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Il ghetto di Varsavia

16 Ott

Il ghetto ebraico di Varsavia – Eroismo e dignità umana

     Esattamente 80 anni fa, il 16 ottobre 1940, il regime nazista istituì il ghetto ebraico nella città vecchia di Varsavia. Oggi desidero rendere omaggio alla memoria di quelli che allora impugnarono le armi nell’Insurrezione del 1943, lottando per la dignità umana. Lo farò lasciando la parola a due poeti e a uno scrittore polacchi, che come tanto altri hanno dedicato pagine commoventi e appassionate al tragico destino degli Ebrei durante la II guerra mondiale.

     Il 19 aprile del 1943 era Domenica delle Palme. Durante la notte con un massiccio spiegamento di forze i Tedeschi avevano accerchiato la zona del ghetto di Varsavia, dove vivevano ancora settantamila persone. La stragrande maggioranza – alcune centinaia di migliaia – era già scomparsa nelle camere a gas di Treblinka, Bełżec ed altri campi di sterminio. Il giorno di Lunedì Santo, alle sei di mattina, reparti delle SS, della Wehrmacht e della polizia tedesca entrarono nel ghetto. Da alcune case all’incrocio tra via Nalewki e via Gęsia essi vennero accolti da un violento fuoco. I difensori del ghetto sparavano dai nascondigli, lanciavano contro il nemico bottiglie incendiarie. I Tedeschi, colti di sorpresa, fuggivano. Molti di loro restarono uccisi. Questo fu l’inizio.

     Ma l’impari lotta non poteva durare a lungo. Malgrado il grande coraggio e l’eroismo dimostrati contri il nemico, e nonostante l’aiuto in uomini e armi fornito dalla Polonia Clandestina, i Tedeschi alla fine domarono la rivolta. Essa durò fino all’8 maggio, allorché cadde, dopo un’accanita difesa, l’ultimo ricovero sotterraneo di via Miła. I nazisti incendiarono casa dopo casa, senza pietà per nessuno, uccidendo anche donne e bambini.

     Il destino di Varsavia – città indomita – cominciò a compiersi in quell’aprile del 1943. Dopo la gloriosa Insurrezione nell’agosto del 1944, l’intera capitale diventò un mare di rovine e di cenere, come il vecchio quartiere degli Ebrei. Per commemorare il martirologio degli Ebrei e il tragico destino del ghetto di Varsavia ho scelto la poesia Tuttora di Wisława Szymborska, un brano del romanzo Il pane gettato ai morti dello scrittore Bogdan Wojdowski e la poesia Ghetto del poeta Tadeusz Kubiak. Tutti e tre i testi sono nella mia versione.

Wisława Szymborska

Tuttora

Dentro i piombati vagoni

attraversano i nomi

il paese. Dove andranno,

e se mai scenderanno,

non chiedete, non dirò, non so.

Il nome Natan contro il ferro picchia,

il nome Izaak demente canticchia,

il nome Sara un po’ d’acqua chiede

per il nome Aaron che muore di sete.

Nome David, non saltare in corsa.

Sei un nome che vuol dir sconfitta,

non dato a nessuno, senza forza,

che è duro avere in questa terra afflitta.

Il figlio abbia un nome slavo,

perché qui contano i capelli,

scindono il buono dall’ignavo

secondo il nome e gli occhi di quelli.

Non saltare. Sia Lech il figlio.

Non saltare. Non è il momento questo.

La notte risuona come un ghigno

e alle ruote rifà il verso funesto.

Il fumo umano è spinto dal vento,

da un gran dolore – solo un lamento,

una lacrima, il cuore leggero.

Corre il treno nel bosco nero.

Taratran sui binari. Il bosco è senza uscita.

Taratran. Nel bosco il trasporto delle grida.

Taratran. Di notte ascolto tra le ruote,

taratran, come il silenzio il silenzio scuote.

Bogdan Wojdowski  –  da: Il pane gettato ai morti

     In queste pagine è evidenziaro il senso stesso dell’Insurrezione. Uomini condannati a morte dall’hitlerismo, che a decine di migliaia andavano nei campi di sterminio, docili e rassegnati – alla fine impugnarono le armi. Non volevano morire in ginocchio. Sapevano di non avere alcuna probabilità di sopravvivere, ma sapevano anche di scrivere con la loro eroica morte un’altra luminosa pagina della storia di questa guerra, e di farlo in nome di milioni di confratelli perseguitati, umiliati e uccisi.

     «La folla si riversava in mezzo alla strada.

     E durò fino a tardi. I soldati sorvegliavano i portoni per impedire che qualcuno fuggisse, gridando nell’oscurità i numeri delle case come parole d’ordine… Avanzavano lentamente e sembrava che uscissero dalle viscere della terra. I lampioni gettavano una luce livida sui volti. La marea di gente scorreva e durò a lungo quella notte. Il giorno dopo l’operazione fu intensificata. Quel giorno vennero impiegati i cani.

     I cani lupo alsaziani abbaiavano, i Tedeschi ridacchiavano e quelli che fuggivano si reggevano il posteriore. Intere famiglie di abitantidel ghetto erano stanate dai nascondigli e dai rifugi e quelli che venivano presi, chiamandosi a vicenda, correvano in preda al panico, raggiungendo le colonne e nascondendosi nella calca per non essere percossi dai diligenti uomini della scorta, Con i sacchi gettati sulle spalle, nei quali custodivano i loro miseri beni, trasportando con zelo fagotti, valigie, bagagli, piegati sotto il peso, camminavano docilmente, per non innervosire la scorta che osservava con inquietudine la folla, aspettandosi lamentele e resistenza. Da sotto gli elmetti lampeggiavano guizanti e vigili occhiate, e le mani erano posate sulle armi automatiche, col dito spasmodicamente ricurvo in prossimità del grilletto. I cani correvano con le lingue di fuori, latrando nervosamente. Alcune guardie, nel timore di provocare scompiglio tra le file, si tenevano a distanza e spesso nella confusione porgevano premurosamente il braccio ai vecchi che si trascinavano faticosamente dietro il corteo, perdevano il bagaglio, si lamentavano.

     – Si rendono conto di dove stanno andando? Così mansueti – disse Uri. – Come un gregge. Ormai è la fine.

     Zio Jehuda si afferrò convulsamente la camicia.

     – Ancora non è la fine – replicò. – Crepassi in questo momento, ancora non è la fine!

     Tutto il giorno erano rimasti sdraiati nel solaio sotto il tetto e la lamiera riscaldata dal sole da lontano bruciava la pelle. Ogni movimento richiedeva un grande sforzo; trascorsero il tempo fino alla sera sonnecchiando, in un silenzio assoluto, non muovendosi di lì per paura delle pattuglie. Nel solaio c’erano delle strette fessure-finestrelle che fornivano un briciolo d’aria fresca… Per scendere le scale e introdursi nel nascondiglio dovevano aspettare il crepuscolo. Ma qualcuno li disturbò.

     Di notte sentirono un uomo che correva per la stradina, era uno sfuggito a una retata in via Żelazna. Andava avanti e indietro, indugiava. Si fermò, tornò di corsa verso il portone; per la foga ruzzolò su una catasta di ciarpame ammucchiato all’interno. Si rialzò, guardava le finestre vuote e ansimava.

     Poi entrò urlando in tutte le scale e nell’edificio distrutto gli Ebrei tremanti nei nascondigli sentirono chiaramente, parola per parola, il suo terribile grido.

     – Ebrei, ascoltatemi, Ebrei! Sono di Łachwa, via Klonowa 12… Non lasciatevi incantare dai Tedeschi, essi vi preparano la morte. Non andate docilmente al massacro! Tutto ciò che vi dicono è una menzogna. La verità è un’altra ed è spaventosa. Ebrei, ve la dico io la verità. Sono scappato da Łachwa per dirvi qual è la verità! Là in provincia è già cominciato. E adesso tocca a voi. Dov’è Kobryń? Dov’è Stołpce? Szerokie? Dov’è Kleck? Non ci sono più… non c’è anima viva, hanno portato tutti al macello!

     Gridava con la voce rauca, ansimando, e le parole sgorgavano come sangue.

     – Oh, Ebrei, fratelli, sono tutti vuoti i villaggi dove batteva il cuore ebreo. Non c’è speranza, non c’è scampo. E’ suonata l’ultima ora. Prendete le armi… armatevi! Che aspettate? Meglio morire con un coltello in mano, con una scure, piuttosto che là…

     Camminava come uno spettro, uno spettro urlante, per tutti i piani e gli androni, finché non accorse una guardia.

     – Fratelli! Ci gettano nelle fosse nudi e sparano alle spalle. Riempiono di terra le fosse e il sangue scorre nel campo. Come fango molliccio. C’è il sangue su quelle tombe. La terra si muove su quelle tombe. I feriti muoiono soffocati come bestie in quelle tombe. Seppelliscono vive le donne ebree coi loro piccoli … C’è un tale fumo. Soffocano e bruciano. Costruiscono grandi forni. Bruciano gli Ebrei in quei forni. In cielo si leva il fumo, da ogni parte si vede il fumo… Lo-jamisz ammud heonon jomam… Ebrei, ricordate!

     Una pattuglia di guardie accorse e le luci delle torce elettriche ondeggiavano, frugavano sulle pareti, sulle finestre e sul selciato. Imprecavano. Zio Gedali tre piani più in alto ripeteva sottovoce le antiche parole e serrava fortemente le palpebre.

     – Lo-jamisz ammud heonon jomam…

     L’uomo stava immobile trafitto dai fasci dai fasci di luce e gridava. Non si nascondeva, non scappava. Alle fine lo raggiunsero, lo strinsero in un angolo del cortile e tra le imprecazioni lo massacrarono vicino al bidone dei rifiuti, senza neanche uno sparo; ancora a lungo un mucchietto di stracci macchiati di sangue rappreso restò là sul cemento…

     Tra le file della colonna si aggiravano le pattuglie, perquisendo in fretta e furia donne e uomini… Sui marciapiedi sorvegliati e vuoti correvano le staffette coi rapporti dei sottufficiali per tutto il percorso della colonna. Le SS coi cani al guinzaglio si tenevano a una certa distanza. Le persone spinte attraverso la città avevano lo sguardo docile e ottuso. Avanzavano sotto il peso dei bagagli, senza protestare.

     Verso mezzogiorno vennero rimosse le sentinelle, il movimento cessò. Sulla via piena di bagagli abbandonati restarono le ultime guardie; una di loro si tolse l’elmetto, si asciugò il sudore sulla fronte e osservò incurante il vicolo tranquillo e deserto. Le voci di quelli condotti via giungevano fievolmente dalla parte di Leszno…

     Sotto il tetto la sete tormentava. Scesero. Furtivamente, uno alla volta s’introdussero nel nascondiglio. Per primi andarono Uri, Jehuda e Gedali, e Naum con David per ultimi…

     La, nel nascondiglio, si svolse tra loro questa conversazione.

     Zio Gedali:

     – Restare vivi significa molto.

     Uri:

     – Ci sputo sopra su una simile vita!

     Zio Gedali:

     – Basta sopravvivere, per dare una testimonianza.

     Uri:

     – Testimonianza? A chi importa? E a chi E a chi importerà?

     Naum:

     – Il gregge condotto al macello resta in vita finché non cala la mannaia. Portano gli Ebrei al macello e loro per paura affermano che bisogna finire docilmente sotto la mannaia per poterrestare in vita.

     Uri:

     – Lottare per salvare la vita.

     Zio Jehuda:

     – Lottare significa morire.

     Naum disse che era d’accordo con lui. Già, le strade sono due. Agire e resistere portano alla morte sicura. Fuggire, nascondersi, permettono solo di rimandarla. Che fare?

     – Temporeggiamo, per un pò.

     Uri:

     – C’è il bosco.

     Naum:

     – Dovrei finire nel bosco? Patire la fame? E lasciare che mi diano la caccia come a una lepre?

     Uri:

     – Qui mi danno la caccia da due anni… Là, nel bosco, posso procurarmi un’arma e colpire i Tedeschi, e non soltanto difendere questa vita schifosa affilando le unghie come un topo nella tana.

     Zio Gedali:

     – Sempre la stessa cosa… lottare, lottare!

     Gridarono tutti insieme coprendo la sua voce.

     Poi disse:

     – Non è un disonore cedere alla forza.

     Gridarono:

     – È un disonore!

     Ed ecco la poesia di Tadeusz Kubiak (1924-1979), un drammatico grido di rabbia e di disperazione, un appassionato incitamento alla rivolta e al riscatto della dignità umana, in risposta alla violenza nazista.

Ghetto

Ai fiaccati, ai corrosi dalle fiamme,

ai massacrati in un cigolio di gelide armi,

la rabbia

ha serrato

le mani insanguinate

in pugni.

Ad una percossa, che si chiama Chaja,

ad uno soffocato, che era Salomone –

per i quali nessuna casa

in nessun paese

fu la loro casa.

Che mai in nessun portone

torneranno

e busseranno,

ma scorreranno nell’oceano furioso

fino in capo al mondo.

Per i quali – giacigli, bottegucce e pigioni,

dimore estranee e grigie,

dovevano rimpiazzare ciò che era più caro:

il cielo sul mare di Genezareth.

Quello calpestato,

che nel lurido tugurio

pesando il pesce e il pane a etti,

quando il fucile

suona

sulla porta

come violino,

la sua pallottola – la sua morte aspetta.

Chi è caduto anche se una volta

picchiato col fucile,

chi sputava sangue in una fogna

quando si alzerà –

le selci della strada

riuscirà a strappare,

se colpire col pugno non basterà.

Chi è stato insultato,

schiaffeggiato,

quando toccherà la pietra,

quando la stringerà –

qualunque cosa accada,

non lo spaventerà più,

non lo spezzerà.

Non c’è nessuna scelta.

Ai massacrati,

ai torturatori

per l’ultima volta questa sera

brilli negli occhi il sole che tramonta.

Non aspettare la notte silenziosa

e non sognare il mattino che arriva…

Ma con la vendetta

gridare in risposta

alla violenza –

lanciare,

lanciare

anche una sola granata!

(C) by Paolo Statuti

Poeti polacchi

31 Ott

Caleidoscopio di poeti polacchi

 

   Inserisco qui molte poesie di poeti polacchi (in ordine alfabetico), da me tradotte casualmente e/o in diverse occasioni, nel corso degli anni. Questi poeti si aggiungono a quelli cui ho dedicato un post a parte nel mio blog. In tal modo in quest’ultimo troverete tutte le poesie nella mia versione, pubblicate a suo tempo nella antologia annessa alla “Guida alla moderna letteratura polacca” di Jerzy Pomianowski (Bulzoni, Roma 1973).

