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Taras Shevchenko: Il sogno

22 Dic

    Dopo il 1843 Taras Shevchenko, avvilito dalle recensioni di una parte dei critici e dai problemi con la censura zarista, smise di stampare le sue opere. Decise quindi di raccoglierle in un album non destinato alla pubblicazione, ma ad essere letto solo dagli amici fidati. Denominò questo album Tre anni. In esso inserì componimenti lirici, poesie di contenuto socio-politico e il poema Il sogno, al quale diede il sottotitolo di Commedia, cioè farsa, terminato l’8 agosto 1844.

     Esso è una delle satire politiche più caustiche mai scritte. Nella prima parte il poeta descrive le condizioni in Ucraina. Nella seconda si sposta in Siberia, dove i carcerati lavorano duramente nelle miniere. Tra loro vede i rivoluzionari democratici Decabristi (il “re della libertà”). Poi la scena si svolge a San Pietroburgo. “La seconda al primo” è inciso  nel monumento che l’imperatrice Caterina II eresse accanto al fiume Nevà allo zar Pietro I. Shevchenko rammenta i Cosacchi e i servi della gleba che furono impiegati nella costruzione della città sulle paludi, dove molti perirono. Egli descrive le loro anime come uno stormo di bianchi uccelli che volteggia sullo zar. La voce che il poeta sente è quella dell’etmano Pavlo Polubotok, imprigionato da Pietro il Grande nella fortezza dei santi Pietro e Paolo, dove morì nel 1724.

     La prima volta il poema fu pubblicato a Lwów (Leopoli) nel 1865 e in Russia nel 1907. Non mi risulta che esistano altre traduzioni italiane oltre a questa mia.

Il sogno

             (Commedia)

Lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce.

(Giovanni 14:17)

A ciascuno la sua sorte

e il suo cammino:

chi erige, chi demolisce,

chi avidamente

cerca a destra e a sinistra

e s’impadronisce

di terreni per portarli

con sé nella tomba.

Un altro a carte spoglia

di tutto l’amico,

e un altro affila il coltello

per un suo fratello.

Uno silenzioso e sobrio,

timorato di Dio,

furtivo come un gattino,

aspetta un tuo giorno

sfortunato e affonda

le sue grinfie nel fegato –

non s’impietosisce

neanche se piange un bambino!

Uno le chiese erige,

munifico, prodigo,

tanto ama la sua patria

e soffre per essa,

tanto le succhia il sangue,

come fosse acqua!..

E i conoscenti tacciono

come pecorelle,

stralunando le pupille!

«Così sia, – dicono, –

così dev’essere perché

Dio in cielo non c’è!

Sotto il giogo voi cadete

e il Paradiso

qui in terra volete?

Sappiate che non c’è!

Pregate invano, rinsavite.

In questo mondo tutti –

principi e indigenti –

sono figli di Adamo.

Quello e quell’altro… Ed io?

Ebbene è presto detto:

io passeggio e banchetto

tutti i santi giorni.

Voi odiate, vi lagnate!

Ascoltarvi non voglio!

Io il mio sangue bevo,

non quello degli altri!

Una notte tornando brillo

da un convito,

strada facendo

io ciarlavo con me stesso.

Nessun bambino che strilla,

la moglie che non sgrida,

un silenzio perfetto,

ringraziando il Signore –

pace in casa e nel cuore.

Sono andato a letto.

E se un ubriaco dorme,

neanche a cannonate

egli si sveglierà.

E quella notte io feci un sogno

davvero straordinario –

il più astemio si sbronzerebbe

e il più avaro pagherebbe

per vedere quei prodigi.

Ma veniamo al dunque!

Ebbene ho visto una civetta

che volava su rive, cespugli e prati,

sopra una ripida vetta,

su campi sconfinati,

su fitte foreste.

E io volavo dietro a lei,

finché non lasciai il mio paese.

Addio, terra nativa,

paese di pianto,

le pene e la rabbia

celerò nelle nubi.

O mia Ucraina,

vedova infelice,

dalle nuvole volerò

da te per parlare.

