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Paolo Statuti – La traduzione della poesia

15 Gen

La traduzione poetica

   Le mie prime traduzioni di poesia risalgono all’inizio degli anni ’70, quando frequentavo la facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne (ramo slavo) all’Università di Roma. Un giorno chiesi all’assistente del mio professore Angelo Maria Ripellino, quale fosse secondo lui la migliore traduzione italiana del poema “I dodici” di Aleksandr Blok. Egli me ne indicò un paio ma poi, vista forse la mia faccia poco convinta, aggiunse con una velata punta d’ ironia: “Se queste versioni non la soddisfano, può sempre tradurselo da sé”. Accolsi senza indugio l’invito e il risultato fu una nuova versione del poema, che piacque subito e venne pubblicata dalla “Fiera Letteraria” (F.L. n. 18, 13.6.1971). Al poema di Blok hanno fatto seguito numerosi altri “tentativi” personali, a detta di molti pienamente riusciti. Tra i primi successi conseguiti in questo campo, mi piace ricordare l’antologia di poeti polacchi contemporanei, annessa alla “Guida alla moderna letteratura polacca” di Jerzy Pomianowski (Bulzoni Editore, Roma 1973), nella quale figurano 60 poesie di autori diversi nella mia versione.

   Oltre ai poeti polacchi, tra gli altri da me tradotti ci sono: Edgar Allan Poe, Thomas Moore, santa Teresa d’Avila, J. Wolker, Karel Havliček Borovsky, A. Blok, V. Chlebnikov, E. Bagrickij, W. Chodasewicz, V. Inber. L’ultimo mio importante lavoro è uscito a novembre del 2010: Marek Baterowicz, Canti del pianeta, Ed. Empirìa, Roma. Attualmente mi sto cimentando con la poesia di Boris Pasternak, un poeta che amo molto e che mi consente in modo ideale di affinare il mio impegno e il mio entusiasmo.

   Considero un testo poetico da tradurre come un testo musicale da interpretare, ma mentre il virtuoso concertista deve fare appello unicamente alla sua tecnica e sensibilità artistica, il traduttore deve, in aggiunta, utilizzare un diapason diverso da quello del testo originale, nella speranza di raggiungere, per quanto è possibile, lo stesso effetto e gli stessi pregi nella sua propria lingua. Non ricordo chi disse: “La traduzione è il rovescio di un tappeto: i rabeschi sbiadiscono. E tuttavia i traduttori si sforzano di rendere la vivezza dei colori e le sfumature dei toni”. Ad esempio, traducendo “Il corvo” di Edgar Allan Poe, ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile il suggestivo e arduo gioco di rime, assonanze, allitterazioni, la musica allucinante e patetica che pervade questa funebre canzone del rimpianto, lascio ad altri giudicare se ci sono riuscito.

   Si è scritto e si scrive molto sull’arte della traduzione poetica, e sulle possibilità e qualità della stessa esistono pareri diversi. Alcuni, come ad esempio Vladimir Nabokov nel suo articolo “Problems in translation: Onegin in English”, ritengono che ogni traduzione poetica sia una mistificazione, e che sia meglio limitarsi a fornire il senso generale, preferendo la traduzione letterale o addirittura in prosa. P.B. Shelley, perennemente insoddisfatto della sua traduzione del “Faust” di Goethe, nella sua opera “Defense of Poetry”, si dichiara più a favore della imitazione, che della traduzione letterale. Egli intende l’imitazione come nuova creazione poetica e per questo raccomanda che il traduttore sia anche poeta, raccomandazione fatta anche da altri, come ad esempio il poeta russo Nikolaj Gumiliov nel suo articolo “Le traduzioni poetiche”. Questa a mio parere è una condizione molto importante, anche se ovvia. Però, secondo Shelley, il successo è un fatto casuale. Più spesso accade che il traduttore “adombra con il grigio velo delle sue parole la vivida poesia dell’originale e modifica il testo al punto che nelle mani del lettore non rimane altro che un caput mortuum”. In altre parole, qui più che la figura del traduttore-traditore, appare quella del traduttore-uccisore. Malgrado questi timori, Shelley come si sa, tradusse dal tedesco, dall’italiano e dal latino, sempre con grande passione, anche se non sempre pienamente soddisfatto.