Edward Balcerzan

Evanescenze e riferimenti del fiume
(Rozkojarzenie rzeki)

Si riferiva per mezzo delle rive Vicino
alla prima ondata di movimenti tribali
che lo ricordavano per l’Impetuosità
anche nelle cronache orali
C’erano in esse anche penisole di reticenze

che cessavano a metà parola E secche con gli uccelli
che voltavano con le ali le pagine d’un libro futuro
le pagine del mondo
E gli alberi
che fluivano
sembravano un presentimento di Maiuscole
segnate non con l’oro ma col timbro di voce

Vi si posavano ciotole di bronzo
Non reperti ancora
ma già in frantumi

Si riferiva sorprendente tramite un filosofo
al tempo in generale
in quello pieno di pesci
i cui gorghi non sono tali ma inghiottiscono le zattere
i cui luoghi benché nel verde e nell’alveo di terra
sono così fluenti Come nelle lingue E così balbettanti

Questi erano riferimenti
ormai lontani

Soltanto in mare
aperto

si riferiva in modo esauriente
a distinti sorsi d’acqua dolce
alle monete gettate alla fonte
Ma erano riferimenti abbastanza sciolti
tra righe
di alghe
del fiume che si ramificava

Nel quale continuamente ondeggiava il villaggio
ricoperto di lampade tra i giardini come
una corazza

Un tempo negli occhi resi profondi
da una paura abissale
si riversava come mite Fiume della Dimenticanza

Adesso è nella mappa politica
un nervo
fratricida sotto la spinata linea dei confini
Ciò che nella poesia del fiume è un assurdo

Ciò che forma un altro romanzo-fiume

Zbigniew Bieńkowski  (1913-1994)

         

Varsavia

Costruita dal ricordo, dal sangue e dal dolore

di nuovo vedo il Tuo corpo e sento il Tuo passo.

Oggi il Tuo battito, anche se scuote il mio cuore,

non mi commuove così come un solo Tuo masso.

 

Ripeto il Tuo nome come unica preghiera

per le esecuzioni, i morti e la liberazione.

Oh sì, darò battaglia con ogni Tua maceria,

perché Tu sia vittoria, impeto e mattone.

 

Più spesso Ti sei nutrita di sete che di fame.

Non di terra ma di cielo il Tuo suolo è composto.

Un frammento delle Tue mura è un pezzo di pane,

e una goccia del Tuo fiume è il più grande conforto.

 

1945

 

 

Jacek Bierezin (1947-1993)

Emigrazione

Corsi molto per giungere in tempo alla nave ubriaca

che partiva dalla stazione orientale  alle 6.40

La valigia era pronta Avevo solo bisogno di qualche libro

come ogni uomo comune ma pensante

 

Che ha negato i rapporti causa-effetto della rivoluzione

nella sfera della coscienza della felicità e del bello

(leggi i libri Sankya: chi distingue considera

la felicità dell’uomo una sorte di sofferenza).

Niente mi legava a questa città

 

Alla mia domanda quanto l’India è distante

il vigile rispose annuendo

ma innanzi tutto mi rimproverò aspramente

di aver smesso di scrivere versi

privandolo in tal modo di vita interiore

 

Sulla strada i tram strepitavano allegramente

Sisifo rotolava il sasso Si trasportava il latte

Apparentemente tutto era normale

 

Noi come del resto ogni solito schiavo

che non supera i limiti dell’ordine imposto

avendo alle spalle l’esperienza di venti secoli

fingevamo che nulla fosse successo –

e aspettavamo la venuta dei nuovi barbari

 

Ieri  sera con verdetto della coscienza

mi son tolto il diritto all’isolamento interno

Non senza sforzo ho chiuso alle mie spalle la porta

pesante dell’unica impossibile uscita

 

Ho provato ad occuparmi  di consuete cose ed ho iniziato

raschiando tracce di sangue da centinaia di libri assassinati

Il modo tradizionale di vincere il senso di solitudine

che m’è noto da Fromm e dalla vita d’ogni giorno

questa volta è risultato vano (del resto l’avevo previsto)

 

Ho preso a leggere l’orario indeciso

se prestare attenzione agli arrivi o alle partenze dei treni

Tutto ciò accadde una sera d’inverno quando l’incertezza

delle parole mi si rivelò come verità

 

Ora correvo per giungere in tempo alla nave ubriaca

che partiva dalla stazione orientale alle 6.40

benché sapessi che non ci sono più navi ubriache

che certi viaggi come sempre non sono possibili

 

Il viaggio al termine della notte e del silenzio sapeva di sangue

ma dagli angoli sbucava senza posa la miseria della quotidianità

Non riuscivo ancora a capire sebbene sapessi molto

La penna torturata caparbiamente si rifiutò di deporre

Infine sgorgò la luce dalle vene aperte

 

1972

 

Janina Brzostowska (1897-1986)

                             In memoria dei fucilati

                                        a Varsavia

                               in viale Jerozolimski

                                      il 28. II. 1944

 

Passanti assorti

sulle tombe delle città bruciate –

e voi, ormai sorridenti,

pieni della grazia dell’essere!

Ricordatevi,

che come la luce

che al mattino  getta il primo chiarore

alla finestra

e risveglia

al nuovo giorno,

c’è

ogni giorno pulsante in noi con nuovo flusso

la vita.

Che è colloquio

di sguardi fino in fondo felici,

commozione

della bontà senza riserve,

che è amore.

E che è dolore immenso

e terrore delle mani

che si aggrappano alle sponde del carro

che porta all’esecuzione…

Che è desiderio:

di resistere!

di non morire!

Forse intuirete

l’impossibilità del commiato,

col quale si strappavano ai giorni dischiusi

nel mezzo delle questioni terrene,

diretti verso la morte.

L’impossibilità

in cui c’era tutto,

tutto ciò che è rimasto:

la Patria!

Marian Czuchnowski (1909-1991)

 

Donne e cavalli

 

Pestata dall’erba nuda correva la pianura.

Nel fiume donne sode e come il fuoco spavalde

bagnavan delle gambe i lunghi steli e le linfe calde

dei seni che pungevan la blusa sotto la maglia di lana dura.

 

Il ronzio dell’acciaio vestiva d’aroma la sera.

In basso le nebbie: del silenzio le morte cascate.

Sui colli giumente in calore, di terra odoranti e di sale,

             sull’ispido vento poggiavan le groppe sudate.

Fiutando il nudo del maschio spizzicavano con l’erba

             Il fresco, il profumo, la primavera.

 

1931

 

 

 

Tytus Czyżewski (1880-1945)

 

Primavera del 1917

 

                                       Alla memoria del poeta Apollinaire

 

Terra ho più volte invocato

oggi il sole è lo squarcio d’un gigante

già da tempo privo dei pugnali

Cesare Borgia il giullare scarlatto

l’ombra gobba di Riccardo III sul muro

guardano la fetta di luna che sporge

       dalla sacca sulle spalle

nella volta del cielo scorrono le rondini

i fiori primaverili sbocciano nei campi

le nubi si preparano alla scontro armato

vedo Alessandro il Grande

        dal mosaico pompeiano

le armate coi vessilli escono

        dalle trincee di Verdun

e lontano nelle nubi primaverili

si delinea l’elmo scuro d’artigliere

del tenente Wilhelm Kostrowicki

il treno blindato sfreccia nel cielo

il tuono primaverile scuote la terra

fino alle sue viscere bacate

fino al cuore messo a nudo dell’uomo

la tempesta piega un grosso albero

sfogliato là in mezzo ai campi

il verde esuberante della vite selvaggia

s’inerpica sul tronco annerito

 

 

 

Witold Dąbrowski (1933-1978)

 

Forse chissà Iddio…

 

Forse chissà Iddio ha l’aspetto d’un generale a riposo.

Ha organizzato tutto.

Or comandano altri, più giovani.

Ha smesso le medaglie, i nastrini, è superiore a questo.

 

Forse ogni mattina scrive le sue lunghe memorie

piene di rettifiche, chiarimenti e correzioni,

facendo più volte il punto della situazione,

e indicando l’ora esatta.