Per parlare tristemente,

per farmi consigliare;

verrò da te a mezzanotte

coperto di ruguada.

Converseremo finché

non spunterà l’aurora,

finché i figli, ancora piccoli,

non si opporranno ai nemici.

Addio, amata Ucraina,

povero paese natio,

ripeti ai tuoi figli:

la verità è in Dio!

Volo e ammiro e, in un momento,

il cielo rosseggia,

un usignolo da un boschetto

va incontro al sole.

Silenzioso soffia il vento,

la steppa azzurreggia,

tra le rive, sugli stagni,

il salice verdeggia.

Lussureggiano i giardini,

i pioppi disinvolti,

dritti come sentinelle,

conversano coi campi.

Tutto nella terra amata

splende di bellezza,

si copre di verde e si bagna

con gocce di rugiada,

si fa bella lavandosi

per incontrare il sole…

Non ha fine né inizio

la sua grandezza!

Nessuno questa terra

distruggere potrà…

Eppure… anima mia,

tu sei così triste!

Perché invano piangi?

Di chi hai pietà? Non vedi,

non senti il lamento della gente?

Allora va’ e guarda, io volerò

in alto, oltre le azzurre nubi,

dove non c’è il potere né il castigo,

dove non senti risa né pianti.

E in questo Eden che io lascio,

tolgono a uno storpio anche uno straccio,

strappano la pelle per fare le scarpe

ai piccoli principi, e tormentano

una vedova che non paga il tributo,

e incatenano il suo unico figlio,

l’unica sua speranza! Guardalo!

A una siepe addossato,

è gonfio e muore di fame! E la madre

ora falcia il grano gratis.

E vedi là? O miei occhi!

Cosa vi tocca vedere!

Oh, meglio sarebbe stato perdere

per sempre le vostre lacrime!

Una giovane incinta si trascina

col bambino in seno,

i suoi l’hanno cacciata

e da tutti è respinta!

Anche un povero la scansa!!

Un signorino non conosce:

il moccioso già con venti

s’è ubriacato!

Vede Dio dalle nuvole

il nostro dolore?

Forse lo vede ma aiuta

come quelle alture

secolari e imbevute

di sangue umano!..

O mia anima martire!

Che tristezza con te.

Meglio un veleno beviamo,

e coperti di neve

la mente a Dio rivolgiamo,

e domandiamogli

per quanto tempo ancora

i boia regneranno??

Vola, anima mia, mio tormento,

porta via con te la miseria e il male,

tuoi compagni – con loro sei cresciuta,

le loro grevi mani ti hanno cullata.

Vola via nel cielo, l’orda disperdi.

Che nereggi o rosseggi pure,

che la fiamma dilaghi,

che il feroce drago la terra

di teschi ricopra.

Io il mio cuore intanto

nasconderò e lontano

cercherò il paradiso.

E sulla terra volerò

e di nuovo la lascerò.

E’ triste dire addio alla madre,

essere senza un tetto,

ma più triste ancora è vedere

rattoppi e pianto.

Volo, volo e soffia il vento,

dalla neve tutto è coperto,

intorno boschi e fango,

nebbia, ancora nebbia e deserto.

Non un’anima viva, nessuna

impronta umana.

Amici e nemici miei,

addio, da voi non tornerò!

Bevete e banchettate –

ormai più non vi sento,

da solo e per sempre

dormirò nella neve.

E finché voi non saprete

che esiste un paese

non coperto di lacrime e sangue,

io dormirò ignaro…

Dormirò… A un tratto sento

un suono di catene

sottoterra… e allora guardo…

O razza disumana!

Da dove vieni? Cosa fai?

Cosa stai cercando

sottoterra? Temo

che con voi non avrò pace

neanche in cielo!.. Che ho fatto mai

per soffrire così?

A chi ho fatto del male?

Quali mani hanno incatenato

l’anima al corpo,

il cuore hanno infiammato

e i pensieri come corvi

hanno disperso??

Non so perché puniscano

così duramente!

E quando questo mio castigo

finalmente finirà,

non vedo e non so!!

