Susanna Alfonsovna Ukshe

24 Lug

    

La poetessa e traduttrice russa Susanna Alfonsovna Ukshe, nata da genitori tedeschi di confessione luterana, quando era in vita e anche per molti anni dopo la morte, è stata del tutto ignorata, se si escludono solo 9 poesie apparse in varie raccolte e antologie soprattutto negli anni ’20. Finalmente nel 2007 è uscito per la prima volta il volume di centoventi sue poesie selezionate, intitolato Legami d’argento della poesia, con una prefazione della scrittrice Elena Viktorovna Aljokhina. Lo ha stampato la Casa-museo di Marina Cvetaeva di Mosca, purtroppo in sole mille copie, e anche per questo ora sembra essere introvabile. Sono felice di questa scoperta, sia da parte dei Russi che da parte mia, e cercherò di spiegare perché nel testo che segue e nelle dieci poesie che ho tradotto per il mio blog musashop.wordpress.com.

La famiglia Ukshe, Susanna è la prima a sinistra con la mano sulla spalla del padre

     Nacque il 1 luglio 1885 nel villaggio di Grabovo, provincia di Penza. Nel 1905 si diplomò al liceo classico femminile di Murom, dove la famiglia si era trasferita e il padre era diventato proprietario di una tenuta nel villaggio di Mežišči nel distretto di Murom. Dopo il diploma restò nel liceo come insegnante di tedesco e francese. Nel 1908 partì per San Pietroburgo, dove si laureò al Dipartimento di Economia dei Corsi superiori commerciali “M.V. Pobedinskij”, e nel 1913 alla Facoltà di Giurisprudenza dei Corsi superiori femminili.

     Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, lasciò Pietroburgo e tornò a Murom. Nel 1918 la tenuta del padre fu saccheggiata e la madre, non reggendo al dolore, si sparò. La vista del corpo della madre, disteso sul pavimento della veranda ricoperta di rampicanti, la perseguitò per il resto della sua vita:

Stringerà il cuore come una cara mano

E risveglierà di nuovo il passato.

E ancora… Una fuga di stanze…

Sul pavimento il sangue versato…

     Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1919, visse a Baku. Negli anni ’20 e ’30 lavorò in diversi enti statali. Nel luglio del 1941, a causa delle sue origini tedesche, fu mandata in esilio a Baškiria. Sfruttando le sue conoscenze, riuscì a trasferirsi ad Alma-Ata, dove sperava di trovare lavoro. Tuttavia, tranne qualche saltuaria traduzione, non riuscì mai a trovare una occupazione stabile. Morì di consunzione il 7 febbraio 1945 in un ospedale di Alma-Ata.

     Morì con un’amara e serena profetica certezza che prima o poi le sue poesie sarebbero arrivate al lettore:

Adesso dormi coi tuoi amici.

Non importa quando il turno verrà

E il nome del poeta dimenticato

Le ceneri di dosso si scuoterà..

     A Mosca era vicina alla cerchia della Dimora letteraria e dal 1921 fu membro dell’Unione dei Poeti di tutta la Russia. Si considerava una acmeista. Fu fortemente influenzata dalla poesia di Aleksej Lozin-Lozinskij, del quale era amica fin dai tempi di San Pietroburgo.

     Ricordiamo in particolare il ciclo dedicato alla memoria di N.S. Gumiljov e le poesie per le persone amate, morte tragicamente: il poeta Aleksej Lozin-Lokinskij che si suicidò e l’ufficiale di marina Andrej Sinitsyn che fu fucilato. Molte poesie degli anni ’20 e ’30 sono un luttuoso grido per i defunti, una preghiera per loro.

     Prima di partire per l’esilio Susanna Ekshe riuscì a lasciare i quaderni con le sue poesie ai suoi amici più cari. Inoltre alcuni versi scritti durante la guerra vennero recuperati dalle lettere, perché i taccuini di quel periodo furono rubati alla poetessa. La depositaria del patrimonio poetico di Susanna, prima della sua morte avvenuta nel 2004, lo trasferì all’archivio municipale di Mosca. Ed è così che è stato possibile arrivare alla pubblicazione del 2007.

     Adesso aspettano di vedere la luce, oltre ad altre poesie eventualmente    ritrovate, anche le sue traduzioni di Dante, Petrarca, Shakespeare, Heine e Wilde, nonché le sue poesie scritte in lingue straniere: inglese, francese, tedesco e italiano. Probabilmente fu grazie all’influenza di Lozinskij, che negli anni ’20 apparvero solo alcune traduzioni di Dante e Petrarca.

