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Janusz Korczak (1878-1942)

12 Lug

 

 

Janusz Korczak, 1933

  

 

Medico, umanista, pedagogo e scrittore ebreo polacco. Pseudonimo del dottor Henryk Goldszmit, che dedicò la sua vita a scrivere libri sull’educazione dei bambini nello spirito della fratellanza tra i popoli. Direttore di una casa per bambini ebrei, chiuso con tutti gli altri abitanti tra le mura del ghetto di Varsavia, che venne letteralmente raso al suolo dopo uno spietato e sistematico rastrellamento, si lasciò portare assieme ai suoi orfani nelle camere della morte di Treblinka, e ne volle condividere la sorte, nonostante la possibilità che aveva di essere aiutato dai suoi amici polacchi. Oltrepassò con i suoi bambini la porta della camera a gas, lasciando dietro di sé una leggenda. Tra le sue opere, ricordiamo: Sława (La fama), Józki, Jaśki i Franki (diminutivi di nomi polacchi) e Joski, Mośki i Srule (diminutivi di nomi ebrei), e ancora Król Maciuś Pierwszy (Re Matteuccio I), Kajtuś czarodziej (Kajtuś il mago), Kiedy znów będę mały (Quando di nuovo sarò bambino), Jak kochać dziecko (Come amare i bambini).

Pubblico qui la sua Preghiera dell’artista nella mia traduzione.

 

La preghiera dell’artista

 

Ti ringrazio, o Creatore, per aver voluto creare un essere strano come me. Ingarbugliato contro ogni logica, eppure tale come dev’essere; del resto forse Ti servo, dal momento che esisto. Quanto più insensato, tanto più Ti sono riconoscente – io – protesta – impertinenza – sfrontato padrone di me stesso nell’indocile gregge, io – burlone – Pesce d’Aprile e albero Aswattha.

La mia preghiera, o Creatore, non è quella di un tempo, quella di tutti, ma è la mia di oggi – proprio in questo – questo unico momento, che non si ripeterà più. Per intenderci: sono il Tuo giullare – profeta – e Fratello! Io – ma lo so forse chi sono? Lo so che non mi conosco, a volte assurdamente dignitoso e a volte dignitosamente assurdo – fiero, umile, tenero, minaccioso, sdegnoso mi strofino come una gatto, nascosto tutto spiffero, vendo lacrime, perdo bastoni e temperini, attento alla minima ombra di schiavitù in arrivo, non spezzo ma brucio i ceppi – e soltanto nel più lieve sussurro io Ti vedo, o Creatore, e per questo Ti sono immensamente grato. Non credi che ho voglia di pregare? Ma sì! Per far dispetto ai pretuncoli – sei Dio – lo so che significa.

Ti ringrazio, o Creatore, per aver creato il maiale, l’elefante con il lungo naso, per aver lacerato le foglie e i cuori, e aver dato i musi neri ai Neri, e alle barbabietole lo zucchero. Grazie per l’usignolo e la cimice, grazie perché la ragazza ha il seno e l’aria soffoca il pesce; perché ci sono i lampi e le amarene, perché è stupendo che ci hai ordinato di nascere, perché hai talmente intontito l’uomo, da fargli pensare che non è possibile diversamente; perché hai dato la Mente alle pietre, al mare, alle persone.

La Mente che al prossimo racconta balle e per se stessa fantastica superbe favole. Non il cielo – essa ha le più vermiglie albe e i più vermigli tramonti – essa è aquila, furfante, menzogna. Oh, come l’amo!

Salta le lezioni – indovina dove gironzola, finché la briccona non tornerà imbrattata, diversa dalla gente, e così astutamente pentita, e così allegra, giura di correggersi – lo stupido le crederà – sa che la perdoneranno, la mascalzona.

Tutto presagisco, non so niente. Considero stupide le verità lette; hanno un valore che osservo attraverso il buco della serratura, e quindi in modo impreciso, perciò mi sbaglio sempre; tanto meglio. Sono!

Non so niente. tutto indovino. Lo sai, o Creatore, che significa: tutto!

Non sono affatto servizievole, e porca miseria devo essere il primo; la speranza la perdo solo per cinque minuti, tutto ciò che è saggio lo inizio da domani; mi riempio di sabbia  dall’ombelico in su, mi crogiolo al sole; compatisco la pera, sola nel campo, e bacio un vecchio sulla spalla. Seriamente mi gratto la pancia, faccio le capriole in aria e avrò sempre sedici anni, farò i giochi da cortile, fischierò con le dita e perderò tutti i bottoni dei calzoni. Dalla testa ai piedi non sono affatto servizievole, oh come sarebbe povera l’umanità senza di me! Le insegno ad amare il peccato e gli incendi e a respirare a pieni, pieni, pieni polmoni.

Su un mio unico quesito sgobbano tutta la vita cento ottusi professori. A rosate dolci orecchiette mando la buonanotte, a migliaia di ragazze e ragazzi. Spalmo la pomata su tutti i cani rognosi. Prendo al collo il passato che cerca di liberarsi e lo rivelo. E con la pistola tiro al futuro come a un bersaglio. E bevo il sole, senza battere gli occhi. E così qualcosa mi dice che ci hai creati di punto in bianco, e hai inclinato l’asse della terra per fare uno scherzo, e che allora dovevi essere un po’ ubriaco: un artista non si crea a mente lucida. E i loro, di quelli di là, gli unici sogni arcifestivi – sono il nostro pane quotidiano.

Non mi piacciono solo quelli che non bevono;  ho paura solo di quelli che ambiscono e sanno ciò che vogliono.

I miei istanti – solo trovatelli e figli illegittimi – senza assistenza né ordine – ballano sulla corda, inghiottiscono le torce.

Rubo una pera nel frutteto altrui; misfatto non grave – non fuggo, ma volo via leggero; sempre in tempo, ubriaco, mi sveglio, da una pozzanghera esco imbiancato, e Dio non si adira con me – è indulgente.

Tutto amo spensieratamente – con gioia – senza preoccupazioni.

Furbo di tre cotte, ingenuo come una ragazza, quando crede. Mi osservo e sorrido, oppure litigherò con forza. Colleziono perline, spalanco gli occhi, dirò a un lampione: «Solo tu sei saggio e bello». Ogni giorno noto qualcosa di nuovo in ciò che guardo da anni – stupito all’improvviso che il cane abbia la coda, che il tram vada sa solo e la betulla sia così bianca.

Povera coccinella, quando l’occhio ti duole, povera è ogni, ogni, ogni vita terrena.

Sono nato, o Creatore, cinque secoli in ritardo, cinquecento anni in anticipo. Per questo sono così allegro e triste: perché vivo, ho già finito di vivere, ancora non ho cominciato.

Tu ed Io – o Creatore, nessun altro. Ma Io – siamo noi, Noi tutti. Noi – la blasfema sinistra del Tuo Parlamento e del Tuo Trono, Domine, canes (1). Noi, gli arcobaleni del tempaccio autunnale, tra i Tuoi figli pazze creature, noi – neve di luglio – papaveri rossi dei ghiacciai – noi – vele spiegate. Non fa niente se col gomitolo della nonna giochiamo col gattino – noi abbattiamo i troni dei despoti, noi alziamo torri solitarie. Noi da un’anima folle facciamo scaturire un’azione lucidissima, noi obbedienti ai rulli dell’organetto – con un inno al futuro pugnaliamo il presente, moriamo e risuscitiamo per ordine nostro, noi nei cimiteri di tutti gli insuccessi disprezziamo i successi a ricordo della comune impotenza.

Per questo, o Creatore, Ti benedico e con un brivido punto tutto su una carta – lo Stupendo Piacere della Vita.