A un tratto il deserto vibrò.

Come se le strette tombe

i defunti lasciassero

per l’Ultimo Giudizio.

Ma no, non sono defunti

che aspettano il Giudizio!

No, sono esseri viventi

messi in catene.

Dalle viscere della terra

estraggono l’oro

per le insaziabili gole!..

Ma che hanno fatto?

Chiedilo a Dio, ma forse

neanche Lui lo sa.

Là vedo un ladro marchiato

che trascina i ceppi;

e là un bandito frustato

che digrigna i denti,

un compagno moribondo

vuole soffocare!

E tra loro, infelici,

anche lui in catene –

il re della libertà,

col marchio per corona!

Nel tormento non implora,

non piange e non geme!

Un cuore scaldato dal bene

giammai si fredderà!

Dove sono i tuoi pensieri sbocciati

un tempo? I tuoi nobili ideali

con amore e coraggio coltivati?

A chi la loro sorte hai affidato?

Forse nel cuore li hai sepolti per sempre?

Oh, no, fratello! Diffondili ovunque,

che giungano e fioriscano tra la gente!

Ancora tormento? O già sarà?

Sarà, perché fa freddo, il gelo

risveglia la mente.

Di nuovo volo. La terra annerisce.

La mente dorme, il cuore è intorpidito.

Vedo strade e file di case

e città con cento chiese

e nelle città, come gru,

si addestrano i soldati,

ben nutriti, gli scarponi

con i ferri inchiodati,

marciano… Guardo lontano:

in un terreno avvallato

vedo una città nel fango;

una nube di nebbia

nera la sovrasta… Ci arrivo –

la città è immensa.

Forse è una città turca,

o forse è tedesca,

o anche russa pare…

Chiese e palazzi,

signori panciuti,

e neanche un casolare.

Imbruniva… Tutto intorno

i fuochi avvampavano,

ero sbalordito… «Urrà!

Urrà!» – urlavano.

«Ehi, insensati! calmatevi!

Perché così allegri?» –

«Ah, eccolo l’Ucraino!

Non sa che c’è la parata.

La parata! Oggi anche lo zar

ha voluto assistere!»

«E dov’è questo incanto?»

«Là in quel palazzo».

Sono andato. Un compaesano

coi bottoni di ottone

mi è venuto incontro:

«Di dove sei?» – mi ha chiesto –

«Sono Ucraino». – «E perché

non sai parlare

la lingua di qua?» – «No – rispondo –

la so parlare,

ma non voglio». – «Sei un bel tipo!

qui sono di casa,

io lavoro qui, se vuoi,

ti farò entrare

nel palazzo ma, fratello,

siamo gente cortese,

dammi almeno mezzo rublo…»

Calamaio da strapazzo,

vattene… Sono diventato

di nuovo invisibile

e sono entrato nel palazzo.

Dio onnipotente!!

Che meraviglia! Parassiti

ricoperti d’oro, mentre

lui, alto, accigliato,

incede con la zarina

accanto, poveretta,

sembra una prugna secca,

esile, gambe lunghe,

e inoltre senza sosta

la testa tentenna.

E tu saresti la dea!

Fai piuttosto pena.

E io, sciocco, senza vederti

mai, ho creduto

ai tuoi poetastri.

Che sciocco! Come credere

ancora ai loro scritti

e a ciò che elogiano!

Dietro agli dei – gente ammodo,

in argento e oro,

come porci rimpinzati,

pance e facce gonfie!..

Sudano e si accalcano

per stargli più vicino:

forse dà loro un pugno,

forse li prende in giro,

o pizzica qualche naso,

ma non fa niente,

purché sotto il suo grugno.

Ora stanno allineati

e nessuno fiata,

soltanto lo zar borbotta;

la diva-zarina,

come airone tra gli uccelli ,

saltella rianimata.

Hanno camminato a lungo

come tronfi gufi,

parlandosi sottovoce –

non li sento, ma penso:

di patria, di mostrine,

o del nuovo addestramento!..

E poi la zarina

in silenzio si siede.