     La poetessa Elena Trepetova in un suo articolo intitolato La restituzione di un poeta, scritto dopo l’uscita della raccolta, afferma: «Conoscere la sua poesia è affascinante. Si tratta realmente della restituzione di un nome nuovo alla letteratura, ingiustamente dimenticato, degno di stare alla pari coi nomi di Akhmatova, Gumiljov, Vološin… Sono poesie semplici, cesellate, estremamente sincere, fedeli alla tradizione classica… Questa poetessa crea versi di una bellezza equilibrata e rigorosa…Tra le poesie incluse nella raccolta, ce ne sono molte intrise di sincera religiosità, che possono essere definite preghiere, come ad esempio L’icona della Madonna di Vladimir… Per tutta la sua vita, attraverso gli anni del comunismo e del totalitarismo, Susanna Ukshe ha portato la fede in Dio nel suo cuore e nella sua creazione…Ciò è dimostrato dalle sue poesie di dolore inginocchiato, dal suo cuore contrito e pregante».

     Sono felice di avere incontrato questa poetessa a me così affine. Sento che mi sta aspettando. Sarà lei ad accompagnarmi e sospingermi “come un’onda verso l’ultima sponda”.

Poesie di Susanna Alfonsovna Ukshe tradotte da Paolo Statuti

Mojka

Dorme il Mojka di notte in primavera

Come larga fascia d’argento.

E dormono gli edifici olandesi –

Del terribile Pietro l’intento.

Il castello lituano bruciato

(«Ah, se i vecchi sorgessero ora…»)

E le colonne rosso-scure

Che lo specchio del fiume scolora.

Gli alberi emanano dolci spezie,

Sotto la volta le navi si gelano.

E il granatiere col casco d’orso

Sembra come uno spettro lontano.

1917

*  *  *

Il balcone è coperto di foglie appassite,

Tra gli alberi un fruscio misterioso,

E il caro aroma degli amati fiori

Non disperderà il pensiero penoso.

Presto l’autunno, come freddo ospite,

Verrà guardando il vecchio balcone,

E una patina porporina coprirà

Le foglie di vite sulle colonne.

Anneriranno le fragranti erbe dei prati,

Le mie rondini dovranno migrare. –

Il triste inverno sotto il peso delle nevi

In qualche modo si dovrà passare.

1917

*  *  *

Saluto, o vento libero e freddo,

Sul fatale fiume la tua voce.

Quante barche di notte si staccarono

E i vecchi facevano il segno di croce.

Vento! Vento! All’alba tra gli scogli

Di Finlandia tu facevi la ronda,

Coprendo di rabeschi iridati

I cadaveri illividiti nell’onda. *

Non hai visto il poeta russo?

Era snello, esile e slanciato.

L’estate scorsa – forse al petto

O alla tempia – gli hanno sparato.

Se l’hai visto…Ascolta, vento caro,

Là dove i pini sussurrano i loro canti,

Prepara una tomba gioiosa

Sulla sabbia tra i giunchi fruscianti,

E copri il corpo martoriato

Di spumosi umidi pizzi,

E il nembo della piaga annerita

Bagna con dorati sprizzi…

1921

* Si diceva che i bolscevichi caricassero i cadaveri dei giustiziati sulle barche e li scaricassero nel Golfo di Finlandia. Impressionata dalla morte di Gumiljov e da questa versione, Susanna Ukshe scrisse questa poesia, che considerava uno dei suoi testi migliori.

Dove ormeggiare la mia barca?

Dove ormeggiare la mia barca?

In nessuna strada posso andare.

A me stessa e alla mia angoscia

Da nessuna parte posso scampare.

Sul petto del Volga indorato,

A Baku, nella sua bellezza,

Nelle onde verdi del Caspio

Ho incontrato la mia tristezza.

Stringerà il cuore come una cara mano

E risveglierà di nuovo il passato.

E ancora…Una fuga di stanze…

Sul pavimento il sangue versato…

Soffocante è la polvere da sparo,

E non puoi coricarti da nessuna parte –

Non un suono intorno, non un fruscio,

Solo la croce delle candele che arde.

1921

Carovana a Baku

                                    A K.S. Kurbatova

Le strade erano ebbre di verbena,

Dall’ardente Sud il vento soffiava.

Sotto la finestra in tintinnante carovana

La fila dei dromedari avanzava,

A passo cadenzato, pigramente,

Di tappeti variopinti ornata,

E dietro come cornice di smeraldo –

Scorrevano le onde della baia assolata.

C’erano donne brune a piedi scalzi,

Arse dal respiro dell’estate.

Ai polsi brillavano i braccialetti,

Le trecce sotto i chador arruffate.

E col turbante, con boria e austero,

Con la barba tinta di china,

Il proprietario, su una gobba di tappeti,

Scaldava al sole la larga schiena.

Si alzava la polvere dietro la carovana,

I sonagli tintinnavano distanti.

Le strade erano ebbre di verbena

E i fiori sui marciapiedi erano tanti.

1921

*  *  *

Capirà un postero i giorni passati,

Cosa abbiamo vissuto un nipote capirà?

Come di notte crepitava la mitragliatrice –

Un breve grido si levò dall’oscurità.

E i bambini battevano amaramente le ciglia,

E ciò che era natio di nessuno è diventato –

E non sappiamo se era vino o sangue

Ciò che sulle strade era colato.

E sotto i ponti si ghiacciavano i cadaveri –

Della grigia Nevà i pontoni ammutiti –

E c’erano macchie di sangue sui bordi,

Come deformi fiori anneriti.

1923

Tempi violenti! Grandi e sanguinosi

Tempi violenti! Grandi e sanguinosi, –

Quando la terra dai marmi tornava viva,

E ogni giorno nuova gloria portava,

E ogni giorno la trascorsa seppelliva.

Tutti parlarono col piombo e con l’acciaio,

E il fratello contro il fratello si armò,

E i bambini smisero di sorridere,

E all’alba più nessuno il sole salutò.

Perdemmo l’usanza di guardare il cielo,

Di notte gli astri non erano veduti;

E ognuno sognava un tozzo di pane,

La calda carezza dei nidi perduti.

E tutti conobbero miseria e freddo,

La bocca del fucile, la prigionia,

La fame inaudita e insopportabile,

Le tenebre e la paura della follia. «…»

1926

L’icona della Madonna di Vladimir

Velluto nero nell’oro, con un bordo,

Il viso pallido e affranto.

Resto immobile, muta,

Senza forze per spezzare l’incanto.

E non oso staccare lo sguardo da lei,

Che più volte ho potuto guardare,

Dal suo abito severo

E dagli occhi che sembrano parlare.

La mano scura stringe teneramente

Il bambino nel suo abituccio dorato,

Il mesto sopracciglio sul naso sottile,

E da tale angoscia il labbro è segnato.

E non invano la imploravano

Le generazioni di tanti anni fa,

Confidando nella sua misericordia,

Per scampare ad ogni calamità.

Chi ripeterà le ferventi preghiere

Sussurrate interminabili ore?

Non è riflesso nel contorno degli occhi

Il proprio e l’altrui dolore?

Centinaia di anni il popolo sofferente

È venuto da te con amore e speranza.

Per questo negli occhi offuscati

Il tuo cuore materno canta?

Per questo il volto è raggelato di pianto,

Per questo il tuo sguardo è pietoso,

Perché sempre a te un infelice

Il suo tormento portava fiducioso?

1933

*  *  *

Dietro il muro il gelo s’inasprisce,

Il vecchio cane è accoccolato ai piedi –

In una sedia sprofondata

Mi avvolgo in un grande plaid.

È bello presso la calda stufa

Nei versi altrui annegare

E col divino Petrarca

Nei secoli richiamare.

Lasciando cadere le parole,

In un silenzio certosino,

Le gemme di Gumiljov

Spandere fino al mattino.

E poi, con un suono lontano,

Alla finestra smarrito,

In un letto singolo

Ascoltare in sogno uno spartito.

1934

L’ultima cosa

Finalmente l’ultima pagina è giunta.

Il quaderno è finito. Le parole stilate.

Cinque lunghe stagioni come breve riga

Con passo pesante sono passate.

Ora solo nel ricordo del poeta

Troveranno pace in un cassetto,

E aspetteranno ancora decenni,

Finché non cesserà il buio predetto.

Tanti canti nella stessa tomba

E non pochi ce ne saranno ancora…

Erano come uccelli dorati e adesso

Sono tornati nella mia memoria.

Anche tu vivevi – eco dei moti del cuore,

Quaderno smarrito e ritrovato…

Tante volte hai visto il mio dolore

E a sopportarlo mi hai aiutato.

Adesso dormi coi tuoi amici.

Non importa quando il turno verrà

E il nome del poeta dimenticato

Le ceneri di dosso si scuoterà.

1939

(C) by Paolo Statuti

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