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Jan Brzechwa: Tre poesie

9 Mar

Jan Brzechwa: Tre poesie per bambini tradotte da Paolo Statuti

 

Il fiammifero

Diceva il fiammifero orgoglioso:

– Mostratemi uno coraggioso,

Che con me possa competere qua,

Quando a un tratto cala l’oscurità.

Davvero il sole non vale niente

Col suo volto dorato e lucente,

Solo di giorno c’è il suo splendore,

Mentre il mio c’è a tutte le ore!

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Il fiammifero rispose fiero:

– Potrei bruciare il mondo intero,

E benché non sia uno che si vanta,

Anche la Vistola – tutta quanta.

Quindi, dopo averci pensato un po’ su,

Saltò nel fiume e non bruciò più.

E così finì la presunzione

Di quel fiammifero fanfarone.

– Oibò, oibò! –

La candela esclamò.

 

Boghindo, bogondo

 

Boghindo-bogondo, un tavolo rotondo,

E sul tavolino un cestino profondo,

 

Nel cestino una mela, nella mela un vermetto,

E il vermetto indossa un verde giubbetto.

 

Dice il vermetto: – Nonna e nonno Michele,

Papà e mamma hanno sempre mangiato mele,

 

Io non ne posso più! Le mele mi hanno stufato!

Ho voglia di bistecca! – E se ne andò al mercato.

 

Strisciò a lungo e non cambiò idea neanche un istante;

Arrivò in città e andò al ristorante.

 

Nei ristoranti – le stesse usanze suppergiù:

Arriva il cameriere e gli porge il menù,

 

Ma nel menù – che spavento e che scalogna!:

Zuppa di mele e gnocchi di mela cotogna,

 

Mele bollite, mele al forno, torta e frittelle

Di mele e pizza di mele novelle!

 

Allora, vermetto? La bistecca è andata a fondo?

Boghindo-bogondo, un tavolo  rotondo.

 

Pettegolezzi di uccelli

 

Il fringuello sulla quercia si posò:

– Di sicuro oggi mi raffredderò!

 

Avrò forse anche il mal di gola,

Perderò la voce e la parola,

 

E devo dare un concerto martedì,

Da tempo l’ho promesso al colibrì.

 

Gemettero tristi le ghiande: – Ahi! Ahi!

– Come farai, fringuello, come farai?

 

Vola dal picchio, si trova sul faggio,

Che ti batta sulla schiena, coraggio!

 

La cincia cinguettò in un sol fiato:

– A quanto pare il fringuello è malato!

 

Il pettirosso andò dallo stornello:

– Lo sai? E’ successo questo e quello,

 

La cincia proprio ora ha informato

Che il fringuello è gravemente malato.

 

Lo stornello volò dall’usignolo

– Non si sa molto, ma risulta solo

 

Che il fringuello da un mese tondo tondo

E’ già semplicemente moribondo.

 

L’usignolo chiese quindi all’ara

Di preparare subito una bara.

 

Poi l’ara si rivolse al passero:

– Dammi i chiodi per chiudere la cassa.

 

Da ciò venne a sapere il colibrì

Che il fringuello sarebbe morto quel dì.

 

Ma il fringuello che non sapeva niente,

Sulla quercia stava tranquillamente.

 

Le ghiande lo informarono poco dopo

Che il concerto non avrebbe avuto luogo,

 

Perché il fringuello era appena morto,

E di certo non sarebbe risorto.

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

Jan Brzechwa: Pulce Birbantella

11 Nov

 

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   Pulce Birbantella (Titolo originale: Pchła Szachrajka) di Jan Brzechwa (v. nel mio blog) è una favola in versi presente in Polonia nella biblioteca di ogni bambino, ma è letta con piacere anche dai grandi. Pulce Birbantella è una piccola elegantona. Oltre al fascino, possiede molti altri attributi utili per la sua vita avventurosa. E’ assai intelligente, furba e vivace, in grado di cavarsela in ogni situazione pericolosa e di trarre vantaggi dai suoi “scherzi”. Approfitta dell’ingenuità del prossimo, si spaccia per chi in realtà non è. Utilizzando queste “doti”, mette in atto le sue spericolate monellerie. L’autore, ispirandosi ai comportamenti umani negativi, ha creato una figura apparentemente amichevole, ma in realtà guastata e maliziosa. Alla fine Pulce viene scoperta e abbandonata da tutte le amiche, e finisce in prigione. Quindi paga per i suoi errori, ma al tempo stesso ciò le serve come lezione, e da Pulce sconsiderata qual era diventa coscienziosa e matura. Questa esilarante e saggia favola occupa un posto di primo piano tra i libri di Jan Brzechwa. Pochi come lui sanno mettere alla berlina i difetti umani, fornendo nel contempo molti saggi consigli. Questo testo, scritto nel 1946, è stato tradotto in molte lingue. Ecco la mia versione.

 

Pulce Birbantella

 

Tra le favole ecco quella

della Pulce Birbantella.

Sembra assurdo ma è avvenuto,

che qualcun così minuto,

per di più di nessun conto,

abbia fatto in questo mondo

tanti scherzi e birbonate,

che nemmeno immaginate.

 

Dimorava la Pulcetta

nella comoda casetta

di due piani con cantina

che già fu di sua cugina:

quattro stanze e un salottino,

c’era pure un bel giardino.