 

Non gli permettono di pubblicarle,

hanno elaborato una propria versione dei fatti.

 

Eppure vorrei leggerle quelle memorie.

 

1965

 

 

 Stanisław Grochowiak (1934-1976)

 

I puliti

 

Meglio la bruttezza

E’ più vicina al sangue

Delle parole quando radiografate

E tormentate

 

Essa incolla le forme più ricche

Salva con la fuliggine

Le pareti dell’obitorio

Nella gelità delle statue

Immette odore di topo

 

Perché ci sono persone così lavate

Che quando passano

Nemmeno un cane ringhierà

Benché non siano sante

E nemmeno quiete

 

1959

 

 

Paweł Hertz (1918-2001)

 

La gravosa lira

 

L’occhio brama il mondo, come una musa incostante,

Che dice parole vuote, pur con senno parlando,

La mano non ama alcuno, rimane incurante

E accarezza la bella fronte, l’ombra palpando.

 

Il sonno incline alla morte, l’amor che fa avanzare

Chiudendo i begli occhi, benché della strada ignaro,

Ma ecco la musa pone fine a questo errare

E togliendo la lira ti porge il lauro amaro.

 

Nato troppo tardi, troppo presto al fato cedi,

Troppo esiguo per gli angeli, troppo altero per la gente,

E la tua mano inquieta si sforza vanamente

Di toccar le corde d’oro, che solo in sogno vedi.

 

1938

 

 

 

Al poeta

 

Se mai creare un’opera fosse dato,

pur negli occhi un disegno scarno,

leggera come un bimbo greco addormentato

sopra una nuvola di marmo.

 

Ma tu non sei uno scalpello, o penna amata,

tu tremi tra le mie dita, incerta,

nella capitale, dagli azzurri estraniata,

che è per me come Troia deserta.

 

Qui il vento percuote con le sabbie d’oro,

e mira infallibile alla morte.

Non la creazione ardua, ma il bel lavoro

sopravviverà alla mia notte.

 

1938

 

 

Anna Janko (1957)

 

Non ho paura

di morire prima che tutto si avveri

prima che con i denti arrostiti dal sole

felicemente sazia

mi chiuda dietro la quarta tavola

e vada alle formiche

lasciando in alto una fila di bambini

e una nobile giustificazione non omnis

 

Non ho paura

che qualcuno mi aggradisca alle spalle

e non guardandomi il viso

(che forse potrebbe darmi una chance)

la finisca con me in nome di qualcosa

 

Non ho paura dei selvaggi

tra le affabili pieghe della cultura

muoiono solamente gli eletti dalla sorte

 

sono soltanto uno dei suicidi

anche se mi uccide qualcuno

incontrato per caso

 

Maria Kasterska (1894-1969)
NOLI ME TANGERE
Non toccare il mio dolore: esso dorme
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il suo letto ho rifatto
Del lavoro di ogni ora,
Spesso lo vede l’aurora
Chino su un foglio bianco,
E spesso un uccello
Con le soffici ali colpisce
Il vetro schiuso
Alla notte che finisce.
Non toccare il mio dolore: esso dorme
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’ho circondato
Di fiori, di belle armoniose parole,
Mento con un nastro di sogni colorato:
Quando di notte gli rispondo
Che torneremo nel paese della gioia
E a volte, senza più vigore,
Quasi credo in quel fiabesco mondo.
Non toccare il mio dolore: esso dorme
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Parlami ad alta voce, allegramente,
Di’ ciò che vuoi, parla pure,
Ma sia sempre chiara la tua mente
E non svegliarmi con un brutto eco.
Guarda: come un piccolo riccio
Che punge in silenzio, con tormento,
Il dolore si è assopito nel mio cuore,
E perfino nel sonno lo sento.

 

Józef Nikodem Kłosowski (1904-1959)

 

Litania della Madonna di Częstochowa

 

Maria di Jasna Góra,

Vestita di piume argentate, o effige scura,

Da secoli i miracoli ti hanno reso famosa,

Del sole più bella, delle stelle più luminosa!

 

Scaccia la belva germana dai nostri focolari,

Arresta il fiume di sangue che scorre a Biłgoraj,

Restituiscici alle nostre case e ai nostri campi,

Prega per noi, Madre degli erranti!

 

Madonna Nera!

Scendi su questa terra sconvolta dalla bufera,

Nei villaggi travolti dalla famelica onda,

Dove la morte più dell’assenzio nei campi abbonda,

 

Dove la cieca soldataglia uccide i neonati,

Dove i bambini implorano dietro i reticolati!

O Mattutino, o fulgida stella dorata,

Prega per noi, o rosa profumata!

 

O Madre Afflitta,

Sotto la croce della sofferenza trafitta,

Speranza dei derelitti e iride dei dubbiosi,

Scendi tra quelli che gemono nelle prigioni,

 

Sorreggi il popolo schiacciato dall’orrida guerra,

Da’ alle ceneri dei martiri la pace eterna,

Fa’ che il nostro paese non grondi più di pianto.

Regina di Polonia, riparaci col tuo manto!

 

 

 

Per i quali giacigli, bottegucce e pigioni,

dimore estranee e grigie,

dovevano rimpiazzare ciò che era più caro:

il cielo sul mare di Genezareth.

 

Quello calpestato,

che nel lurido tugurio

pesando il pesce e il pane a etti,

quando il fucile

suona

sulla porta

come violino,

la sua pallottola – la sua morte aspetta.

 

Chi è caduto anche se una volta

picchiato col fucile,

chi sputava sangue in una fogna

quando si alzerà –

le selci della strada

riuscirà a strappare,

se colpire col pugno non basterà.

 

Chi è stato insultato,

schiaffeggiato,

quando toccherà la pietra,

quando la stringerà –

qualunque cosa accada,

non lo spaventerà più,

non lo spezzerà.

 

Non c’è nessuna scelta.

Ai massacrati,

ai torturatori

per l’ultima volta questa sera

brilli negli occhi il sole che tramonta.

 

Non aspettare la notte silenziosa

e non sognare il mattino che arriva…

Ma con la vendetta

gridare in risposta

alla violenza –

lanciare,

lanciare

anche una sola granata!

 

Tadeusz Kubiak (1924-1979)

 

Ghetto

 

Ai fiaccati, ai corrosi dalle fiamme,

ai massacrati in un cigolio di gelide armi,

la rabbia

ha serrato

le mani insanguinate

in pugni.

 

Ad una percossa, che si chiama Chaja,

ad uno soffocato, che era Salomone –

per i quali nessuna casa

in nessun paese

fu la loro casa.

 

Che mai in nessun portone

torneranno

e busseranno,

ma scorreranno nell’oceano furioso

fino in capo al mondo.

Per i quali giacigli. bottegucce e pigioni,

dimore estranee e grigie,

dovevano rimpiazzare ciò che era più caro:

il cielo sul mare di Genezareth.

Quello calpestato,

che nel lurido tugurio

pesando il pesce e il pane a etti,

quando il fucile

suona

sulla porta

come violino,

la sua pallottola – la sua morte aspetta.

Chi è caduto anche se una volta

colpito col fucile,

chi sputava sangue in una fogna

quando si alzerà –

le selci della strada

riuscirà a strappare,

se colpire col pugno non basterà.

Chi è stato insultato,

schiaffeggiato,

quando toccherà la pietra,

quando la stringerà –

qualunque cosa accada,

non lo spaventerà più,

non lo spezzerà.

Non c’è nessuna scelta.

Ai massacrati,

ai torturatori

per l’ultima volta questa sera

brilli negli occhi il sole che tramonta.