Va banque (2): La Vita per la Creatività.

 

 

(1) Domine, canes (lat.) – (del Tuo Trono) o Signore, i cani (N.d.A)

(2) Va banque (franc.) – tutto su una sola carta (N.d.A.)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

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Adolf Rudnicki (1912-1990), prosatore e saggista polacco

7 Nov

 

Adolf Rudnicki

Adolf Rudnicki

 

Con questo testo di Adolf Rudnicki, tratto anch’esso dalla mia antologia di racconti brevi polacchi Viaggio sulla cima della notte (Editori Riuniti, 1988), termino la serie di 5 racconti scelti per il mio blog.

                                                                      Sui monti

  I

Con l’animo in estasi, in uno stato di profonda beatitudine saltavo sui macigni che giacevano sul letto del torrente estinto. La grandezza e il colore delle pietre parlavano dei secoli, tutto lì parlava dell’eternità. Più avanti, in alto, dietro una cortina di granito e di verde, rombava la cascata. Saltavo fuori dal letto del torrente, mi arrampicavo sulla ripida riva inondata dall’ombra fredda e umida, ma non provavo un senso di fresco. Al contrario: ardevo completamente. Il sole lì sembrava non affacciarsi mai. Qua e là apparivano ancora tracce di neve sporca dell’anno prima. Già aspettavano le nuove nevi, non dovevano attendere molto, era ottobre.

Aggrappandomi agli sterpi robusti e ai cespugli mi portavo sul ciglio della riva e allora avevo davanti a me il letto del torrente, e sopra di me le cime delle rocce, così contrastanti con il cielo immacolato. Le pietre del torrente avevano il colore dello zolfo, il verde là era succulento, umido; in alto invece, sugli alberi, abbagliava con tutti i sontuosi colori dell’autunno, dei faggi in particolare. Ogni loro fogliolina ardeva con tutti i soli dell’estate. L’aria era fresca, rugiadosa, silenziosa di un silenzio inverosimile, senza il minimo respiro umano. L’unico uomo accomunato all’intera natura del luogo ero io. Intorno, nel raggio di molti chilometri non c’era alcun essere umano: ero solo.

Ero solo e come nudo. Nudo come il granito sul letto del torrente prosciugato, come la cima della roccia che ardeva al sole, ero solo, nudo e felice oltre l’umana sopportazione.

La mia felicità iniziò nel momento in cui sentii di aver perso l’occhio, che a noi tutti, come la luce agli oggetti, conferisce un volto, che ci fa indossare i costumi dell’attimo, che ci assegna le parti, benché a noi tutti sembri di recitare le parti scritte da noi stessi.

Il mio stato di beatitudine iniziò nel momento in cui sentii che l’ultimo uomo era rimasto dietro di me, e che ero tornato alle rocce, al cielo, al verde, a tutto ciò che era lì, come qualcuno di lì e appartenente a quel luogo. Da quando mi abbandonò l’occhio umano, smisi di avvertire le differenze tra me stesso e i macigni, mi identificai con un pino di montagna, con un faggio, mentre essi s’identificarono con me stesso. Nella pienezza della coscienza viva, vibrante, sentivo l’assoluta mancanza di differenza tra me e il resto della natura, la totale identità di tutto, la totale identità della roccia, del cielo e dell’uomo. Proprio la sensazione dell’identità di tutto aveva portato con sé la pienezza della felicità. Tramutato in roccia, in albero, nell’erba, nel cielo e nella terra, dopo aver tramutato tutto intorno a me, emanando un grande mistero, e accogliendone uno ancora più grande che fluiva verso di me da dietro le pareti dei monti, dal folto del verde con un bisbiglio di spavento e di dolcezza, correvo centuplicato verso la cascata. In quel turbine di frenetiche percezioni mi sentivo come al centro del grande respiro dell’eternità, in un’accecante fessura del tempo, là dove il tempo non c’era più. Era una meravigliosa giornata di sole, ma a me sembrava che regnasse una penetrante, minacciosa, notte scura.

In quell’improvvisa folgore dell’anima, che rischiarava spazi smisurati, elevato al di sopra del tempo, di colpo vidi anche tutta la mia vita, laggiù, nella piccola città. La vidi come essa appariva, e come sarebbe dovuta apparire, capii e vidi, tutto. Sapevo come bisognava vivere, e sapevo che da quel momento sarei vissuto appunto così. Vidi chiaramente tutto ciò che mi rendeva invisibile il vero uomo che laggiù nella piccola città si moveva tra la gente, l’uomo che era il prodotto di false ambizioni, della sporca bramosia e di sentimenti ingannevoli. Ma tale non dovevo essere mai più. Tutta la mia vita purificata, redenta giaceva davanti a me. «Soltanto – imploravo con l’animo in estasi – soltanto non perdere la verità ora conquistata; essa soltanto è in grado di darmi una dimensione divina; soltanto non perdere di vista il grande cerchio!»

Il segreto principale – ardevo completamente – risiede nel fatto che il rapporto dell’uomo verso l’uomo, benché consumi tutte le forze, deve produrre un risultato negativo, perché si basa sul falso. Infatti tutti i nostri legami sono falsi, poiché sono sostitutivi; sostituiscono qualcosa che non possono sostituire. I legami di amicizia devono estinguersi dopo l’esaurimento della durata della loro vita; quando finisce il desiderio, i legami dell’amore devono lasciarsi dietro la cenere, tutto ciò cui mettiamo mano deve finire in cenere, infatti l’invalido si unisce all’invalido per dimenticare la propria invalidità. L’invalido si unisce all’invalido e finché i sensi, le ambizioni, gli interessi agiscono, egli non vede ciò, per cui poi raccoglie una misera messe, per cui poi prende l’avvio un’interminabile catena di drammi. La nostra miseria – mi dicevo – inizia nell’attimo in cui ci stacchiamo dal grande cerchio.

Camminando verso la rombante cascata, mi trovavo nella fessura dell’eternità. Davanti a me non c’erano né tempo, né segreti. Sentivo la paura nell’anima e le lacrime negli occhi.

II

Più tardi mi trovavo in basso, nella piccola città. Ero disteso sul duro letto di ferro nella camera della pensione. Mi ero lasciato dietro le grandi emozioni. Per la verità si erano affievolite molto presto, erano durate in tutto mezz’ora, forse anche meno. Quando cominciavano a spegnersi, interruppi il cammino verso la cascata e tornai indietro. Ai margini del bosco m’imbattei in una fila di turisti, potevano essere una quindicina; lungo gli itinerari battuti si incontravano spesso simili gruppetti. Sempre insieme, neanche un istante qualcuno di loro restava solo. Proprio i loro occhi mi restituirono immediatamente il mio vecchio volto, che non sarebbe dovuto esistere mai più.

Ero disteso sul letto e sentivo che si spegnevano, che pian piano svanivano i resti della recente esaltazione. Sentivo che pian piano rinascevano tutti i sentimenti che non avrei più dovuto provare. Tornava l’antipatia per il vicino alla mia destra, benché sui monti avessi capito che era un piccolo, povero uomo, come tutti del resto. Adesso mi sembrava di nuovo altero, insopportabile, orribile. Riaffiorava l’antipatia per il vicino alla mia sinistra; di nuovo come prima temevo che entrasse e ricominciasse a seccarmi. Comiciavo a detestare anche la pensionante del piano di sotto, era troppo bella. Sul tavolo giaceva una lettera; essa spargeva il veleno della vita, dalla quale ero fuggito.