Lo zar invece si avvicina

al più anziano e gli assesta

un pugno sul muso!..

Si lecca il poveretto

e dà un colpo al vicino –

si è sentito!.. E lui

a quello accanto

morde un orecchio e quello

strapazza i subalterni,

e loro – i restanti,

che splancano le porte

e invadono le strade,

dove prendono a pedate

la gente qualunque,

e quelli a squarciagola

si mettono a gridare:

«Divertiti, nostro zar-padre!

Urrà!.. urrà!.. urrà! a-a-a… »

Ho fatto una bella risata,

ma anche me hanno pestato

ben bene. Prima dell’alba

tutti dormivano…

Solo gli ortodossi qua e là

piagnucolavano

e per la salute dello zar

il Signore pregavano.

Risate e lacrime!

Giro per la città.

La notte è come il giorno.

Palazzi e palazzi

sopra il fiume silenzioso;

e la riva è fusa

tutta con la pietra. Guardo

incantato!

Com’è potuto sorgere

da una palude

un tale prodigio?.. Quanto

sangue umano versato –

e senza una lama affilata.

La fortezza e il campanile

con la guglia aguzza –

una vista impressionante.

E il tic-tac dell’orologio…

Mi guardo intorno –

un cavallo frantuma

con gli zoccoli la roccia!

Il cavaliere, senza sella,

indossa un mantello

e una corona di alloro

cinge la testa nuda.

Il cavallo s’impenna, quasi

volesse saltare il fiume.

Il cavaliere ha il braccio teso,

come se il mondo

volesse conquistare. Chi è?

Mi avvicino e leggo

ciò che sulla pietra è scritto:

«La seconda al primo»

questo monumento ha eretto.

Adesso io lo so –

è il primo che ha oppresso

la nostra Ucraina,

e la seconda l’ha resa

vedova-orfana.

Boia! boia! cannibali!

Avete divorato,

rubato, e che avete preso

con voi nell’oltretomba?

Ho provato una stretta al cuore,

come se leggessi

la storia dell’Ucraina.

Resto lì affranto…

E in quel momento sottovoce

qualcuno invisibile

intona per me un canto:

«Dalla città di Glukhov

i reggimenti avanzavano

verso la linea del fronte,

e a me, ataman prescelto,

mandarono coi Cosacchi

nella capitale.

O Dio misericordioso!

O zar pagano!

Zar maledetto e infame,

aspide ingorda!

Che ne hai fatto dei Cosacchi?

Hai riempito i pantani

con le loro nobili ossa;

hai eretto la città

sui cadaveri martoriati!

E in una buia cella

io, libero ataman,

sono morto di fame

in catene. O zar! o zar!

Non ci  separerà

neanche Dio. Incatenati

insieme saremo

nei secoli ogni istante.

Lasciare la Nevà non posso.

l’Ucraina è distante,

forse ora non c’è più.

Come vorrei rivederla,

ma Dio non lo consente.

Forse Mosca l’ha bruciata

e il Dnepr è scomparso

nel mare, ha oltraggiato

le nobili tombe –

nostra  gloria. O Dio pietà,

abbi pietà di noi».

E tacque; allora vedo

una bianca nube

che copre il cielo grigio, e in essa

ulula una bestia.

Non una bianca nube ma un nugolo

di bianchi uccelli si levò

sul gigante di bronzo

con un canto dolente:

«Anche noi siamo incatenati a te,

cannibale e serpente!

Quando verrà il Giudizio

impediremo di vedere Dio

ai tuoi occhi rapaci.

Tu dall’Ucraina

ci hai condotti nudi e affamati

in terra straniera.

Ti sei fatto la porpora

con la nostra pelle,

cucita con le nostre vene,

e alla tua città

hai messo un nuovo manto.

Ammira i tuoi palazzi!

Rallegrati, boia nefando,

che tu sia maledetto!»

Tutto era svanito.

Il sole sorgeva.

Ero talmente stupito

e spaventato insieme.

Già i poveri al lavoro

si affrettavano,

già i soldati si schieravano

per l’addestramento.