Non aspettare la notte silenziosa

e non sognare il mattino che arriva…

Ma con la vendetta

gridare la risposta

alla violenza –

lanciare,

lanciare

anche una sola granata!

Jalu kurek (1904-1983)

Pensando a mia madre

 

Canta la notte.

quasi avesse in gola mille uccelli,

notte dai lunghi capelli,

nuda.

 

Cieli afosi.

Afosi e tinnanti.

Il firmamento arde di stelle.

 

La notte scende nei varchi,

nello scuro orizzonte,

nei gelsomini fragranti.

 

Penso a te,

morta, ma sempre viva,

quando la notte si allunga e non s’interrompe.

Da te, o madre, volo

come foglia d’autunno verso la terra.

La vita come abito si logora.

Un ramo che cade.

 

Che il vestito si laceri, si strappi,

purché ti abbia fino all’ultimo

sulle labbra.

 

1957

 

Leopold Lewin (1910-1995)

 

Le Nuove Termopili

 

“Westerplatte si difende!” – avidamente ascolto il ronzio

Che esce dall’altoparlante come da un tumultuoso abisso,

E a un tratto il grido cresce con le onde dell’etere,

Che la guarnigione resiste ancora, che ancora si difende.

Quando cominceranno a mutarsi in storica polvere

E da questa polvere a creare i miti del nostro tempo,

E diranno che sono le Nuove Termopili

E che là perì un intero stuolo di Leònidi,

E quando sul litorale erigeranno una tomba

In onore dell’Ignoto Cavaliere del Mare,

Credendo che questa tomba raffigura la forza

Che difenderà il litorale polacco,

Quando, incantata dalla stupenda leggenda,

La nazione renderà loro l’onore dovuto agli eroi –

Tu non credere: essi vivono e vivranno in eterno,

Westerplatte si difende e mai si arrenderà!

 

Andrzej Mandalian (1926-2011)

 

Lamento per san Giorgio

 

San Giorgio non esiste Non è morto

Né trafitto dalla lancia né con la lancia in mano

Né vincitore né morto da prode Non sulla sella

Né gettato di sella Non fu

Sottoposto a dura prova dai pagani

Né venduto né condannato al martirio

Né immerso nel piombo nella pece nell’immondizia

San Giorgio non è mai esistito

San Giorgio non fu san Giorgio

 

Le deposizioni di testimoni degni di fede

Non permettono di stabilire l’identità

Si parla di subdole icone

Di leggenda fraintesa L’armatura non era un’armatura

Il cavallo non era un cavallo le gesta non erano gesta

La vergine presente al fatto è scomparsa senza tracce

L’occhio della provvidenza ammicca anziché rispondere

E non servono più le tavole dipinte

Le tele stillanti oro la pietra rozzamente scolpita

 

San Giorgio non esiste

Il canone della virtù cavalleresca fu creato

In circostanze sospette

Secondo alcuni da un paio di Zingari

Che vagabondavano con la luna e con la favola eterna

Secondo altri in una locanda da frati questuanti

Con le mani vuote certo ma col boccale pieno

Al servizio di qualche impostore vagabondo

 

La Chiesa accolse la notizia con la dovuta riserva

Ma il popolo la prese subito per buona

Il drago affollò le terre il cavaliere levò la lancia

Per difendere le caste fanciulle e i dolci neonati

Adesso è tutto un abbaglio una sembianza illusoria

Ben presto si saprà che il drago non sputava fuoco

Né sferzava con la coda E’ vero diamine

Il mondo non si compone più di quattro elementi

Il mondo finisce

S’adegua all’occhio ingannatore

Che scorge solo il multiforme anziché l’unità

Nessuno bada più alla liturgia ambrosiana

Nulla più vale la parola di papa Gelasio

 

San Giorgio è stato abolito

Tutto in regola

Nessuno più cavalcherà nei campi con la bianca armatura

Con la rossa croce

Nessuno più si mostrerà alle schiere presso Gerusalemme

Nulla rimarrà della leggenda nulla resterà delle gesta

Ma che accadrà della fanciulla

Fino a quando deve mantenersi casta

Che accadrà dei neonati

Fino a quando si riuscirà a tacere

In verità vi chiedo

Chi ucciderà il drago

 

Noi mansueti e poveri di spirito

Che facciamo fiduciosi  la pace umili misericordi

Sempre puri di cuore Noi che soffriamo

Noi che piangiamo che abbiamo fame e sete

Noi la cui salvezza è tutta in questa frase

La realtà è menzognera e la vita fallace

Strappandoci a brandelli gli abiti da lutto noi gridiamo

San Giorgio non esiste

Guidaci san Giorgio!       (1972)

Leszek Aleksander Moczulski  (1938)

 

*  *  *

 

Un caseggiato. Un sudicio spiazzo di fronte. Una panca sbilenca.

Senza intonaco. La tromba delle scale imbrattata di vernice.

Come se chi ha pitturato, ormai non sperasse più.

Che a difesa del diritto, che il riso dei bambini, che la verità

                                                                        cambierà qualcosa.

 

 

*  *  *

 

Non capisco questo dialetto.

Mi sento come uno straniero, quando con le parole che conosco

                                                                                               dall’infanzia,

gli atti di violenza vuoi

suddividere in giusti, meno giusti e ingiusti.

 

 

Tadeusz Nowak (1930-1991)

 

I cavalli di legno

 

Dalla frutta fluisce il buio.

Il fiume ha il ventre melmoso del pesce.

Solo dal mattatoio risplende il bue:

galassia sezionata in quarti.

 

E noi abbiamo i cavalli di legno

e dai ginocchi materni non scendiamo.

Si scontrano nel campo i capricorni,

scorre il bagliore – e nel giardino appare

incorniciato da un ramo di melo

il mongolo viso dell’inverno slavo.

 

E quando dei nostri padri soltanto

dai fiaschi narra tonando il sidro,

essi nelle giubbe color tabacco

ruotano dei propri corpi i meloni.

Indossan le vedove vesti nuziali.

E’ l’alba – tonfare di mele,

ravviare di chiome, tergere di mani

e addestrare di cavalli.

 

Dalla frutta fluisce il buio.

Si va spegnendo il pesce sezionato.

Nitriscono i cavalli nel solaio.

Le madri vanno in abito da lutto

sulle colline imbevute di fiele

e ci prendono sui loro ginocchi.

 

1959

 

Salmo del paradiso

 

S’indora sotto il melo il corpo nudo

Dai seni il frutto rotola ai ginocchi

Nella mia infanzia è già accaduto

ciò che han visto d’erbe e di bestie gli occhi

 

Andavo presso i meli nottetempo

con accetta corda sega e coltello

per vederli tremare di spavento

per darne in sogno ai nipoti il flagello

 

Dalla parrocchia dai suoi recisi meli

Adamo ed Eva fuggivano nei campi

io gli scrivevo come il Dio dei cieli

d’infernale veleno colmi canti

 

E fino in guerra d’un angelo alleato

stringevo un’enorme spada in mano

Oggi mi grida Cristo fucilato

invano o figliolo o angelo invano

 

Invano Giace l’arcangelo selvaggio

in trincea avvolto nel filo spinato

Eva sulle ferite il miglio ha cosparso

Adamo la spada in bacchette ha mutato

 

S’indora sotto il melo il corpo nudo

Dai seni il frutto rotola ai ginocchi

Nel grano sotto il melo è accaduto

Coprite all’erba e alle bestie gli occhi

 

 

 

L’amore

 

Non troverai sulla terra un amore tale,

Balbettante parole sventate e sconnesse,

Che il corpo impaziente non osa toccare,

Perché la mano non tremi per le carezze.

Ma vedevo chi le parole pronunciate

E falsi sospiri accoglieva, non sapendo

Che nelle parole c’è soltanto una parte

Di amore, e che l’altra parte è tormento.

Apprezzo l’amore che toglie il sonno agli occhi,

Per terminare una frase spezzata a metà,

Per il quale gli anni amati son troppo corti

E i secondi di attesa sembrano un’eternità.

Agnieszka Osiecka (1936-1997)

 

Gli amanti di Via del Sasso

 

Gli occhi hanno come li hanno tanti

per il cinema solo due lire

hanno pane e birra soltanto

e un freddo da morire

 

E gli amanti di questa mia città

anelli e fiori non danno

e gli amanti di questa mia città

chi sia Shakespeare non sanno

sono gli amanti di Via del Sasso

 

Sulle scale negli usci la sera

sfiorano quasi le mani crepate

così stanno fino all’aurora

vecchie le gonne e stracciate

 

E gli amanti di questa mia città

viaggiano solo sui tranvai

e gli amanti di questa mia città

temono sbirri e portinai

sono gli amanti di Via del Sasso

 

A un tratto un dì

le torce con sé

decisi vanno

così turpi è ver

 

Vogliamo Romeo

a tutti gridiamo

in Via del Sasso

mai più ritorniamo

 

Giulietta vogliamo

urlavan così

a noi Giulietta

siete porci sì

 

Vanno stormendo

a piena gola

amore straccione

la via sorvola

 

Poi il buio tornò

finì il chiasso

poi in Via torneranno

del Sasso.

 

Vedi piccola…

 

Avevi allora diciotto anni  quando in città giunse lui

aveva con sé più toppe che soldi

diceva di aver visto il mondo intero

sì non era delle tue parti

ciò che gli hai dato ha bevuto e mangiato

poi ti prese per moglie

      Vedi piccola com’è      

      tanto cuore tale gesto

      vedi piccola com’è

      tanto cuore tale gesto

Era sempre elegante

tre camicie al giorno

tu stiri e lui dorme

o fino all’alba se la spassa

quando al mattino tornava

benché ubriaco o arrabbiato

tu gioivi che era sano a salvo

e perché gli eri vicino

       Vedi piccola com’è

       tanto cuore tale gesto

       vedi piccola com’è

       tanto cuore tale gesto

In prigione poi egli finì

benchè non avesse ucciso

tu piangevi per la condanna

che ti separava da lui

andavi al cancello della prigione

ogni giorno un pacco o una lettera

qualcuno ti voleva anche sposare

ma tu non rispondevi nulla

       Vedi piccola com’è

       tanto cuore tale gesto

       vedi piccola com’è

       tanto cuore tale gesto

Passarono sette duri anni

poi egli uscì di prigione

di nuovo volevi dargli il cuore

ma lui ormai aveva un’altra

piangesti tutti i tuoi occhi

pensa a quanti anni hai

e lui ancora se la spassa

e lui è ancora giovane

       Vedi piccola com’è

       tanto cuore tale gesto

       vedi piccola com’è

       tanto cuore tale gesto.

 

Leon Pasternak (1909 – 1969)

 

Il prezzo dell’esistenza

 

Caduti sui campi di battaglia,

i combattenti della libertà

– non si alzeranno per accusare.

Presi dagli sbirri sulla strada,

messi al muro e fucilati

– non si alzeranno per vendicarsi.

Torturati e uccisi nei lager,

calpestati nelle prigioni

– non si alzeranno per giudicarci.

La terra guarirà le sue ferite,

città più belle risorgeranno,

sulle ceneri dei bruciati.

Chi comprenderà la debolezza

e la forza del condannato,

del suo grido davanti agli spari?

Seweryn Pollak (1907-1987)

 

Simplicio, peripatetico e inquisitore dell’eretico

chiamato Galileo Galilei

 

Se non parlerai come io ti comando,

non parlerai affatto. Puoi davanti allo specchio

spegnere tutte le luci e restare al buio,

puoi dire tutte le tue verità inventate

per la tua presunzione e per i balordi,

che volevano trarne una scienza inventata.

Circondati di specchi e parla a te stesso,

parla a cento giusti, ti prego non a dieci,

ma a cento – tu, tu uno in cento persone,

parlerai con te stesso a vuoto e al buio,

e nessuno udrà la tua voce, soffocata

dal tuo proprio respiro, dalla tua incertezza

e dal timore, che io ti chiuda la bocca.

Puoi non assicurarmi, che tu stesso hai visto.

Punire i blasfemi che spengono la luce

del cielo e vilmente ci strappano via la terra,

su cui brucano i popoli. Non pestare i piedi!

Sta’ fermo, ti prego, sii umile e dignitoso,

e forse un giorno ti sarà perdonato,

se ciò che dici darai al vento e affiderai

in silenzio alla quiete del firmamento.

 

 

Da Bełżec

 

Scricchiola sotto il piede un osso

per caso pestato –

se fin qui mi hai seguito,

che Tu sia lodato.

Dal fondo dell’umiliazione,

dal fondo del pentimento esclamo –

alla Tua grande famiglia appartengo,

alla Tua bruciata famiglia appartengo,

e questo è un osso del mio cranio.

Non la grazia della comprensione,

non l’oblio Ti chiedo,

ma che la mia ombra

io più non veda.

Che la memoria mi si svuoti,

lasciandomi soltanto:

quest’aria oggi così lieta,

quest’aria rosata,

in cui divampano quei fuochi.

 

 

 

 

 

 

Julian Przyboś (1901-1970)

 

Dalle ceneri

 

Vi estraggo –  come dall’orecchio dell’abisso,

sento le rovine:

la forma di tutti gli scoppi compressi in un istante,

non case – ma delle bombe le esplosioni fermate.

 

Il brusio e il rombo dei secoli

concentrato in un istante: la città quando crollava sui vivi:

l’avete raccolta nella vostra morte.

 

Nel portone bruciato

la faccia emersa di un sepolto in cantina:

l’oscurità.

 

Tra le colonne abbattute

l’acero fascia il braccio ferito

con la prima foglia di primavera;

dalle ceneri sopra di me

si erge l’albero: insegna della forza

vostra, di nessuno.

 

Sopra ad essa il tramonto: si è freddato dei bagliori degli

                                                                      incendi il bagliore.

 

1945

 

 

 

Feliks Przysiecki (1883-1935)

 

L’inizio di primavera

 

La tristezza s’annida nel cappotto liso,

Che sei solo lo dice il bottone mancante,

E nel buco della tua scarpa storta è inciso

Del tuo abbandono il romanzo stravagante.

 

La vita allude già dall’abito a brandelli

Alla sua vittoria sul cuore credulone,

E quando cammini, come benigni uccelli

Ti inseguon gli occhi delle misere persone.

 

Perché del tuo cappello la falda sdrucita,

Della cravatta vecchia la bravura altera,

Mostra un veterano sconfitto nella vita,

Che vaga come un esule in terra straniera.

 

Ma per togliere alla vita il tuo triste fasto,

Che come perla nera brilla misterioso,

Ti lancia soprannomi beffardi e con astio

L’istinto dei meschini, sempre doloroso.

 

Allora il tuo orgoglio giovanile e restio

Impone al tuo vestito bellezze regali,

Degne d’un poeta condannato all’oblio,

Ed offeso da tante sentenze brutali.

 

Allora la luna sulle vetrate e sui tetti

Il fasto dei regali festini ti porge…

Oh, sì! Fiero all’indietro il cappello metti,

Ecco, la folla ti saluta con le torce.

 

E il vento impetuoso delle notti d’aprile,

Che ristora come tersa e fredda corrente,

In omaggio alla tua speranza giovanile

Già il parco riempie d’un inno travolgente.