   Oltre a questi pareri così autorevoli, ma piuttosto pessimistici, ce ne sono altri, secondo i quali, a certe condizioni, è possibile creare delle buone traduzioni poetiche. Artur Sandauer, critico letterario, saggista e traduttore polacco, scrive che “compito della traduzione poetica non è quello di abbigliare semplicemente il contenuto dell’originale con la veste di un’altra lingua, ma quello di crearne una nuova, quanto più possibile simile a quella del testo da tradurre…Il lavoro del traduttore della poesia consisterà quindi nel suscitare un’impressione simile a quella del testo originale…Costretti dalle condizioni della traduzione, che è sempre un sistema di compromessi, a volte rinunciamo ai valori secondari a favore dei principali…purché sia salva la generale identità di senso e stile”. Vorrei riportare ora un bel brano di una lezione dello scrittore polacco Jan Parandowski, dedicata alla traduzione letteraria: “Il traduttore, se vuole essere degno dei suoi autori, non può fare a meno delle proprie capacità creative, dell’inventiva, dello slancio, dell’intuito…Quanta bellezza lo attende per la sua fatica…E quanto è bella la fatica stessa!…E’ un fatto straordinario, una insolita e inebriante avventura. Scegliere la cadenza delle frasi, decidere quale tra dieci sinonimi sia proprio quello che rende il testo comprensibile…e gli dà una nuova vita – non di un automa, ma di una creatura come generata nella libertà dello sforzo creativo”. Proprio queste parole dello scrittore polacco spiegano, tra l’altro, perché io ami tanto tradurre la poesia.

   Mi rendo conto che realizzare una traduzione che uguagli perfettamente l’originale è pura utopia, o un caso molto fortunato, come dice Shelley. Personalmente cerco di ricreare con fedeltà il testo poetico, sia pure con certi inevitabili mancamenti. Mi piace conservare le rime, anche se ciò costringe a volte ad allontanarsi dall’originale e a creare nuove immagini, pur restando esse consone al pensiero del poeta e allo spirito del testo da tradurre. Sì, mi piace mantenere le rime perché esse, se non sono banali, costituiscono un’ulteriore sfida, un’ulteriore soddisfazione, e aiutano a conservare la musicalità del verso, come ad esempio in Pasternak.

   Da questo punto di vista, vorrei attirare l’attenzione di chi mi legge sulle difficoltà lessicali e fonetiche della bellissima e magica poesia “Trasformazioni” del poeta polacco Boleslaw Lesmian.

 

Boleslaw Lesmian (1877-1937)[044]

Trasformazioni

 

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,

E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,

Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa

Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –

E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,

E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

 

Un papavero, là, nel campo senza fine

Si scoprì, e con un grido privo di suono

Si trasanguò in un gallo in piume porporine,

E la scarlatta cresta scosse con frastuono,

E cantò nella notte con terrore insano,

Fino all’eco dei galli veri da lontano.

 

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,

Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,

Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,

E corse via pungendo verdi  barricate,

Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,

E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

 

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,

E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?

Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?

Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?

Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?

Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

   Nella mia traduzione ho cercato di ricreare ritmo, rime, metro e suono. A volte uniformandomi allo stesso Lesmian, ho dovuto inventare dei neologismi, come ad esempio “capriolamente”, “si trasanguò”, “si traschiacciò”, o usare parole non comuni, come “scricchiando” anziché scricchiolando o “inciprignito” anziché accigliato, o creare delle allitterazioni, molto frequenti nel testo polacco:…la scarlatta cresta scosse…si traschiacciò scricchiando…chissà – sanno.  Per via della rima, infine, ho cambiato  alcune parole (poche, in verità), ricorrendo quindi al “compromesso” di cui parla Sandauer.

   Potrei dilungarmi ancora su questo tema, ma mi sembra sufficiente quanto già scritto. Per concludere toccherò ancora una volta il tasto della musicalità, raccontandovi cosa avvenne a Nairobi verso la fine degli anni ’70, quando ero impiegato dell’Alitalia presso l’ufficio di rappresentanza per il Kenya. Un giorno l’Ambasciata Polacca organizzò per me un incontro di poesia. Qualcuno leggeva il testo polacco, mentre io leggevo la mia versione italiana. La sala era al completo e l’incontro riuscì bene. Al termine dello stesso l’ambasciatore  mi ringraziò e aggiunse: – Non capisco una parola d’italiano, ma il suono delle sue versioni mi è piaciuto molto.