Sui marciapiedi vedevo

fanciulle assonnate,

non da casa, ma verso casa! –

Dalle madri mandate

per un po’ di pane,

a lavorare di notte.

E io col cuore straziato

pensavo e immaginavo

com’era duro procurarsi

il pane quotidiano.

Vedo i funzionari statali

ai loro tavoli

per scribacchiare e spellare

il padre e il fratello.

Tra loro qua e là anche

i miei compaesani.

Voi ciarlate in russo, ma

rimproverate ai genitori

di non avervi fatto

studiare il tedesco – e ora

avete solo l’inchiostro!

Sanguisughe! Vostro padre

forse l’ultima mucca

ha venduto per farvi

imparare il russo.

Ucraina! Ucraina!

Ecco i tuoi figli,

i tuoi diletti germogli

macchiati d’inchiostro.

Dal belato moscovita

nei saloni tedeschi

assordati!.. Piangi, Ucraina!

Vedova infelice!

E ancora volevo vedere

che cosa avviene

nei palazzi imperiali. Entro,

gli anziani con la pancia,

ansimanti e allineati,

sbuffano tronfi

come tacchini e guardano

di traverso la soglia.

Ed ecco la porta si apre.

Come un orso sbucato

dalla sua tana, a stento

le gambe trascina.

Tutto gonfio e livido,

come dopo una sbornia.


Grida ai più panciuti

che di colpo sprofondano!

Poi sbarra gli occhi –

i restanti cominciano

a tremare; come un ossesso

ruggisce ai meno altolocati –

sprofondano anche loro!

Urla alla servitù – anch’essa

scompare nel nulla;

ai soldati e ai soldatini

che gemevano –

anche loro – come dissolti;

ecco il prodigio che ho visto.

Mi chiedo che altro succederà,

che altro farà mai? Sta in piedi,

a testa china, mesto,

poveretto!.. Dove hai perso

la natura di orso?

Sei come un buffo gattino;

e scoppiai a ridere,

lui mi sentì e mi sbirciò –

io mi spaventai

e mi svegliai… Ecco quale

strano sogno ho fatto.

Così bizzarro!.. un sogno così

lo fa solo un ubriaco.

Non vi meravigliate,

amati fratelli –

non vi ho detto ciò che ho visto,

ma ciò che ho sognato.

8 agosto 1844

Bogdan-Igor Antonich

29 Ott

    

Bogdan-Igor Antonič, prosatore, critico letterario e uno dei più importanti poeti ucraini, creatore della moderna lirica del suo paese, nacque a Nowica il 5 ottobre 1909. A 14-15 anni scrisse le prime poesie in polacco che furono pubblicate da riviste quali Segnali, Skamander, Notizie letterarie. A causa della censura restò quasi in ombra fino agli anni ’60 del secolo scorso. Sia il padre che il nonno erano parroci della chiesa di rito greco-cattolico. Ricevette in casa l’istruzione elementare fino al 1920, quando entrò nel ginnasio statale “Regina Sofia” a Sanok che frequentò otto anni, rivelando il suo talento non solo nella poesia, ma anche nel disegno e nella musica, infatti sonava il violino e componeva.

     Nel 1928 iniziò gli studi di filologia polacca e slavistica presso l’Università “Jan Kazimierz” di Lwów, e nel 1933 conseguì la laurea in filosofia. Questa tappa della sua vita ebbe un’influenza decisiva per lo sviluppo della sua attività creativa, perché sebbene l’Università fosse polacca, molti studenti erano ucraini e incoraggiavano il giovane poeta a scrivere nella madrelingua, aiutandolo anche nello studio della lingua letteraria del suo paese.

     Quando era in vita apparvero tre raccolte di poesie: Benvenuto alla vita (1931), Tre anelli (1934) e il Libro del leone (1936). Postumi uscirono nel 1938 Il Vangelo verde e Rotazioni. Da ricordare anche la raccolta La grande armonia, una serie di poesie su temi religiosi, scritta nel 1932 e intesa come sottile esame del suo cammino verso la fede, con tutte le relative verità e incertezze. Durante il periodo sovietico essa fu proibita per il suo contenuto religioso. E’ stata pubblicata per la prima volta nel 1967 a New York. L’editore emigrato e poeta Bohdan Bojczuk ha stampato nel 1977 una raccolta di poesie scelte di Antonič, tradotte dai più noti poeti americani, dal titolo Piazza degli Angeli.

