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Racconto di Paolo Statuti

24 Lug

 

 

 

 

 

                                          Lultima volta

 

Dio, colma la mia solitudine

con la Tua solitudine. Acco-

gli la mia solitudine nella

Tua solitudine…

                                                                                                       Anna Kamieńska

 

– Mamma, dammi un po’ di soldi…è l’ultima volta, te lo giuro…dico sul serio, devi credermi, aiutami, non resisto, soffro troppo…

La donna fissava il volto smunto e gli occhi slavati del figlio che continuava ad implorarla e a giurare che avrebbe smesso di bucarsi. Le tremavano le gambe. Si sedette lentamente, con un movimento quasi meccanico. Il giovane era lì a due passi da lei, eppure la sua voce le giungeva sempre più smorzata e lontana, finché cessò del tutto. In quel momento si sentì sola, come su una spiaggia deserta, e le sembrava di udire il rumore pigro e ovattato della risacca. La solitudine era una pesante pietra che la schiacciava, era una ferita aperta nella quale la nostalgia affondava implacabile i suoi artigli, nella quale batteva senza tregua il passato con tutto il suo bagaglio di dolori, pentimenti, delusioni, speranze, rimpianti: il parto diciotto anni prima, il divorzio, l’infanzia difficile del figlio, l’incapacità di essere più severa quando le circostanze lo imponevano, il suo amore forse esagerato, i tentativi – all’inizio ostinati – di ritrovare la serenità interiore…

Il figlio la scosse afferrandole un braccio:

– Ma a che stai pensando?! Insomma, vuoi darmi questi soldi, o preferisci che vada a rubarli?

La madre si riscosse, lo fissò ancora un attimo con lo sguardo assente, poi con voce fievole e rassegnata disse:

– Mi hai detto tante volte che volevi smettere…come posso crederti?

Senza aggiungere altro si alzò, si tolse la chiave dal collo e aprì il cassetto del comò, prese i soldi e li porse al figlio:

– Tieni e ricordati solo questo: quando ti buchi è come se l’ago della siringa trafiggesse il mio cuore.

– Mamma, te l’ho detto, è l’ultima volta che ti chiedo i soldi, ho deciso davvero di smettere, domani mi faccio ricoverare…beh, ciao, non lasciare la luce accesa e va’ a letto.

Appena la porta si richiuse alle spalle del giovane, la donna cominciò a prepararsi per uscire. Aveva assoluto bisogno di un po’ d’aria, di guardare la gente, camminare, entrare un momento in chiesa, aveva bisogno di sentirsi ancora viva. Da due anni, ogni giorno, mentre lavava, cucinava o faceva la spesa si ripeteva: devo salvarlo, devo fare qualcosa per salvarlo. Le aveva tentate tutte, per tirar fuori il figlio e se stessa da quell’inferno. Un giorno, sconvolta dalla disperazione e dall’ira aveva perfino provato l’irresistibile impulso a uccidere uno spacciatore che aveva visto davanti alla scuola del figlio. Con un lungo coltello da cucina nella borsa si era avvicinata furtivamente alle spalle dello spacciatore, ma prima che avesse il tempo di estrarre il coltello, egli si era voltato…aveva ancora i lineamenti di un giovane, ma sembravano come rosi dai tarli, come accade con un bel mobile di noce; tutta la sua persona sapeva di stantio, come se internamente qualcosa si stesse decomponendo…forse la sua anima – pensò la donna. Aveva provato ripugnanza – o forse pietà? – e inoltre che cosa avrebbe ottenuto uccidendolo?

Vide che la chiesa era ancora aperta e vi si diresse. In ginocchio davanti al Crocifisso piangeva e pregava, confortata dalla tristezza di Cristo: «Signore, Tu che sei drogato d’amore tocca il cuore ai trafficanti e agli spacciatori, anche una pietra si scalda se ci batte il sole, aiuta i drogati – sii Tu la la loro eroina…»

Uscita dalla chiesa si sedette su una panchina. Vi restò solo qualche minuto, non riusciva a stare ferma, era troppo agitata e decise di tornare a casa per prendere un calmante.

 

In un boschetto alla periferia della città. Al tramonto.

Lui: – Sai, ieri ho conosciuto un assistente sociale, dice che se lo vogliamo veramente può farci uscire da tunnel. All’inizio sarà molto dura, lo so, ma penso che valga la pena di provare. Punto e basta, fine della dolce illusione.

Lei: – Sì, hai ragione, lo penso anch’io.

– Hai una mentina? Ho la bocca amara.

– Tieni.

– Questa sera siamo soli…non vedo neanche Franco, ultimamente era proprio conciato male.

– Già, chissà cosa gli sarà successo…

– Tu ce l’hai la roba?

– Sì, l’ho avuta da uno nuovo, non l’ho mai visto prima, speriamo che non sia robaccia.

– Anch’io l’ho avuta per la prima volta da uno di colore che bazzica dalle parti della stazione. Fammi vedere la tua…beh, sembrerebbe ok, del resto fra un po’ lo sapremo.

– Sai, i due vecchi diventano sempre più pesanti, ormai non li reggo più, minacciano perfino di denunciarmi. Tu è un bel po’ che ti buchi, ormai tua madre deve averci fatto il callo…

– Cambia discorso, per favore!

– Beh, allora sei pronto?

– Aspetta ancora un momento. Guarda che colore strano ha il cielo, ha una faccia lugubre, non ti pare?

– A me non sembra.

– Guarda, un topo! In questo istante mi piacerebbe diventare un gatto per dargli la caccia. Deve essere un sacco divertente. E’ una bestia straordinaria, così agile e furbo e affamato di carezze.

– Quando parli così mi commuovi, caro il mio bel micione.

– Ti piacciono i canti zigani?

– Non li conosco.

– E’ grave…ho un disco russo, te lo porterò. Devi ascoltarlo aprendo l’anima al sole, al fuoco, al vento, alle stelle…devi sentire l’amore travolgente, la seduzione dei violini, devi vedere le tracce dei carri, il fango sulle ruote…oh, che vita stupenda!…Che ore sono?

– Le nove.

– Verrei che questo giorno non finisse mai…beh, penso sia ora, cominciano a tremarmi le mani…vedi? Fammela tu, oggi, dai fa’ presto!

Trascorso soltanto un minuto lo vide sbarrare gli occhi e illividire…si irrigidiva sempre più…cercava di dire qualcosa ma non riusciva ad articolare una sillaba; con le ultime forze le strinse la mano e si accasciò tra le braccia della ragazza. La giovane urlava, urlava a squarciagola, chiamava aiuto in preda al panico. Finalmente arrivò l’ambulanza e lo trasportarono d’urgenza al pronto soccorso.

 

E’ già notte. Nella stanza immersa nel silenzio e rischiarata debolmente dalla luce lasciata accesa nell’ingresso, squilla il telefono.

– Pronto…

– Pronto…

– Qui è il pronto soccorso dell’ospedale Santa Caterina. Lei è la signora Maria? La mamma di Giulio?

– Sì, mio Dio…cos’è successo?!

– Signora, sia forte, purtroppo suo figlio…overdose…non ce l’ha fatta…signora…mi sente? Signora, risponda! Signora…(rivolto a un infermiere) Presto, l’ambulanza. Dobbiamo sbrigarci, poveretta…deve essere svenuta…forse il cuore…

 

(C) by Paolo Statuti

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