Tomasz Jastrun

21 Set

 

Tomasz Jastrun .   fot. Wlodzimierz Wasyluk/REPORTER

Tomasz Jastrun .
fot. Wlodzimierz Wasyluk/REPORTER

 

 

Tomasz Jastrun, poeta, prosatore, saggista, pubblicista, critico letterario, autore di libri per bambini, è nato a Varsavia il 15 settembre 1950. Figlio di due noti poeti: Mieczysław Jastrun (1903-1983, v. nel mio blog) e Mieczysława Buczkówna (1924-2015). Da molti anni figura di spicco nel panorama letterario e giornalistico polacco. Mi fece visita a Varsavia nel lontano 1983 e in quella occasione mi regalò una copia del suo debutto poetico Senza giustificazione (1978). Ricordo ancora che era in tenuta da tennis, e a tale proposito cito una sua confessione: “Vivo di scrittura e per la scrittura. La mia passione è dare testimonianza al mondo attraverso la parola in differenti forme letterarie e giornalistiche, un’altra mia passione è il tennis…”

Nel 1974 si laureò in Filologia Polacca all’Università di Varsavia. Nel periodo comunista fu legato alla opposizione democratica e partecipò attivamente alle lotte di Solidarność, pubblicando anche sulla stampa clandestina. Negli anni 1990-1994 è stato direttore dell’Istituto Polacco a Stoccolma e addetto culturale in Svezia. Negli anni 1994-1995 ha condotto il programma culturale televisivo Pegaz.

Ha collaborato e collabora tuttora con molte riviste di prestigio, tra le quali Kultura di Parigi, uscita fino all’anno 2000. Più volte premiato per la sua creazione, ha al suo attivo dieci raccolte di poesie, due romanzi e moltissimi feuilleton e reportage.

Nel 2012 ha pubblicato sulla rivista femminile Lo specchio un articolo intitolato Igiene intima della mente. Eccone un frammento: “Mi affascina l’autobiografia che ognuno di noi scrive con le briciole della memoria. Mi piace chiedere alle persone quali sono i loro primi ricordi. C’è in essi qualcosa di delicato, di intimo, ma anche insicurezza di  sé. E c’è sempre una commozione interiore…Nel corso degli anni accumuliamo tanti ricordi da crearne dei magazzini. Che fare perché non prevalgano pensieri e ricordi cupi? In ciò aiuta certamente la meditazione, lo yoga, l’atteggiamento ottimistico verso il mondo. Io, purtroppo, ho un magazzino di fatti imbarazzanti e da far vergogna. Nessuno li sorveglia. Mi visitano in situazioni inattese…Per fortuna sono riuscito a costruire un museo di pensieri sereni e lieti. E’ stato per me un evento importante la creazione di questo intimo ministero che amministra i buoni pensieri. Vi fanno parte insoliti paesaggi, esperienze e ricordi toccanti. Dunque i ricordi si possono accumulare e gestire con affetto…”

 

Poesie di Tomasz Jastrun tradotte da Paolo Statuti

 

Le mucche

Chi non ha mai avuto l’impressione

Che un villaggio visto per la prima volta

Nei vapori della nebbia – sia stato già visto

Con gli stessi occhi – in un’altra veglia

 

In colloqui vibranti di gravità

Ricordiamo questo fatto – l’uomo – diciamo

Ha diverse vite prima e dopo…

L’anima di sicuro non muore

Il corpo sì – ma l’anima dura in eterno

 

E accanto

Le mucche sui prati della verde esistenza

Ruminano ulteriori giorni

E più avanti – le mucche con poppe fatiscenti

Condotte al macello

Muggiscono tristemente – il latte non muore

Il latte dura in eterno

 

Commiato

 