 

Ed ecco di nuovo i tuoi pensieri sprecati,

E il profumo di vecchie ridenti stagioni,

Scritti ingialliti, in soffitta fogli bucati,

Che l’oblio ha strappato dalle tue azioni.

 

Nei solai malandati ritorni esitante,

Dove la luna tra le tendine tarlate

Ti apre dei ricordi il teatro sgargiante,

Dove il sussurro udivi delle donne amate.

 

1921

Jan Rostworowski  (1919-1975)

 

Un bouquet per Emily

 

Su un filo d’erba non costruirai una città

non andrai con la nave nelle vene.

Com’è difficile essere uno stretto

tra mare e mare.

Emily Dickinson lo era.

 

*

Disse Geova: Condanno la nuvola.

La mia ira si abbatterà sulla nuvola!

 

Disse Emily: Signore,

lascia che io parli un po’ con la nuvola.

 

E caddero centomila gocce

dopo il loro segreto colloquio.

 

E ogni goccia sembrava buona

Allo stupito Geova.

 

*

Coprivano gli occhi gli angeli

quando un calabrone entrava in un giglio.

Non sapevano perché

uscì silenzioso come il ragazzo

quando si chiuse la finestra di Emily.

 

Oh stammi vicino

ma non entrare in me.

Ho paura della tua forma.

 

Se tu sarai il vero tu

se aprirai la vera porta

prima che la candela notturna finisca di ardere

porteranno via in una bara

tutti i miei versi.

 

*

Quante stelle sono necessarie

e quanti fiori

perché la bocca cessi di essere propria

Emily?

 

Basta una sola stella

e un solo fiore

sottobraccio alla notte

Emily.

 

*

Le mie braccia sono sottili

come corde d’un violino.

Suonalo Signore!

Suonalo Signore!

 

E se ne avrai abbastanza

prendimi saldamente per i capelli

e portami in cantina.

 

Poi allontanati lungo la via lattea

e dimenticami

per l’eternità.

 

 

 

Jarosław Marek Rymkiewicz  (1935)

 

Erotico fuori moda

 

E’ tempo ch’io chieda di nuovo

Il sospiro d’un ramo senza verde

Sulla mia povera testa ardente, sulla mia testa sobria.

Torcersi le mani e a lungo vagar nella nebbia serale.

 

Quella mossa con cui si accomoda i capelli,

Quella con cui si toglie il bracciale a ferro di cavallo,

Le labbra che potei solo guardare

E il fruscìo di foglie impaurite sotto i miei piedi.

 

Eccomi qui, ventenne,

Di fronte a cose non del tutto chiare,

Scrutando i vetri illuminati dell’amore,

Cercando asilo sotto il cielo bruno,

 

Qui, dove il viluppo del fumo avvolge il mio cuore,

Che ormai per sempre è come in una squallida vignetta:

Trafitto da una freccia e cinto di roselline.

 

1957

Władysław Schlengel (1912-1943)

 

Ascolta o Dio tedesco

come pregano gli Ebrei nelle case stravolte

stringendo in mano una sbarra o una mazza:

– Dacci, o Dio, una lotta cruenta,

concedici una morte violenta –

che i nostri occhi prima della fine

non vedano la scia dei binari,

ma dà la giusta mira alle mani,

perché s’arrossi la plumbea divisa.

Prima che le nostre gole si serrino

con un  sordo lamento… facci vedere

in quelle mani spavalde e sferzanti

il nostro stesso umano SPAVENTO!

 

Marek Skwarnicki  (1930)

 

Rifiuto

 

No, non avrete l’arte.

Nessuno eternerà i vostri volti

Nessuno esporrà le vostre emozioni

Nessuno le vostre pene avvertirà

e non canterà di voi nessuno.

Resterà solo un mucchio di carta

migliaia di telefoni muti

un diploma e una medaglia o le sanzioni

ricoperte di calce quattro pareti

le copie dei vostri atti di morte

e in fondo al cuore il defunto pudore.

 

No, non avrete l’arte.

 

Avrete soltanto la forza

che non sarà la vostra forza.

Potrete ordinare

sempreché un ordine vi daranno.

Avrete privilegi

più di tutti gli altri

ma essi affogheranno senza fine

nell’estranea burocratica noia.

 

E non avrete l’arte.

 

Essa è della vita la figlia povera

Essa è la difesa dal potere.

 

 

Stanisław Ryszard Stande  (1897-1937)

 

Il provocatore

 

                                                                 Z. U.

 

Nelle sedute spara parole come alle pernici

I fatti setaccia con fredda argomentazione

con le dita scava in aria la fossa ai nemici

compagno Callisto è il suo soprannome

 

fonda circoli e gruppetti in tutto il vicinato

trabocca d’energia e ovunque si fa vedere

con le mazze del lavoro pesta il tempo sbiancato

finché i cuori s’inchineranno e otterrà il potere

 

una giunta allora organizzerà segretamente

darà bombe in un giorno di festa nazionale

e stenderà un piano d’attentato al presidente

a conoscenza di più d’un capo ministeriale!

 

sui duri marciapiedi getterà folle avvilite

su aguzze siepi di calci e baionette innestate

sparerà lui stesso sul muro delle divise

formerà coi corpi umani aiole colorate

spiattellerà l’alloggio di quelli un tempo amati

busserà la polizia di notte a mille porte

furtivamente li condurranno ammanettati

avranno i volti pallidi e un’ombra sulla fronte

 

e quella stessa notte al Chat Noir lui berrà

metterà banconote nel corsetto alle puttane

e in omaggio alla repubblica si sgolerà

urlando l’inno nazionale!

 

la mattina tornando a casa udrà un secco schianto

vibrerà mostruosamente la vettura fermata

per l’ultima volta vedrà gli ex compagni e intanto

la canna del revolver lo guarderà stralunata

 

1925

 

 

Elżbieta Szemplińska 

 

Il corpo

 

Arduo è il giorno per gli amanti dopo la lite.

Arduo ed aspro come tendaggi per caso strappati.

Né parola né sguardo chiudon le ferite,

e piangon soli fino al mattino, dall’odio spossati.

Ardua è la vita di quelli che il caso congiunge.

Ardua è la morte in due, ardua è la vita e il conforto:

l’ombra lotta con l’ombra, un cuore l’altro punge,

e se voglion del pane, il coltello lo taglia storto.

Nella notte gelida, in un angusto letto,

ognuno con sé sotto la coltre-lamiera, lontani,

separati, con lo stesso brivido nel petto,

sotto la propria ascella ognuno scalda le sue mani.

 

E quando il freddo è più intenso, furtiva si scuote l’amante,

e strisciando pian piano, scaltra, tremante,

timida, raggiunge sul lenzuolo ghiacciato

il limite tra caldo e freddo, il bordo del corpo amato.

Ha paura d’avergli sottratto il calore,

lo guarda mentre dorme senza più vigore,

come luna assopita, lontana e silente,

tra nuvole e coltri di latte effervescente:

avvia congiure col corpo. Prende a toccarlo

sulle mani e sulle gote, senza svegliarlo,

supplica e sussurra con le labbra frementi:

dormi…fa freddo…non tradirai? Non menti?…

 

Non credendo alla sua gioia trema in segreto,

e tremando piange e in sé il caldo dell’uomo attira…

E il corpo come una bestia è mansueto.

Il corpo non si adira.

 

 

Irena Tuwim  (1899-1987)

 

Dialogo con la fantesca

 

Nessuno notò. Solo la fantesca,

Quando tornai in albergo a tarda ora.

Lavava le scale. Sbirciò. Sapeva.

Si torse le dita: “Signora!”

 

Sul grembiule asciugò le mani,

Mi sistemò le coltri all’istante,

Stremata, nera Madonna italiana,

Poi sul letto mi adagiò ansimante.

 

Aprì gli occhi – come due mari –

Con voce rotta disse all’improvviso:

«C’era qui una. Pure giovane. Gli occhi aveva chiari

E a lei, signora, somigliava nel sorriso».

 

Portò le  mani al florido seno:

«Ah, era un sorriso senza amore!

…Poi dovemmo abbattere la porta…Fa pena pensare…

…Al filo del ventilatore…

 

Dovemmo sotterrare il grazioso corpo,

I capelli di seta, il caro volto…»

«Certo non amava il mondo, se ha potuto…»

«Forse il mondo non l’amava molto?»

 

1930

 

 

Rafał Wojaczek  (1945-1971)

 

Ti parlo piano

 

Ti parlo così piano come un luccichio

E fioriscon le stelle sul prato del mio sangue

Nei miei occhi è la stella del tuo sangue

Parlo così piano che la mia ombra svanisce

 

Sono un’isola fresca per il tuo corpo

che cade di notte come goccia ardente

Ti parlo così piano come nel sonno

il tuo sudore sulla mia pelle brucia

 

Ti parlo così piano come un uccello

all’alba il sole cala nei tuoi occhi

Ti parlo così piano

come lacrima che scolpisce una ruga

 

Ti parlo così piano

come tu fai con me

 

1967

 

Patria

 

Madre saggia come torre di chiesa

Madre più grande di Romana Chiesa

Madre lunga come transiberiana

E vasta come il deserto del Sahara

 

Madre pia come il foglio del partito

E bella come i vigili del fuoco

E paziente come un inquisitore

E dolorante come nel parto

 

E autentica come uno sfollagente

Madre buona come un gotto di birra

Seni di madre due vodke devote

 

E premurosa come un barista

Madre sacra come Regina di Polonia

Madre estranea come Regina di Polonia

 

 

Versetto per Miron Białoszewski

 

Ascoltare fino alla sordità

Affissarsi fino alla cecità

Affannarsi fino all’ultimo fiato

Assorbirsi fino alla distruzione

Ah, assanguarsi – fino al sole!

 

Amare fino alla repulsione

 

1970

 

 

Wiktor Woroszylski  (1927-1996)

 

Franz Kafka

 

Quando Franz Kafka scriveva le sue storie non erano esse

lo specchio della realtà Nacque e visse

nella più mite delle tirannie e quando essa cessò nella più

decorosa delle democrazie borghesi dell’Europa In un mondo

così inadatto all’Apocalisse che inghiottito

da essa non smise di stupirsi Nella città ove tuttora

si può trovare traccia di tutti quelli che ci vissero

prima dell’Apocalisse Anche

di Franz Kafka Ecco

la casa dove nacque Di qui la fantesca

lo accompagnava a scuola spaventandolo Qui

lavorava nella società di assicurazioni e non osò mai

prendersi due giorni di permesso per recarsi

dalla sua amata Questa

è la tomba di famiglia dei Kafka Ecco lì tutte

le case soltanto da alcune

cade l’intonaco Gli abitanti

mostrano anche il vecchio pozzo che descrisse

in uno dei primi racconti e l’interno della chiesa

del romanzo Ma

se in ciò che scrisse si volesse trovare l’immagine

del mondo in cui passò la vita sarebbe

ingiusto e questo rispettabile mondo avrebbe il diritto

di sentirsi offeso giacché non fu

tale Fu

più sereno e più semplice Per fortuna

si cominciò a leggere Kafka assai più tardi quando il corpo del mondo

s’intrufolò in ogni sua parola inventata recuperando

il ritardo e gemendo di dolore

 

1969

 

 

Jerzy Zagórski  (1907-1984)

 

Abiterai una casa di legno…

 

Abiterai una casa di legno e ci starai bene.

Una scatola di travi di pino. Di nodi tramata.

La foresta lambirà la veranda, alla tua portata.

Abiterai una casa di legno e ci starai bene.

 

Come fumo fluisce all’alba la nebbia dal prato.

Il mondo è una piana negli occhi di vetro offuscato.

Di giorno l’iride sul bosco. Non ti verrà vicino,

se ne andrà oltre il sipario degli alberi di pino.

 

Da tutto ciò ch’è più prossimo e che si può abbracciare,

è nata l’idea di patria, e poiché ci son cose

più distanti, sono nate altre idee più tristi e preziose,

che quanto è più buio tra noi, tanto più sembran brillare.

 

Nebbia. Fumi. Nuvole. O notte, quando serena appari,

forse allor ci sorvola la densità delle galassie,

affinché guardando, e credendo a quelle limpide masse,

della tua profondità si resti sempre ignari?

 

Quel che di giorno è un prato, di notte un nero abisso diventa,

sul quale non sai cosa splenda: deserto, sogno o tormenta.

Dagli alberi cresce il fruscìo dei pipistrelli, e tra la gente

c’è l’amore oscuro – e dal timore proprio lui difende.

 

Amore rapace e tenero. Invano per nome lo chiami,

invano in forma di bulbi e d’animali lo scolpirai,

perché lui ci lega a sé, ma lo spirito non s’unirà mai,

benché spirito e amore sian sparsi nel fumo e negli astri lontani.

 

1937

 

Salmo

(frammento)

 

Città diletta, città scarnita,

Strade dalla lotta divelte…

Sempre una nuova ferita

L’occhio sulle vostre pietre legge.

 

Presso piazza Krasiński rabbiosi

I cannoni colpivano il ghetto.

Guizzavano le creste dei fuochi

Da ogni muro, da ogni tetto.

 

Uomini induriti e spietati

Gelidamente guardano intorno –

I cuori da tempo gelati

E immersi in un buio profondo.

 

Fluisce degli spari il chiasso

Assieme al fumo da Muranów:

Come grigiastra nebbia in basso,

Come gialla nube lontano.

 

O sole dei bambini sgozzati

E gettati nel fuoco orrendo,

Sei una macchia di sangue rappreso

Nel fumo bruno dello spavento.

 

La Madonnina masoviana

Pallida in volto e disperata

Come trepida popolana

Guarda dall’angolo della strada.

 

Sta lì dietro il vetro della nicchia

Di fronte al bagliore crescente:

Mostra le mani inerme e afflitta –

Non ha più fulmini…non ha più niente.

 

1943

 

 

 Adam Ziemianin  (1948)

 

Dall’orto

 

io newton di un piccolo villaggio

insegno alle mie mele a cadere

non lontano dal melo

 

ed ecco l’aurea renetta solennemente

siede nelle pieghe

del manto regale

e i meli silvestri rullano

nella stanza della servitù

 

ma più di tutto mi preoccupa

la grigia renetta

atterrita dal buffone

del re con il racconto

della sorella che peccò in paradiso

 

non riesco a persuaderla

che il paradiso non sarà più

 

 

Antifona dell’angelo custode

 

angelo di dio mio custode

col cinturino sotto il mento

tu mi sei sempre accanto

pur se le ali nella giberna celi

 

estate autunno e inverno

stammi alle calcagna

fa che sempre il mio corpo zoppo

senta il tuo sguardo sereno

 

non lasciare che sosti sul predellino

non farmi sporgere troppo

se offendessi un derelitto

agisci su di me con dolce persuasione

 

del tuo sorriso d’altri mondi

non posso fare a meno

perché grazie ad esso non tremo

quando attraverso la strada

 

mattina giorno e notte reggi

governa me proteggi

e difendi il mio corpo stremato

e accompagnami

semmai al commissariato

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti