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Pavlo Tycina

19 Nov

 

 

Pavlo Tycina

 

 

Pavlo Tycina è uno dei più illustri poeti ucraini del XX secolo. Fu anche traduttore, pubblicista, uomo politico, direttore dell’Istituto di Letteratura dell’Accademia delle Scienze dell’URSS (1936-39 e 1941-43), presidente del Consiglio Supremo dell’URSS (due mandati), ministro dell’Istruzione (1943-48).

Nacque nel villaggio di Pisky il 23 gennaio 1891 e morì a Kiev il 16 settembre 1967. Studiò in seminario (1907-1913). Dovette interrompere gli studi superiori a Kiev a causa dei burrascosi eventi degli anni 1917-1920. Nel 1923 si trasferì a Charkov, allora capitale della Repubblica Ucraina, dove partecipò attivamente alla vita letteraria della città. Tra l’altro diresse la sezione letteraria del teatro di Kiev “Taras Szevczenko”. Debuttò con la raccolta di poesie Clarinetti solari (1919), caratterizzata da un personale stile poetico chiamato “clarinettismo” e da una peculiare versione ucraina del simbolismo. Tra le altre sue raccolte giovanili ricordiamo ancora: Anziché sonetti e ottave (1920), L’aratro (1920), Nell’orchestra cosmica (1921), Vento dall’Ucraina (1924). Nei suoi versi ha amalgamato organicamente le due correnti letterarie mondiali del barocco e del simbolismo. Tratti principali: sintassi innovativa, gioco delle antitesi e delle parabole, costruzione asindetica della lingua.

Con l’intensificarsi delle repressioni politiche e poliziesche dello stalinismo, il poeta attraversò una profonda crisi creativa. Le successive raccolte poetiche mostrarono un adeguamento alla dottrina del realismo socialista e una chiara accettazione del regime sovietico e della propaganda del partito comunista.

Florian Nieuważny che ha curato l’edizione polacca delle poesie di Tycina, nella prefazione scrive: «Tycina è dotato di orecchio assoluto, che percepisce ogni vibrazione del ritmo “nell’orchestra cosmica”, e soprattutto nella natura, e cerca l’armonia di quel “ritmoluce” tra musica, bellezza e bontà. Questi tre elementi creano nella sua opera una lega omogenea, formano la sua irripetibile espressione. Principale motivo di questa poesia, soprattutto nel primo periodo creativo, è la musicalità…i valori musicali pervadono il contenuto, il significato e le immagini, le colorano e impregnano musicalmente, tanto che il ritmo dei suoi versi è un ritmo di immagini, un ritmo di cose vedute…»

Sono grato all’amico ucraino Sergej Demin, letterato e grande amante della poesia, per avermi fatto conoscere questa mia “anima gemella”, dotata anch’essa di tre ali: poesia, musica e pittura. Sull’impegno politico di Pavlo Tycina e sul suo “premio Stalin” preferisco sorvolare, considerando questo poeta l’ennesima vittima, consapevole o meno, consenziente o meno, di quel regime disumano che quando non uccideva, constringeva a “profanare” la propria genialità. Del resto sono convinto che se Tycina non si fosse adeguato avrebbe fatto la fine di Gumiljov, Mandel’stam, Kljuev, Esenin e tanti altri. Ecco alcune sue poesie nella mia versione. Le ho tradotte dal russo, ma servendomi anche degli originali ucraini.

 

Poesie del poeta ucraino Pavlo Tycina tradotte da Paolo Statuti

 

Sentivate lo stormire del tiglio…

Sentivate lo stormire del tiglio…

a primavera in una notte di luna?

 

L’amata dorme, l’amata dorme…

Va’, svegliala e bacia i suoi occhi!

L’amata dorme…

 

Sentivate? – così il tiglio stormisce.

 

Sapete come dormono gli spiriti del bosco?

Essi tutto vedono attraverso  le nebbie.

 

Ecco la luna, le stelle, gli usignoli…

«Io sono tuo» – sussurrano i cieli

 

E gli usignoli!..

 

Sì, voi già sapete come dormono i boschi!

 

1911

 

*  *  *

Di arpe, di arpe

dorate echeggiano i boschetti

Autosonanti:

Viene la primavera

Profumata,

Di fiori-perle

ornata.

Con canti, con canti –

Come il mare di vascelli pallido-iridati

si è coperto l’azzurro:

Verrà la lotta

Infocata!

Si riderà, si piangerà

Come fonte di perle…

Starò lì, guarderò –

dovunque ruscelli-campanule, l’allodola

dal tono dorato:

Viene la primavera

Profumata,

Di fiori-perle

Ornata.

Mia cara, mia diletta –

cammini colma di tristezza

o di felicità.

Oh, apri

le spighe delle ciglia!

Si riderà, si piangerà

Come fonte di perle…

 

1914

 

Tutto il prato è fiorito…

Dorato di pioggia tutto il prato è fiorito,

E lontano, come tanti acquerelli, –

Le case azzurrine, il bosco assopito…

Ah, cuore, canta!

Canta dall’ultimo calice, –

Dell’autunno ci ha baciati

La stupenda tristezza.

 

Solitario tra campi estranei,

Sto come vittima abbandonata, – so

Che la natura ascolta la mia pena,

Attraverso il riso e il pianto.

