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Aleksandr Semjonovich Kushner

17 Apr

 

 

Aleksandr Kushner

    

 

Aleksandr Semjonovič Kušner, che Josif Brodskij considerava uno dei migliori poeti lirici russi del XX secolo, è nato il 14 settembre 1936 a Leningrado. Nel 1959 ha terminato la facoltà di filologia presso l’Istituto Pedagogico Statale “Herzen” e per dieci anni ha insegnato lingua e letteratura russa. Membro dell’Unione degli Scrittori dal 1965 e del Pen Club dal 1987. Sposato con Elena Nevzgljadova, filologo e poetessa che pubblica con lo pseudonimo Elena Ušakova. Kušner ha ricevuto diversi prestigiosi premi, tra i quali ricordiamo in particolare, nel 2005, la prima edizione del “Poeta” – premio nazionale russo assegnato per i migliori risultati conseguiti nella poesia contemporanea. Nel 2011 il suo libro “Da questa parte del misterioso confine” alla Fiera del Libro di Mosca è stato dichiarato “Poesia dell’anno”.

Di Aleksander Kušner il linguista Dmitrij Lichaciov ha detto: “Kušner è il poeta della vita in tutte le sue manifestazioni. E’ questo uno dei tratti più salienti della sua poesia”. Secondo il critico e storico della letteratura Lidija Ginsburg, nei suoi versi si realizza il “connubio tra l’esaltazione della vita e la sua tragicità”. Il critico letterario e scrittore Andrej Ar’ev ha scritto: “Nel XX secolo quanti sono stati definiti “l’ultimo”: “l’ultimo della campagna”, “l’ultimo pietroburghese”, “l’ultimo disperato”, “l’ultimo romantico”, “l’ultimo metafisico”. A questo, soltanto Kušner ha sorriso e ha fatto un gesto di noncuranza con la mano, dicendo: “Ogni poeta è l’ultimo. Salvo poi scoprire all’improvviso che è il penultimo”.

Quando nel 2013 uscì la sua raccolta Luce serale, il poeta la commentò così: “E’ un libro di nuove poesie che costituiscono un certo rabesco, si tengono per mano, trovano per sé il necessario vicino. Necessario per una qualche affinità interiore o, al contrario, a causa di un chiaro contrasto. Inoltre in un libro di versi, in questa cooperazione c’è una non premeditata comunanza: in essi si trovano quei pensieri, sentimenti, osservazioni della mente e percezioni del cuore di cui sei vissuto. E si può dire anche: in essi sono fissati i momenti non soltanto felici, ma anche quelli tristi, di malumore. Ma chi li scrive, nel processo di creazione della poesia, si libera dall’angoscia, vince le tenebre. E questa energia, questo impeto di liberazione dal “peso gravoso”, forse sarà utile al lettore.

In più di cinquanta anni ho scritto molti libri. Il primo – Prima impressione uscì nel 1962. Questo è diciottesimo. Forse è un po’ troppo? Oggi si usa limitare la quantità. Un poeta ha stampato due poesie in un anno e la critica lo elogia, lo elogia, io penso, perché leggere due poesie è più facile e si fatica meno che a leggerne dieci. Leggere le poesie è difficile e inoltre manca il tempo. Ma Puškin ha scritto molto. In trentasette anni ha creato tanto, quanto noi a quell’età neanche ce lo sognavamo! E Lermontov, e Blok…Bisogna prendere esempio da loro. Ed ecco ancora cosa è venuto alla luce con gli anni: l’età non è un ostacolo alla creazione di versi. Forse essa aiuta perfino a scriverli, non come in gioventù, ma in modo diverso. Migliori, peggiori – non sta a me giudicare. Il poeta non va in pensione…I versi aiutano a resistere al male della vita e alle sue miserie, i versi ci consolano, restituiscono il desiderio di vivere, “per ragionare e soffrire”.

 

Poesie di Aleksandr Kušner tradotte da Paolo Statuti

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola…

 

Là dove sul fondo c’è una chiocciola

Come tromba d’orchestra,

Dove i chiozzi guizzano veloci

E li aspetta una tragica sorte

 

Nelle fauci dell’implacabile luccio, –

Là le soavi ninfe dimorano,

E ci tendono le mani

E ci chiamano con fievole voce.

 

Esse hanno alcune sottospecie:

Nei ruscelli appaiono le naiadi,

Nel folto dei boschi le driadi,

E nell’azzurro mare le nereidi.

 

Confoderle è sconveniente,

Com’è per il ranuncolo d’acqua,

Quello africano, quello non comune,

E quello velenoso dei prati.

 

La saccenteria non è una cosa oziosa!

Poeta, non risparmiare gli sforzi,

Non trascurare il tuo podere

E sii minuzioso, come Linneo.

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra…

 

Sorveglio le nuvole notturne dietro la finestra,

Scostata la pesante tenda.

Ero felice – e temevo la morte. La temo

Anche adesso, ma non come allora.

 

Morire – significa stormire al vento

Insieme con l’acero, che guarda triste.

Morire – significa entrare alla corte

Di Riccardo o di Arturo.

 

Morire – è schiacciare la noce più dura,

Apprendere tutte le cause e i motivi.

Morire – è diventare contemporaneo di tutti,

Tranne di quelli che sono ancora vivi.

 

E’ una canzone di Schubert…

 

E’ una canzone di Schubert, hai detto.

Io la cantavo sempre, non sapendo di chi fosse.

Con essa, sembra, si può iniziare da capo

La vita, già molto simile a un prodigio!

 

Qualcosa come un usignolo e un triste suono

In un boschetto tedesco – e un suono triste.

La canzone ci è più cara se ha parole semplici,

E senza parole anche meglio, – con forza terrena!

 

Io la cantavo sempre, così senza motivo

E confondendo le parole malamente.

La notturna tenebra tedesca vi incombe,

E la tristezza in essa è così celestiale.

 

E poi per anni la dimenticavo.

E poi di nuovo a un tratto ritornava,

Come coprendomi con l’ombra di una quercia,

Tentandomi a ricominciare da capo.

 

Claude Monet diceva più o meno così…

 

Claude Monet diceva più o meno così:

Recandoti a un plein-air, dimentica il burrone,

Se è un burrone, la quercia, se è una quercia,

E un ripiano sul monte, se è un ripiano.

Pensa semplicemente: ecco un ovale giallastro,

E sotto un triangolino piccolo e rosato,

E vedi strisce, nient’altro che strisce,

Se ti dirai: sono rami, – mentirai.

E non pensare a una somiglianza; non guardare

Né un’onda, né un campo, né un fiume, né un prato, –

Di sé si prenderanno cura loro stessi,

A un tratto appariranno da un beato nonsenso!

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso…

 

Fryderyk, voi dovreste immortalare voi stesso,

Il pianoforte per questo non basta,

E amando così tanto la vostra musica,

Io vorrei augurarvi anche il canto,

E la sinfonia, l’opera,

Senza soggetto né protagonista non si può!

Bisogna essere simili a Mozart e a Rossini,

Chiedo i timpani e l’oboe.

Fryderyk, amerete il fagotto e la tromba,

Non vi annoiate senza flauto e senza violino?

Io sono pronto a cambiare l’augurio in supplica:

Cercate di evitare errori,

La polonaise è eccellente, l’étude è incantevole,

Senza dubbio la mazurca è stupenda,

Ma da voi anche in Francia si aspettano di più,

E anche tra le opprimenti nevi di Pietroburgo.

Fryderyk sorride. Egli non è adirato,

turbato, irritato, confuso.

In queste esortazioni c’è una ragione,

Il suo vecchio maestro merita

Rispetto. Ecco che anche Mickiewicz

Gli si avvicina con lo stesso consiglio.

Egli allegherà alla lettera un notturno –

E il notturno sarà la migliore risposta.

 

*  *  *

 

Perché il vorticoso Van Gogh

Mi tormenta con un punto oscuro?

Com’è giallo il suo autoritratto!

Bendato l’orecchio ferito,

Con una giubba verde, come una vecchia,

Perché mi segue con lo sguardo?

Perché nel suo caffè a mezzanotte

C’è quel cameriere con la faccia di vizioso?

Brilla un biliardo senza giocatori?

Perché una pesante sedia è messa

Lì per avvelenare la tranquillità,

E aspetti le lacrime o un suono di scarpe?

Perché egli soffia col vento sulla corona?

Perchè dipinge il dottore

Con un assurdo rametto in mano?

In quel suo paesaggio sghembo

Dove va quel carretto leggero

Senza passeggero e senza bagaglio?

 

Ciò che noi chiamiamo anima…

 

Ciò che noi chiamiamo anima,

Che, come nuvola, è di  aria

E splende nell’oscurità notturna

Capricciosa, indocile

O a un tratto, come aeroplano,

Più sottile di una spillo pungente,

Corregge dall’alto

La nostra vita, migliorandola;

 

Ciò che al pari di un uccello

Balena nell’aria azzurra,

Che non brucia nel fuoco,

Che sotto la pioggia non si bagna,

Senza cui non si può respirare,

Né scusare uno sciocco nell’offesa;

Ciò che dovremmo restituire,

Morendo, in un aspetto migliore, –

 

Ed è forse anche ciò

Per cui non dispiace sforzarsi,

Che ci fa anche onore,

A ben considerare.

Veramente è buona,

Di una moda assai vecchia,

Nuvoletta, rondine, anima!

Io sono legato, tu sei libera.

 

Ecco io sto nell’ombra notturna…

 

Ecco io sto nell’ombra notturna

Solo nel giardino deserto.

Ora cigolerà una porta in paradiso,

Ora sbatterà una porta nell’inferno.

 

E a sinistra una musica risuona

E una voce armoniosa canta.

E a destra qualcuno grida e grida

E maledice questa vita.

 

Dalla mattina girando per la stanza…

 

Dalla mattina girando per la stanza,

Con che premura l’anima

Si prepara l’afflizione!

(Così la rondine fa il nido.)

Niente la distoglie

Né dietro la finestra, né nella conversazione.

 

Invano il giorno è splendido e sereno, –

Non l’attira un foglio viscoso,

Né il tavolo, né la pagina di un libro.

Quale mediocre esperto di persone

Ha detto che la felicità le serve?

Soltanto con l’afflizione ci si può elevare.

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino…

 

Come il san Sebastiano del Bellini nel giardino

Con una freccia nel petto e nell’anca passeggia

E non prova dolore, e il cespuglio in fiore

Fruscia di amore celestiale e di bontà,

Così anche tu vorresti lasciar fuori dalla bara

Non proprio i tormenti, ma i simboli di essi.

Ma prova a liberare il martire dalle frecce –

Si stupirà, e a un tratto si offenderà anche.

 

Questa polvere, queste barre di vacillanti ringhiere…

La prola “tormenti”, lo ammetto, mi turba:

Non ho mai amato le frasi altosonanti,

Meglio sporchi colombi, i loro brontolii,

Meglio un misero, comune, prosaico piano

E il disteso fruscio dei pioppi urbani.

Non renderò né piaghe, né punture, né ferite –

Divertirò con esse un passante nel regno delle ombre.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Weekend ad Amsterdam (11-14.10.13)

15 Ott

 

 

   Amsterdam: 740.000 abitanti, 600.000 biciclette, 165 canali, 1281 ponti, 22 dipinti di Rembrandt, 206 dipinti di van Gogh…una città straordinaria, dove i ciclisti sono più numerosi e pericolosi delle automobili, sbucano e sfrecciano da tutte le parti, incuranti dei pedoni, del vento, della pioggia, sono gli intrepidi e “prepotenti” padroni della città.

   Venerdì 11.10. Pomeriggio interamente dedicato a van Gogh, approfittando anche della chiusura del museo alle ore 22.00. Un dovuto omaggio al grande pittore, rinviato a lungo, un vecchio sogno che finalmente si realizza. Quanta gente! Oh, Vincent! Se tu vedessi la folla che fa la fila per ammirare i tuoi quadri! Piangeresti di gioia o di rammarico? Caro genio incompreso e infelice, ci hai lasciato i tuoi sospiri, le tue gioie, i tuoi pianti. Vincent mi ha accolto come un vecchio amico e mi ha subito rivelato alcuni segreti della sua pittura. Una cosa, infatti, è guardare le riproduzioni, e un’altra cosa è leggere da vicino , dal vivo, la sua anima, quei tocchi di pennello strisciati e fitti, ripetuti con ostinazione, scoprire quelle luci nascoste, quel delirio di colori. Davanti ad alcuni quadri mi sono fermato a lungo, come incatenato dalla musica e dalla poesia che emanavano da essi. Pittore di suoni colorati, poeta della tavolozza!

   Rembrandt mi ha ricevuto il giorno dopo con le sue luci e ombre misteriose e inquietanti, i volti inquisitori e austeri, la magica armonia dei gruppi di personaggi. 

   Nel pomeriggio la gita in battello lungo i canali: una passeggiata nelle viscere della città, una scoperta della sua vita intima tra le belle case di differenti stili e e differente storia, come quella in cui  Anna Frank scrisse il suo celebre diario.

   Domenica 13 una parentesi musicale, dopo tanta pittura: il concerto alla Concertgebouw. In programma un trio di Haydn, uno di Schumann e un quartetto di Fauré.

   E la poesia? In un certo senso neanche essa è mancata…perché mia moglie ed io alloggiavamo nell’albergo “The poet”, situato nella zona dei musei in via Jan Luyken (1649-1712), poeta e disegnatore olandese. Sulle pareti della nostra piccola stanza alcune fotografie in bianco e nero, un grande specchio e tre frasi del complesso pop inglese “Depeche mode”: “Canta come se nessuno ti sentisse”, “Balla come se nessuno ti vedesse”, “Ama come se non fossi mai stato ferito”.

   Ma è difficile raccontare questa città, essa va scoperta personalmente. Ciò che io vi ho trovato mi accompagnerà per tutto il resto dei miei giorni. Grazie Amsterdam, grazie van Gogh, grazie Rembrandt!

                                                                                                 (Paolo Statuti)

 

Ecco alcune fotografie scattate durante questo breve soggiorno

Rijksmuseum

Rijksmuseum

 

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La casa di Anna Frank

La casa di Anna Frank

Con mia moglie (sullo sfondo un megaparcheggio per biciclette)

Con mia moglie (sullo sfondo un megaparcheggio per biciclette)

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Megapercheggio per bici

Megaparcheggio per bici

Van Gogh il folle

23 Ago
Konstantin Paustovskij

Konstantin Paustovskij

 

 

    In un negozio di libri usati ho trovato il volumetto Opowieści o malarzach (Racconti sui pittori), dello scrittore russo Konstantin Paustovskij (1892-1968). In questo libro, ristampato a Mosca nel 1981 (prima edizione 1966), sono inclusi i saggi scritti da Paustovskij in differenti periodi della sua vita, e riguardanti i suoi pittori preferiti. L’autore, secondo il suo stile, conversa con i lettori e considera non tanto i quadri dei singoli artisti, o la tematica raffigurata o la tecnica di esecuzione, ma piuttosto le circostanze della loro vita, cerca di portare alla luce i contenuti poetici alla base delle loro opere, di scoprire le fonti della creazione. Prossimamente pubblicherò un altro suo breve saggio dedicato a Gauguin, e un testo molto interessante dal titolo L’arte di vedere il mondo. Dal libro Racconti sui pittori ho tradotto per il momento il seguente testo:

 

Van Gogh il folle

 

   Nel mondo della creazione artistica infuria sempre una tempesta di pensieri, immagini, colori, luce, sofferenza, amore, ricerche. Questo mondo ci appare enigmatico. Forse perché ogni vero maestro sottomettendosi alle regole generali della creazione (ancora oggi abbastanza oscure) vive al tempo stesso una vita diversa dai restanti artisti, e per questo crea ulteriori proprie regole, lavora secondo un proprio modello, lascia nelle sue opere l’impronta dei suoi stati d’animo e a modo suo esprime il proprio io.

   Se Vincent van Gogh non fosse stato un Olandese, se non si fosse stancato della onorevole e noiosa vita familiare, se non avessero voluto che diventasse un predicatore, e quindi un uomo con una professione indefinita e inadatta, se non fosse stato per la sua amicizia con i poveri minatori di Borinage, e con gli impressionisti francesi indipendenti, se…

   Si potrebbero aggiungere alcune decine di analoghi “se”, ma una cosa sola è importante – tutte le inclinazioni di van Gogh, tutte le circostanze della sua vita portarono a un risultato che sembrava inatteso, fecero di lui uno dei più grandi e più luminosi pittori del mondo.

   Van Gogh impartì a tutti gli uomini d’arte una stupenda lezione. Fu un esempio di sacrificio, d’inflessibile rettitudine, di prodigiosa follia, che rigettava da sé come scorze le delusioni e gli insuccessi personali.

   Qualcuno scrivendo di van Gogh ha chiamato la sua vita un Golgota. L’artista era inchiodato alla croce della sua pittura, come Dostojevskij lo era alla croce della sua prosa.