Cosa posso scrivere di questo

Niente e niente non si accordano

Tanto scriveva e parlava della morte

Ed è morto non sapendo che moriva

Poi qualcuno ha gettato il suo nome

Nella fogna di un giornale

Non è andato lontano

Poi alcune persone hanno scavato una fossa

E hanno ricoperto la fossa

Alcune persone del tutto sconosciute

Niente e niente non si accordano

E soltanto i versi spuntano da dietro la morte

Come ali di uccelli

Che non sono riusciti a ripararsi dalla tempesta

 

 

Ancora una volta l’affetto

 

Tutto sparirà

Il colore degli occhi fuggirà via da sotto le ciglia

E andrà a vivere in un altro bosco

I baci appassiranno

Il vento perderà forza e odore

Quello stesso vento

Che ti arruffava i capelli

 

Si salverà il nostro affetto

Un ciottolo con l’occhio chiaro

Rigirato dalle onde

Avanti e indietro

 

I semi

 

Non amo le poesie lunghe

 

La poesia breve è come un sasso

Si può scagliare

Gettare in aria come una palla

O inghiottire prima di addormentarsi

 

Le poesie lunghe sono come strade

Con macchine parcheggiate ai lati

E la folla oziosa che guarda le vetrine

 

La poesia breve entrerà in un solo

Respiro

In un palmo aperto o chiuso

In un solo sospiro e lamento

 

Le poesie lunghe oggi

non sono pratiche

E’ difficile concentrarsi in esse

In un continuo balbettio di fatti

 

La poesia breve è il segno dei nostri

Tempi

Il seme che aspetta la sua stagione

 

Le ciglia

 

Ho toccato

Col labbro screpolato

La sua bocca

E niente è successo

Non mi ha colpito in viso

I suoi occhi non hanno cambiato colore

Soltanto le ciglia

Si sono alzate come ali di uccello

Che non sa

Se restare

O volare via

 

La frontiera

 

I giorni che ci separano

Sono come le scale

Che salirò di corsa

In un fresco pomeriggio d’estate

A casa di lei

Mi sederò al tavolo

Dirimpetto

E berremo il dorato tè

Da due affettuosi bicchieri

E dopo proverò

Se avrò abbastanza coraggio

A varcare la frontiera verde

Dei suoi occhi e arrivare

Fino alle labbra

Con le mie labbra

 

Nella stanza dov’è in agguato l’orologio

La camicia di suo marito

E’ appesa crocifissa alla sedia

E crescono senza fruscio i fiori

Che ci guardano

Con gli occhi sgranati

 

Figlio e padre

 

Non mi piace qui

Mi guarda con rimprovero

E io che devo fare

Non mi scuserò di certo

Taccio soltanto eloquentemente

E lui si stringe a me

Come se capisse

Che dobbiamo resistere insieme

E vivere in armonia

Perché non abbiamo niente

Oltre a noi stessi

 

E un attimo dopo

Ci mettiamo entrambi al lavoro

Lui colleziona

Vecchi biglietti d’autobus

E io parole

Dalle quali ricavo

Bastoni e stampelle

 

Il vecchio poeta sta in ascolto

 

Turbina la cenere sull’erba bruciata

Saltano neri grilli

E c’è un tale silenzio

Che si sente

Come lavorano i cuori

Dei versi

 

Il mio angelo morente

 

E’ arrivato l’Angelo Custode

Non l’ha spaventato la mia età

Neanche un sorriso scettico

 

Si è seduto dirimpetto con aria cupa

E ho visto che era senza ali

Respirava con affanno

Puzzava di vodca e di sigarette

Era vecchio e mi stupii che fosse ancora vivo

 

Sedeva dirimpetto e taceva

Ma io capii tutto

Dietro la finestra il cielo era vuoto

E si sentiva come lavoravano le stelle

Morte api dell’universo

 

L’invidia

 

L’invidia non è un fiume

E nemmeno un mare agitato

Il più delle volte è una mano aperta

 

Su questa mano ci sono fiumi

E mari

E una stretta che non guarda negli occhi

 

L’invidia ha un sesso

Una bocca e ciglia aggrottate

Sulle quali si sono posati

Due stanchi avvoltoi

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

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