Già lo sapevo: tra qualche ora avrei ripreso a girare avvelenato tra gli avvelenati, io stesso avvelenato e avvelenante gli altri, non colui che ero, ma proprio colui che non ero: un uomo falso, lontano per sempre mille miglia dall’uomo vero, come tutti coloro, del resto, che anch’essi non erano quelli che erano realmente.

Nascosi la testa nel cuscino.

(Versione di Paolo Statuti)

W górach (Sui monti), tratto dalla raccolta di Adolf Rudnicki 50 opowiadań (50 racconti), Warszawa, PIW, 1966

Bohdan Czeszko (1923-1988), prosatore, pubblicista, sceneggiatore polacco

7 Nov

 

Bohdan Czeszko

Bohdan Czeszko

 

   Il quarto racconto che pubblico oggi, tratto anch’esso dalla mia antologia di racconti brevi polacchi Viaggio sulla cima della notte (Editori Riuniti, 1988) è di Bohdan Czeszko e s’intitola

 

                                                       Il girasole

                                                                                      A Henryk Tomaszewski

 

Ormai non uscivo quasi più di casa per timore di rimanere ucciso. Alloggiavo in via Krzywe Koło in un locale disabitato al primo piano. Il proprietario dell’appartamento aveva lasciato la città con la famiglia, nella primavera del 1944. Era una vecchia casa. Attorno al cortiletto, all’altezza del primo piano, correva un ballatoio di legno ingombro di roba vecchia degli inquilini. C’erano gabbie di uccelli arrugginite, piante secche in vasi con la terra che sembrava cenere, sedie a sdraio senza più la tela, sedie zoppe, una carrozzina. Vi regnava sempre, anche in piena estate, un fresco umido, e il fondo del cortiletto odorava di erba infracidita. L’interno era quello di un appartamento del secolo scorso. Nell’ingresso c’era un portaombrelli di ferro con la vaschetta zincata per l’acqua; le pesanti tende erano allacciate con cordoni di seta. Immaginavo come i penetranti odori invadessero l’interno degli armadi e dei comò. Aveva cura dei mobili la nuova padrona di casa, – la signora Zofia, – una donna alta, dignitosa e ancora bella nell’autunno della vita. Girava in pantofole di peluche e parlava solo se era assolutamente necessario. Non ho mai visto nei suoi smorti occhi azzurri, con cui mi fissava insistentemente, un barlume d’interesse per la mia esistenza. Mi risparmiava di uscire in strada per comprarmi qualcosa da mangiare, e di questo le ero grato.

Il tempo si vagliava attraverso me veloce come attraverso uno staccio. Lavoravo molto, dovevo terminare una serie di xilografie per le illustrazioni delle Memorie di Jan Chryzostom Pasek. Di recente avevo consegnato una cartella di disegni per gli scritti di Rej a un editore che comprava opere grafiche investendo in esse i guadagni del traffico di valuta e di oro. Mi sfruttava, – oggi lo so, – ma non gli servì comunque a niente, perché ogni cosa finì in cenere durante l’insurrezione. Ero sopravvissuto all’inverno e all’inizio della primavera del ’44. Ero stato due volte contro il muro con le mani sulla testa. In qualche modo mi aveva salvato la protesi e la buona conoscenza del tedesco. Da allora evitavo di uscire in strada. Si può forse fuggire, avendo al posto di una gamba sana un rigido troncone, allacciato al corpo con le cinghie?

I miei nervi, malgrado il lavoro regolare, non si calmavano. Mi tormentava la paura durante le incursioni notturne degli aerei sovietici. Scendevo in cantina, perché i vicini non mi prendessero per un ebreo che si nascondeva. Temevo la divisa blu della polizia. Ma scendevo anche perché le massicce volte di pietra delle fondamenta e la compagnia della gente mi ispiravano fiducia. Malgrado questo però, considerando bene le cose, non nutrivo alcuna speranza. Per colmo di sventura, da un certo istante mi accorsi di avere il terrore dello spazio. Quando di sera mi decidevo a uscire, mi accadeva di trattenermi davanti a una vetrina. Osservavo i libri e le vecchie stampe che tanto amavo, e poi non potevo staccare la mano dalla grata che proteggeva il vetro. Il sudore mi inondava il corpo. Superando con un grande sforzo di volontà la paura feroce, mi staccavo dalla grata che mi sembrava come l’ultima ancora di salvezza. Quando, dunque, di notte sommavo tutto questo e consideravo bene le cose, non nutrivo alcuna speranza di poter resistere.

All’inizio di giugno andai dal barbiere. Da molti anni mi tagliavo i capelli in quella bottega angusta e piena di fumo di tabacco. Una bomba l’aveva risparmiata, colpendo la casa accanto, e tra le macerie crescevano ora le erbacce e i sottili germogli degli arbusti.

Con sollievo, dopo la strada percorsa, mi accomodai sulla poltrona e sottoposi la testa alle forbici, e le orecchie a un torrente di parole. Il buon signor Józef, com’è antica abitudine dei barbieri, cicalava incessantemente e caoticamente. Tesseva una bizzarra trama di storielle e di notizie radiofoniche gonfiate, e ridacchiando sussurrava: «Buona, eh?» ogni volta che finiva la frase. Ascoltavo, oliava i miei poveri nervi. Pensavo: «Solo una vecchia abitudine m’impone di tagliarmi i capelli e di radermi la gola, benché non nutra – considerando bene le cose – alcuna speranza di poter resistere».

In quel momento nella bottega entrò un ragazzino. Poteva avere forse otto anni e il suo aspetto indicava la miseria più nera. Portava una specie di sandali ricavati da un copertone e allacciati con lo spago. Aveva indosso pantaloni di tela di sacco e un giubbetto militare, probabilmente ungherese, che cadeva a brandelli. Nelle mani tese in avanti stringeva un barattolo vuoto.

– Cosa vuoi? – borbottò il signor Józef. – Il venerdì diamo…

– Volevo un po’ d’acqua – disse il ragazzino tendendo ancora di più il barattolo.

– Prendila, il rubinetto è nell’angolo – disse il signor Józef e seguì il ragazzino con lo sguardo, finché non uscì facendo risonare il campanello alla porta.

– Rubano anche con gli occhi – disse.

Scrollai la testa. In effetti, quel ragazzino ormai doveva infischiarsene di tutto. Un istante dopo entrò di nuovo, annunciato dal tenue, cristallino scampanellio.

– Vorrei ancora un po’ d’acqua.

Riempì il barattolo e reggendolo cautamente, fissando l’ondeggiante superficie del liquido, uscì per tornare di nuovo un minuto dopo. Il leggero suono del campanello non mi innervosiva anzi, al contrario, mi calmava, proprio come la luce dorata del sole al tramonto, che filtrava attraverso la vetrina con la scritta esageratamente tortuosa: «arongis e omou rep ereihccurraP».

– Ancora acqua? Ma che ci fai con tutta quest’acqua? Non che mi dispiaccia, ma a che ti serve? – disse il signor Józef.

– Hanno rubato la chiave dell’idrante – disse il piccolo. – Il portiere dice: «L’hai rubata tu», e non vuole darmi l’acqua. A che mi serve la chiave… Ho piantato tra le macerie cinque girasoli. Sono cresciuti. Bisogna annaffiarli.

Quelle parole portarono d’un tratto calore e allegria all’interno della bottega. Il signor Józef sorridendo allungò una mano per prendere lo spruzzatore con l’acqua di colonia e scotendo la testa si mise ad osservare il piccolo che riempiva il barattolo. Si sorrisero. Uscendo il ragazzino si fermò vicino alla mia poltrona e sporse la faccia guardando negli occhi il signor Józef che mi spruzzava la testa.

– Anche a me, per favore – pregò alzando ancora di più il naso.