Niente al mondo le mancava

e la gente l’invidiava.

Un landò aveva ancora

e due pony la signora,

e una mucca americana,

una pecora australiana,

un cagnetto, un canguro

e due gatti grigio scuro.

Scarafaggi tutti insieme

in cucina a pance piene,

e alla Pulce un grillino

sviolinava il suo violino,

e così in quell’andazzo

la sua vita era un sollazzo.

Dice: “Al club voglio recarmi

e alle pulci trastullarmi”.

E vestita assai elegante,

sorridente e raggiante,

Pulce va con la carrozza

colorata gialla e rossa,

va con grande alacrità,

ha un gilè di taffettà,

di velluto gli scarpini,

ed i guanti porporini.

 

Ma il club è assai affollato,

farsi strada è complicato.

Birbantella grida allora:

“Fate largo a una signora!”.

Tra la folla premurosa ,

passa Pulce baldanzosa.

Giunta al tavolo si siede,

posa i soldi che possiede.

“Io tre soldi punterei…

sopra il verde” – dice lei.

E le pulci van su e giù,

quelle rosse e quelle blu,

una vince, un’altra perde.

“E io punto ancora verde!”.

 

Salterina, saltarella,

tra le pulci Birbantella

sceglie sempre il suo colore,

ed allora un signore

dice alzando la sua mano:

“Questo verde è molto strano!”.

Prima ancora che capisse,

lei si disse e si ridisse:

“Da qui è meglio scappar via

e tornare a casa mia”.

 

Da quel giorno la beffarda

da quel club stette alla larga,

e pensò dove poteva

fare ancor ciò che voleva:

“Sono Pulce, sono audace,

e farò ciò che mi piace!”.

E incontrò in quell’istante

un bellissimo elefante,

che felice sgambettava

e per poco  la schiacciava.

 

“Ciao, che cosa fai di bello?”.

Pulce gli agita l’ombrello:

“Sono Pulce e non tua zia,

chiedo un po’ di cortesia!”.

E lui replica così:

“Riverisco, sono Jombo,

e provengo da Colombo”.

 

Birbantella molto seria:

“E io sono di Madera,

ho una grande piantagione,

dove cresce il peperone,

dove cresce il pomodoro,

e ci pianto anche l’avorio,

cento tigri fan la guardia,

attenzione con chi parla!”.

 

L’elefante un po’ confuso

disse piano: “Oh, mi scuso!”.

E in ginocchio le confessò:

“Io ti sposo, e lo farò,

cerco proprio una così,

Oh, mia cara, dimmi di sì”.

 

E allora in risposta,

lei gli fece una proposta:

“La tua tromba è imponente,

ma la tromba solamente.

Se però vuoi, con piacere,

ti farò mio trombettiere”.

 

Tutti sanno che le pulci

alla larga stan dai dolci,

ma Pulcetta era assai ghiotta

dei cannoli alla ricotta,

molto amava le ciambelle,

marzapane e pastarelle,

il torrone, i confetti,

le crostate e gli amaretti.

La carrozza è già arrivata,

scende Pulce estasiata.

 

Nel negozio tutti quanti

la ricevono coi guanti,

ed aspettano già in posa

che lei ordini qualcosa.

“Dei cannoli, per favore,

con la crema e il liquore,

trenta penso basteranno,

di più, forse, non mi andranno!”.

Un cannolo solamente

mangia Pulce avidamente,

tutti gli altri restano lì.

“Uno solo pago, merci!”.

Ringraziato con sussiego,

le rispondon: “Prego, prego!”.

Esce e in fretta si allontana

la carrozza con la dama.

Son stupiti i camerieri

e si chiedon seri seri:

“Trenta paste ha ordinato,

e una sola l’è bastato?

Oh! – gli occhi hanno sbarrati –

Tutti quanti li ha svuotati!

Che imbrogliona, che impostora,

e fa pure la signora!”.

Per la rabbia al padrone

si bruciò un panettone,

e gridò: “Comprate svelti

un veleno per gli insetti,

se qui torna, spudorata,

farà ancora una mangiata!”.

 

Un bel dì fece una festa.

Tanti ospiti Pulcetta

invitò a casa sua:

quattro ragni, un cacatua,

una mosca e un grillino,

cinque bombi e un maggiolino,

tre formiche ed un lombrico,

una vespa con l’amico,

un moscone assai contento,

e iniziò il divertimento.

Una torta coi canditi

portan ora ben vestiti

due solenni scarafaggi,

con diversi beveraggi

in minuscoli ditali,

e ciambelle come occhiali.

Ad un tratto Pulce dice:

“Grazie a voi sono felice,

voi mi fate un grande onore

e perciò dal «Trovatore»

canterò in italiano

quattro arie per soprano.

Tutti gridano: “Evviva!

canta pure «Casta diva»!”.

 

Dalle labbra piccoline

escon note cristalline,

e si mettono in ascolto

nel silenzio più raccolto.

La sua voce era divina

e stringeva la manina

sul suo cuore rattristato,

tutti eran senza fiato

per la forte emozione,

ma finì l’esibizione.

“Ah, che voce! Ah, che incanto!”.

“Se volete, ancora canto”.

“Certo! Certo!” – e presto detto

attaccò dal «Rigoletto»

l’aria di Sparafucile.

Con che forza, con che stile,

E che basso, miei signori,

Birbantella tirò fuori.

“Meno male che finisce,

questa Pulce mi assordisce!” –

gridò il grillo spazientito.

Poi il fatto fu chiarito:

Non cantava la Pulcetta,

ma un grammofono a cassetta,

dove dentro era nascosta

una vespa facciatosta.

Messo aveva il «Rigoletto»

per errore o per dispetto.

Disse il grillo: “Io, in futuro,

qui non torno di sicuro!”.

 

A Pulcetta non piaceva

restar sola, perciò aveva

sette amiche molto belle,

eran giovani e snelle,

tutte ancora signorine,

come sette francesine

abbigliate ed eleganti,

alla moda pettinate,

con le calze satinate.

Ed insieme a carnevale

frequentavano le sale,

e con lor pettegolava.

Pulce a turno visitava

un’amica e criticava

con lei tutte le restanti.

Era noto a tutti quanti

che aveva un gran successo,

e – ciò avviene molto spesso –

le sue amiche eran gelose

e dicevano invidiose:

“Pulce  è un tipo molto strambo,

ma cos’ha che piace tanto?

Forse quelle sue moine,

quegli stecchi di gambine,

o gli azzurri cappellini

o i guanti porporini,

quel sorriso che lusinga,

i suoi scherzi, la sua lingua?”.

Questi erano i commenti

delle amiche coi parenti.

Ma da gente assai fidata

giunse a Pulce una soffiata.

Quale fu la sua reazione!

Bianco il viso e arancione,

la gambetta agitava,

e la casa traballava.

“Che sfacciate, che insolenti,

arroganti e prepotenti,

questa me la pagheranno,

molto presto, entro l’anno!”.

 

Ecco cosa escogitò:

alle amiche sue inviò

questo semplice biglietto:

“Giovedì cara ti aspetto,

Ti offrirò un buon caffè

con la panna oppure un tè”.

 

Alle amiche lo spedì

e le aspetta giovedì.

Già le vede arrivare

senza nulla sospettare,

tutte allegre ed eleganti,

una dietro e l’altra avanti.

 

Pulce corre loro incontro

col sorriso più giocondo:

“Che piacere che mi fate,

care amiche, prego entrate!”.

Tutte sembrano modelle,

risplendenti come stelle.

I vestiti di alta moda

e qualcuno con la coda.

Sono tutti di modiste

conosciute e brave artiste.

“C’è uno specchio, per chi vuole”

– dice Pulce alle signore.

Grida una: “Io mi guardo!”.

Ma per poco ha un infarto:

guarda guarda e le appare

una mucca con collare.

“Che vuol dire? Mamma mia!

Può venir l’apoplessia!”.

Corre un’altra più spedita,

ma rimane allibita.

“Anche io, che spavento,

una mucca ora mi sento!”.

Guardan tutte una ad una,

quella bionda e quella bruna,

e si dicono piangendo:

“E’ orrendo! E’ orrendo!

Questo è un altro suo dispetto,

è di Pulce uno scherzetto,

come può trattarci male

quell’ingrata, quella tale,

questa non la perdoniamo,

presto, presto, andiamo, andiamo!”.

 

Senza dir neppure ciao,

le fan tutte maramao.

 

Non sapevano spiegarsi

il perché di quel mutarsi,

il perché di quel testone,

ma ecco a voi la spiegazione:

lei lo specchio aveva tolto,

e poi senza pensar troppo,

una mica aveva messa

con la mucca dietro ad essa,

e ciascuna era d’avviso

di vedere il proprio viso.

 

 

In carrozza la Pulcetta

sembra una reginetta.

Mantellina sulle spalle,

gonnellina di percalle,

camicetta di batista,

una spilla di ametista.

Nel negozio entra e dice:

“Voglio un abito da attrice.

Penserei ad una seta

colorata e non consueta”.

E il commesso: “Glielo giuro,

qui la trova di sicuro,

guardi questa seta a fiori,

che finezza e che colori:

bianco, giallo paglierino,

verde chiaro, celestino,

o un azzurro, un lillà,

ciò che cerca troverà”.

Nel negozio Pulce allora

si fermò per qualche ora,

molte stoffe osservava,

le sceglieva, le scartava.

Disse infine: “Mi dispiace,

questa seta non mi piace,

chi lo sa, forse tra un anno,

i disegni cambieranno”.

Nel negozio nulla spese,

Ma era stata assai cortese,

e perciò fino al landò

il commesso l’accompagnò.

Riordinando i tessuti,

gridò: “Diavoli cornuti!

Questa seta era fiorita

e adesso è in tinta unita!”.

Pulce i fiori ha rubato,

e il commesso è disperato:

“Se la prendo, quella peste,

io la concio per le feste!”.

In carrozza la Pulcetta

sembra una reginetta.

Ecco arresta il carrozzino

proprio là dov’è il giardino.

In segreto tira fuori

tutti quanti quei bei fiori:

bianchi, gialli paglierini,

verdi chiari, celestini,

con gli azzurri e coi lillà,

pianta Pulce di qua e di là,

ciclamini e anche narcisi,

roselline ed elicrisi,

e – finito quel trapianto –

tutti esclamano: “Che incanto!”.

 

Come gli altri, anche tu sai,

che una donna quasi mai

compra e legge un giornale,

e per Pulce ciò pur vale.

 

Ma un dì – lo credereste?

Tra le piccole richieste,

legge che una certa Franca,

che abitava in viale Francia,

imparare vuol l’inglese.

E Pulcetta, è palese,

trama subito qualcosa,

e vestita color rosa,

di velluto gli scarpini

ed i guanti porporini,

va di corsa in viale Francia

a trovare quella Franca.

Con la sua parlantina,

somigliando a un’inglesina,

non sapendo cosa fare,

lei di nuovo vuol scherzare.

 

Suona dunque alla sua porta,

e le apre l’inquilina.

“Molto lieta, stamattina

ho veduto l’inserzione,

sono qui per la lezione”.

Dice Franca: “Prego, entri,

senza fare complimenti,

son felice, benvenuta,

lei dal cielo m’è piovuta!

Ho in America un parente

e l’inglese è occorrente,

se un bel giorno lui – chi lo sa?-

sua erede farmi vorrà.

Ho il quaderno e la matita,

dell’inglese son patita,

oggi è sabato e perciò

da lunedì comincerò”.

 

Pulce niente conosceva

dell’inglese e ripeteva

due parole imparate

e mai più dimenticate,

quando era una bambina,

dalla zia Giuseppina.

 

E iniziò così lo studio:

le parole Pulce detta

Franca scrive e le balbetta,

senza sosta Pulce inventa,

Franca ascolta ed è contenta:

tirli – tutto, pirli – niente,

tirlipirli – esattamente.

Fiki – campo, miki – vino,

fikimiki – contadino.

Limpa – ruota, pimpa – fretta,

pimpalimpa – bicicletta…”

Franca pronta e zelante

le trascrive tutte quante,

le ripete ogni sera,

Pulce è lieta e molto fiera.

 

Dice a Franca: “Complimenti!

Penso siano sufficienti

le lezioni che ha già prese,

la pronucia è in un mese

pari a quella del re inglese.

 

Solo un’altra settimana

durò ancora la panzana.

Franca a corso ormai finito,

tocca il cielo con un dito,

ma rimane piedi in terra,

come nata in Inghilterra.

Anche pulce è soddisfatta,

e in tal modo si accomiata:

“Sono fiera, cara Franca,

Pimpalimpa, Fikimanca!”.

 

Franca entra in un caffè,

dove tanta gente c’è,

perché è molto frequentato.

Dice: “Prego, un gelato!”.

Le sue amiche son curiose,

e per renderle invidiose

usa solo in inglese

le parole già apprese

dalla Pulce Birbantella.

Ora lei vuol farsi bella,

e risponde all’occasione

nella lingua di Albione.

 

Nel locale ad un tratto

ebbe luogo questo fatto,

molto strano veramente:

ogni pulce lì presente

salta lesta e si avvicina

dove siede l’”inglesina”.

Le sue amiche tutte quante

si disperdono all’istante.

 

E le pulci, è accertato,

si dividono il gelato.

Franca scappa atterrita

dalle pulci inseguita,

ma le saltan sul vestito,

sulle calze, sopra il viso,

sulle mani e sulla testa.

Di quel fatto così strano

poi svelarono l’arcano:

Pulce – è chiaro – non potendo

insegnare,  non sapendo

quella lingua complicata,

delle pulci la parlata

ha insegnato a Franca e quelle

si sentiron sue sorelle.

 

Pulce dopo lo scherzetto

si nascose in un boschetto,

si nascose e per un po’

alla casa non ritornò.

Era giunto il carnevale,

quando ogni scherzo vale.

“Tutti vogliono ballare,

quindi un ballo voglio dare  –

pensa Pulce – ma attenzione!

Lo darò dal calabrone”.

Mandò quindi questo invito:

“Cari sabato vi aspetto” –

sottoscritto dal suddetto.

Recitata la preghiera,

già dormiva quella sera,

perché era molto stanco,

Calabrone, proprio tanto.

E del sonno sul più bello,

suona allegra il campanello

una folla d’invitati,

tutti alquanto scalmanati.

Calabrone si sorprende,

un invito da uno prende:

“La mia firma è contraffatta” –

dice e aggiunge contrariato:

“Qui qualcuno vi ha ingannato!”.

Ma le dame eleganti

gli sorridono festanti.

Calabrone a malincuore,

li fa entrare con onore,

senza farsi più pregare.

Pulce vuole già ballare.

Veste l’ultimo modello

pieghettato e molto bello,

ha di seta le scarpette,

senza indugio già si mette

proprio al centro della stanza

e inizia la sua danza.

 

I signori son stupiti,

incantati e incuriositi.

Pregan tutti: “Dicci il nome,

dicci il nome, calabrone!

Ma lui tace, non risponde,

pensa solo e ne ha ben donde:

“Nel mio frigo non c’è niente

da offrire a questa gente,

potrei fare a palate

solo gnocchi di patate”.

Pulce or con eleganza

balla una contraddanza.

 

Piega e china la testina,

fa al suo partner una moina.

Le figure son perfette,

lievi come nuvolette.

Poi l’orchestra fa una sosta,

calabrone già si apposta,

vuole tendere un agguato

a chi l’ha così ingannato.

Ma Pulcetta furbacchiona

ha capito l’antifòna.

Gli altri vogliono ballare

ma lei pensa di scappare,

e lasciando quella festa,

salta via dalla finestra.

In carrozza è già al sicuro,

e facendo uno scongiuro

torna a casa e, presto detto,

poco dopo è già nel letto.

 

Ad un tratto a Pulcettina,

dalla sera alla mattina,

 

viene voglia di viaggiare,

e si mette in riva al mare.

Una nave presto arriva,

e Pulcetta persuasiva

dice a tutti i marinai:

“Ho una voglia grande assai

di girare il mondo intero,

di viaggiar con voi io spero”.

“Certo sì, cara signora,

sarà qui la sua dimora”.

E Pulcetta, senza ingaggio,

in un sabato di maggio,

incomincia il lungo viaggio.

Molto spesso si abbronzava

e i marosi ammirava.

Poi un giorno il comandante

gridò: “Terra a levante!”.

 

“Fermi qui, per cortesia,

della terra ho nostalgia” –

dice Pulce al capitano,

lui le fa il baciamano,

fa calare una barchetta,

si allontana già Pulcetta.

Un gabbiano l’accompagna.

 

Vede Pulce una campagna,

ed in mezzo un bel castello,

con davanti un gran cancello.

Dieci torri fan da cinta,

molte guardie con la grinta

si domandano chi sia

che cammina sulla via,

e a caval le vanno incontro

per poter rendersi conto.

Al castello è già scortata

e sarà interrogata.

Entra in una grande sala,

dove i paggi fanno ala.

Il suo cuore batte forte

in presenza della corte.

Candelabri e vetrate

e pareti colorate,

ed il re Bajbajo siede,

tambureggia con un piede,

ha un mantello di castoro,

e la sua corona d’oro.

 

Birbantella assai gentile

fa un inchino signorile:

“Principessa Biancoviso –

dice poi con un sorriso –

sono figlia del re Paja

del paese Patataja,

ho un palazzo d’oro e argento

e di servi un reggimento,

la mia flotta è ancorata,

numerosa e bene armata.

La mia stella ho seguito,

sono in cerca d’un marito”.

 

“Bene bene! – tutto gaio

le risponde Bajbajo –

a dicembre o a gennaio

questa dama io sposerò,

la mia idea non cambierò!”.

A Pulcetta si avvicina

e le bacia la manina.

Sull’attenti i cavalieri,

tutti accesi i candelieri,

le donzelle, i cortigiani,

tutti battono le mani.

Ed il re molto contento

proclamò il fidanzamento.

 

Proprio allora il cancelliere

grida: “Fatemi il piacere!

Sire illustre e preclaro,

io vi informo e vi dichiaro

che non è di nobil casta,

è una pulce – punto e basta!”

Si creò una confusione,

una grande agitazione

di gendarmi e cavalieri,

castellane e stallieri…

I ministri con spavento

non han più l’orientamento,

e il re con una lente:

“E’ una pulce! Veramente!

Prego darmi uno staffile

per punire questa vile!”.

 

Ma Pulcetta, è naturale,

non si lascia staffilare,

e in quattro e quattr’otto

scappa via veloce al trotto.

 

Bajbajo infuriato

corre e grida a perdifiato:

“Se ti prendo sei spacciata!”.

Ma la Pulce si è salvata.

 

Dopo un mese di emozioni,

tornò a casa balzelloni.

 

Per la Pasqua le sue uova

pitturava Pulce sola.

Anche i dolci preparava,

con il burro l’impastava,

ci metteva anche i canditi

e venivano squisiti.

Quando tutto era pronto,

accendeva anche il forno,

e i domestici più esperti

infornavan quelli e questi.

Due cuoche – Mira e Lina,

han versato la farina,

e lo zucchero a velo,

e con tutto il loro zelo,

e secondo la ricetta,

voglion mettere l’uvetta.

 

Cercan tanto ma non c’era,

Birbantella si dispera.

Era lì quella mattina.

Poi la chiede alla vicina –

niente – “Ahimé, come farò?

Senza uvetta non si può!”.

 

Dovrà andare fino in città,

chissà forse  la troverà.

Pulce ora è allo specchio,

si sistema in fretta ed ecco –

è già pronta per uscire

e l’uvetta reperire.

 

Non ce l’hanno in trattoria

e nemmeno in frutteria,

né al negozio coloniale,

c’è una jella più fatale?

“Mi dispace, son sprovvista” –

dice pur la farmacista.

Ed informa un pensionato:

“So che l’import è bloccato”.

 

Forse un’altra avrebbe ammesso:

“Senza uvetta fa lo stesso”.

Ma la Pulce è capricciosa,

è testarda e ingegnosa.

Guarda e vede – meno male –

un negozio musicale.

entra e chiede gentilmente

qualche pezzo divertente:

“Avrò ospiti importanti,

che sian brani non pesanti.

 

Che sia facile capire,

e ancor più da digerire”.

“Di spartiti ne abbiam tanti,

anche marce, anche canti,

e la nota serenata

«Alla pulce innamorata»…”

“Non saprei che cosa dire,

me la faccia un po’ sentire…

sì, d’accordo, prendo questa,

andrà bene per la festa…”

 

Giunta a casa Birbantella

prende svelta una scodella,

e le note dalla carta

con le forbici ritaglia.

Perché è cosa certa e vera

che la nota è tonda e nera.

 

 

La scodella è già piena,

corre Pulce di gran lena

in cucina e allegretta

dice: “Eccovi l’uvetta!”.

Ah, che torte prelibate,

Birbantella ha preparate,

smette solo a mezzanotte,

e le cuoche allegrotte,

ammirati quei portenti,

fanno tanti complimenti.

 

Bussan gli ospiti festanti,

Pulce accoglie tutti quanti

con calore e simpatia:

“Benvenuti a casa mia!”.

Poi a tavola li invita,

alla tavola imbandita.

 

Versa loro un po’ di vino,

a qualcuno anche un grappino.

“Spero il vino sia gradito,

ma il dolce è ben riuscito,

specie questo dove ho messo

tanta uvetta proprio adesso.

 

Su, mangiate e bevete

tutto quello che volete”.

Non si fecero pregare,

e poi presero a cantare,

soprattutto le budella,

e cantavano la bella

commovente serenata

«Alla pulce innamorata».

 

 

“Qui san tutti come sono,

non mi aspetto alcun perdono,

meglio allor cambiare aria,

me ne vado a Falconara!”.

 

E la Pulce, è presto detto,

le valigie dal palchetto

tira giù e le riempie

di vestiti e ovviamente,

mette i guanti porporini

e tre paia di scarpini.

 

La mattina di soppiatto,

forse erano le quattro,

fatta in fretta colazione,

corre dritta alla stazione.

 

Nella sala dell’attesa,

sorridente e distesa,

Pulce scarta un cremino

e lo mangia pian pianino.

Quando il treno arriverà

non si dice e non si sa.

Mangia ancora una focaccia,

ma del treno non c’è traccia.

 

Per di più la gente aumenta,

e la calca più non c’entra,

con valigie e fagottelli,

con bambini, cani e uccelli…

Ah che strazio, che calore,

son passate già tre ore!

Alla cassa c’è una fila –

saran forse almen duemila,

e per giunta – sorte amara –

vanno tutti a Falconara.

Pulce quasi soffocava,

poco spazio occupava,

e una ganba sola usava.

 

Giunta l’ora di cenare,

ecco il treno arrivare,

tutti corron come matti,

tutti saltan come gatti,

con valigie e fagottelli,

con bambini, cani e uccelli.

 

Nei vagoni numerati

tutti entrano sudati,

e chi è basso e chi è alto,

siede ognuno accanto all’altro,

e qualcuno sta perfino

sopra il tetto o il predellino,

e si vedono signori

anche sopra i repulsori.

 

Birbantella è piccoletta,

ma in tutta quella fretta,

quelle spinte e quel fermento,

trova il suo scompartimento.

Su un baule si è seduta

e si beve una spremuta.

 

Ma continua il pigia pigia,

Pulce in mano ha la valigia.

Pensa d’essere un’acciuga

e una lacrima si asciuga.

 

 

 

Finalmente il macchinista

è già pronto, quindi fischia,

il vapore è già nell’aria,

vanno tutti a Falconara.

 

Per i campi e le colline

corre il tren con le sardine,

soffia, sbuffa e corre presto,

ed intorno è buio pesto.

Nonostante quel calore,

più di un solo viaggiatore

dorme in piedi come mai.

Solo Pulce soffre assai,

e, ahimé, non può dormire,

è sul punto di svenire.

 

Ora il treno ha rallentato

e a Fabriano s’è fermato.

Pensa Pulce: “Adesso basta!”.

Benché piccola è rimasta,

ad un tratto a gridar prende,

imitando il conducente:

“Falco-nara! Falco-nara!

Senza fare una cagnara,

chi è arrivato scenda in fretta,

chi non scende in treno resta,

sosta breve, è risaputo,

ci fermiam solo un minuto!”.

 

E succede un putiferio

su e giù nel treno intero:

saltan pur dai finestrini,

con i gatti e i canarini.

Or nel treno tutto tace.

 

Pulce esclama: “Ah, che pace!”

E prosegue il suo cammino

tutta sola nel trenino.

Beve un tè, poi si distende,

soddisfatta pienamente.

E alla fine del tragitto –

“Falconara” vede scritto.

 

Tante volte, fortunata,

dagli scherzi si è salvata,

ma una volta le andò male –

uno scherzo fu fatale.

L’arrestò un caporale,

e così la Birbantella

si trovò in una cella.

Affluirono all’istante

le denunce da ogni parte.

Era il giudice turbato

ed assai meravigliato:

“Di reati, è un bel guaio,

ne ha commessi un centinaio!

Bel lavoro mi son scelto,

la salute ci rimetto,

ho già perso i miei capelli,

che eran neri, folti e belli!”.

 

E si reca alla prigione,

e domanda al piantone:

“Dov’è Pulce Birbantella?”.

“Vostro Onore, Pulce è quella”.

Pulce era spaventata.

Sorridendo impacciata,

lei gli tende la manina.

 

“Mi dispiace, signorina… –

dice il giudice tossendo –

io di lei mi sorprendo,

la dovrei condannare,

ma una chance le voglio dare,

Mah…beh…sì, cara figliola…

se mi dà la sua parola,

che da oggi la condotta

sarà saggia e incorrotta,

se promette che lo sarà,

la rimetto in libertà”.

 

“Vostro Onore, le prometto

che il mio comportamento,

fin da oggi e in futuro,

sarà onesto di sicuro”.

E con questa sua premessa,

onorò la sua promessa.

