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Anja Oganjan: Poesie tradotte da Paolo Statuti

10 Dic

Di questa poetessa di origine armena non so niente, ma ho trovato in internet queste sue poesie e le ho tradotte, perché mi sono piaciute.

Poesie di Anja Oganjan tradotte da Paolo Statuti

Resterò per te solo un ricordo

Resterò per te solo un ricordo,

La più tenera e lontana memoria.

Come una gara un tempo perduta,

O “la mossa del cavallo” che dà la vittoria.

Resterò per te un batter d’occhio,

La fiamma che arde più luminosa.

L’intima interminabile ispirazione,

E l’unica chiave adatta a ogni cosa.

Non cercarmi nei volti, nella fiumana,

Vivi con altre in modo facile e brillante.

Nascondi lontano i miei sfioramenti,

In un luogo profondo e distante.

Io resterò per te solo un ricordo,

Cadrò da te come ombra stremata.

Meglio essere un vano desiderio,

Che “ancora una” che intralcia la strada.

La fanciulla coi fiori

Sulla strada, con un cesto, zoppicante,

Con un sorriso semplice, di buon cuore,

Si avvicinò a noi una giovane fanciulla,

Dicendo: «Compratemi almeno un fiore».

Oh, come guardava fissamente,

Fu subito chiaro – un animo puro.

In vita, si vedeva che aveva sofferto,

Ma non sapeva ancora molto di sicuro.

Nel suo cesto giacevano con cura

Tulipani, tre margherite, nove rose.

Là due mazzetti uniti in uno,

E in alto una coppia di mimose.

E in tutto il suo aspetto mostrava

Una giovinezza ancora immatura,

Ma pur se la vita l’affliggeva,

Aveva nel Cielo la fede più pura.

Mi si strinse il cuore per la tristezza

E dissi a mio marito: «Per favore,

A questi occhi che ignorano la gioia,

Сompra almeno questi dannati fiori».

Lui pagò una somma per tutto il cesto

E, presami per mano, alla fanciulla lanciò

Uno sguardo paterno e, tacendo,

Di nuovo il cesto nelle sue mani posò.

Tali innocenti lacrime tu non vedrai mai,

Io l’abbracciai con un sospiro profondo,

E mi sembrò che una fanciulla più triste

Di lei non ci fosse in tutto il mondo.

Poi  anch’io scoppiai in singhiozzi,

E ce ne andammo al più presto…

Ma io poi tutta la vita li ricordavo:

Le lacrime, la fanciulla, i fiori, il cesto.

Il cielo

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Chilometri di deserta altezza.

Là tutto è semplice, là tu sei tu,

In cielo non c’è angoscia né tristezza.

Nelle nubi, dove alla luce solare

Frusciano le ali che volano in alto.

Tu stai fermo come preso nella rete,

Il cielo ti sussurra: «Sorridi soltanto».

Là libertà senza complesse soluzioni,

Senza offese, niente non pronunciato.

Là volano oltre tutti i rimpianti,

Senza catene di cemento armato.

Vedi il cielo? Sconfinata lontananza,

Come se accanto – con la mano non toccare,

In cielo non c’è angoscia, né tristezza,

Bisogna solo imparare a volare.

Il pianoforte scordato

Aria fredda, serata tranquilla,

Risonava scordato un piano.

Hai preso con te vino e candele,

Ma io con angoscia guardavo lontano.

Tu mi scaldavi fredde le mani,

«Mie» – sussurravi a te stesso.

Ed io il distacco invocavo,

Contanto i giorni, come in un recesso.

Tu facevi programmi e ridevi,

Ed io con angoscia guardavo lontano.

Io intepidivo – tu t’innamoravi,

Risonava scordato un piano.

Tutto passa

Tutto passa prima o poi –

Ciò che è buono e ciò non tanto.

Le liete serate e la lunga strada,

E le notti insonni d’estate.

La vita, certo, è un lungo istante,

Ma… questo è un buon segno:

Tu grida, se soffoca il grido,

Tutto passa – passerà anche questo.

Aprile

In un attimo da tutti abbandonata.

Non è una sensazione stramba?

Senti un po’ le gambe vacillare,

Nello scenario la tempesta romba.

E dietro le tende, sulla strada –

Solo il cigolio dell’altalena.

Aprile tiene alquanto il broncio

E singhiozza appena appena.