Come bellissima principessa –

Essa è piena di antica mestizia,

Che a tutti con cura cela.

 

Qui io prego. Silenzio dopo la tempesta –

Come davanti al quadro di una madonna.

Sui villaggi scorrono, abbracciate, le campane, –

Rabeschi di lacrime.

Da dietro le nubi fluisce nostalgico

Il richiamo delle gru che migrano,

Come petali di rose di broccato…

 

Ecco un salice che guarda lontano,

E coglie le corde della pioggia.

Sembra che sussurrino i giovani rami:

Tristezza, tristezza…

Così per anni, senza sosta, senza confine,

Io pizzico le corde dell’Eternità,

Come il salice, con lo sguardo fisso lontano.

 

1915

 

*  *  *

Ho rivolto al cielo una preghiera:

Dio, Dio, ferma questo sangue!

Ferma la discordia, consiglia,

Guarda i bambini e piangi.

Ma solo gli astri ho visto:

Ariete, Andromeda, Leone.

Solo i mari ondeggiavano,

E Dio pensava e il nettare beveva.

 

Ho rivolto al cielo un lamento:

Dio, Dio, non odo la tua voce!

Rispondi coi tuoni e col fuoco,

Nella bufera mostra che ci sei.

Ma solo l’avido occhio del silenzio

Nella morsa delle nubi ardeva.

Passavano i giorni e le notti cupe,

Ma Dio pensava e il nettare beveva.


Pastelli

I

E’ sfrecciato un leprotto.

Guarda stupito –

Albeggia!

Si siede, giocherella,

Apre gli occhi alle pratoline.

E ad est il cielo profuma.

I galli il nero manto della notte

Di fili di fuoco rivestono.

– Il sole –

E’ sfrecciato un leprotto.

 

II

 

Ha bevuto un buon vino

Il ferreo giorno.

Fiorite, o prati! –

: io vado – è giorno –

Pascolate, greggi! –

: dalla mia amata – è giorno –

Ondeggiate, o spighe!

: di giorno.

Ha bevuto un buon vino

Il ferreo giorno.

 

III

 

Una ninnananna di zufoli

Là dove il sole è tramontato.

In punta di piedi è scesa la sera.

Ha acceso le stelle,

Sull’erba ha steso la nebbia

E, accostato un dito alla bocca, –

Si è coricata.

Una ninnananna di zufoli

Là dove il sole è tramontato.

 

IV

 

Copritemi, copritemi:

Io sono la notte, una vecchia,

Malata.

Da secoli nei sogni

La mia nera strada.

Stendetemi un letto di menta,

E che il pioppo stormisca.

Copritemi, copritemi:

Io sono la notte, una vecchia,

Malata.

1917

 

L’aratro

Il vento.

Non il vento – la tempesta!

Abbatte, sradica, schianta…

Dietro le nere nubi

(con lampi e tuoni)

dietro le nere nubi un milione di milioni

di braccia muscolose.

 

Gira. E nella terra affonda

(sia città, strada o prato),

nella terra l’aratro…

E sulla terra persone, animali, giardini,

e sulla terra gli dei e le loro dimore:

oh passa, passa su di noi,

giudica!

 

E c’era chi fuggiva.

Nelle caverne, nei boschi, nei laghi.

– Quale forza sei tu? –

chiedevano.

 

E nessuno di loro gioiva, né cantava

(il vento spronava un focoso cavallo –

un focoso cavallo –

di notte).

E soltanto i loro occhi sbarrati e morti

rispecchiavano la bellezza del nuovo giorno.

Gli occhi.

 

1919

 

La bella Fornarina

Passeggia lungo il Tevere Raffaello

nel mese di luglio o di agosto.

– o azzurro, o sogno del cuore,

il mio amore è corrisposto? –

 

In lui il cuore martella. Ascolta:

in quel canto che tristezza!

– sì o no, tra gli scogli sola,

l’onda culla la barchetta –

 

Nel suo candido splendore

lei è sempre più vicina.

O fanciulla dimmi il tuo nome! –

(e lei timida): Fornarina.

 

Poi tace. Raffaello allora

le tocca le mani con bramosia.

Lei piange e lui nel suo abbraccio:

Madonna mia!

 

1921

 

Gira Faust…

 

Gira Faust per l’Europa

Col suo libro di orazioni,

Seminando le sue menzogne,

Prende in giro i semplicioni,

E chi incontra? : Prometeo.

 

– Salve, salve, portafuoco!

Sei ribelle come una volta?

Io lodarti non posso:

Si può mai con la rivolta

Allietare la povera gente?

 

I misteri del cielo io studio,

La filosofia è il mio pane,

Io soltanto con le cifre frugo

Nei fatti della morte e della fame.

Ma tu, tu, che fai?

 

Io ho nell’anima il cilicio,

La religione non schivo,

Non mi ribello, solo libri

E sempre scrivo, scrivo, scrivo,

Ma tu, dimmi, che fai?

 

Vuoi il mondo riformare?

Perché quel volto avvilito?

– Allora tu non sei Faust,

Ma un signore ben nutrito!

Oh se avessi qui un martello!

 

– Ah, ti ribelli? E sia pure,

Non sono Faust? – Lo sapevo già,

Bene, perdona, abbi pietà!

Gira Faust per l’Europa

Col suo libro di preghiere.

 

1923

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