   Non temiamo questo paragone. Esso dice in fin dei conti che l’artista desiderava a tal punto trasmettere al mondo tutta la bellezza che viveva nel suo cuore e nella sua mente, che l’intera sua esistenza ci appare come una via crucis attraverso il tormento e la gioia insieme. E questa via scorre ai limiti delle forze umane.

   Così si spiega anche la morte di van Gogh. Non c’è niente di più errato, che vedere nel modo in cui lasciò questo mondo, soltanto patologia e alienazione mentale. Da tempo è stato già detto e da tempo si sa, che l’arte esige dall’artista una dedizione illimitata. Solo allora egli può possedere quella forza inesplicabile, che a volte definiamo magica.

   Gli esempi di ciò che la nostra maldestra lingua chiama magia non mancano.

   Ne citerò uno. Nella Tracia, vicino alla città di Kazanlak è stata dissotterrata non molto tempo fa la tomba di un capo trace. Le pareti sono ricoperte di affreschi. In uno di essi il capo defunto siede alla tavola del convito funerario rituale. E’ magro e nero, come bruciato dalla morte.

   Accanto a lui siede la moglie, bella e triste. La sua mano stringe la nera mano del marito. In quella mano viva, nelle sue forti, delicate dita c’è una tale serenità e una tale fede nell’immortalità dell’uomo amato, che l’intero affresco funebre appare come una solenne affermazione della vita e dell’amore.

   L’affresco ha un potere magico, intensificato ancor più dai quattro focosi destrieri alle spalle del capo defunto.

   Van Gogh era un uomo molto sensibile alle questioni sociali. Cercava nuove e giuste forme di vita nel mondo e si definiva pittore della gente semplice, dei contadini e degli operai. Proprio egli disse: “Sono convinto che non ci sia nulla di più profondamente artistico che amare il prossimo”.

   A differenza di una falsa saggezza che considera la pittura soltanto una servitrice del mondo reale, tutta la vita di van Gogh dimostra che essa esiste autonomamente ed è un meraviglioso fenomeno in una catena di altre manifestazioni della realtà.

   Lo scetticismo e l’avversione per gli impressionisti e per van Gogh, ancora esistenti, anche se per fortuna in via di estinzione, si possono spiegare solo con l’ignoranza artistica, oppure con la negazione della bellezza come forza propulsiva della vita, oppure infine con la paura di fronte a tutto ciò che non risponde alle menti e ai gusti ricoperti di muffa.

   Ci sono ancora persone da noi, annoverate nel mondo dell’arte, che fanno venire in mente la proprietaria della pensione, dove viveva Levitan a Mosca. Egli si era indebitato con lei e voleva pagarla con i suoi quadri. Ma lei non li accettò, perché mancava in essi il benché “minimo tema” – così si espresse. A chi serve l’eterna pace dei fiumi nordici, o l’autunno dorato sotto il cielo nebbioso, se nei quadri non ci sono persone, né mucche e nemmeno galline!

   Il tema è una grande cosa, ma non si può pretendere da tutti gli artisti (così come dagli scrittori) l’uniformazione di forma e contenuto. Condizione di esistenza dell’arte è la varietà dei pareri e dei gusti.

   Se approviamo l’arte dell’Ellade, se subiamo il fascino di Nefertiti e la forte influenza delle opere di Delacroix e di Nesterov e di altre centinaia di artisti totalmente diversi tra loro, come possiamo mettere in dubbio l’enorme importanza di van Gogh, con la sua fantasmagoria di colori brillanti e decisi e la sua profonda visione del mondo! Chi non si rallegra e non si commuove alla vista delle sue tele, è un ipocrita oppure un “ciocco secco”, come diceva il poeta persiano Saadi.

   E’ difficile trovare un altro esempio di maggiore abnegazione di quello che dette con la sua vita Vincent van Gogh. Sognava di creare in Francia una “compagnia di pittori”, una specie di collettività che consentisse agli artisti di servire esclusivamentre l’arte.

   Van Gogh soffrì molto. Nei suoi quadri I mangiatori di patate e La ronda dei carcerati ha reso tutto l’abisso della desolazione umana. Pensava che spetta all’artista contrastare la sofferenza con tutte le forze e con tutto il talento.

   Compito dell’artista è creare la gioia. Ed egli la creò, servendosi dei mezzi che meglio padroneggiava – i colori. Era sbalordito dal modo in cui la natura riesce perfettamente a legare i colori, era affascinato dal numero incalcolabile delle loro sfumature e dalle tinte della terra che mutano di continuo, ma sono ugualmente belle in tutte le stagioni e sotto ogni latitudine.

   Nella vita di van Gogh ha svolto un ruolo importante la città provenzale di Arles. Arles è una città come uscita da un sogno.

   La luce del giorno, limpida e marcata, rende plastico, tridimensionale il paesaggio di Arles, la sua arena romana, dove adesso si svolgono i combattimenti dei tori, le sue sobrie strade semivuote che richiamano alla mente la vicina Spagna, la modesta isolata casetta di van Gogh, scampata per miracolo al bombardamento del quartiere della città dove essa si trova.

   Al Louvre nella galleria degli impressionisti sono conservate le tavolozze di tutti i grandi pittori francesi, tra esse c’è anche la tavolozza di van Gogh. Sembra che vi si siano incollati sopra frammenti delle grasse zolle della terra di Arles. Riluce di ocra, di rosso minio, cupreo e di vino, del colore autunnale della vite, di ruggine centenaria e dell’umido lilla della terra appena arata.

   Gli alberi legati dalle mani di giganti in nodi ramati brillano col grigio azzurro della corteccia.

   Tutto è addensato e compatto. I colori sembrano saltare via l’uno dall’altro, come se nessuno di essi potesse resistere alla intensità e alla brillantezza di quello accanto.

   Van Gogh nei suoi quadri ha trasfigurato la terra. Come se l’avesse lavata con un’acqua miracolosa, fino a farla risplendere di colori così vividi e intensi, che ogni vecchio albero si è trasformato in una scultura, e ogni campo di trifoglio – nella luce solare racchiusa in una miriade di semplici fiorellini.

   Per suo volere i colori si sono fermati nella loro continua trasformazione, per consentirci di godere della loro bellezza.

   Come si può dunque affermare che a van Gogh fosse indifferente l’uomo? Eppure egli gli ha donato la più grande ricchezza che aveva – la propria visione della vita sulla terra, splendente di mille colori e di tutte le loro più delicate sfumature.

  

   Era poverissimo, orgoglioso e privo di senso pratico. Divideva l’ultimo boccone coi senzatetto e provò sulla propria pelle cosa significa l’ingiustizia sociale. Disprezzava il successo a buon mercato.

   Di sicuro non era un lottatore. Il suo eroismo si limitava alla fanatica fede in un radioso futuro per i lavoratori – aratori e operai, poeti e studiosi. Non riusciva ad essere un lottatore, però voleva avere ed ha avuto la sua quota parte nel tesoro del futuro – i quadri che cantano le lodi della terra.

 

Alcune citazioni da van Gogh:

 

Siamo tanto attaccati a questa vecchia vita perché accanto ai momenti di tristezza, abbiamo anche momenti di gioia in cui anima e cuore esultano – come l’allodola che non può fare a meno di cantare al mattino – anche se l’anima talvolta trema in noi, piena di timori.

 

A che sarei utile, a che potrei servire? C’è qualcosa dentro di me, ma cos’è?

 

Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali.

 

Che cosa sarebbe la vita se non avessimo il coraggio di fare tentativi?

 

Per agire nel mondo, occorre morire a se stessi. L’uomo non sta sulla terra solo per essere felice, neppure per essere semplicemente onesto. Vi si trova per realizzare grandi cose per la società, per raggiungere la nobiltà d’animo e andare oltre la volgarità in cui si trascina l’esistenza di quasi tutti gli individui.

 

Per quanto mi riguarda, nulla so con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare.

 

E’ come avere un gran fuoco nella propria anima e nessuno viene mai a scaldarvisi, e i passanti non scorgono che un po’ di fumo, in alto, fuori del camino e poi se ne vanno per la loro strada.

 

A momenti, come le onde disperate si infrangono sulle scogliere indifferenti, un desiderio tumultuoso di abbracciare qualcosa.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Alcuni quadri di van Gogh che hanno attinenza col testo pubblicato:

   

Il raccolto

Il raccolto

Il vigneto rosso

Il vigneto rosso

La stanza di van Gogh ad Arles

La stanza di van Gogh ad Arles

Contadini con bambina

Contadini con bambina

Mogli di minatoriMogli di minatori

La ronda dei carcerati

La ronda dei carcerati

I mangiatori di patate

I mangiatori di patate

L'aratro

L’aratro

Minatori nella neve

Minatori nella neve

Seminatore col sole che tramonta

Seminatore col sole che tramonta