                                                                                    Paolo Statuti

Vladislav Chodasevic

14 Gen

Vladislav Chodasevic

 

 

Omaggio a Chodasevič

E’ sepolto nel cimitero di Billancourt, presso Parigi, il poeta che Maksim Gorkij considerava “il migliore che vanti la Russia moderna”. Vladislav Felicianovič Chodasevič, di origine polacca, era nato a Mosca il 29 maggio 1886. Nel 1922 lasciò la Russia per sempre, e dal 1925 fino al giorno della sua morte, avvenuta il 14 giugno 1939, visse costantemente a Parigi.

I suoi primi quattro volumetti di poesie furono pubblicati in Russia: Giovinezza nel 1908, La casetta felice nel 1914, Per la via del grano nel 1920 e La pesante lira nel 1922. I versi da lui scritti all’estero, e riassunti col titolo La notte europea, entrarono a far parte della sua raccolta del 1927. L’ultimo decennio di vita di Chodasevič fu più dedicato alla critica e alle rievocazioni letterarie, che alla poesia.

Non ebbe mai altri guadagni che quelli derivatigli dalla sua attività letteraria, visse sempre negli stenti, cadde spesso gravemente ammalato, ma ebbe amici cari e fedeli tra letterati e poeti, lettori e ammiratori, che non cessarono mai di amarlo.

Scriveva Gumilёv nel 1914, commentando la seconda raccolta di versi La casetta felice: “Non è possibile abituarsi né alla sua fantasia, né alle sue intonazioni – egli ci si presenta inaspettato, con nuove avvincenti parole, e non si trattiene a lungo, lasciando dietro di sé un piacevole inappagamento e il desiderio di un nuovo incontro”.

Per i loro tratti chiari e precisi e per l’immediata efficacia, i versi di Chodasevič incantano anche il lettore più “impoetico”. La loro forma classica è impeccabile, semplice, elegante. La sua concezione della vita è ironica e tragica al tempo stesso. Dalla sua poesia emerge con insistenza l’eterno tema dell’anima immortale e degli ostacoli che le frappongono la materia e la squallida banalità della vita. E’ un continuo alternarsi di estasi metafisiche e di minute inquadrature prosaiche, d’immersioni ed emersioni, di cadute negli abissi dell’esistenza e di slanci mistici.

Scrive R. Poggioli nel suo libro Il fiore del verso russo: “Uno dei procedimenti più cari a Chodasevič è proprio quello di assegnare una grandezza precaria a provvisoria a oggetti meschini o anche di ridurre le cose grandi alle dimensioni di quelli o al loro livello, ed è questo gioco fra il sublime e il minuscolo che gli permette di comprendere l’umanità di ogni oggetto e le lacrime delle cose”. A.M. Ripellino ha messo in risalto il lato “mordace e velenoso” della poesia di Chodasevič, il suo “mondo uggioso e grottesco, nel quale si aggirano personaggi meschini, idioti e mostri dall’apparenza fantomatica”, sottolineando inoltre il pessimismo del poeta, il clima di scherno, l’atmosfera grigia che aleggia nei suoi versi.

E’ vero: Chodasevič è un poeta spaesato in tanto squallore che lo circonda, ma mi sembra che il suo pessimismo, la sua tragedia trovino una via d’uscita, e la sua salvezza sia nel tono serio e pacato della sua poesia, nella sua attitudine a contemplare con un certo distacco i misteri dell’anima e dell’esistenza; la sua è un’ironia assai spesso feroce e maligna, ma sovente è anche serena, ricca di un humor leggero e immediato. La sua rabbia non lo fa tonare, ma lo spinge a riflettere, a partecipare delle altrui miserie, a sorridere lievemente subito dopo aver pianto.

In una lettera del 1 ottobre 1923 Gorkij scriveva al poeta: “I vostri versi An Mariechen sono belli e penetranti. Non so dire di più, ma aggiungerò soltanto che essi suscitano nell’anima il “freddo sibilo della bufera di neve” e nello stesso tempo sono irresistibilmente umani”.

Mi sembra che questo suggestivo giudizio di Gorkij possa essere la giusta insegna sull’incantato “bazar” del poeta Chodasevič.

Paolo Statuti

 

Poesie di Vladislav Chodasevič nella versione di Paolo Statuti

Meriggio

Come il viale è quieto, chiaro, assonnato!

Colta dal vento la sabbia vola via

E l’erba sfiora come un soffice pettine…

Con quale gioia or vengo in questo luogo

E a lungo siedo, semiassopito.