 

Quella volta non scherzava,

e adesso è così brava,

che la gente con trasporto

dice: “Pulce è un conforto!”.

Un bel giorno si sposò

con il principe Cocò.

Anch’io sono intervenuto,

e il Barolo ho bevuto.

Ebbe figli, oh! suppergiù

mille e forse anche di più,

certamente in ogni via

ha un cugino o una zia –

una casta infinita.

Ma la favola è finita.

 

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 novembre – Giorno dei Morti

28 Ott

 

 

 

Rapian gli amici una favilla al Sole

A illuminar la sotterranea notte,images (30)

Perché gli occhi dell’uom cercan morendo

Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro

Mandano i petti alla fuggente luce.

 

Ugo Foscolo (1778-1827)

Dei Sepolcri:  vv. 119-123

 

 

   Con questa reminiscenza liceale desidero iniziare il mio omaggio poetico a tutti i defunti che il 2 novembre di ogni anno rivivono nel nostro ricordo. E’ il giorno in cui tanti amici, parenti, conoscenti tornano col pensiero a qualcuno che li ha preceduti nel “grande silenzio”. Il 2 novembre i cimiteri si accendono di luci e di fiori e le tombe vengono indorate dalle foglie autunnali. Il culto dei Morti è antichissimo e vive tuttora, perché è legato al rispetto e alla gratitudine verso quelli che ci hanno amato. Ho scelto per loro e per tutti quelli che amano i propri defunti, alcune poesie nella mia versione. Vorrei che contribuissero a creare nel cuore di ciascuno di noi quel calore e quella serenità, che soprattutto in questo giorno doniamo ai nostri cari scomparsi e riceviamo da loro.

 

 

 

 

 

Jan Twardowski (1915-2006)

 

Sempre presenti

 

Diceva che davvero bisogna amare i defunti

perché proprio loro sono ostinatamente presenti

non si addormentano

hanno il tempo tondo quindi non hanno fretta

tranquilli perché non hanno esaurito niente

neanche in caso d’incendio salterebbero in piedi

non mandano giù come noi il senso intimorito

non si fingono né migliori né peggiori

non pronunciamo su di loro migliaia di sentenze

sempre gli stessi come l’ontano verde fino all’ultimo

conoscono perfino l’indirizzo privato di Dio

non declamano sull’amore

ma aiutano a trovare gli oggetti smarriti

non invecchiano ringiovaniti dalla morte

non spaventano con un vuoto pieno di erudizione

non uniscono santità e appetito

più vicini di quando se ne andavano per un attimo

passando accanto con il corpo non visto

hanno salvato assai più di un’anima

 

 

 

 

 

 

 

 

Halina Poświatowska (1935-1967)

 

   Essi ci amano, i cimiteri solitari, essi che sono tanto con noi, che sono quasi dentro di noi. Paradosso reversibile, perché forse siamo noi dentro di loro. Delineando con un dito il contorno del proprio corpo, consideriamo il geranio piantato in basso e la clessidra posta a capo del letto. Il sussurro della betulla inclinata, l’intreccio delle sue avide radici, il succulento verde delle foglie. E baciando per la buona notte la tua fronte sul sopracciglio sinistro, penso alla piccola cappella con la croce di legno messa di traverso. Odore di terra…

 

 

Paolo Statuti

 

Morte di un amico polacco

 

Caro Zbyszek,

qui dove frusciano i ricordi

e il sasso geme

sotto il piede amico,

improvviso sei giunto

e subito cortese, esitante,

hai chiesto d’unirti

al coro dei silenzi,

ma immaginarti silenzio

io non posso:

troppo umana e schietta

era la tua voce.

 

 

 

Kazimiera Iłłakowiczówna (1888-1983)

 

Morti…conosciuti…amati

 

Vengono da me soltanto sui viburni,

sui pruni, sui violacei mirtilli,

i morti, i conosciuti, gli amati.

Vengono da me soltanto sui fruscii

impigliati tra vortici ansanti:

“Tu qui?…Ah, che tempo…”

Per le brine – le sopracciglia grigie,

le giovani ciglia stranamente pesanti…

E li accarezzo benché sappia che – non vivono…

I conosciuti…quelli che amavo:

Jaś, bruciato col suo aereo

e Kazio, che morì più tardi,

Pawełek coperto dall’oceano,

Tadzio, fucilato dai banditi…

Giovani, pensosi, sprecati,

vengono da me, vengono sui viburni

i conosciuti, i morti, gli amati.

 

Jan Brzechwa (1900-1966)

 

Il Giorno dei Morti

 

Quando con la ruggine ramata

Delle gialle foglie d’autunno appassiscono le nubi

Indoviniamo cosa le nubi vogliono da noi,

Rattristate nella loro alta distesa.

Sulle ciocche grigie si stende l’estate di san Martino,

Sulle tombe i lumini guizzano alle anime defunte,

Presto, presto toccherà a noi,

Anche le nostre anime verso quei lumini andranno.

Se la vita è un filo – esso si può troncare,

E andare sopra una nube come su una zattera d’argento…

Ah, come facile, ah, come facile sarebbe vivere,

Se non vivere fosse ancora più facile!

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Alcune immagini del cimitero monumentale “Powązki” a Varsavia, che nel Giorno dei Morti si riempie di noti attori e attrici che fanno la questua per il restauro della storica necropoli, dove sono sepolti nomi illustri della storia e della cultura polacca.

 

 

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Come diventare un vate

11 Apr
Jan Brzechwa

Jan Brzechwa

 

 

   Feuilleton satirico di Jan Brzechwa (1898-1966), noto poeta polacco, autore di molte favole e poesie per bambini, di testi satirici per adulti e traduzioni della letteratura russa.

 

   L’innovazione nel campo della poesia si sviluppa da noi lungo tre binari, e ciascuno di essi è illuminato da lampi di genialità. Tuttavia grazie alle sensazionali ricerche dei nostri teorici, perfino un genio si lascia soggiogare e avvincere dai loro infallibili principi. Per questo, 4876 poeti delle terre polacche, hanno reso felici i lettori con opere memorabili. Per quanto spetta a noi, desideriamo limitare la nostra modesta fatica a una sistematica presentazione dei tre metodi creativi fondamentali, per le migliaia di futuri poeti, considerando anche che siamo in un periodo di forte incremento demografico.

   METODO  I : CREAZIONISMO ANTISINTATTICO

   Come hanno giustamente osservato i nostri illustri teorici dell’avanguardia, la più gravosa “palla al piede” della poesia è la parola. E pertanto tra i principali compiti del poeta figura l’annientamento della parola, tramite la sua frammentazione in elementi inarticolati allo scopo di atomizzare la visione.

   Immaginiamo quindi, che un poeta indotto dall’abitudine a pensare in modo logico, abbia previsto questo componimento tradizionale:

   L‘ OPERAZIONE

   Il dottore ha eseguito

   l’operazione,

   il paziente è morto,

   grazie a ciò

   il defunto

   si è reso conto

   dell’assurdità della vita.

   Questa poesia colpisce per la sua commovente profondità, parla della morte, si avverte l’alienazione esistenziale di un defunto frustrato. Ma è al tempo stesso una composizione appesantita dalla zavorra della parola e da un banale arierismo sintattico.

   Dunque qui interviene il geniale innovatore e agisce in base al principio del creazionismo antisintattico, togliendo alle parole la loro piatta semiasologia, e con una ispirata deformazione, libera il subconscio creativo, ottenendo così una reazione, dove il valore estetico nonché espressivo della parola cessa di esistere.

   Leggiamo dunque con crescente ammirazione:

   SBAGLIATA OPR

   Doteseoper

   pazmor

   grazci

   defu

   sireco

   assurta.

   Nei frammenti dell’insieme il poeta cerca la verità sul mondo, dimostrando la grottesca impossibilità della comunicazione.

   METODO  II:  CREAZIONISMO INTUITIVO

   Il poeta innovatore può anche attingere dalle tradizioni poetiche nazionali, ciò che lo proteggerà dall’accusa di cosmopolitismo nella sconnessione dell’anacoluto sintattico. A tale scopo basta prendere i versetti di tre vati del romanticismo.

   E quindi da Mickiewicz:

   “Ma come uomo di saggio e sicuro giudizio”

   (“Pan Tadeusz”, libro VI),

   da Słowacki:

   “In lunga fila”

   (“Inno al tramonto del sole sul mare”),

   da Krasiński:

   “La gente udrà soltanto aspri strepiti”

   (“Dio mi rifiutò…)

   Scriviamo tutte queste parole in foglietti separati, mescoliamoli in un cappello ed estraiamo a sorte. Togliamo l’interpunzione e avremo una poesia davvero contemporanea:

   STREPITI DI GIUDIZIO

   In fila aspri soltanto

   come uomo lunga

   di saggio

   strepiti di giudizio

   udrà

   la gente e

   di sicuro Ma.

   Questa poesia, equivalendo a un cogliere in flagrante gli stati psichici non razionalizzati, tormenterà il lettore.

   METODO III: CREAZIONISMO SEMPLIFICATO

   I due metodi precedenti si basano sul disordine formale di determinati sistemi di verbalizzazione. Ciò esige dal poeta una ispirazione costruttiva, erudizione e una particolare sensibilità per le dipendenze linguistico-semantiche. Invece il creazionismo semplificato permette perfino di trasformare le inibizioni alfabetiche in una mitocreazione poetica.

   A tale scopo bisogna prendere un buon giornale e copiare alcuni frammenti del programma radiofonico, dandogli una forma grafica di avanguardia. Grazie alla metamorfosi creativa del testo, otteniamo un componimento di grande tensione emotiva:

   RADIONODO DELLA VITA

   Musica

   musica

   programma del giorno

   calendario

   ginnastica

   lingua inglese

   musica

   canzone del giorno

   L’inserimento di alcune parole sconvenienti in ordine alfabetico tra le singole frasi eleverà il livello intellettuale del componimento.

   Applicando uno solo dei metodi proposti o mescolandoli in qualunque proporzione, chiunque può diventare un poeta-innovatore, e perfino un vate, concentrando in sé i problemi della poesia polacca del XX secolo.

                                                                                    Jan Brzechwa

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

 

NdT: Chiaramente Brzechwa prende di mira qui i “poeti” (presenti anche in terra italiana), i quali hanno come principale obiettivo quello di tormentare la vita a se stessi e ai lettori. Ciò quindi non riguarda in nessun modo i tanti veri poeti polacchi che ho tradotto e inserito in questo mio blog.