Władysław Sebyła

9 Ago

    

Poeta, critico letterario, patriota, sottotenente di fanteria dell’Esercito Polacco. Nacque il 6 febbraio 1902 a Kłobuck, nei pressi di Częstochowa. A tre anni perse la madre e nel 1910 la famiglia con la matrigna, che egli non amava, si trasferì a Zagłębie Dąbrowskie, dove suo padre era stato assunto come insegnante. Cominciò a scrivere versi all’età di 8 anni e fin dall’infanzia rivelò uno spiccato talento rinascimentale per le arti: sonava il violino e il pianoforte, dipingeva soprattutto paesaggi e ritratti e componeva anche. A volte sorprendeva gli amici appassionati come lui di musica, sonando al violino composizioni per pianoforte, in particolare di Chopin.

     Terminò la scuola elementare a Będzin e in seguito il ginnasio a Sosnowiec nel 1921. Prima ancora della maturità però, prese parte alla terza Insurrezione della Slesia, e per essere arruolato falsificò la data di nascita di due anni. Dal 1927 fece parte del gruppo letterario “Quadriga” e fino al 1931 fu redattore della rivista omonima.

     Debuttò nel 1927 col ciclo Preghiera, inserito nella raccolta Poesie, insieme con Aleksandr Maliszewski. Il critico e storico della letteratura Jan Józef Lipski lo giudicò un “debutto notevole e maturo…saturo di spirito francescano”.

     Nel 1928 si sposò con Sabina Maria Krawczyńska e un anno dopo nacque il suo primo e unico figlio Maciej. All’inizio degli anni ’30 ottenne una borsa di studio del Fondo di Cultura Nazionale, grazie alla quale visitò una parte dell’Italia e Parigi. Nel 1935 iniziò a lavorare alla Radio Polacca, come responsabile di un programma letterario. L’anno dopo di trasferì a Magdalenka, dove iniziò per il poeta un periodo tranquillo e felice, che tuttavia doveva durare soltanto 3 anni. Nel 1930 uscì la seconda sconvolgente raccolta Canti di un acchiapparatti, saturo di pietà per la sofferenza umana e d’impotente rivolta. Nella terza raccolta Concerto egotico (1934) appare il suo interesse per la poesia metafisica. Essa e la successiva Immagini del pensiero (1938) proseguono l’indirizzo iniziato da Sebyła nel suo primo libro. Ognuna di queste opere rappresentò un evento letterario. Nello stesso 1938 il poeta fu insignito del Lauro d’oro dell’Accademia Polacca delle Lettere. Fu il più serio rivale di Gałczyński e Czechowicz al tempo dello Skamander, ed esercitò una indubbia influenza sui poeti delle generazioni successive: Miłosz, Baczyński, Borowski. Gaicy e altri.

     Oltre alla sua religiosità, i critici richiamano l’attenzione sul suo amore per Norwid, nonché  sulla sua tendenza alla semplicità formale e alla sua comunicativa. Inoltre non sono estranei alla lirica di Sebyła stati d’animo pacifisti, simbolisti e catastrofici.

     Nell’estate del 1939 il sottotenente Sebyła fu chiamato alle armi. Dopo l’invasione della Polonia da parte dell’URSS il 17 settembre di quell’anno, fu fatto prigioniero dai sovietici e trattenuto nel campo di Starobielsk. Gli ultimi giorni di vita del poeta sono rimasti a lungo segreti. Si diceva però che fosse morto a Katyń. Questa versione fu avvalorata da Miłosz nel suo Trattato poetico (1957):

L’ultima poesia (1) dell’epoca era in stampa.

E il suo autore, Władysław Sebyła,

Amava di sera prendere dall’armadio il violino,

Mettendo la custodia vicino ai libri di Norwid.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

In questa poesia, come testamento,

A Światowit (2) paragonava la patria.

Si avvicina l’alba e il rullo dei tamburi

Dalle pianure dell’est e dell’ovest,

Ed essa sogna il ronzio delle sue api,

I pomeriggi nei giardini delle Esperidi.