Mi piace, quasi svagato, ascoltare

Ora il riso, ora il pianto dei bimbi, e dietro un cerchio

La loro ritmica corsa sul sentiero. Che bello!

Che frastuono, così eterno e veritiero,

Come di pioggia, di risacca o di vento.

Nessuno mi conosce. Qui sono un semplice

Passante, un cittadino, un “signore”

In pastrano marrone e bombetta,

Niente di speciale. Ecco, una signorina

Mi si siede accanto con un libro aperto.

Un marmocchio col secchiello e la paletta

Si accoccola ai miei piedi. Imbronciato,

Si rigira nella sabbia, ed io così enorme

Mi sembro per questa vicinanza,

Che rammento,

Quando io stesso sedevo presso la colonna

Leonina a Venezia. Su questa creaturina,

Sulla testa nel berrettino verde,

Io mi ergo come pesante pietra

Secolare, sopravvissuta a molti

Uomini e regni, tradimenti ed eroismi.

E il marmocchio con zelo riempie

Di sabbia il secchiello e, presolo, me lo versa

Sui piedi, sulle scarpe…Che bello!

E leggero nel cuore io rivedo

Il cocente meriggio veneziano,

Il leone alato librarsi su di me

Immobile con il libro aperto tra le zampe.

E sopra il leone, rosea e tondeggiante,

Fuggire una nuvoletta. E più in alto, più in alto –

L’azzurro denso e cupo, e in esso scivolare

Minuscole, ma fiammeggianti stelle.

Ora esse ardono sul viale,

Sul marmocchio e su di me. Follemente

I loro raggi lottano coi raggi del sole…

Il vento

Inesauribile fruscia con le ondate di sabbia,

Sfoglia il libro della signorina. E ciò che odo,

Da non so qual prodigio è trasfigurato,

Così tenacemente s’imprime nel cuore,

Che più non mi servon né pensieri né parole,

Ed è come se mi specchiassi

In me stesso.

E a tal punto seduce la viva linfa dell’anima,

Che, come Narciso, io dalla sponda terrena

Mi strappo e volo là, dove sono solo,

Nel mio primevo mondo natìo,

Faccia a faccia con me stesso, smarrito un giorno –

Ed ora ritrovato…E da lontano

Mi giunge la voce della signorina: “Mi scusi,

Che ore sono?”

1918

Il pane

Oggi in cucina c’è una luce che abbaglia.

Col grembiule, cosparsa di farina,

Di tutte le Mignon tu sei la più bella

Con la tua bellezza genuina.

Ti svolazzano intorno coi cestini,

Con il bricco del latte e le fascine,

Spiumandosi le ali, i cherubini…

Tra le nubi, dalle colline

Prorompe la luce, e sulle pentole oziose

Come fasci di strali batte il giorno.

Sfacendosi somiglia a pallide rose

La legna che arde nel forno.

E i densi getti del futuro filone

Nel vaso d’argilla un angelo versa,

Giurandoci che son veri, come il sole,

L’amore, il lavoro e la terra.

1918

Il vizio e la morte

Vizio e morte. Quale tentazione,

E quante gioie in una parola godo!

Vizio e morte pungono allo stesso modo,

E sfuggirà il loro pungiglione

Solo colui che serberà nella coscienza

La segreta chiave di un’altra esistenza.

1921

Elegia

Del giardino Kronverkskij le fronde

Stormiscono ai venti rugghianti.

L’anima la sua gioia effonde.

Non le servono conforto e incanti.

Con occhi ardenti e temerari

Guarda i suoi millenni passati,

E vola con le sue grandi ali

Lungo sciami fuoco-alati.

Là tutto è sconfinato e canoro,

E ciascuno ha un’arpa in mano,

Come nubi, gli spiriti tra loro

Parlano un idioma dolce e arcano.

La mia esiliata con esultanza

Entra nella dimora cara

E la sua orgogliosa uguaglianza

Ai tremendi fratelli dichiara.

E mai più oramai le servirà

Chi sotto la pioggia che sferza

Nel giardino Kronverkskij qua e là

Si trascina con la sua pochezza.

E non coglie il mio povero udito,

Né la mente inerte e banale,

Qual spirito essa sarà in paradiso,

O nel tetro abisso infernale.

