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Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882)

23 Lug

Henry Wadsworth Longfellow

 

   210 anni fa nasceva a Portland il poeta Henry Wadsworth Lonfellow, rappresentante del romanticismo, considerato accanto a Walt Whitman il principale poeta americano.

 

5 poesie di Henry Wadsworth Longfellow tradotte da Paolo Statuti

 

Uccelli migratori

Nere ombre scendono

Dagli alti abeti,

Che contro il cielo alzano

Compatte pareti;

 

E dalle corone

Degli olmi ombrosi

Come marea il buio sommerge

I campi intorno a noi spaziosi.

 

E’ una notte d’incanto,

E dappertutto

Empie l’aria un caldo lieve vapore,

E sembrano vicini i suoni distanti,

 

E in alto, nella luce

Della notte stellata,

Volano rapidi gli uccelli migratori

Nell’atmosfera aspersa di rugiada.

 

Io sento il battito

Delle loro penne passare,

Dalla terra del nevischio e della neve

Un caldo prato essi vanno a cercare.

 

E sento il grido

Delle loro voci in alto

Che scende come in sogno dal cielo,

Ma le loro forme non vedo.

 

No! E’ un’illusione!

Quei suoni che fluiscono

In mormorii di gioia e di afflizione

Non vengono dalle ali degli uccelli.

 

Essi sono le schiere

Di canti dei poeti,

Mormorii di pena, peccato e piacere,

Il suono di parole alate.

 

E’ il grido

Delle anime che alte volano,

Con le penne che battono a stento,

Cercando un clima più propenso.

 

Dal loro volo distante,

Attraverso regni di magia,

Esso cade nel nostro mondo della notte,

Con il mormorante suono della poesia.

 

 

Un salmo della vita

 

Non dirmi in tristi versi

Che la vita è un sogno vuoto!

Che l’anima che sogna è morta,

E le cose sembrano ciò che non sono.

 

La Vita è reale! La Vita è sincerità!

E la tomba non è il suo traguardo;

Sei polvere e polvere tornerai –

Questo l’anima non riguarda.

 

Non al godimento, né al dispiacere,

La nostra fine o via è destinata;

Ma ad agire, e che ogni domani

Ci trovi più oltre l’odierna giornata.

 

Il lavoro è lungo e il Tempo scorre,

E il nostro animo, benché prode e forte,

Come soffocato tamburo batte

Le marce funebri fino alla morte.

 

Nel campo di battaglia del mondo,

Nel bivacco della Vita, ogni momento,

Non essere come muto bestiame!

Sii un eroe nel combattimento !

 

Non fidarti del Futuro, benché lusinghiero!

Che il Passato seppellisca la sua opera!

Agisci, agisci nel Presente che vive!

Il cuore dentro, e Dio al di sopra!

 

Le vite dei grandi ci spingono

A fare delle nostre vite un portento,

E, morendo, a lasciare dietro di noi

Le nostre impronte sulle sabbie del tempo;

 

Le impronte , che forse un altro –

Un fratello solo e naufragato,

Navigando sul maestoso mare della vita,

Vedendo, di nuovo si sentirà rincuorato.

 

Dunque stiamo desti e facciamo,

Con il cuore per ogni evento;

Sempre realizzando, sempre perseguendo,

A lavorare e aspettare impariamo.

 

 

Excelsior

 

Le ombre della sera eran già vicine,

Quando attraverso un villaggio alpino

Un giovane tra neve e ghiaccio passava,

E un vessillo con un motto strano portava:

Excelsior!

 

La fronte era triste, ma il suo sguardo

Balenava come sguainato brando,

E sonava come tromba d’argento

Di quella lingua l’ignoto accento:

Excelsior!

 

In case felici egli vedeva il chiarore

Dei focolari, la luce e il calore;

Sopra, spettrali ghiacciai notò,

E dalle labbra un gemito sgorgò:

Excelsior!

 

Un vecchio disse: “Non tentare la sorte –

Il buio scende, la tempesta è alle porte,

Il torrente è profondo e veloce!”

Ma della tromba chiara replicò la voce:

Excelsior!

 

Disse una fanciulla: “Fermati, o diletto,

E riposa la tua testa sul mio petto!”

Un lacrima brillò nei suoi occhi blu,

Ma gemendo rispose una volta di più:

Excelsior!

 

“Attento al ramo secco che si protende!

Attento alla valanga incombente!” –

Fu la buonanotte di un paesano,

Ma la voce rispose dall’alto e lontano:

Excelsior!

 

Mentre, volgendo al cielo lo sguardo,

I devoti monaci di san Bernardo

Recitavano la loro preghiera,

La voce gridò nell’aria vibrando:

Excelsior!

 

Un viandante, dal suo cane fedele

Fu trovato semisommerso dalla neve,

Stringendo nella mano, ormai morto,

Il vessillo con quello strano motto:

Excelsior!

 

Là nella fredda e grigia luce della sera,

Senza vita, ma bello, egli giaceva,

E dal cielo, serena e distante,

La voce scendeva come stella filante:

Excelsior!

 

 

Elegia

 

Cupo è il mattino nella foschia; nello stretto sbocco del porto

Immobile giace il mare, sotto un tendaggio di nubi;

Come in sogno brillano le vele nel lontano orizzonte,

Simili a torri di una città costruita ai margini del mare.

 

Lente, solenni e calme esse solcano l’oceano;

Con loro i miei pensieri fluiscono sull’immenso abisso,

Sempre più avanti spinti da inappagati desideri,

Fino alle isole Esperidi, fino alle rive dell’Ausonia.

 

Le vele sono svanite, sono scomparse nell’oceano;

Il mare ha inghiottito le torri della città!

Tutte sono svanite, tranne quelle ancorate nella rada

Senza vele, dalla foschia trapelano così grandi.

 

Svaniti sono anche i pensieri, le oscure inappagate brame;

Inghiottite sono le torri di nubi dall’oceano dei sogni;

Mentre in un paradiso di quiete il mio cuore si rifugia,

Legato con le catene dell’amore, ancorato alla fede!

 

 

Il fabbro del villaggio

 

Sotto un frondoso castagno

Sta la fucina del villaggio;

Forte e vigoroso è il fabbro,

Le mani grandi e venate;

E i muscoli delle braccia

Saldi come sbarre temprate.

 

Lunghi i capelli, crespi e neri,

La faccia dal fuoco abbrunita;

La fronte di sudore intrisa,

Guadagna solo onestamente,

E guarda il mondo negli occhi,

Perché a nessuno deve niente.

 

Ogni settimana fino alla sera,

Senti il suo mantice soffiare;

Senti il suo pesante martello

E dei colpi il ritmo cadenzato,

Come fa la campana del paesello,

Quando la sera il sole è già calato.

 

I bambini che tornano da scuola

Si fermano e amano guardare

La fiamma che si leva dal forno,

E udire del mantice il mugghiare,

E prendere le scintille che intorno

Si alzano come stoppia dall’aia.

 

La domenica si reca in chiesa,

E siede tra i suoi ragazzi;

Ascolta il sermone del pastore,

Ascolta la voce della figliola,

Che canta nel coro della scuola,

E ciò rallegra il suo cuore.

 

Gli ricorda la voce della madre

Che ora canta in Paradiso!

E pensa a lei una volta ancora

Che giace nella sua buia dimora;

E con la sua ruvida mano

Asciuga una lacrima dal viso.

 

Tra pene, gioie e fatiche severe,

Percorre la strada della vita;

Ogni mattina un nuovo dovere,

E ogni sera lo vede compiuto,

Ha tentato, ha fatto qualcosa,

E la notte sereno riposa.

 

Grazie, grazie , o nobile amico,

Per la lezione che tu ci hai dato!

Così nella fucina della vita

I nostri destini devono essere foggiati;

E ogni ardente azione, ogni pensiero,

Sull’incudine devono essere lavorati.

 

 

(C) by Paolo Statuti