Per questo, Sebyła, ti sparano alla nuca

E ti seppelliscono nel bosco di Smoleńsk?

(1) Vedi l’ultima poesia da me tradotta datata 1939.

(2) Divinità degli Slavi polabiani.

     Soltanto nel 1990 il governo sovietico ammise che la responsabilità del massacro di Katyń spettava alla polizia politica sovietica (NKVD) – uno dei maggiori crimini dello stalinismo, in cui furono uccisi migliaia di ufficiali polacchi, tra i quali il sottotenente Władysław Sebyła nel maggio del 1940.

Poesie di Władysław Sebyła tradotte da Paolo Statuti

I poeti

Le sere nei dorati caffè, nel fumo azzurro del tabacco,

Chiacchierano sonnolenti i poeti ingannati, inutili a tutti.

Ingannati dalle quattro stagioni e dalle giovani foglie,

Ingannati dalle aurore, dall’oro delle livide onde al tramonto.

Ingannati dalle bufere di neve e dal fragore dei venti,

Dalla sofferenza, dalla pietà, dalla morte, dall’amore e da Dio!

Hanno ingannato: il ferro e il cemento e il rombo degli aerei,

I bulloni delle navi che fendono l’acqua e le rotazioni stellari.

Hanno ingannato: i loro cuori, la tristezza fugace e la gioia,

La rabbia come fiume in piena e il sangue che sgorga dalla gola.

Li hanno ingannati gli assalti e l’acqua putrida delle trincee,

Il ghigno dei proiettili, i cadaveri di uomini giovani e sani,

I preti e i capi, gli operai, i mendicanti e gli scienziati,

Le ali delle rondini e i raduni dei passeri in autunno.

Gli erranti impietriti dal gelo hanno imbiancato a loro gli occhi,

Il sole dei tropici ha forato gli occhi vuoti con chiodi dorati.

Adesso vanno di giorno come spie sulle strade asfaltate

E leggono subdoli pensieri negli occhi dei fratelli incontrati.

Leggono la falsa tristezza, la felicità inutile, irragionevole.

La sorda pietà piega loro i colli, la rabbia repressa stringe i pugni.

Come antenne solitarie sentono frusciare il cielo e piangere le nubi,

Sentono l’urlo delle sirene, il getto della calce sul fresco muro rosso.

Ascoltano milioni di formiche che frugano nell’erba bassa del bosco,

Il sole mai stanco che lancia come granate i suoi raggi sul selciato.

Il verde Atlantico che si agita, il bosco che ulula piegato dal vento,

Il gas invisibile che fugge nelle gallerie della miniera “Kleofas”.

Sussurrano orribili bestemmie e preghiere quiete come uno stagno,

Ardenti come fuoco che si propaga, frementi come mare di erba.

Sussurrano il canto dell’ovest e il canto della segala matura,

Il canto dei ghiacci infranti nella Vistola e del melo che sfiorisce.

Sanno che non giungeranno in cielo le parole intrecciate di canapa,

Che scorre senza sosta il fiume che in silenzio tutto sommergerà.

Che l’eternità inghiottirà le loro parole e le loro dolci preghiere,

E bestemmie e maledizioni grideranno le stelle con la loro luce viola.

Le sere nei dorati caffè, ridendo con il riso solare dei bambini,

Siedono nei densi fumi del tabacco – i poeti ingannati.

Solo una volta i cespugli…

Solo una volta i cespugli stanno nella bianca neve dei fiori.

Gli occhi sono viole,

E il vento accarezza e profuma di capelli,

Soffia con tepore primaverile da mondi lontani.

Allora le tempeste sono la felicità e le parole la musica,

E il sorriso è il cielo azzurro.

E le stelle verdi sono gli occhi,

Le partenze le più grandi tristezze,

E il dolore dei sogni irrealizzati – il pane quotidiano.

E allora non hai la forza che resista

Alla notte,

Ai trilli che escono dalla gola dell’usignolo

E al silenzio delle labbra profumate.