1921

*  *  *

Oltrepassa, oltresalta,

Oltrevola, oltre – ciò che vuoi –

Ma liberati: come sasso dalla fionda,

Come stella, caduta nella notte…

Ti sei smarrito – adesso cerca…

Dio sa che cosa borbotti,

Cercando le lenti o le chiavi.

1922

An Mariechen

Stai lì attaccata come una ventosa,

A servir birra dietro il banco.

Ci vuole una ragazza più briosa, –

Tu sei malata e il tuo volto è bianco.

Con quella rosa enorme sopra il petto

Che nessuno ancora ha mai baciato –

Mentre un serto funebre, anche il più gretto,

Sarebbe ornamento più indicato.

E’ così bello, così imperituro

Morire ancor prima di peccare.

Ma i tuoi cari ti troveran sicuro

Qualcuno che ti porti all’altare

 

Un uomo cosiddetto benpensante,

Una persona come si deve –

Sarà un fardello inutile e pesante

Per la tua vita debole e breve.

 

Meglio sarebbe – ignara e sorridente –

Solo a pensarci un fremito avverto –

Abbandonarti in preda a un malvivente

In un boschetto buio e deserto.

 

Meglio – in pochi istanti, senza illusioni –

Conoscer la vergogna e la morte,

E i due sfaceli, le due deflorazioni

Non separare da una stessa sorte.

 

Giacere in terra – l’abito sgualcito –

Sola, in quel bosco di betulla,

Un coltello nel seno illividito.

Nel tuo seno ancora di fanciulla.

 

1923

 

Povere rime

 

Per quattro soldi tutta la settimana

Deperire, affannarsi e trepidare,

Ogni sabato con la moglie befana

Su un boccale abbracciati sonnecchiare,

 

La domenica sull’erba non più verde

Recarsi in treno, stender la coperta,

E di nuovo assopirsi e testardamente

Trovare che tutto questo diverta,

 

E trascinarsi indietro nella dimora

La coperta, la moglie e la giacca,

E non sferrare mai, alla buon’ora,

Alla coperta e al mondo un pugno in faccia, –

 

Oh, in una tale legge senza scampo,

In una tal ferrea rassegnazione,

Le bollicine possono in alto in alto

Salire solo come nel sifone.

 

1926

 

Ballata

 

Siedo nella mia stanza rotonda,

Siedo, dall’alto rischiarato.

Guardo il sole da venti candele

Lassù nel cielo intonacato.

 

Intorno – come me rischiarati,

Il tavolo, i lisi divani.

Siedo – e nello sgomento non so più

Dove posare le mie mani.

 

Sui vetri silenzioso fiorisce

Un gelido bianco palmeto.

Nel taschino del gilè martella

L’orologio il suo toc inquieto.

 

Oh, della mia vita senza scampo

Inerte, misera povertà!

A chi confidare come io sento

Per me e per queste cose pietà?

 

Ed ecco comincio ad oscillare,

Tenendo serrati i ginocchi,

E a un tratto in versi a parlare prendo

Con me stesso, chiudendo gli occhi.

 

Sconnessi, appassionati discorsi!

Discorsi senza alcun costrutto,

Ma i suoni son più veri del senso,

La parola – più forte di tutto.

 

 

E musica, musica, musica

Al mio canto si avvince,

E sottile, sottile, sottile

Una lama allor mi trafigge.

 

Io emergo al di sopra di me stesso,

Mi erigo sulla morta esistenza,

I piedi nella fiamma nascosta,

La fronte negli astri scorrenti.

 

E vedo con occhi smisurati –

Con occhi, forse, di serpente –

Come il canto selvaggio ascoltano

Le mie tristi cose da niente.

 

E a un fluido ritmico vortice

Tutta la stanza si abbandona,

E qualcuno la pesante lira

Attraverso il vento mi dona.

 

E non c’è più il cielo intonacato

E il sole da venti candele:

Su nere rocce levigate

Orfeo poggia i piedi lieve.

 

1921

 

*  *  *

 

Arde una stella, vibra il cielo terso,

Si cela la notte entro le arcate.

Come non amar questo universo,

Le incredibilità da Te create?

 

Tu m’hai dato cinque sensi bugiardi,

Tu m’hai dato il tempo e la vastità,

Gioca col miraggio delle arti

Della mia anima l’instabilità.

 

Ed io creo dal niente, Signore,

I Tuoi deserti, i Tuoi monti e mari,

Del Tuo sole tutto lo splendore,

Che acceca gli sguardi temerari.

