma lo zar vedeva nel poema una sfrontata sfida e una continuazione della rivolta dei decabristi, e la questione prese tutta un’altra piega. Aleksandr Herzen (1812-1870), scrittore, pensatore e uomo politico noto come “il padre del socialismo russo”, il quale nel 1833 incontrò Poželaev, nel suo libro di memorie Passato e Pensieri (1867) racconta che il poeta fu portato di notte dallo zar, che si trovava allora nel Cremlino prima dell’incoronazione, e che lo costrinse a leggere il poema Saška ad alta voce alla presenza del ministro dell’Istruzione pubblica e del rettore dell’Università. Finita la lettura, lo zar si rivolse così a Poležaev: «Ti do la possibilità di redimerti col servizio militare». E nel 1826 fu mandato tra i sottufficiali nel reggimento di fanteria di Butyrsk.

A giugno del 1827 scappò dal reggimento per recarsi a Pietroburgo e chiedere la dispenza dal servizio militare, ma venne arrestato, riportato alla base e chiamato in giudizio. Il poeta sottufficiale diventò soldato semplice, senza anzianità di servizio. L’anno dopo, disperato e depresso, una sera tornò in caserma ubriaco e al caporalmaggiore che lo rimproverò per essere in ritardo senza permesso, rispose con ingiurie e parolacce. Trascorse quasi un anno in catene per grave offesa al caporalmaggiore. Nel carcere scrisse la poesia Il prigioniero, contenente aspri attacchi allo zar. Scontata la pena, fu trasferito in un reggimento di fanteria di Mosca, col quale partì per il Caucaso. Là il poeta prese parte alle operazioni militari in Cecenia e nel Daghestan. Motivi caucasici trovarono ampio spazio nella sua lirica. Ma più che cantare la bellezza dei paesaggi montani, al centro della sua attenzione troviamo l’esistenza e la dura vita della gente comune. Egli descrive realisticamente i pericoli, le privazioni, la vita disordinata dei soldati russi, servendosi del linguaggio popolare. Pur riconoscendo il coraggio dei russi e dei montanari, Poželaev vede l’insensatezza della guerra e dello spargimento di sangue. Maledice chi ha estratto «per primo la spada della guerra / Su queste terre benedette / Dove viveva gente pacifica», e crede che verrà il momento in cui la «bellica lira» dimenticherà le battaglie e il dio del tuono Perun / E canterà la gioia del mondo».

Essendosi distinto nei combattimenti, nel 1831 fu riammesso tra i sottufficiali. Nel 1834 il colonnello Ivan Bibikov, lo stesso che nel 1826 firmò la denuncia contro il poeta, che doveva risultare per lui così fatale, incontrò di nuovo Poležaev e riuscì a fargli avere una licenza di due settimane, che il poeta trascorse nella famiglia dei Bibikov nella regione di Ilinsk di Mosca. Qui il poeta si innamorò di Jekaterina Bibikova, la figlia sedicenne di Bibikov, che dipinse ad acquerello il miglior ritratto  esistente del poeta, mentre egli scrisse alcune poesie ispirate dal suo amore per la fanciulla.

Passavano gli anni, ma essi non portavano a Poležaev la speranza in un cambiamento del suo destino. Cominciò a bere smodatamente e una volta, lasciato il reggimento senza permesso, perse le munizioni, e per questo fu condannato alla fustigazione. In conseguenza della pena corporale subita e per l’acuirsi della tisi contratta in carcere, nel settembre del 1837 il poeta entrò nell’ospedale militare di Lefortovo. Quando era ormai agonizzante arrivò l’ordine con la promozione a sottotenente. E’ possibile che egli non fece in tempo a sapere della tardiva grazia dello zar. Morì in questo ospedale a 34 anni, il 16 gennaio 1838, un anno dopo Puškin e tre anni prima di Lermontov.

L’infelice sorte di Poležaev suscitò l’ira e la compassione di Herzen e del poeta e storico Ogarjov. Le discussioni sulle cause di un destino così tragico cominciarono subito dopo la morte del poeta. V.G. Belinskij nel suo articolo del 1842, scritto in concomitanza con la pubblicazione di una raccolta di poesie di Poležaev, scrisse che di tutto egli poteva incolpare solo se stesso. Questo giudizio fu provocato della mancata conoscenza del critico, sia delle circostanze della vita del poeta, che di molti suoi pungenti versi potitici proibiti dalla censura. Col passare del tempo tuttavia cominciò a prevalere la tendenza opposta, cioè quella di considerare Poležaev esclusivamente una vittima del regime zarista e della tirannia di Nicola I. Non si può negare tuttavia che un certo ruolo ebbero anche i suoi comportamenti impulsivi e l’impetuosa natura  ereditata dal padre e dal nonno.

«Il destino di Poležaev fu assai peculiare, direi del tipo sovietico. L’esercito dello zar divenne il suo gulag» – ha scritto il poeta e storico della poesia russa Evgenij Evtušenko.

Temi principali delle sue poesie sono gli eterni dilemmi dell’universo. La loro principale caratteristica fu un romanticismo sui generis che assunse le forme di un militante naturalismo. Egli intendeva la libertà come attributo integrante della vita, come spontanea e incontrollabile concezione per ogni persona.

Tradusse tra gli altri Volter, Lamartine, Hugo e Byron. Molte sue poesie sono state musicate da noti compositori russi.

 

 

 

 

Poesie di Aleksandr Ivanovič Poležaev tradotte da Paolo Statuti

 

Angoscia

Ci sono istanti di spirituale angoscia,

Istanti di spaventose torture,

Allora siamo ribaldi e nemici

A noi stessi e a milioni di creature.

Allora nell’eterna catena dell’essere

Non vediamo nessun alto scopo –

Ovunque vediamo l’infelice “io”,

Come vittima sull’abisso profondo;

Allora con mestizia errando al buio,

Conserviamo una sola impressione,

Una odiosa – il freddo per la terra

E per la vita un amaro disprezzo.

Il fulgido sole nei raggi ardenti

E del cielo la bella curvatura,

Perdono allora splendore agli occhi

Dell’infelice figlio della natura;

Angoscia fatale, angoscia – omicida,

Su di lui grava come greve zavorra,

E la fredda mano della morte

Distrugge dell’anima la stanca forza.

Ma perché mai tu vieni uccisa

Dell’anima forza potente?

O forse tu eri per inerzia

Nel silenzio latente?

O non c’era in te la libertà

In questo petto impetuoso,

Come in un grande puro campo

E’ dato ai fiori il fiorire sontuoso.

1831

Al festeggiato

 Lazovskij, che regalo vuoi

Nel giorno del tuo patrono?

Io, per grazia del diavolo,

Un uomo ricco non sono!

Nel più stretto stoicismo

Io vivo senza argento,

Nella mia povera tenda

Ricchezza e beni non tengo,

Tranne la sciabola e la penna.

Col servizio duole la lite,

Non sono genio, né soldato.

Della tua amicizia soltanto

Io sono ricco sfondato!

Amicizia – dono del cielo

In questa valle funesta.

Come ripagarti, amico caro,

Che darti per la tua festa?

L’amicizia pura e fedele,

In cambio l’amicizia del cuore:

Una solenne cella per una cella!..

Lo schiavo soffre nel dolore

Per le catene nemiche,

E invano ha sete di libertà,

Come di acqua nella steppa.

Così anch’io da forte potestà

Sono a te predestinato,

Non posso più, o mio diletto,

Contrastare il destino…

Non posso dire con dispetto:

«Non sono tuo, non ti conosco!»

Ormai non è più com’era…

La voce impetuosa e viva

S’è spenta come la bufera

Nel mio petto così severo…

Tu hai sentito il bel suono,

L’appello di una nuova vita –

La bocca e delle mani il fuoco,

Come dalla culla di un bimbo,

Per sempre hanno impresso in noi

Il sacro nome: amico!

E allora, caro festeggiato

Con tutta l’anima ti dico:

Questa vera dichiarazione

Scrivi nel profondo del cuore!..

1833

Disinganno

Una volta per un bel sorriso

Incantevole e simulato,

Ero lieto di pagare con la vita

Per un fascino ostinato!

Una volta, notte e giorno,

Un furbo sorriso mi esaltava,

E mi era arduo ed ero pigro,

E il misero errore non cessava.

Adesso il tempo dei sogni lieti

E’ passato, ha lasciato il poeta –

E io per qualche dolce parola

Non voglio finire come un folle

Nell’aldilà con una pistola.

Adesso mi protegge il destino:

M’incanta una donna come prima,

Ma ho smesso ormai di sperare

Di vedere una rosa senza spina.

1835

Addio alla vita

                             A L.A. Jakubovič

C’est que la mort n’est pas

ce que la foule en pense.

V. Hugo

 

Dunque addio! Assai presto

Finalmente me ne andrò

In quel paese dal quale

Mio padre mai più tornò!

Da voi non voglio tristezza,

Amici miei, né un lamento!

Nemici miei! Giunto il momento,

Anche voi con tenerezza

Mi metterete nella bara!

Destino così consueto!

Quando verrà la vostra parca

Di certo anche voi Caronte

Porterà sulla sua barca,

E tra le onde del Lete

Il vostro operato vedrete, –

Anche a voi sorrideranno

E buon viaggio vi diranno!

L’attore la sua vuota parte

Ha recitato nella vita,

La falsa porpora è sparita

E un fischio resta alla sua arte!

Da grave malattia spossati,

Vedevo volti svariati:

Vergini e bigotti canuti,

Uomini saggi e onorati.

Ahimé! Del peccato il frutto

Senza scelta gustavano –

E sereni se ne andavano

In nessun luogo e dappertutto!

Uno presente sorrideva;

Un congiunto se la rideva;

La satira più pungente

Due minuti li giudicava,

Poi la fredda tomba per sempre

Con la sabbia indifferente

I corpi e i peccati occultava!

Per l’ultima volta parlate,

O insondabili creature!

Dove son le vostre dimore,

Dove a noi voi vi celate?

Chi il mondo senza dolore

Può abbandonare per sempre?

Non è forse chi senza errore,

Come stella fissa splendente,

Nell’agitazione dell’aria

La sua mente sa dominare…

E, figlio dell’immortalità,

Senza pregiudizi e viltà

Sa come vivere e spirare?

1835

 

 

(C) by Paolo Statuti

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