Perché gli occhi sono viole – e cielo,

E il vento odora di capelli asciutti.

E al soffio di lontani mondi brillanti

I verdi cespugli stanno nella bianca neve dei fiori.

La morte del flauto

Ormai è l’ultimo ronzio, il flauto agonizza.

È mancato il sangue e lo stimolo del cuore.

In silenzio gocciola il sangue dalla ferita aperta

E ronza il ronzio più lieve nei toni più acuti.

Il vento dall’ovest culla il vuoto salice.

Ruota il cielo schiacciato da una mola di mulino.

Non hanno più da bere le verdi bocche.

Ormai è l’ultimo ronzio, il flauto agonizza.

Confessione di un acchiapparatti

O prete! Smettila di spaventarmi col tuo tremendo dio,

Che siede su un trono di stelle e damasco.

Smettila di sibilare come una serpe. Smettila di parlarmi.

Non sento. – Sono assordito nel silenzio.

Non vedo. Mi hanno accecato le fiammelle dei ceri.

E non credere ai miei peccati. Io mento così dolcemente.

So inventare peccati che odorano di fiori,

Peccati che odorano di vento e bagnati di pioggia,

Peccati fruscianti come foglie.

Non spaventarmi col dio che siede a un tavolo verde

E perfora il mondo con cattivo sguardo di giudice.

Io ho il mio dio, che è una nuvola,

Un albero con robuste radici, primaverile, alto,

Una goccia di olio dorato che brucia nel motore,

È la burrasca che ulula sul mare agitato,

È la ronzante mosca al sole, l’umido burrone,

È la nuova parola da me coniata.

Non voglio il tuo cielo che deve sfogliarsi

Come pagina di un libro, stampata dalle stelle,

Per scoprirci ai deserti e agli abissi.

E affinché nell’ultimo giorno il tuo dio possa pendere su di noi.

Il mio cielo è un altro. Celeste e blu.

Di giorno col sole, di notte mi avvolge la testa.

È misterioso e tremendo.

In esso le comete immergono le criniere ramate,

Quando per abbeverarsi al sole vengono

Ogni tanto dal lontano bosco mugghiante.

Il mio cielo è profondo…pro-fon-do…

Prova, o prete, a penetrarlo col tuo occhio grigio

Fino in fondo… fino in fondo…

Non voglio il tuo cielo, dove risuonano i sacri canti.

Il mio cielo è gelido come vetro,

Freddo come il ghiaccio d’inverno.

Ma in esso sognano le chiocciole delle contorte nebulose,

Guizzano le stelle dorate come pesci nello stagno,

Si gonfia in esso il tempo perenne come cosmica alluvione,

Scorrono mondi sull’acqua, come agili barche.

Il mio cielo è profondo, profondo…

Prova, o prete, a penetrarlo col tuo occhio grigio

Fino in fondo… fino in fondo…

Cosa vale il tuo cielo? In esso non ci saranno

Le oche selvatiche e i cigni che volano in formazione.

Agli alberi pelosi in esso non è permesso crescere,

Arrossarsi in autunno, rinverdire a primavera.

Non vi cresce il pino, l’abete, il ginepro.

Non entra la luna nei branchi di nubi come tra le pecore.

Non ci sono in cielo cani che abbaiano allegramente,

Né cavalli, né buoi, né mucche…

O prete, il tuo non è un cielo. Perché io ci entri,

Dovresti prima moltiplicare in esso l’arca di Noè.

Io sono un acchiapparatti, suono dolcemente il flauto,

Cammino, sonnambulo del cielo, nell’immenso mondo.

Non spaventarmi, o prete, col cielo, col giudizio, con la tempesta!

Perché ti sonerò al flauto la ninnananna del ratto.

E mi verrai dietro, e andrai sempre dritto…

E io ti avvolgerò, immergerò, annegherò…

Nel mio cielo dorato.

Gli scienziati

La materia non ha pietà e noi non conosciamo la pietà,

Siamo indifferenti, retti come una linea retta.

Penetriamo nel mistero, fissi nelle illusioni come talpe,

Domani raggiungeremo le stelle e la meta più distante.

Con vitreo freddo valutiamo le forze che ci afferrano:

La spaventosa eternità e l’impassibile nulla.

Conosciamo le correnti cosmiche e metteremo il collare

Alla terra tremolante, alla bufera e al mare.

Incateniamo la terra col ferro e col cemento ad essa presi,

Misuriamo l’invisibile, il visibile e lo sconfinato.

Conosciamo l’energia di un tendine teso dal tormento,

Non sappiamo solo chi con la mano bianca toccherà il cuore.

Non sappiamo solo se la verità, come bufera distruttrice,

Non ci spazzerà con l’improvviso moto delle onde gonfie.

E se a quelli piegati sulla fonte, di cui è avida la ragione,

Davanti alla chiarezza non mancherà l’umano piccolo cuore.

Da: I notturni

8

Si abbatte la notte come livida pietra

Sui logori tetti dei casolari.

Attraverso gli spazi di acque oscurate

Ha sibilato una sferza di luce.

Gremire di che? di quali sogni

La costrizione del vuoto insonne?

Dietro le fumanti strisce di terra

Gli spettri di betulle solitarie.

Il vento stellare del nord culla,

I nastri di false strade

Scorrono nel buio – e ruggisce col silenzio

Un qualche enorme dio.

Intorno l’insaziabile nerezza

Delle acque notturne gonfiate.

Riparati! scappa! io ti riparerò

Col timore delle cosce onnipotenti.

O cuore del mio cuore!

O cuore del mio cuore! O sorgiva pulsante di sangue!

S’è disperso sugli abissi il tuo riso spensierato.

Come stelle smeraldo di notte i tuoi occhi brillano.

Sulla fonte prosciugata io verso ogni notte lacrime infantili.

Ogni sera il cuore mi canta l’eterna canzone del sangue,

Ogni sera il sonno posa sul folle cuore la pesante mano.

Pazzi sogni! perché ogni notte apparite, per rammentare?

Perché ogni notte sulla testa smarrita l’arco dell’iride si tende?

Perché ogni notte mi irrita le narici l’umido odore dei fiori?

E nei castagni la pioggia fruscia sui diti delle foglie?

Nel silenzio, nel buio stellare, la maestà delle acque si riversa…

Nel giardino di rose scroscia l’acquazzone primaverile…

Perché ogni notte ti risvegli giovane, o irripetibile primavera?

Eppure i boccioli non si aprono più e gli alberi non crescono più.

So soltanto che ci sono i tuoi sorrisi e gli occhi di fanciulla.

O cuore del mio cuore! Di nuovo una primavera persa! O sorgiva

Pulsante di sangue!

Quattro poeti

Una notte quietata dalle stelle e dall’oscurità

I poeti parlavano della loro alta vocazione.

– Io cerco la fama, voglio essere capito dalla folla –

Diceva uno – che mi risponda mormorando come il mare,

Che rida e pianga con me, sussurrava: “Oh che maestro!

Le parole estrae dal buio come uccelli!”

Del resto la poesia non è una cosa così elevata:

Abilità, scelta delle parole e gusto! L’arte è un mestiere.

Esecuzione eccellente… – e il prezzo alto.

L’arte è valore. Non si può vivere nelle nuvole. –

Il secondo dice: – Per me il mondo intero è poesia.

Dire che manca un tema? – È un’eresia!

Sono sensibile a tutto e piango su tutto, mi commuovo.

La mancanza di contenuto affligge gli imbrattacarte.

Posso scrivere di tutto in modo bello, elevato, adeguato:

Fiore o non fiore, tavolo o sedia, spilla, bottone, pantaloni.

Sono sensibile ad ogni onda come antenna;

Da qui scorre la mia vena poetica.

E mi sento come un angelo che cammina sulla terra.

Per la verità sono poco letto: i posteri mi premieranno.

– Per me invece l’ispirazione, la tenerezza è terreno paludoso.

Io voglio cambiare tutto, perciò studio i nessi delle parole.

Come nascono, quali leggi li governano.

Quelli che scrivono in modo semplice si smarriscono.

Il linguaggio del poeta è una questione complessa.

Si deve parlare come non si è parlato mai in nessun luogo.

Cerco le forme del linguaggio, i suoni, i colori e i sapori.

Se la forma è pronta, il contenuto non può avere lacune.

Contenuto e forma sono un tutt’uno – così dice il terzo.

E il quarto a un tratto grida: – Oh, oh, cade una stella!

Comunicato

Cittadini!

Troppi ratti ci sono al mondo.

In pieno giorno escono dai letamai

E osano elevare il loro squittire

Alla dignità del grido umano.

Chiudere loro la bocca!

Ieri in piazza del Teatro hanno sgozzato un gallo.

(Tale è la loro insolenza)

Dappertutto ratti.

Hanno indossato le divise,

Le tonache e i frac,

E anche nella porpora qualcuno cammina.

Rosicchiano e distruggono tutto ciò che trovano.

Non servono le trappole, i trabocchetti.

Divorano l’erba nei prati come i buoi,

Lasciano mucchi di segatura dei boschi:

Presto il globo terrestre resterà nudo,

Come i sederini dei bimbi di due anni,

Le montagne più alte, che toccano il cielo,

Rosicchiano come filoni di pane.

I musi coperti di polvere di ferro

Immergono nei getti di nafta.

E se presi dalla sete,

Addio sorgenti, torrenti, ruscelli!

Tutto asciugheranno pian piano:

Berranno l’oceano amaro

E i mari verdi di tempesta,

Poi anche il fango delle pozzanghere.

E quando saranno asciutti mari, fiumi e torrenti,

Conficcheranno i piccoli incisivi nelle nuvole,

Immergeranno i denti nelle aurore

E dai musi baffuti

Nell’oceano e nel mare prosciugati,

Imbratteranno i fiori purpurei di sangue solare!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Io sono un acchiapparatti, suono dolcemente il flauto,

Cammino, sonnambulo del cielo, nell’immenso mondo,

Do la caccia ai ratti

E li annego.

Suono argentee ninnananne in sette toni di luce,

E i ratti ballano assonnati sulle lunghe code squamate,

Ascoltando incantati gli scrosci del flauto,

Chiacchierano squittendo,

Mi seguono – dondolandosi pian piano –

E uno alla volta affogano lentamente

Nel nero fertile terreno.

Nel mio cielo dorato.

*  *  *

Di nuovo il calpestio della soldatesca

e il fischio delle tonanti centurie cosacche,

lo stivale stellato sull’Europa

e brulica di turbe l’oriente.

E all’ovest il rombo dei tamburi,

il chiasso dei motori dal cielo

e il passo cadenzato – invoca le grazie

del dio di più forti battaglioni.

O patria mia, tu perduri

immersa nel ferreo frastuono,

lo sguardo cupo di Światowit

volgendo ai quattro lati ostili.

E tu sogni il pane e il miele

e case di vetro in fertili frutteti,

e il lavoro pieno di felicità,

un banchetto sotto i rami dei tigli.

E il cielo intorno si arrossa,

si è destata la spoglia col kontusz (1),

si fermano i saggi spaventati,

vedendo la tomba vuota.

E di nuovo? Di nuovo? L’argano della storia

ci prende in un cerchio di fuoco,

sono finiti i sogni dei carrai,

fruscia micaccioso il bosco di acciaio.

Le querce di ferro rimbombano sorde,

rotola il muro, la selva di ferro.

Sui rami con la bufera

di nuovo soffia il vento, di nuovo canta un coro.

O mio rosmarino…(2)

1939

(1) Sopravveste maschile dell’antica nobiltà polacca.

(2) Uno dei più noti canti patriottici della I guerra mondiale e della guerra polacco-bolscevica.

(C) by Paolo Statuti

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