 

E a un tratto distruggo per trastullo

Tutta questa assurdità opulenta,

Come di carte un piccolo fanciullo

Erige una fortezza e poi l’annienta.

 

1921

 

*  *  *

 

O diletto quasi scordato,

O incanti della notturna ora:

Bevi un sorso – ti senti appagato,

Bevi un sorso – e ne vuoi ancora.

 

E la vita all’occhio ubriaco

E’ così profondamente nuda,

Come la flessuosa schiena ossuta

Della donna che mi siede allato.

 

Dell’esile spina dorsale

Io vedo gli anelli incalzanti,

Ad essi mi stringo un istante –

In bocca ho la cipria orientale…

 

Ride la spensierata creatura,

E collegare è un piacere

La conoscenza che non ristora

Con l’incanto di nulla sapere.

 

1928

Per la via del grano

Va il seminatore lungo i solchi diritti.

Il padre e il nonno han fatto gli stessi tragitti.

Luccica nella sua mano il grano dorato,

Ma nella nera terra dev’esser gettato.

E là dove il cieco verme avanza lento,

Morrà e germoglierà nell’arcano momento.

Così l’anima mia segue la via del grano:

Scende nel buio, muore – e rinasce pian piano.

E anche tu mia terra, anche tu, sua nazione,

Muori e rinasci sommersa in questa stagione, –

Poiché una saggezza sola conosciamo:

Tutto ciò che vive segue la via del grano.

1917

 

Così accade chissà perché:

Di notte, il sonno appare –

E il cuore a un tratto è come se

Volesse precipitare.

Ah! – eppure sono a letto.

Ma il cuore batte e batte.

Nella penombra – il dischetto

Incerto del quadrante.

Ma per quella caduta

Tu tremi tuttavia –

O leggera, caduca,

Cara anima mia!

1920

 

L’anima

L’anima mia – qual luna piena:

Fredda e lucente come un diadema.

Lassù nel suo splendore s’immerge –

E le mie lacrime non asterge:

E non l’addolora il mio sgomento,

Né delle mie passioni il lamento;

E quanto qui ho dovuto soffrire –

All’anima non serve capire.

1921

 

Intrighi in borsa, sforzi di stati.

Irruente la valanga avanza.

Ma sempre sotto le Procuratie

Resta viva la noncuranza.

E noncurante si è assopita,

Posate le scarpe accanto a sé,

La non turbata Margherita

Dietro la vetrina di un caffè.

E non senza dolore celato

Vado ed immagino talvolta,

Che Qualcuno, saggio e adirato,

Un dì guarderà a questa volta,

Di punto in bianco si rallegrerà,

Rischiarando il mondo col sorriso,

Lo scialle di una bella ammirerà,

Come me resterà stordito, –

 

 

 

E tutto sparirà in un baleno

Non nel purificante fuoco,

Bensì – nel frivolo e ameno

Veneziano vaniloquio.              

(1924)

 

Il tappino

Tappino sullo iodio pungente!

Come presto ti sei decomposto!

Così l’anima invisibilmente

Ustiona e corrode il corpo.

1921

 

Là, sulle guglie semioscure,

Sui tetti delle autovetture,

Sul ferro della grondaia

La prima neve si sdraia.

Molte volte ho già visto questo,

Sono cose che ormai detesto,

Ma oggi la stessa scena

Sembra nuova e amena.

Proprio io l’anno passato,

Nei divini abissi piombato,

Per sempre il mondo ho rifatto,

Che il tempo non ha disfatto.

E in questo mondo nuovo e austero,

Intenso, rigido e severo,

La prima neve è caduta…

Una neve sconosciuta.

1921

 

Stanze

Accadeva di pensare: per l’istante –

Un anno, due, darei la mia vita…

Non conosce il valore il lestofante

Dei soldi avuti senza fatica.

Ora giorni diversi sono arrivati.

Già sul mio volto c’è qualche scavo,

I miei minuti sono rincarati,

Ora son saggio, austero e avaro.

Molto io vedo, molto so spiegare,

Mentre la mia testa incanutisce,

Io percepisco il moto stellare,

E sento come il prato fiorisce.

E ogni luce che a voi è preclusa,

Ogni fruscìo che a voi è negato,

Fan più ricca l’esperienza confusa

Della psiche, nel delirio piombata.

Oramai non imbroglio più me stesso:

Invecchio, m’incurvo, – eppur ammasso

Tutto ciò che soavemente detesto,

Tutto ciò che amo con sarcasmo.

1922

 

Non mia madre, ma una campagnola –

Elèna Kùzina mi ha allevato.

Sulla stufa mi scaldava la camiciola,

Mi proteggeva da un sonno agitato.

Non conosceva la fiabe e non cantava,

Ma sempre in una scatola di latta

Segretamente mi conservava

Ora una focaccia, ora una cioccolata.

Ella non mi ha insegnato a pregare,

Ma mi ha dato tutto ciò che poteva:

La sua maternità triste e amara,

Tutto ciò che di più caro aveva.

 

E il giorno che dal balcone son caduto,

Ma mi rialzai vivo (come lo rammento!)

Per il miracolo che avevo ricevuto

Un cero da un soldino accese al Sacramento.

Ed ecco, o Russia, “potenza reboante”

Tormentando con le labbra il suo seno,

Ho succhiato il diritto angosciante

Di amarti e di maledirti non meno,

Nell’onesta impresa, nella gioia dell’estro,

Che sempre io servo con dedizione,

Il tuo genio prodigioso – mio maestro,

La tua magica lingua – mio campo d’azione.

E di fronte ai tuoi figli ignavi

A volte io posso ancora esser fiero,

Di custodire la lingua degli avi,

Con amore più geloso e sincero…

Fugge il tempo. Il domani non occorre,

Nell’anima il passato è incenerito,

Ma il segreto conforto ancor mi soccorre,

Che tuttora anche per me esiste un nido:

Là, dove nel cuore, ormai verminoso,

L’amore per me serbando immutato,

Riposa accanto ad ospiti famosi,

Elèna Kùzina, colei che mi ha allevato.

1922

 

Come un’ape laboriosa,

Trillando e fremendo qual lira,

Tu, o pensiero, ti aggiri

Sull’anima – eterna rosa.

Al suo geloso calice

Con brivido profanatore

Ti stringi e suggi il nettare

Nella vita senza luce.

Ti getti giù a capofitto

In fragranti abissi – e di nuovo

Entri nel substellare mondo,

Di polline rivestito.

E alla tua bizzarra cella,

Semiubriaco torni volando,

Sovraccarico, accumulando

Per gli uomini – il miele, per Dio – la cera.

1923

 

Finestre sul cortile

Un povero grullo presso le fontane

Non fa che lamentarsi da stamane,

E non ho una scarpa superflua,

Da tirargli dritta sulla testa.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Risuonano pentole, piatti, pianini,

Cullan le balie gli urlanti bambini.

Alla finestra un sordo siede sorridendo,

Del suo silenzio estatico godendo.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

Un attore davanti a una specchiera opaca

Scrive una lettera e ritratti bacia, –

E provando la sua parte con onore,

Per l’ennesima volta muore l’eroe.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Un padre sta uscendo, saluta la moglie,

Ma torna indietro, bianco come un lenzuolo:

– Non gli piace la zuppa di cipolle!

Bisogna sculacciarlo quel figliolo!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Un vecchio non rasato il letto scosta,

Si accinge a conficcare un chiodino,

Ma a disturbarlo, neanche a farlo apposta,

Sta salendo le scale un inquilino.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tra i fiori un operaio giace sul letto.

Monete sugli occhi, le lenti sul panchetto.

Legate le mascelle, congiunte le mani.

Nel ghiaccio oggi, nel fuoco domani.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Quel ch’è giusto è giusto! Possedere

Una fanciulla con la forza non puoi!

Devi prima leggerle dei versi, e poi

Offrirle anche da bere…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

L’acqua dentro al muro s’è messa a guaire:

Dev’esser arduo nei tubi fluire,

Sempre nell’oscurità e nella strettezza,

In una tale strettezza e oscurità!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

1924

 

 

Davanti allo specchio

                             Nel mezzo del cammin di nostra vita

Io, io, io. Che parola brutale!

Possibile che sia io – quello lì?

Davvero la mamma amava un tale

Semicanuto, giallolarvale

E saccente come una serpe?

Davvero il ragazzo che d’estate

Danzava ai balli di campagna, –

Son’io, quello, che con rimbeccate

Gialligne suscita nei vati

Ribrezzo, spavento e condanna?

Davvero quello che nelle questioni

Notturne dava tutto il suo ardore, –

Sono io, quello stesso che poi

Nelle tragiche conversazioni

Ha imparato a tacere e celiare?

Del resto – così è sempre a metà

Del fatale terreno vagare:

Da una futile causa – alla causa,

E guardi – sei sperso nel deserto, e là

Le tue impronte non puoi trovare.

Sì, non la pantera dalle sterpaglie

Mi ha spinto in un solaio straniero.

E non c’è Virgilio alle mie spalle, –

C’è solo la solitudine – nell’ovale

Dello specchio che dice il vero.

1924

 

 

Pinacoteca

Attraverso le sale nel torpore.

Disgusto di verità e bellezze.

Meraviglie mai viste finora,

In anticipo so ammettere.

Ed è arduo, e arreca pur dolore

Vivere d’anima – quanto, chissà? –

Nel paesaggio di un sognatore,

In un’ora guizzata tempo fa.

Batte il genio dell’uomo senza sosta:

In alto, in basso. Diciamo anche:

Di questo botta e risposta

E’ ormai lecito esser stanchi.

Ma sì! Basta! La testa scoppia via

Dinanzi a una fila di Madonne, –

Ed è una tale gioia che in farmacia

Si trovi l’aspro piramidone.

1924

 

Il fonografo

Dormiva il piccino, mentre il fonografo

           Sbraitava incessante la Traviata.

Con quell’urlìo qual sonno soporifero

           E’ entrato nella sua mente separata?

D’un tratto la madre solleva la membrana –

           Il sonno è fuggito, il bimbo s’è svegliato,

Egli lancia un grido. Dalla sua buia tana

           Tutto il silenzio in lui s’è riversato…

Oh, le nostre povere anime non straziare

           Col tuo silenzio così terrificante!

Noi ti supplichiamo – il sonno non cessare

           Per la notte eternale, troppo stellante.

1927

 

La scimmia

Faceva caldo. I boschi bruciavano. Il tempo

Non passava mai. Nella casa accanto

Il gallo cantava. Ho varcato il cancelletto.

Là, appoggiato alla palizzata, su una panca

Sonnecchiava un serbo ramingo, magro e nero.

Una grossa croce d’argento pendeva

Sul suo petto seminudo. Gocce di sudore

La rigavano. In alto, sulla palizzata,

Sedeva una scimmia con una rossa gonnellina

E foglie polverose di lillà

Avidamente masticava. Un collare di cuoio,

Tirato indietro da una pesante catena,

Le premeva la gola. Il serbo, uditomi,

Si destò, si asciugò il sudore, e mi chiese

Un po’ d’acqua. Con le labbra provò

Che non fosse fredda, – posò il piattino

Sulla panca, e allora la scimmia,

Immergendo le dita nell’acqua,

Con entrambe le mani afferrò il piattino.

Bevve carponi,

Appoggiata alla panca coi gomiti.

Il mento toccava quasi le tavole,

Sul cranio quasi calvo la schiena

Alta s’inarcava. Così, probabilmente,

Doveva stare Dario, cadendo

Su una pozzanghera, il giorno in cui

Fuggiva la poderosa falange di Alessandro.

Bevuta tutta l’acqua, la scimmia

Gettò in terra il piattino, si sollevò

E – potrò mai dimenticarlo? –

La nera mano callosa,

Ancora umida, mi tese…

Ho stretto la mano a belle donne, a poeti,

A capi di popoli – nessuna aveva in sé

Così nobili tratti! Nessuna ha stretto

Così fraternamente la mia mano!

E, Dio può dirlo, nessuno sguardo

Mi è parso mai così profondo e saggio,

Davvero – penetrando nella mia anima.

Le più dolci leggende di un tempo remoto

Quel mendico animale mi risvegliò nel cuore,

Della vita provai la pienezza,

E mi sembrò che un coro di astri e onde marine,

Di venti e sfere come musica d’organo

Entrasse nelle orecchie, risonando

Come un tempo, in altri immemorabili giorni.

 

E il serbo si allontanò tamburellando.

Seduta sulla sua spalla sinistra,

La scimmia dondolava ritmicamente,

Come sull’elefante un maragià indiano.

Un enorme sole rosso,

Privo di raggi,

Pendeva in un opale di fumo. Scorreva

Interminabile la calura sul gracile frumento.

Quel giorno fu dichiarata la guerra.

 

7 giugno 1918, 20 febbraio 1919

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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