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Ivan Alekseevich Bunin (1870-1953)

12 Ago

      Poeta, prosatore e traduttore. Fu il primo scrittore russo a ricevere il Nobel per la letteratura (1933). Fu incoraggiato dal fratello Julian a leggere i classici della letteratura russa e a scrivere. Nel 1887, a 17 anni, debuttò in campo letterario con la poesia Per la morte di Nadson. La sua prima raccolta di versi Novembre fu accolta con favore dalla critica e lo portò a essere considerato il miglior poeta del suo tempo. Grande ammiratore della sua poesia è stato Vladimir Nabokov, benché criticasse la sua prosa. Nel 1918, nel primo periodo della guerra civile in Russia, Bunin lasciò Mosca occupata dai bolscevichi e si recò a Odessa, che lasciò poi nel 1920 per stabilirsi a Parigi. Fu un acceso oppositore sia del bolscevismo che del nazismo. Sembra che nella sua villa Jeannette a Grasse nascondesse un Ebreo per tutta la durata dell’occupazione.

     La somma ricevuta per il Nobel gli bastò per 7-8 anni. Con essa tra l’altro aiutò altri emigrati, pagò conti e debiti, prestazioni mediche e viaggi, e mantenne la famiglia. Ebbe due mogli e diverse avventure amorose.

     Verso la fine della sua vita manifestò interesse per la letteratura sovietica e considerava anche l’eventualità di un ritorno in patria. Morì per un attacco di cuore a Parigi. Qualche anno dopo la sua morte fu permesso nell’URSS di pubblicare le sue opere.

Poesie di Ivan Bunin tradotte da Paolo Statuti

Il poeta

Poeta triste e severo,

Povero, oppresso dal bisogno,

Invano i ceppi della miseria

Cerchi di strappare col sogno!

Invano vuoi col disdegno

La tua sfortuna fugare

E, incline al puro ardore,

Tu vuoi credere e amare!

Il bisogno ti avvelenerà

Più volte la fantasia e la mente,

E i sogni dimenticherai,

E piangerai amaramente.

Quando, sfinito dagli affanni,

Obliata la tua fatica in ombra,

Morirai di fame, orneranno

Di fiori la croce della tua tomba.

S’è aperto l’azzurro cielo

Tra le nubi un giorno d’aprile

S’è aperto l’azzurro cielo.

Nel bosco tutto è secco e grigio

E l’ombra è un ragnatelo.

Una serpe frusciando

Tra le foglie si muove e brilla,

E striscia verso il bosco

Con la sua pelle color lilla.

Le foglie secche, un forte aroma,

Delle betulle il brillìo rasato…

O istante felice e fallace.

O spleen cento volte invocato!

Alla patria

Ti scherniscono, o patria,

Ti biasimano, ingrati,

Per la tua semplicità,

Per i casolari malandati…

Così un figlio, calmo e sfrontato,

Della madre si vergognerà –

Triste, stanca e timorosa,

Tra i suoi amici di città.

Sorride di compassione a lei

Che a lungo si è trascinata

Per rivederlo e per dargli

L’ultima moneta risparmiata.

Sera

La felicità la ricordiamo soltanto.

Ed essa è dappertutto. Forse in questa

Pergola d’autunno dietro il fienile,

Nell’aria pura che inonda la finestra.

In cielo con un lieve bianco contorno

Nasce e splende una nube. Io da tanto

La seguo… Noi poco vediamo e sappiamo,

E la felicità è per quelli che sanno.

La finestra è aperta. Sul parapetto

S’è posato un uccellino, e dai libri

Lo sguardo stanco distolgo un istante.

Il giorno si fa sera, il cielo è svuotato.

Rumoreggia la trebbiatrice nell’aia…

In me c’è tutto. Vedo, sento, beato.

Perché parlare e di che?

… Perché parlare e di che?

Tutta l’anima, con l’amore, sognando,

Tutto il cuore cercare di aprire –

Ma come? – solo parlando!

E perfino se nelle parole umane

Non fosse stato tutto pronunciato!

Non troverai in esse alcun senso,

Perché il senso è stato dimenticato!

Già e a chi raccontare?

Neanche con la più sincera volontà,

Tutta la forza dell’altrui sofferenza

Nessuno fino in fondo mai capirà!

(C) by Paolo Statuti