Il signor Józef schiacciò più volte la pompetta dello spruzzatore, avvolgendo la testa del ragazzino in una nuvoletta di goccioline profumate.

– Aaah – sospirò beatamente il piccolo aspirando l’aria e pian piano, facendo risonare il campanello, uscì.

Sopravvissi all’occupazione, benché prima – considerando bene le cose – non nutrissi alcuna speranza. Assai spesso penso a quel giardiniere, che – credo – aveva risvegliato in me il semplice e ormai spento amore per la vita.

(Versione di Paolo Statuti)

 

Słonecznik (Il girasole), tratto dalla raccolta di Bohdan Czeszko Wybór opowiadań (Racconti scelti), Warszawa, Czytelnik, 1979.

 

(C) by Paolo Statuti

 

  

Julian Kawalec (1916-2014), prosatore, pubblicista e poeta polacco

6 Nov

 

Julian Kawalec

Julian Kawalec

 

Dopo tanta poesia, apro ora una parentesi di prosa, pubblicando alcuni racconti brevi polacchi inseriti nella mia antologia Viaggio sulla cima della notte, edita nel 1988 da Editori Riuniti. Ho scelto i racconti in base al mio gusto personale e lasciandomi guidare dal sentimento della poesia e dai sentimenti umani. Il terzo racconto, davvero brevissimo, è di Julian Kawalec e s’intitola

 

                                                          Le mele

 

   Si incontrarono sulla piazza, accanto al grande monumento. Si scambiarono con calore qualche parola di saluto, perché non si vedevano dalla fine della guerra. Poi entrarono in un piccolo bar, come ce ne sono molti in quella città. Sono bar che non possono non essere notati, tanto attirano con il loro aspetto misero e l’incessante brusio che arreca sollievo. Nei tavolini rotondi di questi bar c’è come una forza grande e buona, alla quale è difficile resistere.

Ordinarono qualcosa da bere. Il magro-brizzolato studiò attentamente il suo gigantesco amico quasi calvo e disse:

– Lo so, lo so, hai perso i genitori, la moglie…

Calò un lungo silenzio. Il magro parlò di nuovo:

– Cosa fai adesso?

Il gigante distolse lo sguardo dalla grigia parete coperta di scure macchie di umidità, di colpo sorrise e si rianimò.

– Sono un venditore di mele – disse. – Vendo le mele: deliziose, renette, limoncelle… – elencò molte varietà di questo frutto, descrivendone anche i pregi. La sua voce era sonora, solenne e bella. Voci simili si sentono nei teatri, ai concorsi di recitazione, nei luoghi dove si esibiscono gli artisti.

Il magro-brizzolato continuava ad osservare il possente amico che parlava di mele in modo così insolito e solenne. E quando quello tacque, gli disse sottovoce:

– Anche tua sorella, Krystyna, è morta, l’ho saputo…

Il gigante, come se non avesse sentito, si sistemò sulla sedia, sollevò la testa quasi calva e riprese a parlare:

– Ogni giorno alle sette mi metto in cammino col mio carretto stracolmo di mele. Vedessi come sono belle… Mi fermo più volentieri all’angolo di una strada o del mercato. Invito la gente a comprare le mele. Comprano. Verso le mele nelle borse. Lo faccio con delicatezza e velocemente. Ho la mano adatta per le mele, io. Per fare questo bisogna avere la mano e la voce. Non tutti riescono ad essere venditori di mele.

Il gigante tacque per un po’ e restò pensieroso. E di nuovo disse:

– A poco a poco la catasta di mele sul carretto si abbassa, si appiattisce, e il mio portafoglio diventa sempre più gonfio. Sai cosa provo allora? Ti metterai a ridere… allora divento triste, mi dispiace per le mele…

Il magro-brizzolato sorrise stranamente e disse:

– Tuo fratello è stato ucciso, ho sentito.

Il gigante infilò la bella mano nella tasca e ne trasse una grossa mela rosata. La tenne sul palmo guardandola a lungo e replicò:

– Una del carretto la lascio sempre per me, non la mangio, la porto nella tasca, ogni tanto la prendo in mano, ogni tanto la guardo per un po’. Mi piace guardare le mele belle. Io ho sempre una mela in tasca, che abitudine stupida, vero?

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Jabłka (Le mele), tratto dalla raccolta Blizny (Le cicatrici), Kraków, WL,1960

 

(C) by Paolo Statuti

Jan Rybowicz (1949-1990), prosatore e poeta polacco

6 Nov

 

Jan Rybowicz

Jan Rybowicz

 

Dopo tanta poesia, apro ora una parentesi di prosa, pubblicando alcuni racconti brevi polacchi inseriti nella mia antologia Viaggio sulla cima della notte, edita nel 1988 da Editori Riuniti. Ho scelto i racconti in base al mio gusto personale e lasciandomi guidare dal sentimento della poesia e dai sentimenti umani. Il secondo racconto è di Jan Rybowicz ed è intitolato

 

                                            A piedi intorno al mondo

 

   L’ottantenne Michał Drozd, che viveva a carico del figlio (un vecchio scapolo di quarantotto anni), una sera, all’inizio della primavera, si alzò dal letto, sul quale stava riposando dopo aver arrancato tutto il giorno per la campagna, s’infilò il cappotto, tagliò una fetta di pane, se la mise in tasca, prese il bastone appoggiato in un angolo della stanza e si avviò verso la porta. Il figlio smise di affilare la sega, guardò attentamente il padre, chiese:

– Dove ve ne andate?

Il padre si fermò con la mano sulla maniglia e senza voltarsi rispose gridando con la voce stridula:

– A piedi intorno al mondo!

Il figlio si limitò a scuotere la testa e tornò alla sua occupazione. Il vecchio restò ancora un attimo immobile, poi risolutamente abbassò la maniglia e in modo goffo varcò la soglia, sbattendo la porta dietro di sé. Uscì dalla casetta. Diede una sbirciata al cielo, aspirando l’aria tiepida e umida. Poi batté il bastone sul tavolato della veranda e a piccoli, rapidi passetti s’incamminò.

Qualche minuto dopo, cantilenando qualcosa, raggiunse l’autostrada E-12 che attraversava il villaggio. Si fermò sul ciglio, per alcune decine di secondi rifletté se andare a sinistra, o a destra. Prendendo a destra, dopo un po’ poteva arrivare alla grande città, dov’era stato qualche anno prima in ospedale. Quel ricordo lo fece decidere. Voltò a sinistra.

Procedeva battendo il bastone sull’asfalto, senza prestare attenzione alle macchine che di tanto in tanto lo superavano. Camminando fantasticava su quei paesi lontani che vedeva alla televisione e che avrebbe visto facendo il giro del mondo.

Dopo un’oretta di marcia gli venne fame. Scese dalla strada nei campi, si sedette sull’erba coperta di rugiada, tirò fuori la fetta di pane. Mangiava lentamente. Più su, lungo la strada, le macchine sfrecciavano facendo sibilare le gomme, spingendo avanti un ventaglio di luce.

Biascicava il pane nella bocca sdentata, con le spalle addossate a un albero e le gambe distese. Guardava l’oscurità davanti a sé, là dove si stendevano i campi coltivati, dove stava per iniziare una nuova vita. Impastava con la mano libera la terra umida, sentiva tra le dita le fibre dell’erba appena nata… Sentì che gli si stava bagnando il sedere. Si mise nella tasca del cappotto il pane sbocconcellato, si sollevò a fatica appoggiandosi al bastone e tornò sulla strada.

Per un certo tempo restò di nuovo immobile, sforzandosi di ricordare da quale parte era arrivato. Una macchina che sopraggiungeva si fermò. Il guidatore, un giovanotto, abbassò il finestrino, sporse la testa.

– Dove ve ne andate, nonno? – chiese sorridente. – Volete un passaggio?

– Dov’è il villaggio di Chodaków? – chiese.

– Là – il giovane indicò con la mano dietro di sé.

Adesso sapeva. Doveva andare dalla parte opposta. Senza parlare si mosse nella stessa direzione dell’auto.

Il giovane lo seguiva lentamente.

– Dove andate, nonno? – chiedeva sporgendo la testa dal finestrino.

Il vecchio, senza rallentare, girando soltanto la testa in direzione dell’auto, rispose:

– A piedi intorno al mondo!

Il giovane scoppiò a ridere.

– Allora volete un passaggio? – ripeté.

Non rispose. Procedeva con caparbietà, battendo il bastone, ansimando leggermente. Il giovanotto continuava a restargli accanto, ma poi senza dire più niente diede gas e scomparve dalla vista del vecchio.

Allora egli si fermò. Si sentiva stanco e per un attimo pensò che fosse meglio tornare. Poi, quando il respiro si normalizzò, si premette ancora più il berretto sulla testa e con decisione riprese il cammino. Se qualcuno in quel momento gli fosse andato dietro (proprio come sto facendo io), avrebbe udito il suo respiro sibilante, l’ostinato stropiccio delle scarpe sull’asfalto e il ritmico battito del bastone: tuc, tuc, tuc, tuc…

 

Una camionetta della polizia che passava per caso lo trovò, due ore dopo, sdraiato sul ciglio della strada, completamente esausto, quasi svenuto, a quindici chilometri dal villaggio.

I poliziotti lo aiutarono ad arrampicarsi sulla vettura, gli versarono un po’ di tè dal thermos. Bevve il tè e prese a guardarsi intorno con gli occhi meravigliati.

– Di dove siete, nonno? – chiese uno dei poliziotti.

– Di Chodaków.

– Dov’è Chodaków? – domandò rivolgendosi al collega.

Quello alzò la testa, con il mento indicò davanti a loro.

– Saranno circa quindici chilometri…

– E voi dove stavate andando, nonno? – chiese il caporale.

– A piedi intorno al mondo – borbottò.

I poliziotti si misero a ridere.

– E perché, i figli vi hanno cacciato via?… Forse vi menano? – domandò il caporale.

– No – scrollò la testa.

L’autista della camionetta mise in moto.

– Vi riportiamo a casa – disse.

Il vecchio non fiatò.

Qualche minuto dopo erano a Chodaków. L’autista fermò la vettura all’incrocio.

– Dove abitate, nonno? – chiese.

– Più avanti… – mugolò.

L’autista proseguì lentamente. Lanciava occhiate furtive al vecchio, che fissava con gli occhi socchiusi la fila di casette illuminata dalla vettura. A un certo punto disse:

– Qui. In questa strada.

L’autista fermò la vettura. Il caporale aiutò il vecchio a scendere. Trattenendolo chiese:

– Vi accompagno a casa?

Il vecchio liberò il gomito con stizza.

– Ci arrivo da solo! – sbuffò.

E si diresse verso casa.

– E la prossima volta non andatevene intorno al mondo! – gli gridò dietro il caporale. – E’ troppo lontano per le vostre gambe!

– Staremo a vedere! – mugugnò il vecchio senza rallentare il passo e senza voltarsi. – Stronzo! – sputò.

In cucina la luce era accesa. Entrò nella veranda, battendo di proposito con forza il bastone raggiunse zoppicando la porta, la spinse. Come al solito, non era chiusa. Si ritrovò nell’atrio rischiarato dalla luce che filtrava dalla porta a vetri della cucina. Mise il catenaccio, entrò in cucina. La porta che dava nell’altra stanza, dove dormiva il figlio, era aperta. Posò il bastone in un angolo, si tolse il cappotto, si sedette sul letto, si levò le scarpe e i calzini. Poi i pantaloni e per ultimi la giacca e il berretto. Strascicò i piedi nudi per spegnere la luce e s’infilò con tutto il golf sotto la pesante imbottita. Giacendo supino, con gli occhi fissi nell’oscurità, cominciò a bisbigliare le preghiere.

Qualche istante dopo gli giunse dall’altra stanza la voce tranquilla del figlio:

– Siete già tornato da quel…giro del mondo?

– Sì – disse con lo stesso tono. – Ma domani andrò di nuovo!

Poi si addormentò.

Quella notte morì.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Na piechotę dookoła świata (A piedi intorno al mondo), tratto dalla raccolta di Jan Rybowicz Samokontrola i inne opowiadania (Autocontrollo e altri racconti), Warszawa, PIW, 1980.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Kazimierz Orlosh (1935), prosatore, drammaturgo e sceneggiatore polacco

5 Nov

 

Kazimierz Orlosh

Kazimierz Orlosh

 

   Dopo tanta poesia, vorrei aprire ora una parentesi di prosa, pubblicando alcuni racconti brevi polacchi inseriti nella mia antologia Viaggio sulla cima della notte, edita nel 1988 da Editori Riuniti. Ho scelto i racconti in base al mio gusto personale e lasciandomi guidare dal sentimento della poesia e dai sentimenti umani. Il primo racconto è di Kazimierz Orłoś ed è intitolato

                                                 Il maestro di musica

   A quel tempo vivevo in una misera abitazione. Le finestre della mia stanzetta in un palazzo alla periferia davano su un cortile a forma di pozzo. Ogni voce dal basso, dalle finestre socchiuse – un grido o il pianto di un bambino, lo schiamazzo di donne litigiose, una radio accesa, perfino una conversazione a bassa voce – si sentivano chiaramente, come se mi trovassi alle spalle delle persone nei loro appartamenti e ascoltassi senza sosta. Il tintinnio delle bottiglie del latte, trasportate su un carrettino di lamiera da uno sciancato, mi svegliava alle cinque di mattina. Il canto del carbonaio ubriaco, che occupava l’appartamento al pianterreno, mi strappava al sonno a mezzanotte. Le risatine del figlio deficiente del portiere – un ragazzo grasso che se ne stava tutto il giorno in cortile – le sentivo a mezzogiorno e la sera. Ero tormentato da tutti quei rumori. Ero al limite della sopportazione.

Il vecchio abitava accanto. Adesso lo so, ma allora, quando già studente avevo preso in affitto quel buco di stanza con le finestre che davano sul cortile, non gli avevo prestato attenzione. Soltanto quella soffocante mattina, mentre sgobbavo su un grosso manuale di fisica, rompendomi il cervello con la teoria dei quanti, e quello cominciò a sonare dietro la parete (mi sembrava di essere in una sala vuota in cui qualcuno tagliasse un vetro col diamante), pensai che molto probabilmente doveva essere quell’uomo incurvato che a volte incontravo sulle scale, quando, ansimante, si fermava per un attimo al mezzanino.

Da dietro la parete sentivo chiaramente il concerto per violino. Dovevo ascoltare ininterrottamente e fino all’ultima nota tutti i fraseggi della Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria di Ogiński? Sonava motivi sentimentali, noiosi da ascoltare come un lungo discorso o una poesia imparata a memoria. I miei quanti erano già andati a farsi benedire, per giunta dietro la finestra i bambini facevano chiasso, le donne schiamazzavano nelle cucine, il carbonaio ubriaco cantava una canzone da ubriaconi.

Non resistetti e battei più volte il pugno sulla parete. Ma servì a ben poco. Era forse un po’ sordo? Il tenue suono fluiva incessantemente da dietro la parete, come una voce lamentevole, come il canto del muezzin che invita alla preghiera.

Aspettai mezz’ora, poi uscii sul pianerottolo e bussai alla porta del vicino. Ricordo che il pianto dello strumento cessò di colpo, come troncato. Sentii lo strascichio delle pantofole, poi quel vecchio chiese sottovoce: – Chi è?

– Il suo vicino – risposi seccamente.

La porta con la catena si aprì di uno spiraglio. Fiutai un odore di umido, di appartamento non arieggiato, di muffa mista a un odore di naftalina. Il vecchio, la cui faccia pallida e non rasata scorsi nello spiraglio, mi fissava incuriosito con gli occhi piantati a un palmo dal mio naso. Le sue dita sottili stringevano il battente della porta socchiusa. Notai delle macchie brune sulla pelle chiara.

– Signore – dissi bruscamente – la smetta di grattare! Mi scoppia la testa!

Mi guardò per un istante, e poi disse con un filo di voce:

– Sì, certo. Mi scusi. – E chiuse la porta.

E non sonò più, né in quella soffocante domenica, né in nessun’altra. Molto probabilmente mi sarei dimenticato di lui, se un giorno d’autunno non avessi deciso di fare una passeggiata fuori città. Dalla strada asfaltata girai verso i campi e battendo il bastone sulle pietre presi un sentiero che portava a un bosco lontano. Là lo vidi. Dapprima mi sembrò un altro (un’apparizione, un uomo non di questo mondo). Ma era lui di sicuro: la stessa figura incurvata, la faccia pallida e non rasata, gli occhi scuri. Stava seduto su una seggiolina pieghevole di fronte a un improvvisato leggio di rametti, sul quale aveva posato il foglio di musica. Sonava al violino quella stessa Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria? Mi fermai a cento passi da lui, poi gli andai più vicino. Ascoltavo come sonava e come la voce lamentevole del violino si levava sul campo deserto. Guardavo il margine del bosco, l’azzurro del cielo, gli uccelli neri (di sicuro uno stormo di cornacchie) che volteggiavano sulle stoppie. Quell’uomo sonava piegato sul leggio di rametti, con accanimento, assente, come se vedesse il mondo intero nei neri punti delle note. Il violino piangeva sconsolato. Non c’era nessuno.

Restai lì per un po’, quindi lentamente, senza voltarmi, ripresi a camminare in direzione della strada asfaltata e della nostra casa, nella quale lo schiamazzo delle donne, le grida dei bambini e il canto del carbonaio ubriaco era tutto ciò che potevo sempre sentire.

(Versione di Paolo Statuti)

Nauczyciel muzyki (Il maestro di musica), pubblicato nel dicembre 1972 sulla rivista Literatura.

(C) by Paolo Statuti

Racconti polacchi

17 Feb

Tre racconti brevi polacchi 

(tratti dalla mia antologia di racconti polacchi „Viaggio sulla cima della notte”, Editori Riuniti, Roma 1988)

 

Kazimierz Brandys (1916-2000)

La controfigura

   La controfigura è una persona il cui mestiere è soprattutto quello di cadere. La controfigura cade da un balcone o da cavallo, ci sono controfigure specializzate nel lanciarsi in un fiume da un ponte, a bordo di una moto; ho sentito anche di una controfigura ben pagata che sapeva cadere da grandi, vecchi alberi.

   La controfigura si paga non soltanto perché decide di cadere, ma anzitutto perché poi continua a vivere. Oggi che la disparità delle retribuzioni non è stata ancora eliminata, si troverebbero molti candidati alle cadute dietro adeguato compenso, a prescindere dai risultati conseguibili. Tuttavia non sarebbero delle controfigure. La vera controfigura cade senza rischiare e nella posizione prevista: a braccia distese o con la faccia a terra, a seconda delle esigenze. Poi si rialza, si scuote la polvere di dosso e si mette a tavola. Per questo viene pagata.

   Le cadute dipendono dalla vita. Si cade da cavallo perché c’è una battaglia e una freccia ha trafitto un cavaliere; allora la controfigura scivola lentamente dalla sella e il cavallo la trascina sul terreno. Si rotola giù per la scarpata della ferrovia durante una fuga sui tetti di un treno in corsa, oppure da un pendio roccioso direttamente in bocca al lupo. Sono situazioni apprezzate dagli spettatori: quando la controfigura esegue sullo schermo il suo salto, la platea urla sempre. Oggi questo è molto importante. La platea urla incantata. Un buon jazz: la platea urla; un bel tocco di ragazza: la platea urla; un bel tiro: la platea urla. La platea urla anche per un buon colpo nella pancia.

  Per rendere possibile quest’urlo, a volte occorre lavorare molti mesi. La finzione si prepara con grande impiego di energie; sono necessari apparecchiature, cavi e riflettori, elettrotecnici e costumisti, persone che imitano il verso degli animali e macchinari per produrre la neve. Sono necessarie anche le controfigure. Tutto ciò non fa l’effetto del risultato finale. Per l’urlo dei contemporanei lavorano persone stanche, affannandosi tra gli attrezzi e le luci. Ma forse dentro di loro si cela un bisogno impellente di provocare quell’urlo, di estrarlo dalla sostanza grigia della vita. Non ho mai visto un assassino che uccide la vittima, ma so che ciò succede, che ciò è una realtà e che il mondo tollera questo stato di cose con un genere di consenso umilmente canzonatorio. Alla vista del sangue che sgorga o di un corpo preso a calci anch’io lancio un grido verso lo schermo. Amiamo gli scandali. Un colpo mortale, un nudo o il chiasso assordante di una batteria sono estremamente scandalosi perché rivelano la natura scandalosa della vita.

   Alcuni cineasti greci giravano un film sui contrabbandieri, in cui la scena culminante doveva essere un inseguimento a cavallo e la morte del capo (che cade, appunto, da cavallo). La parte del capo era interpretata da un noto attore che si intendeva di equitazione quanto bastava per reggersi in sella, ma non tanto da saper cadere da essa. Una caduta davvero emozionante richiede capacità che non tutti hanno. Saltare bene gli ostacoli è alla portata di ogni cavaliere mediocre, ruzzolare in modo perfetto sanno farlo soltanto pochi. Si misero alla ricerca di una controfigura.

   Si presentarono cinque giovani. Quattro, dopo le prove, furono ricoverati in ospedale, il quinto fu risparmiato. Oltre alle varie ammaccature e lesioni riportate, era una pena constatare che i malcapitati cadevano pure male. Cadevano veramente, cioè senza effetto e senza stile; mentre il pubblico esige l’arte del cadere, cioè una caduta che sia al tempo stesso fortuita e necessaria, e inoltre consapevolmente scelta da colui che cade. Soltanto allora il pubblico lancia un grido di gioia. La situazione ideale richiederebbe una certa consapevolezza anche da parte del cavallo. Ad esempio, ci sono cavalli che nell’attimo in cui il cavaliere cade sanno nitrire in modo impressionante. Lo spettatore allora può stare tranquillo che è successo tutto ciò che doveva succedere, e tutti hanno avuto la giusta consapevolezza. Vorrei osservare, infatti, che la consapevolezza è il massimo della pena richiesto dal pubblico. Non gli basta mai il solo dramma, desidera che i personaggi del dramma abbiano piena coscienza di esso. Nelle narrazioni ingenue e didascaliche lo scopo è raggiunto non quando il cattivo muore, ma quando ha capito di essere cattivo. Il pubblico esce soddisfatto: non si può soccombere meglio.

   Il regista interruppe le riprese, fu deciso di cercare una controfigura all’estero. Due settimane dopo arrivò un uomo tarchiato e taciturno di cerca sessant’anni, un vecchio cosacco del Don, di una famiglia di emigrati bianchi. I cineasti pensarono a un malinteso.

   La controfigura rivolse al regista alcune domande sulle circostanze in cui doveva svolgersi la caduta: in quale punto battere la testa in terra, fin dove lasciarsi trascinare con un piede nella staffa e come distendere le braccia. Le domande sonavano alquanto insolite, – alle controfigure non era mai richiesta una tale precisione, – mentre in questo caso l’augurio generale era soprattutto che il vecchietto non ci rimettesse l’osso del collo.

   Il regista suggerì di provare, ma la controfigura dichiarò che non ce n’era bisogno; pregò di accendere le luci, montò in sella e cominciò a cantare qualcosa al cavallo. Si lanciarono al galoppo.

   Non fu necessario ripetere la scena, perché la caduta si svolse precisamente come richiesto: il vecchietto batté la testa nel punto stabilito. Con lo stivale destro lasciò un solco nel terreno, e con la mano sinistra sfiorò i cespugli esattamente entro l’inquadratura della macchina da presa. Quando la polvere si fu posata, lo videro che conduceva il cavallo al box. Il giorno dopo tornò in aereo a Parigi.

   Era un’eccellente controfigura, con una storia interessante. Non ho in mente la biografia, ma proprio la «storia», il turbamento interiore e il suo risultato finale. Le biografie attestano le possibilità della vita, mentre le possibilità di un uomo sono attestate dalle conclusioni che egli ha tratto dalla sua biografia. Non mi fido dei curriculum troppo fantasiosi, ho il sospetto che un gran numero di fatti attenui l’efficacia del commento. Un vero curriculum è la storia del rapporto di un uomo con se stesso, non del rapporto dei fatti con l’uomo. I fatti sono inevitabili come materiale necessario a creare quel rapporto, ma non sono a sé stanti. Nella massa di eventi che hanno coinvolto la nostra generazione vedo una delle cause dell’ostruzione spirituale di cui in fin dei conti soffriamo tutti, nessuno escluso. Troppo è successo, troppo succede, l’azione trabocca sui margini  destinati alle postille.

   Prendeva 500 dollari a caduta. Ma questo dice poco. Ciò che meglio testimonia chi fosse quell’uomo è il non aver mai eseguito più di due cadute al mese. Raggiunto questo obiettivo, egli respingeva ogni proposta ed è rimasto celebre il suo rifiuto di gettarsi dalla quadriga lanciata a tutta velocità in Ben Hur per un compenso triplo; eppure era già la fine del mese.

   A tale proposito, vorrei attirare l’attenzione del lettore su un certo particolare. Dopo aver ascoltato il breve racconto su questa controfigura, tra dieci possibili ascoltatori probabilmente otto o nove vorrebbero vedere una sua acrobatica prestazione, e forse uno o due avrebbero voglia di conversare un po’ con lui. Già, la maggior parte dei contemporanei si interessa più alle qualifiche specialistiche e professionali di un uomo, che non alle sue qualità psichiche. Importa loro non come è, ma ciò che fa. Alla base di questo rapporto c’è forse la convinzione, nel subconscio, che le persone si differenzino poco tra loro, e che la loro psicologia e moralità individuale siano scarsamente identificabili nella psicologia e moralità media della società, e che ciò che davvero le differenzia siano le funzioni svolte, ovvero i gradini della gerarchia professionale.

   Ma nel caso di questa controfigura a me interessa assai più la sua capacità di autocontrollo, che la perfezione tecnica della caduta. Dirò di più: a me interessa poco in qual modo egli sia arrivato alla sua incredibile destrezza, mentre sarebbe appassionante poter rispondere alla domanda: come e a quale prezzo ha raggiunto la sua saggezza filosofica, che nel secolo della corsa al successo gli consentiva di rifiutare tutto ciò che non fosse realmente indispensabile? Questo semplicissimo modo di difendere la propria libertà è – purtroppo, come la maggior parte delle cose semplici – incredibilmente difficile a mettere in pratica.

  Suppongo che questa controfigura fosse un rappresentante di quella categoria di eletti che vengono al mondo con la sensazione di non doversi aspettare molto dalla vita. Sono mosche bianche nel campo della psicologia. Non appartengono né alla specie dei «debitori» (come ad esempio gli eroi della grande letteratura russa), né a quella dei «creditori», ovvero delle persone convinte che il mondo debba loro qualcosa. Ebbene no. Questa terza specie nasce in parità con il mondo, e non solo non esige niente, ma nemmeno si aspetta molto da esso.

   Non solo sapeva cadere da cavallo, ma riusciva anche a precipitare in un fiume dal ponte, a bordo di una moto. Per fare questo prendeva lo stesso compenso, ma esigeva un’ulteriore garanzia: dopo la caduta una barca a motore doveva soccorrerlo subito. Infatti, appena toccava l’acqua, egli andava immediatamente a fondo. Insomma: non sapeva nuotare.

 

Stanisław Dygat (1914-1978)

L’onomastico

   Il signor Kazimierz Druciany, persona importante e stimata, era di natura molto progressista. Detestava e disprezzava tutto ciò che è arretrato, superato, superstizioso.

   Qualunque cosa si possa pensare o dire in proposito, è certo che questo suo bernoccolo era assolutamente disinteressato e non era legato a nessun calcolo di opportunità esistenziale. Era un progressista e detestava l’arretratezza, questo è tutto.

   Si sforzava anche, come poteva, di combattere ogni manifestazione di regresso e di oscurantismo; a viso aperto e senza transigere si dichiarava contro gli anacronismi di qualunque tipo. Nell’ultimo anno si era convinto che l’onomastico è appunto un esempio particolarmente idiota di anacronismo, una specie di insulso e meschino culto della personalità e, quel che è peggio, legato alle superstizioni del misticismo cristiano.

   Aveva smesso di fare gli auguri agli amici e ai conoscenti nel giorno del loro santo; non accettava gli inviti, si rifiutò perfino, con grande coraggio, di mettere la sua firma sul biglietto di auguri per l’onomastico del suo direttore.

   Il 4 marzo, giorno dell’onomastico del signor Druciany, era una domenica e, come al solito, egli fece una passeggiatina, bevve il caffè al Club Internazionale e dette un’occhiata alla stampa, quindi mangiò un normalissimo pranzo al ristorante. Con un sorriso di commiserazione si disse anche: «E pensare che abitualmente in questo giorno c’erano certi pranzetti solenni, fiori, regalini, baci sulle guance e analoghe scemenze che avviliscono la dignità dell’uomo». Assai soddisfatto di sé tornò a casa con l’intenzione di passare il pomeriggio a leggere un libro. Pensò tuttavia che forse qualcuno, senza telefonare, sarebbe potuto passare a fargli gli auguri. In fin dei conti non c’era motivo di chiudere la porta in faccia a persone cortesi. Dirà: «Io per principio non riconosco alcun onomastico e vi prego molto di non farmi gli auguri. Ma un ospite lo accolgo sempre con piacere». E se capita un ospite non si può non offrirgli qualcosa. Era dell’avviso che le sue regole di vita dovessero essere seguite rigidamente e drasticamente, senza tuttavia comportarsi da villani verso il proprio ambiente. Decise quindi di passare al supermercato e comprare per ogni evenienza un quarto di vodka e qualcosa per uno spuntino. Entrando però si rese conto che, grosso modo, sarebbero dovute venire  circa sei, sette persone, e pensò fosse meglio prenderne mezzo litro.

   Tornato a casa, travasò la vodka in una caraffa e cominciò a preparare le tartine. Mise sul tavolo una bella tovaglia e vi sistemò ogni cosa, quindi si sdraiò sul letto e cominciò a leggere. Un’ora dopo si meravigliò alquanto che nessuno gli avesse ancora telefonato. Allora pensò che molto probabilmente il telefono era guasto, ma il telefono non era guasto. Era sceso il crepuscolo. Alla radio l’orchestra Costelanetz suonava Meditation dall’opera Thaïs di Massenet. Posò il libro e si mise a riflettere. Qualcuno stava salendo le scale, ma non si fermò al suo piano, andò oltre. Il signor Kazimierz senza sapere perché si sentiva triste e malinconico. Guardò per un po’ il telefono e concluse che non suonava per qualche particolare e maligno puntiglio. Alzò il ricevitore e fece un numero.

   «Mietek, sei tu? Non faresti un salto da me? Ci facciamo un bicchierino… Sono un po’ giù e non troppo… Ah, vai a giocare a bridge? Beh, sarà per un’altra volta…»

   «Non si è ricordato nemmeno» – pensò il signor Kazimierz e sorrise amaramente.

   Si mise a camminare per la stanza, si fermò vicino al tavolo, si versò una vodka e svuotò il bicchiere. Si sentì rianimato, ma anche più avvilito. D’un tratto si ricordò dei suoi onomastici quando era bambino. Era pieno di ragazzine e ragazzini, cacao con la panna, giocattoli, lui, il più importante, al primo posto. Di continuo arrivavano zii e zie coi regali, e su tutti emergeva lo zio Stefan Otwinowski, rispettabile e spiritoso (famoso per le sue facezie).

   Mandò giù un altro bicchierino, poi un terzo, un quarto, un quinto…

   Alle dieci di sera gli abitanti del quartiere Mokotów videro con meraviglia il signor Kazimierz Druciany, da tutti così stimato, che se ne andava barcollando per la strada. Offendeva anche i passanti chiamandoli ragazzacci e ladroni, e minacciava di picchiare chiunque avesse osato oltraggiare il suo patrono, san Kazimierz. La guardia che gli aveva chiesto i documenti sorrise con indulgenza:

   – Ah – disse – Kazimierz. Sì, sì. Capisco l’onomastico, ma lei ne ha un po’ abusato. Anch’io del resto mi chiamo Kazimierz…

   – Ah – gridò il signor Kazimierz e piangendo si gettò tra le braccia della guardia – tanti auguri. Ah, forse lei, come fratello nel patrono comune rispetterà in me l’uomo e l’individuo e mi farà gli auguri? L’infanzia non c’è più e nemmeno lo zio Stefan.

   – Tanti auguri – disse la guardia. Lo accompagnò a casa e lo mise a letto.

 

 

 Kazimierz Orłoś (1935 – …….)

 

Il maestro di musica

 

   A quel tempo vivevo in una misera abitazione. Le finestre della mia stanzetta in un palazzo alla periferia davano su un cortile a forma di pozzo. Ogni voce dal basso, dalle finestre socchiuse – un grido o il pianto di un bambino, lo schiamazzo di donne litigiose, una radio accesa, perfino una conversazione a bassa voce – si sentiva chiaramente, come se mi trovassi alle spalle delle persone nei loro appartamenti e ascoltassi senza sosta. Il tintinnio delle bottiglie del latte, trasportate su un carrettino di lamiera da uno sciancato, mi svegliava alle cinque di mattina. Il canto del carbonaio ubriaco, che occupava l’appartamento al pianterreno, mi strappava al sonno a mezzanotte. Le risatine del figlio deficiente del portiere – un ragazzo grasso che se ne stava tutto il giorno in cortile – le sentivo a mezzogiorno e la sera. Ero tormentato da tutti quei rumori. Ero al limite della sopportazione.

   Il vecchio abitava accanto. Adesso lo so, ma allora, quando già studente avevo preso in affitto quel buco di stanza con le finestre che davano sul cortile, non gli avevo prestato attenzione. Soltanto quella soffocante domenica, mentre sgobbavo su un grosso manuale di fisica, rompendomi il cervello con la teoria dei quanti, e quello cominciò a suonare dietro la parete (mi sembrava di essere in una sala vuota in cui qualcuno tagliasse un vetro col diamante), pensai che molto probabilmente doveva essere quell’uomo incurvato che a volte incontravo sulle scale, quando, ansimante, si fermava per un attimo al mezzanino.

   Da dietro la parete sentivo chiaramente il concerto per violino. Dovevo ascoltare ininterrottamente e fino all’ultima nota tutti i fraseggi della Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria di Ogiński? Suonava motivi sentimentali, noiosi da ascoltare come un lungo discorso o una poesia imparata a memoria. I miei quanti erano già andati a farsi benedire, per giunta dietro la finestra i bambini facevano chiasso, le donne schiamazzavano nelle cucine, il carbonaio ubriaco cantava una canzone da ubriaconi.

   Non resistetti e battei più volte il pugno sulla parete. Ma servì a ben poco. Era forse un po’ sordo? Il tenue suono fluiva incessantemente da dietro la parete, come una voce lamentevole, come il canto del muezzin che invita alla preghiera.

   Aspettai mezz’ora, poi uscii sul pianerottolo e bussai alla porta del vicino. Ricordo che il pianto dello strumento cessò di colpo, come troncato. Sentii lo strascichio delle pantofole, poi quel vecchio chiese sottovoce: – Chi è?

   – Il suo vicino – risposi seccamente.

   La porta fermata con la catena si aprì di uno spiraglio. Fiutai un odore di umido, di appartamento non arieggiato, di muffa mista a un odore di naftalina. Il vecchio, la cui faccia pallida e non rasata scorsi nello spiraglio, mi fissava incuriosito con gli occhi piantati a un palmo dal mio naso. Le sue dita sottili stringevano il battente della porta socchiusa. Notai delle macchie brune sulla pella chiara.

   – Signore – dissi bruscamente – la smetta di grattare! Mi scoppia la testa!

   Mi guardò per un istante, e poi disse con un filo di voce:

   – Sì, certo. Mi scusi. – E chiuse la porta.

   E non suonò più, né in quella soffocante domenica, né in nessun’altra. Molto probabilmente mi sarei dimenticato di lui, se un giorno d’autunno non avessi deciso di fare una passeggiata fuori città. Dalla strada asfaltata girai verso i campi e presi un sentiero che portava a un bosco lontano. Là lo vidi. Dapprima mi sembrò un altro (un’apparizione, un uomo non di questo mondo). Ma era lui di sicuro: la stessa figura incurvata, la faccia pallida e non rasata, gli occhi scuri. Stava seduto su una seggiolina pieghevole di fronte a un improvvisato leggio di rametti, sul quale aveva posato il foglio di musica. Suonava al violino quella stessa Leggenda di Wieniawski, o era forse L’addio alla patria? Mi fermai a cento passi da lui, poi andai più vicino. Ascoltavo come suonava e come la voce lamentevole del violino si levava sul campo deserto. Guardavo il margine del bosco, l’azzurro del cielo, gli uccelli neri (di sicuro una stormo di cornacchie) che volteggiavano sulle stoppie. Quell’uomo suonava piegato sul leggio di rametti, con accanimento, assente, come se vedesse il mondo intero nei punti neri delle note. Il violino piangeva sconsolato. Non c’era nessuno.

   Restai lì per un po’, quindi lentamente, senza voltarmi, ripresi a camminare in direzione della strada asfaltata e della nostra casa, nella quale lo schiamazzo delle donne, le grida dei bambini e il canto del carbonaio ubriaco era tutto ciò che potevo sempre sentire.

 

(Versione di Paolo Statuti) 

(C) by Paolo Statuti