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Światopełk Karpiński

27 Giu

Światopełk Karpiński

 

     Poeta e satirico polacco. Nacque il 27 marzo 1909 a Łask, nei pressi di Łódź. Scrisse di lui Jarosław Iwaszkiewicz: «Noi che l’abbiamo conosciuto lo ricordiamo come un giovane raffinato, eccentrico, discendente da una lunga fila di antenati di grande cultura: poeti, musicisti, studiosi, ingegneri. Il loro sangue scorreva nelle vene di questo fragile fiore dedito interamente alla poesia». Filip Ebert, suo compagno di ginnasio, ricorda: «Aveva un carattere indocile e uno straordinario senso dell’umorismo. Poco prima della maturità, all’insegnante che gli rimproverava di non sapere ancora calcolare le percentuali, rispose che preferiva gustarle». Terminò la Scuola di Scienze Politiche a Varsavia.

Come poeta debuttò nel 1927 sul periodico letterario Wena (Estro). Collaborò con le riviste Cyrulik Warszawski (Il barbiere di Varsavia) e Szpilki (Spilli). Per la sua raccolta Trzynaście wierszy (Tredici poesie) ricevette il Premio dei Giovani dell’Accademia Polacca della Letteratura (1936). Pubblicò anche la raccolta Ludzie wśród ludzi (Gente tra la gente, 1932), il Mieszczański poemat (Poema borghese, 1935), il Poemat o Warszawie (Poema di Varsavia, 1938), e due raccolte di satire e testi umoristici: Kredą na parkanie (Sullo steccato col gesso, 1937) e Ściana śmiechu (Il muro del riso, 1938).

Nel settembre del 1939 prese parte alla difesa di Varsavia. Aiutava a coordinare l’azione dei servizi comunali. Incurante dei bombardamenti, attraversava i quartieri in fiamme per fare rapporto. Così descrisse quegli istanti: «Salve, barricate di Varsavia, salutatemi o bagliori di guerra, nel sordo rombo delle cannonate c’è tempo anche per le serenate…Poco prima della capitolazione gli fu assegnata la Croce Virtuti Militari per il suo eroismo. Cercò di recarsi in Francia attraverso la Lituania. Soggiornò a Vilno per cinque mesi nella modesta stanza di un edificio in abbandono. Un suo vicino ricorda: «Karpiński ogni tanto faceva visita ai miei genitori. Pagava mia madre per le pulizie della sua stanza. Non nascondeva le sue antipatie per i bolscevichi». Morì a Vilno la notte del 21 aprile 1940. Ufficialmente ebbe un infarto, ma il medico che accertò la morte notò il segno di una puntura sul braccio destro. Forse si era drogato? Forse fu ucciso dai nazionalisti lituani? La poetessa Emmanuela Cunge suggerisce che Karpiński si suicidò. Czesław Miłosz scrisse: «Quando visitammo la salma nella cappella mortuaria della chiesa di san Giacomo, dove ebbe luogo l’autopsia, restammo colpiti dalla bellezza e dall’armonia dei suoi lineamenti…Accompagnammo il feretro con un grande corteo attraverso  tutta la città. Il suo nome era noto a tutti i lettori della stampa polacca…»

Il funerale si trasformò in una manifestazione dei Polacchi di Vilno. Sulla sua tomba crescono ogni anno i nontiscordardimé.

Nella sua introduzione al volume Poesie e satire di Światopełk Karpiński, pubblicato nel 1961 dalla casa editrice di Varsavia Czytelnik, Jarosław Iwaszkiewicz scrive: «Troppi fogli di carta non scritti ha lasciato Światopełk Karpiński, perché la poesia stravagante, ardente ed estasiata da tutto  ciò che gli portava il mondo – era la sua vita… Era una persona profondamente triste, che non sapeva come usare il suo grande talento e le sue straordinarie possibilità. Era figlio della sua epoca, piena di inquietudini e di timori, di presentimento di sventure – di un’epoca che non aveva molto spazio per i poeti e per quelli che credevano nei principi  dell’estetica poetica… la sua morte fu una dolorosa perdita per la poesia e per la satira polacca, e per i suoi amici che trovavano in lui non solo la realizzazione delle proprie opinioni sulla poesia, ma anche la conferma che su questo pianeta così drammaticamente prosaicizzato, nascono non solo poesie appartenenti alla “pura poesia ”, ma anche poeti che sono la personificazione della “pura poeticità».

                                                                                                       Paolo Statuti

Poesie e testi umoristici tradotti da Paolo Statuti

 

La Gioconda

La Gioconda brucia, come candela in fluido buio,

negli angoli della galleria, dov’è un vuoto di sorrisi,

in quelle nicchie di stupore è un filo di grazia,

tra le colonne e la gente come sole in una bara.

Nella sua luce la folla si scioglie. Il guardiano chiude. –

Le sette! La Gioconda con santa e amorevole mano

prende il telefono. Lo squillo  brilla da me…

“Sono io”…”Sono io”…”Gioconda!”…”Amo”…interrotta!

“Pronto”…”Pronto”…”Gioconda!”…Le scale come rudere

frantumo. Le falde del soprabito…Gridando da lei volo.

Il nero Bacco ci porta il cielo delle sere

condensato, valutato e intasato.

Dietro il banco lo sguardo ispirato alla volta rivolge

l’asso dei cocktail, che toni di alcool non sonati

armonizza e unisce in sapori di pura melodia,

pieni di fruscio di verde, di boschi e di luna.

Quando lei beve troppo e le snelle gambe

posa su un vassoio d’argento come due banane, –

l’angelo della mezzanotte in singhiozzi, in gelidi lampi

ammassa scale di accordi praticate nel ghiaccio,

fino all’etere…sulle vette…trema e si tronca

quel concerto…e a valanga…in terrena bufera di luci

cade…nel vino, nella stanchezza, in adagio di violino.

Con una sinfonia così ardente fino al freddo mattino

suona il delirio di ubriaco, come messa per organo!

Si affievolisce il dancing, cala in fondo e si allontana,

ormai è solo ricordo, risata, alcool…

Gioconda la sua nudità come luce scopre.

E le mie labbra ardenti dal petto ai ginocchi

la tatuano tutta – torrido fiore di carne.

O architettura del corpo! I muscoli come arcate.

Il ritmo ipodermico di sferici e sonanti muscoli,

come semplice melodia nelle vene di un vivo canto.

Quelle anche pari che si accoppiano al riso,

prima che serrino e immergano la testa ardente.

O poesia, estratta dalla notte come forma viva…

Gioconda macchiata di sangue torna in auto riscaldata,

barcolla sul marciapiede e nel mattino si bagna,

e appare in cornici dorate, come fanciulla alla finestra.

E quando il guardiano con la chiave il nuovo giorno apre,

la galleria trema di mattino e si gonfia d’ispirazione.

Il pubblico con cento occhi – bisbiglia. – Arde dalla tela

quel sorriso, dove è santa, amorevole e triste.

I ginocchi della folla piega quella maestà divina.

E’ l’estasi nel calice, come nel grido di una sillaba!

E aspettano, pigiati, il prodigio! Il sangue! L’aldilà!

Quando dal sorriso voleranno i bianchi petali di un fiore…

 

Ballata

 

Una volta in un diafano giorno di sole

un defunto o un passante,

vestito di nero, insensato,

si ritrovò in un giardino fiorito.

 

Scacciò con la mano i canti degli uccelli,

vacillò per l’intenso profumo,

e quando scorse gli arbusti di rose

fece loro un profondo inchino.

 

E febbrilmente si spogliò

con le pallide mani tremanti.

Sulla rossa rosa nudo

si chinò e si irrigidì incurvato.

 

 

Guardava…ed ecco dallo sguardo

un rametto come fascio di corde vibrò

e dal silenzio dell’ombra frondosa

la rossa a un tratto guardò.

 

Due boccioli i petti dei due sorvegliarono,

un sorriso come rosa sbocciò.

Le labbra con calore si riempirono di sangue

e la rugiada dai petali bevve come vino.

 

Sul viso una goccia come rivolo gronda.

I rametti snelli come strette.

Sulle spalle nude s’infila

un filo di sangue nell’ago del nervo.

 

Le spine selvatiche proteggono feroci.

Schiuse le labbra dell’ardente rosa

e come ruvida foglia o come lingua

nella carnosità assorbente si tuffò.

 

Durò più a lungo di un sospiro,

e poi fuggì come un ladro.

Sparì come macchia nei chiaroscuri

lo strano defunto o passante.

 

Nello specchio

 

Quando senza di te ho il buio,

nello specchio mi leggo

e chiedo,

perché

hai dato il tuo corpo a un altro,

se il tuo amore è con me.

 

Lo sai che mi tormento

pensando a te e a lui?

Lo sai che ciò mi stanca –

perché quando ero un temporale,

diventavi il mio arcobaleno.

Ma lui non lo conosco. Lui è un crudele anonimo.

Lo sai (amore mio!),

che oggi ho chiamato il medico,

perché forse si animerà la lastra dello specchio

e diventerà lo specchio di un lago…

 

E quando guarderò nelle profondità,

leggerò una faccia fredda come il ghiaccio…

E sorridente salterò in quell’abisso,

e con fragore si spezzerà lo specchio delle cattive acque.

 

E annegando non verrò a sapere perché

non anneghi con me,

ma tendi la tua mano per aiutare un altro…

 

 

I seguenti tre testi sono tratti dalla raccolta Il muro del riso

 

Il poeta

 

– Lei è poeta, signor Pinkierton?

– E chi dovrei essere? Un commerciante?

– Non la offenderei. Il mercato oggigiorno è anch’esso pura poesia. Ma tuttavia mi dica,

la sua professione rende bene?

– Non è la carriera di un banchiere, ma lei capisce, signor Szmelkes, l’aspirazione alla celebrità, le rime inebrianti, sono cose non indifferenti.

– Capisco, va bene, lei scrive una poesia e poi? La pagano subito?

– Non mi pagano affatto e nemmeno mi stampano. Appartengo agli scrittori non riconosciuti.

– Ma finanziariamente come funziona? Mi perdoni, signor Pinkierton, la banale domanda di un comune mortale.

– La mia attività è assai attraente, signor Szmelkes. Io scrivo una breve poesia su una certa ditta: confezioni per donna, oppure pneumatici, o anche lamette da barba. La poesia è orribile.

– E allora, perché dovrebbero pagare?

– Prendo la poesia e la pubblico sui giornali come inserzione.

– Allora deve anche pagare?

– Pago. E di questo vivo. Ho anche l’auto.

– Non capisco.

– Perché lei non conosce queste poesie. Appena l’ufficio pubblicità delle ditta di cui scrivo, con spavento legge questi versi sui giornali, assume subito un detective. Il detective trova l’autore. L’autore sono io. Loro mi convocano e mi pregano in ginocchio di smetterla. Mi rimborsano le spese e stabiliamo che scriverò poesie pubblicitarie su una ditta loro concorrente. Io reclamizzo la ditta concorrente. Allora il loro ufficio pubblicità assume un detective, trova il colpevole e mi paga per smettere, perché i clienti si meravigliano che la loro réclame sia di un livello così basso. E così di seguito. Con una sola branca si può vivere tranquillamente anche per un anno.

– E i suoi costi?

– Minimi.

– Più o meno quanto?

– Sei mesi con la condizionale. Un anno e due mesi. Tre. Dipende.

– Potrebbe farmi qualche esempio di queste sue réclame?

– Quanti ne vuole: «Se vuoi nebbia nel cervello, bevi sempre un Martello».

– Ma quale Martello, un Martell…

– Peggio per loro. Oppure: «Se vuoi investire un contadino, usa gomme Michelino».

– Oppure…

– La smetta, la smetta! Basta così!

E’ bastato anche al giudice e il signor Mieczysław Maciej Pinkierton fu condannato a sei mesi di prigione, per ricatto ai danni di molte ditte, sotto forma di inserzioni deleterie e disonorevoli. Quando uscirà dalla prigione il signor Pinkierton si dedicherà soltanto alla pubblicità cinematografica.

 

 

Uno strano mestiere

 

– Ecco i fatti, Vostro Onore: io sono un esperto di striscioni con le scritte, con gli avvisi. Il manifesto si attacca a una tavoletta, la tavoletta si mette su un bastone e io porto il tutto sulle strade, ma il datore di lavoro non può sapere se ad esempio io mi riposo in qualche portone. Per questo in alcuni bar mi fa un credito temporaneo e puntuale.

– Come “puntuale”?

– Sì, un credito puntuale, perché se a una certa ora io arrivo punt ad esempio al bar “Doppia dose” – posso bere di più a szczot (1) del padrone. Mi hanno assegnato un locale a piazza del Teatro, un altro di fronte alla stazione e un terzo a corso Mondo Nuovo. Quando scocca un’ora posso bere una liscia a piazza del Teatro. Trenta minuti dopo, cioè quando scocca la mezzora, posso bere davanti alla stazione e nel terzo bar posso bere soltanto quando mancano quindici minuti alla prossima ora.

 

 

(1) Szczot (sčot) è una parola russa che significa conto, qui “a spese del padrone”.

 

 

– Ho capito, ma con questo sistema lei può bere soltanto in un locale ogni ora, senza girare con lo striscione.

– Eh…no. Io sono un lavoratore onesto. Non c’è pericolo che io salti un bar. Da dieci anni faccio questo mestiere. Sono così abituato, che quando a volte sto senza lavoro, tutto il giorno vado da un bar all’altro e in ognuno mi faccio un bicchierino. Devo anche aggiungere che non riesco a bere in un bar che non si trova all’angolo di una via movimentata. Perché io bevo secondo il campanello. Cioè quando il campanello dà il segnale di via libera all’altro lato della strada, io bevo e poi non ho più bisogno di nessuno spuntino.

– L’imputato venga al dunque.

– Esco dal bar e cosa vedo? Proprio davanti a me un altro cammina con un avviso. Spostati, concorrente – gli dico – perché non possiamo andare uno dietro l’altro, e io devo arrivare in tempo al bar “Doppia dose”. Mi risponde che anche lui sta andando al “Doppia dose” e anche lui porta un avviso cinematografico, solo che di un altro cinema. – Siamo della stessa branca, perciò andiamo a bere insieme. Prima abbiamo bevuto le vodke pattuite, e poi ci siamo offerti da bere a vicenda, finché non è calata la sera, e quindi ognuno di noi è andato al suo cinema. Arrivo e il mio padrone mi prende a calci e non vuole pagarmi la giornata, Perciò l’ho bastonato con lo striscione, e solo allora mi sono accorto che nel bar ci eravamo scambiati gli striscioni col collega, e ognuno di noi portava la réclame dell’altro. Anche lui hanno cacciato dal suo cinema.

Il signor Zygmunt Wańtuch è stato condannato per aver percosso in stato di ubriachezza il proprietario del cinema di periferia.

 

Il mondo va sempre avanti

 

E’ l’anno 1838.

Una diligenza. Una diligenza gialla. Quattro veloci cavalli. Il cocchiere con la livrea verde e il cilindro marrone. Accanto a lui un tiratore con una tromba rotonda puntata sul ginocchio.

E’ lunga la strada da Varsavia a Cracovia. La “Posta” si ferma di continuo davanti alle locande. Si cambiano i cavalli. Poi di nuovo schioccano le fruste e si prosegue. Ogni tanto una ruota affonda nel fango fino al mozzo, ogni tanto la diligenza corre veloce sul selciato del villaggi.

I viaggiatori aprono i cestini da viaggio. Mangiano. Pollo freddo. Uova sode. Pane e burro. La destinazione è ancora lontana. I cavalli vanno lentamente. Nelle locande lungo la strada i prezzi sono alti, e di sicuro non hanno prodotti freschi.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1888.

Una bizzarra locomotiva già sbuffa vapore. In tutti i vagoni sono aperte le porte di tutti gli scompartimenti. La banchina è affollata da quelli che accompagnano. Fiori. Lacrime. Sventolio di fazzoletti.

Risuona il primo campanello.

Un religioso raccoglimento, e poi una convulsa animazione.

– In carrozza o rimarrete a terra!

Rapidi commiati. Grida. Sbattono le porte.

Secondo campanello.

La folla si allontana dal treno. La locomotiva emette un fischio acuto.

I viaggiatori si affollano ai finestrini.

Il terzo triplice campanello…

Il treno a un tratto si muove con uno strattone. La locomotiva asmatica sputa sbuffi di fumo.

Sulla banchina biancheggiano i fazzoletti dell’addio.

Intanto i viaggiatori hanno occupato i comodi posti e aprono i cestini da viaggio. Mangiano.

Pollo freddo. Uova sode. Pane e burro. La destinazione è ancora lontana. Tutti si sono riforniti per il viaggio. Il treno corre veloce. Divora i chilometri come cioccolatini.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1938.

La gente acquista i biglietti e occupa i posti nel treno pochi istanti prima della partenza.

Un fischio.

Nel vagone di terza classe tutti i posti sono occupati, alcuni leggono il giornale. Fumano. Una grassa signora si agita nervosamente, alla fine tira fuori dalla valigia un pacchetto e lo apre. Dalla carta unta spunta il pollo freddo, poi le uova sode e il pane col burro. Già dal primo chilometro la signora si mette a mangiare. Un pezzetto grasso di pollo è caduto sul vestito del vicino macchiandolo. Scoppia una lite, alla stazione viene steso un verbale.

Il treno continua la sua corsa. Tra un paio d’ore sarà a Cracovia.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1988.

All’aeroporto c’è ressa. L’aereo Varsavia-Cracovia parte tra dieci minuti. I viaggiatori cominciano a occupare i posti.

L’aereo decolla.

I viaggiatori mettono le cuffie della radio.

Tra un’ora saranno a Cracovia.  Appena in aria un signore prende un pacchetto posato sulla rete. Toglie la carta unta, dalla quale spunta il pollo freddo, le uova sode e il pane col burro.

Comincia a mangiare.

Prima di finire sarà già arrivato, ma si vede che ha in sé radicata l’epoca della diligenza.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti