Tag Archives: Giovane Polonia

Wacław Koźma Damian Rolicz-Lieder

23 Feb

 

 

Wacław Rolicz-Lieder

Wacław Rolicz-Lieder

      Wacław Koźma Damian Rolicz-Lieder, orientalista, poeta e traduttore, nacque a Varsavia il 27 settembre 1866. Nel 1883 fu allontanato dal ginnasio russo a causa di un ostentato diverbio con un insegnante, provocato dall’anniversario dell’insurrezione di novembre (1830-31); descrisse poi questo avvenimento nella poesia La scuola. Continuò gli studi a Cracovia e in seguito si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Jaghellonica, dove si cimentò anche con la grammatica della lingua araba, il cui studio riprese durante un soggiorno di quattro anni a Parigi alla École Nationale des Langues Orientales Vivantes e all’Università di Vienna. Durante la sua permanenza all’estero entrò nella cerchia dei poeti che facevano capo a Mallarmé, sotto la cui influenza cominciò a creare nello spirito del simbolismo e a professare l’idea che il linguaggio poetico dovesse essere “squotidianizzato”, ovvero tenuto decisamente distinto dalla lingua di ogni giorno che serve a scopi comunicativi. Tornò a Varsavia per sempre nel 1897.

Nel 1888 preparò la sua prima raccolta poetica intitolata Poesie I. Riuscì a stamparla un anno dopo presso la prestigiosa stamperia di Wacław Anczyc. Dopo 15 mesi aveva venduto appena 15 copie, a causa dello scarso interesse per la poesia in quel periodo e della censura russa che non permetteva la diffusione della raccolta nel territorio di sua giurisdizione. Nel 1890 il poeta inviò alle riviste l’opuscolo Dal libro lirico, che includeva alcuni nuovi versi, ma esso ebbe recensioni negative. Mostrarono interesse per la sua poesia soltanto Antoni Lange, Jan Kasprowicz e Zenon Przesmycki.

Scoraggiato da questa indifferenza per la sua creazione, Lieder decise di pubblicare le sue raccolte successive con tirature molto basse (50 e perfino 20 copie) per gli amici, col divieto di riproduzione e di menzione sulle riviste. In tal modo stampò (indicando falsamente come luogo di stampa Parigi) tutta la sua creazione, con lo stesso editore Anczyc: Poesie II, Versi III, La mia Musa, Versi IV e Versi V. Nel 1897, dopo il ritorno in Polonia, alcune di queste raccolte furono ristampate nel volume Versi dei libri primo, secondo e terzo nuovamente editi (1898), e finalmente ebbe alcuni giudizi favorevoli.

Maria Podraza-Kwiatkowska, nota studiosa del romanticismo polacco, che nel 2003 ha curato un’ampia edizione di Versi scelti di questo poeta, considera Lieder uno dei poeti più originali della Giovane Polonia. La peculiarità della sua poesia, secondo la studiosa, risiede nei ricorrenti motivi orientali, nei riferimenti a Juliusz  Słowacki, Cyprian Norwid e Charles Baudelaire, nonché  alla poesia dell’antica Polonia, in primo luogo a Jan Kochanowski. A causa delle basse tirature delle sue raccolte, Rolicz-Lieder era quasi sconosciuto ai poeti della Giovane Polonia e non ebbe su di loro alcuna influenza, pur partecipando alla vita dell’ambiente letterario europeo della fine del XIX secolo.

Fu amico e traduttore del poeta tedesco Stefan George, che riuniva attorno a sé giovani esteti affascinati dall’antica cultura greca. Cercò di trapiantare nella poesia polacca le conquiste più interessanti del simbolismo occidentale. Creò una lirica irripetibile, in cui le innovazioni si univano al tradizionalismo e all’ermetismo. Ma la sua poesia si rivelò troppo difficile per i contemporanei. Il lettore occasionale di Rolicz-Lieder restava colpito anzitutto dallo strano lessico, così diverso da quello della poesia polacca del tempo. Esso abbonda di barbarismi, termini scientifici, parole arcaiche e neologismi. Si può tuttavia affermare che diverse sue poesie figurano senza dubbio tra le gemme più belle della poesia polacca.

Scrive il saggista Juliusz W. Gomulicki: «La sua poesia così originale ed eccentrica ricorda a volte le antiche sculture indiane con dieci gambe e dieci braccia…a volte un vasto giardino trascurato, dove i venti portano una massa di semi esotici, e dove col tempo cresce una rigogliosa vegetazione, composta non solo di rose, viole e tuberose, ma anche di erbacce e piante velenose…».

Tradusse molto, tra gli altri: Baudelaire (I fiori del male), Gautier, Heine, Puškin.

Sostanzialmente quasi sempre in urto con la critica, il poeta durante la sua vita non ricevette la meritata considerazione. Restò un creatore per iniziati. Morì a Varsavia il 25 aprile 1912 per un attacco cardiaco.

 

 

Poesie di Wacław Rolicz-Lieder tradotte da Paolo Statuti

 

Quando le campane svizzere eseguono una sinfonia: Oremus!

 

A Grindelwald-Lauterbrunnen, sulle radure delle Alpi Bernesi gli uccelli di neve,

in uno stormo grande come il mondo intero, si appigliano ai cigli delle rocce

scheggiate, e si sciolgono nelle cascate e nelle rapide montane.

 

I sentimenti di mia Sorella sono bianchi come gli uccelli di neve.

 

I pastori scendono a valle dietro gli armenti, e le mucche avanzano facendo

risonare la musica di vetro delle campanelle appese ai loro colli.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Da ogni parte scendono i pastori riunendosi tra loro, la mandria s’ingrossa sempre più, cresce di unità, di decine, di centinaia, come valanga che cade

dalla vetta della Jungfrau.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Mille mucche procedono sulla larga strada; la strada che percorrono odora

di stalla; ad esse si aggiungono altre mille e ancora mille.

 

Le facce degli alberi sono chiazzate di rosso.

 

Un sordo scampanellio riempie l’aria; gli  abitanti dei villaggi adiacenti gremiscono le facciate, attirati dall’orchestrina delle mucche.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Sui beni terreni regna la libertà.

Interlaken.

 

Robusti odori profumano l’aria.

 

Una fiera passione divora i nati in Autunno.

 

Bagliori rossodorati, cadendo dagli alberi, emettono un suono metallico.

 

I nomi delle pensioni non hanno l’anima.

 

Le rovine dei ricordi sono piene d’impiccati!

 

I pastori della comunità religiosa favellano nella valle, canuti vescovi sono

in mezzo a loro.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Il cielo è malcoperto di rame.

 

Una donna statuaria mi bacia sulle labbra.

 

Ville abbandonate e chiuse fanno pensare a un cuore dopo l’ultimo Amore.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Un numero enorme di armenti inonda i dintorni.

 

La luce pomeridiana è come il sorriso di una moglie adultera che muore.

 

Bambini rubizzi raccolgono castagne color mogano.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Passo per i giardini marocchini dell’infanzia.

Chi dipingerà il paesaggio? Colui che dirà una parola che riassume tutto.

 

Il patriarca dei pastori, poggiate le mani su un bastone, racconta la morte

di suo figlio.

 

Bagliori rossodorati, cadendo dagli alberi, emettono un suono metallico.

 

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

Tappeti di magnati ricoprono i prati.

 

Le narici delle donne, che hanno nervi, fremono al ricordo del petto peloso

di un uomo.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

E’ triste per un pastore morire nello scampanellio delle mucche svizzere.

 

Nei bazar di Bagdad sono distesi i tappeti davanti ai clienti.

 

Le mucche con sguardo filosofico osservano le valli.

 

Le giarrettiere delle mie amate si sono inebriate di amore dell’Autunno.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

E chi non s’inginocchia davanti alla sincerità, stia lontano dalla Poesia.

 

Il vento arruffa il nero boa di una dama che passa.

 

I pastori prendono il formaggio dai cestelli, coi coltellini tagliano tonde fette

di pane.

 

La gente in momenti diversi professa fedi diverse: Io ho la fede del Silenzio.

Mille Zingari battono piatti d’argento.

 

La famiglia si mette a tavola alla luce di una lampada.

 

E chi nell’anima artificiale dell’Autunno con violenza i propri sensi non introduce – non toccherà l’epico petto dell’amante.

 

Gli obelischi di Memnone salutano il sorgente Faraone della luce.

 

Sento il profumo del vapore che si diffonde da un piatto di patate schiacciate.

 

Bacerei l’Autunno attraverso le labbra di una donna, che in questo istante

volesse essere mia.

 

Mille calici di cristallo suonano in omaggio ai profumi dell’Autunno.

 

Magnifico è il poeta nel paganesimo dei propri sentimenti.

 

La più grande preghiera dell’Autunno è vezzeggiare una donna avvolta nella

pelliccia.

 

Nell’Universo un’enorme musica di accompagnamento:

 

Primo violino – un lungo soffio di vento.

Contrabbassi – il corso di torrenti impetuosi.

Violoncelli – la mia mente e il mio cuore.

Flauto e clarinetti – la voce lontana di bambini.

Tamburello – le campanelle delle mucche svizzere.

Tromba cromatica – il jodler dei pastori.

Organo – il rombo di lontane cascate.

Viole d’amour – il metallico fruscio degli alberi.

Vox humana – sento la voce della mia amata…

Vox humana – la Natura intera, la Natura!

 

– Osanna!

 

Credo

 

Io credo in Dio, nella terra, negli oceani,

Nei pianeti, nelle stelle, nel sole, nelle meteore,

In ogni cespo seminato dalla natura,

In ogni pianta, negli uccelli, in ogni creatura,

E nelle ceneri che la buona terra seppellisce,

Nell’amore, nel sogno e in me stesso.

 

Credo nella doppiezza innata del sangue umano,

Credo nella retta voce di colei che è di azzurro;

Nelle teste ornate di corona reale,

E nel vecchio libro di velluto delle preghiere;

In tutto ciò che da piccolo mi hanno detto:

Nella tradizione paterna e nelle virtù della conocchia.

 

Credo nell’ordine, che si dispone

Come sull’onda la crespa di un’altra onda;

Nella voce del vate, che racconta la saggezza,

Ma prima visse sette anni lontano dalla gente,

E credo nell’onore, che come antico bosco

Di larice non china la testa..

 

In diverse cose mirabili di questo mondo,

Celate da una cortina alla sapienza umana,

Che la mente dell’uomo non può conoscere,

Benché sia la corona di tutte le menti –

Davanti a queste cose mi chino con umiltà,

Credendo in ciò che la mente non può conoscere.

 

Credo che, come la lucerna di una vestale,

Svenendo dalla tristezza, a volte mi spegnerò;

Che la mia vita sarà una serie di lotte,

E il mio motto chiari colori della parola;

Che se anche nella tomba mi ridurrò in cenere,

I secoli al mio canto si scalderanno.

 

E credo fermamente che chi non crede

In se stesso e nei propositi fatti,

Non colpirà mai le stelle con la fronte,

Per il mondo non passerà, ma per le sue fessure,

E  neanche un verme lo toccherà nella tomba,

Il quale benché verme, pensa sempre a se stesso.

 

Credo che l’orgoglio innalzi l’uomo,

Ma che l’ostinazione lo getta in un abisso,

Dove nessun fiume attraversa la vita

Né s’introduce un fioco raggio di luna,

Dove l’oscurità intreccia cinture infinite

Per l’impotenza sepolta all’interno.

 

L’orgoglio è il fiore che sboccia nel giardino

Recintato da una ramificata virtù;

La virtù è il frassino nella cui frescura,

Quando la vita brucia, l’uomo desidera stare,

Pensando che, benché la vita l’offenda,

La virtù sorriderà dal morto volto.

 

 

Preghiera per organo

 

Svegliati, tu che mi hai condotto negli anni di solitudine,

O stella color smeraldo della mia vita – svegliati!

Svegliati, o bagliore di sfinge, già all’Angelus

Dal campanile della parrocchia suonano – svegliati!

Svegliati, profumano le erbe dei campi assonnati,

Le rane gracidano sull’acqua verde – svegliati!

Svegliati, l’occhio azzurro ha chiuso in sé le palpebre,

Al bacio della notte solenne – svegliati!

Svegliati, le mie braccia sono già alte per pregare ,

Si sono alzate come due uccelli bizzarri – svegliati!

 

 

Arlecchino

 

C’è un baule in casa mia, un baule scolorito,

Al ciarpame casalingo è destinato:

Baule pesante, di pelle, pieno di etichette

Incollate, a ricordo dei viaggi compiuti.

 

Da dove la prima volta è tornato, dov’è andato poi,

Non si sa; molti biglietti ha sul dorso:

E’ andato per terre e per mari, valli e montagne,

Subendo molti urti nel vasto mondo.

 

Benché al baule s’è piegato il coperchio arlecchino,

Benché non abbia più speranza di lasciare la soffitta,

Potrebbe ancora affrontare un viaggio, anche lontano,

Se sul dorso un nuovo porto gli incollerai.

 

Quando guardo questo baule in casa dimenticato,

Mi vengono in mente sciami di pensieri diversi:

Questo vecchio impolverato, consunto dai viaggi,

Con gli angoli scorticati – è la mia vita.

 

 

Ballata dell’onesta fanciulla

 

La mia amata ha gli occhi lacustri,

Occhi lacustri ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai occhi lacustri?

–  Se, girando in paesi lontani,

Incontrerai sui monti un lago verde,

Di’:

«In queste acque dorme una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha un corpo così bianco,

Un corpo così bianco ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un corpo così bianco?

– Quando sul visciolo cadrà una neve di fiori,

E l’occhio nel biancore pensante immergerai,

Di’:

«In questo fiore vedo una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha un sorriso vertiginoso,

Un vertiginoso sorriso ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un sorriso vertiginoso?

– Quando ti verseranno nel bicchiere una bevanda,

E il vino ti confonderà il pensiero,

Di’:

«In questo vino s’inebria una parte della mia vita.»

 

La mia amata ha capelli profumati,

Capelli profumati ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai capelli profumati?

– Quando passeggiando sulla ghiaia del parco

Sentirai il profumo degli aranci in fiore,

Di’:

«In questo aroma fluisce una parte della mia vita.»

 

La mia amata conosce una canzone stupenda,

Una canzone stupenda la mia amata conosce;

Come mai, mia cara, conosci una stupenda canzone?

– Quando, dopo la mietitura del nostro amore,

Sentirai questo canto in una strada appartata,

Di’:

«In questo canto singhiozza una parte della mia vita.

 

La mia amata ha un pugnale turco,

Un pugnale turco ha la mia amata;

Come mai, mia cara, hai un pugnale turco?

– Quando amerai, ti forgerai nella penna,

Ma tu, scrivendo di sera una poesia-preghiera,

Di’:

«In questa penna vive una parte della mia vita.»

 

 

Il campo di stoppie

 

Mia cara piena di tristezza! Quanta pena per te

Che porti il cuore come chitarra spezzata,

Dalle cui corde risuonano ancora vecchi canti,

Mentre nel frattempo Orfeo vaga nell’Erebo.

 

Oh, non piangere come piagnona alle esequie orientali

E non offrire alla tristezza sospiri in sacrificio;

Vuota piuttosto con coraggio la coppa della rinuncia,

Se puoi, dimentica l’efebo del cuore.

 

 

Una volta al caro petto amorevolmente stretta,

Coi pensieri volando via nei quieti cieli,

Al futuro insondabile guardando con timore –

 

Come chi raccoglie le  stoppie, coi capelli arruffati,

Vieni nel campo abbandonato del nostro amore,

Con cura cogliendo le spighe rimaste dei ricordi.

 

 

Agli occhi viola

 

Posando lo sguardo sui tuoi occhi viola,

Scorro coi pensieri in una distesa dello spazio,

E dietro di me tacciono lontano

Chiassose turbe di deluse inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Dio mi ha mandato i tuoi occhi viola,

Perché abbandonassi la mente nello spazio,

E quando la sera la sua triste oscurità riversa,

Io non provassi amarezza, né inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Bacio i tuoi occhi viola

E scorro in qualche distesa dello spazio,

In silenzio, tranquillo e fiducioso, credente,

Come se non conoscessi le cupe inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

Oh, se potessi, fissando i tuoi occhi viola,

Scorrere in una distesa dello spazio,

E così per caso, una volta sola, non volendo,

Morire, senza più dolori e inquietudini:

Le inquietudini sono ragazze folli, e chi

Presta loro ascolto è cento volte più folle.

 

 

Al sorriso di mia sorella

 

 

I

 

La grotta azzurra – grotta creata per sognare.

Nella grotta danzano cerulei folletti.

 

Un rosario di canti cantilene.

Cantilene di cantilene, solo cantilene!

 

Roselline selvatiche in un parco trascurato.

Le rose eglantine incensano il sole spento.

 

Dio è munifico, munifico! Alla kierim!

Un’araba mi porta una marmellata di rose.

 

I folletti danzano una gavotta nella caverna.

Non i folletti io tocco, ma i raggi di luce.

 

II

 

O semplicità del salterio di Czarnolas!

 

«Se il mio sorriso vale un ducato, prendilo,

Vendilo e paga la tua Musa!»

 

III

Oh, bambino!

 

Il succo di un dorato limone sulle sabbie del Sahara

Vale più dei tesori dei Califfi.

 

IV

 

Conosco Antigone, conosco Lilla Weneda…

 

«Che ti dà la gente, o Musa, che ti danno gli onori,

Quando metti la testa nelle braccia del mio impoverimento.»

 

V

 

Mia egregia signora!

 

La mente è un barile di polvere; la miccia è il ricordo di un sorriso.

 

VI

 

Vedo la grotta – le lettere runiche sono a oriente.

La Sfinge dalla testa femminea si erge tra le caverne.

Ho immerso la mano nei capelli della Sfinge e così resto.

Il signor Mikołaj Gomółka suona i salmi nella cattedrale.

O mia volontà, inginocchiati! Voglio che la Sfinge parli.

 

Veduta piovosa

 

La pioggia piange; buio; la luna in una pozza di nubi

E’ annegata, liquefando gli occhi elettrici;

Nebbie vaporose lungo i sentieri di colline bagnate

Errano come ragazze sonnambule in camicia.

 

C’è una casa misteriosa sotto un colle,

Senza luce e senza voce, senza traccia di cura…

Alle finestre con persiane le tende sono calate,

Come palpebre stanche sugli occhi sognanti.

 

La pioggia piange come il cuore di una donna matura,

Quando dice addio all’amore eliotropico;

E il mondo intero, avvolto da opprimente umidità,

S’è incupito, intento all’ascolto di un singulto troncato.

 

E una strana figura, avviluppata nei veli,

Bussa piano alla porta della casa che tace

E aspetta, e di nuovo bussa, e aspetta incurvita,

Fondendosi col buio in una macchia rattristata.

 

Io sono un satiro

Io sono un satiro, che per latine

Strade  errando, in Grecia è tornato,

Senza piedistallo s’è seduto in un bosco

Con una catena di piccoli cuori al collo,

E allorché il silenzio gli alberi avvolge,

Tra gli aromi del bosco in sarmatico canta.

 

Canto ciò che ho vissuto, ciò che ho perduto

E ciò che ho sognato con le ninfe dal corpo

Roseo, la sera, e ciò che ho sussurrato

Alle orecchie delle ninfe nell’impeto d’amore,

E ciò che un tempo a loro non ho detto,

Perché allora io non tutto sapevo.

 

E quando accanto a me pei sentieri del bosco

Vanno lentamente con le grigie brocche

Tristi donne e spensierate fanciulle

Alle fonti, dove l’acqua argentea piange –

Il mio sangue fuma come i camini,

Quando dai campi tornano gli aratori serali.

 

 

(Paolo Statuti)

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

Stanisław Korab-Brzozowski

18 Lug

 

Stanisław Przybyszewski con la moglie Dagny

Stanisław Przybyszewski con la moglie Dagny

 

 

   Stanisław Korab-Brzozowski nacque nel 1876 a Lakatia in Siria e morì a Varsavia nel 1901. Poeta e traduttore, rappresentante del fin de siècle nella letteratura della Giovane Polonia. E’ considerato uno dei principali creatori del decadentismo, maestro della forma e dello stile poetico. Della sua breve vita si sa ben poco. Figlio del poeta romantico Karol Brzozowski e fratello di Wincenty Korab-Brzozowski, anche lui poeta. Apparteneva alla cerchia della bohème di Stanisław Przybyszewski (1868-1927), romanziere, drammaturgo e saggista, una delle figure più controverse di tutta la storia della letteratura polacca. Di se stesso Przybyszewski scrisse: “Sono soltanto una meteora che per un istante brilla, per un istante minaccia e spaventa l’umanità, e poi improvvisamente scompare – ma sono felice di vivere con questa convinzione”. Sulla sua tomba sono scritte le parole “Meteora della Giovane Polonia”. Stanisław Korab-Brzozowski era legato alla rivista Chimera. Nel 1901 il poeta mise in atto un suicidio d’effetto, forse per una delusione amorosa legata a un tragico triangolo con la bella norvegese Dagny, moglie di Stanisław Przybyszewski e il giovane Władysław Emeryk, che poi uccise Dagny, suicidandosi a sua volta. Tadeusz Boy-Żeleński (1874-1941) ricorda: “Poco prima di morire vendette i suoi modesti beni e organizzò una cena, alla quale invitò un gruppo di amici. Alle prime luci dell’alba lasciò i suoi ospiti, per non fare più ritorno. Quando cominciarono a cercarlo, lo trovarono morto sul pavimento. Si era avvelenato.

La sua creazione poetica è concentrata nel simbolismo. Spesso creava i cosiddetti paesaggi mentali, si serviva della sinestesi e della sintesi delle arti, tipica del modernismo. Dopo la morte le sue poesie sparse in diverse riviste furono pubblicate con il titolo Prima che il cuore taccia (1910). Tradusse tra gli altri Baudelaire e Verlaine.

 

 

 

 

 

Poesie di Stanisław Korab-Brzozowski tradotte da Paolo Statuti

 

Il vuoto

Un albero solitario, spoglio,

Alza le sue scarne braccia,

Manda aspri inni di sconforto

Al cielo color acciaio del vuoto.

 

Sotto l’albero una croce corrosa,

Su di essa Cristo agonizza,

Levando i suoi occhi disperati

Al cielo color acciaio del vuoto.

 

Sotto la croce la mia anima sofferente

Dal nero abisso del suo nulla

Invia i suoi folli desideri

Al cielo color acciaio del vuoto.

 

La filatrice

 

Sulle corde tese della pioggia

Il vento sospira, geme e singhiozza;

Sui morbidi sudari di ragnatele

La principessa singhiozza.

 

La sua mano leggera e vivace,

Rapida come volo di bianche nubi,

Compone il filato dei miei desideri

In un disegno mirabile.

 

E i fiori tolti alla mia primavera,

Il verde dei prati già morti,

Di nuovo ardono risuscitati con amore

Dalla magia delle sue mani.

Oh, vieni!

 

Oh, vieni in autunno –

indossa una veste leggera, bianca, vaporosa,

come ragnatela;

getta sui tuoi capelli d’ebano

perle di rugiada,

splendenti di freddi colori

come arcobaleno.

 

Oh, vieni in autunno –

avvolta nel mesto, malinconico lamento

delle gru,

che volano lontano nel grigio abisso dei cieli,

che profuma

come i fiori, che il gelo

fa sanguinare.

 

Oh, vieni in autunno –

nell’istante assonnato, incerto dell’imbrunire –

e le tue mani

diafane, morbide. odorose

sulle sofferenti

tempie posami

o Morte!…

 

Preghiera

 

O Dio, infondimi forza e coraggio!

Davanti a me il nero abisso della morte si apre;

Il mio spirito crolla e l’anima vacilla

Alla vista dei vili demoni della vittoria.

 

 

 

Dio, io Ti adoro non con le parole

Che ogni giorno ripetono le folle;

Nei Tuoi templi un sacerdote non mi assolve,

E davanti a una statua io la testa non chino:

 

Ma Tu sai Signore, che ti prego

Con una prece ardente, anche se non è un pater,

Sulle ali la mia anima tende a Te,

Anela a Te nella fredda tomba della vita!

 

Tu sai, o Dio, che io amo la gente,

Che per essa potrei sacrificarmi sul rogo,

Come i martiri ispirati dalla Tua fede;

Sai che la sofferenza non sopirà il coraggio!

 

Ma Tu sai anche, come soffre il mio cuore,

Se nessuno crede nell’amore e nel sacrificio;

Sai, quanto soffro, se la coppa dell’amarezza

E’ offerta da beffardi che per giunta ridono!

 

Non conosce Dio

 

Chi non ha conosciuto l’ora cupa della nostalgia

E le lotte interiori con l’uragano dell’anima;

Chi non ha provato nell’anima i dardi del dolore

E non ha tremato davanti al vulcano degli affetti:

Non conosce Dio!

 

Chi non ha pianto alla vista di un disperato

E non ha asterso le lacrime a un fratello che piange;

Chi non ha guardato le tombe di un cimitero

E chi non ha i ricordi di un triste fiore:

Non conosce Dio!

 

 

Chi al di là di se stesso non vede più il mondo;

Chi non si è riconosciuto nell’Armonia universale

Come tono che dallo spirito del Gran Maestro si leva,

E risuona di gioia, o agonizza tra i lamenti:

Non conosce Dio!

 

Chi sopporta le catene del servilismo;

Chi con paura striscia ai piedi del tiranno,

E con le vergognose parole dello schiavo

Imbriglia l’alto slancio del suo spirito:

Non conosce Dio!

 

Chi non ha chiesto consiglio alla voce del cuore,

E soltanto dalla ragione si fa guidare;

Chi agli altri non ha portato vita, ma terrore

E chi è sicuro di non poter mai sbagliare:

Non conosce Dio!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Jan Kasprowicz (1860-1926)

14 Lug
Jacek Malczewski: ritratto di Jan Kasprowicz

Jacek Malczewski: ritratto di Jan Kasprowicz

Jan Kasprowicz (1860-1926), poeta, drammaturgo, critico, traduttore, uno dei principali rappresentanti del neoromanticismo polacco, noto sotto il nome di Młoda Polska (Giovane Polonia).

Nelle sue prime opere si avverte l’influenza del romanticismo inglese e della filosofia tedesca, ad esempio nel poema Giordano Bruno (1884), successivamente fu vicino al naturalismo, affrontando la tematica contadina, come nel ciclo di poesie Dal casolare (1887): 40 sonetti, scritti nella prigione di Wrocław, ove era stato rinchiuso per la sua partecipazione a organizzazioni giovanili clandestine socialiste. Ricordiamo anche le opere filosofico-religiose, quali Cristo (1890) e Anima lachrymans (1894). Dal 1891 Kasprowicz aderì al modernismo, tra l’altro con le raccolte Amore (1895) e Il cespo di rosa canina (1898), considerata uno dei capolavori di questa corrente, che fa di Kasprowicz il principale rappresentante del simbolismo letterario polacco. Il periodo successivo è l’espressionismo, evidente negli inni Al mondo che perisce (1902), Salve Regina (1902), nonché nel poema drammatico Il banchetto di Erodiade (1905) e nel volume di prosa poetica Il valoroso cavallo e la casa che crolla (1906). In questa fase della creazione di Kasprowicz è significativa l’influenza del folclore e del primitivismo popolare, come ad esempio nella Ballata del girasole (1908), e in seguito del francescanesimo, come negli Istanti (1911) e Il libro dei poveri (1916).

Nella mia versione pubblico qui i 4 sonetti che danno il titolo alla raccolta Il cespo di rosa canina. Da notare come quest’opera di Kasprowicz sia intrisa di simbolismo e di impressionismo. Quest’ultimo è evidente soprattutto nella descrizione del paesaggio in diverse ore del giorno, nonché nel gioco dei colori e della luce. Viene in mente il ciclo di quadri di Claude Monet La cattedrale di Rouen, dipinta in varie ore del giorno.

I poeti della Giovane Polonia cercavano spesso ispirazione nella natura. Le loro descrizioni diventavano simboli delle sensazioni interiori o delle loro riflessioni. I 4 sonetti in questione non sono quindi soltanto poesia del paesaggio, ma soprattutto una rappresentazione simbolica della lotta per la sopravvivenza. La rosa sopravvive, malgrado l’aridità del terreno e le condizioni atmosferiche avverse dei monti Tatra, dove il cespo cresce. La rosa è una allegoria dell’uomo, che nonostante le avversità del destino lotta per sopravvivere. Ad essa è contrapposto il cembro che giace tarlato e coperto di muffa – simbolo del trascorrere del tempo e della ineluttabile fine. Kasprowicz si serve della natura dei monti per illustrare la dualità del destino umano, il dilemma della vita e della morte, del bene e del male, della speranza e della disperazione. La rosa simboleggia l’amore e la vitalità, è sola, pensierosa, assonnata, è consapevole della sua fragilità, teme la bufera e per questo cerca riparo stringendosi alla fredda roccia, alla fine si addormenta coperta dalla rugiada. Il cembro che le giace accanto è il secondo protagonista di questi sonetti. Tarlato, ammuffito, abbattuto dal vento durante la bufera, è il simbolo della vecchiaia, della morte, del disfacimento – la sconfitta dell’uomo ad opera delle ineluttabili leggi di natura. La fine dell’esistenza del grande e forte cembro e la resistenza della rosa sopravvissuta alla tempesta, suggeriscono una interpretazione filosofica: condizione per sconfiggere le avversità del destino non è la forza fisica, ma la forza spirituale, la consapevolezza della fragilità dell’esistenza e la gioia di vivere ogni momento.

 

 4 sonetti “Il cespo di rosa canina” di Jan Kasprowicz tradotti da Paolo Statuti

 

                        I

Tra scuri ammassi di detriti,

Un cespo di rosa canina

I grigi macigni arrossa,

Là, tra gli stagni insonnoliti.

Ai suoi piedi un rigoglio erboso,

Un groviglio di pini nani

Fa da bordo ai grandi massi,

Di fianco a un picco scivoloso.

Pensoso, assonnato, solitario,

Della fredda parete al riparo,

Il cespo sa d’essere indifeso.

Silenzio… Anche il vento è fermo,

Soltanto un cembro si corrode

Accanto alla rosa disteso.

                     II

 

Il sole nell’aria cristallina

Illumina le rocce di granito,

Il bosco scuro è avvolto

Da una lieve nebbiolina.

Scroscia sulle rocce il torrente,

Corre come cintura argentata,

Attraverso la nebbia e l’azzurro

Come un sospirar si sente.

Negli anfratti, nel quieto riparo,

Tra le creste al sole arde chiaro

Il cespo di rosa nel frusciare…

Si stringe alla rupe timoroso,

E il cembro dalla muffa è roso,

Steso dal soffio del temporale.

                      III

 

Paure! Sospiri! Amarezze

Pervadono l’inconsapevole

Immensità dell’aria!… Lassù,

Alla luce e all’ombra delle vette

Un branco di camosci bruca;

Avido di voli ultraterreni

Un uccello spiega le sue ali.

La marmotta fischia in una buca.

Tra erbacce e rami abbattuti,

Rimpianti, diletti perduti,

Si stringe il cespo della rosa.

Accanto, vittima del fato –

Il cembro a terra rovesciato

Dalla bufera furiosa.

                        IV

 

O lamenti! O sospiri dolorosi!

O strani, arcani timori!…

Un fresco profumo di erbe

Dai campi tra i monti rocciosi.

Echi di suoni nell’aria,

Quasi fossero d’altri mondi,

Scorrono sulla rugiada

Che il velluto dei campi ripara.

Il cielo si tinge di giada,

L’umido bianco della rugiada

Brilla sui fiori del cespo.

E un quieto soffio le gocce

Fa scendere lente sul cembro,

Che giace corroso e riverso…

(C) by Paolo Statuti