     Nella sua poesia emergono idee indipendentiste, l’armonica unità di uomo e natura, di uomo e cosmo, temi mondani, urbani, la gioia della vita nelle piccole cose, la profondità metafisica, l’incombente apocalisse. Assorbiva avidamente tutti i colori, i toni e i suoni del mondo circostante. Poeta innovatore e di grande talento, è una figura sfolgorante e originale nella letteratura ucraina. Secondo il poeta e critico letterario Dmytro Pawłyczko, “egli passa attraverso i rovi spinosi delle false strade ideologiche nella via che unisce il suo cuore a quello del suo popolo”. Si autodefinì uno “scarabeo sull’albero della poesia ucraina”, che affonda le sue radici nella tradizione risalente a Ševčenko. Nella sua poesia egli abbina i principi dell’immaginismo con un paganismo ispirato dal folclore di Lemko, cioè della regione dov’era nato. Si dichiarò “pagano innamorato della vita” e “poeta dell’ebbrezza di primavera”.

     Benché Antonič non sia un nome familiare nel campo del modernismo, che include grandi poeti slavi quali ad esempio Mandel’stam, Pasternak e Miłosz, come anche i loro equivalenti dell’Europa Occidentale Eliot, Rilke e Lorca, secondo il giudizio di molti critici letterari, egli dovrebbe indiscutibilmente farne parte. Alcuni critici lo hanno paragonato anche a Walt Whitman e a Thomas Dylan.

     Antonič, che nella poesia Autoritratto si definisce “folle poeta pagano” e “bambino ubriaco col sole in tasca”, morì a soli 28 anni in conseguenza di una pleuropolmonite il 6 luglio 1937. Malgrado la sua breve vita, tuttavia, ha lasciato versi incantevoli, pieni di fascino e di magia, veri modelli di arte poetica superiore, unica per le sue scoperte ed esteticamente perfetta, fino ai limiti del possibile. In veste di critico letterario è interessante ricordare che egli fu uno dei primi a scoprire il talento dell’allora giovane futuro premio Nobel Czesław Miłosz. Tradusse tra gli altri in ucraino le opere di Rainer Maria Rilke.

                                                                                       Paolo Statuti

Poesie di Bogdan-Igor Antonič tradotte da Paolo Statuti

Autoritratto

“Io – bambino ubriaco col sole in tasca”.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

“Io – pagano innamorato della vita”.

Rossi aceri, aceri argentati,

sugli aceri la primavera e il vento.

Bellezza insondabile e fugace,

è mai possibile che io non ti canti?

Io che ho venduto la vita al sole

per cento monete di follia vera,

pagano sempre estasiato,

poeta dell’ebbrezza di primavera.

Duetto

Torniamo lentamente alla terra come alla culla.

Verdi grovigli di vegetazione ci legano, due accordi in un intreccio.

La scure tagliente del sole conficcata in un tronco,

la quercia come superbo idolo nelle carezze del libeccio.

Sulla zattera del giorno che ci porta, i corpi caldi e docili

si legano come due sogni, come fiori di fedeltà.

Il muschio ci scalda come pelo di gatto. Fa’ di una stella un sussurro

e del sangue musica e verde. Il cielo al mondo risplende già.

Ai  margini del giorno, oltre il mare di cielo, la brezza del futuro dorme

e le nostre fedeli stelle le nostre sorti aspettano nel gelo,

finché non sarà eseguito l’ultimo ordine della terra. Lasciamo

ciò che è futile, prendiamo solo l’estasi alle stelle nel cielo.

La brama del sangue ferisce. I sopraccigli pungono come frecce,

mentre su di noi un muro di melodia echeggia e si diffonde

come ali dei quattro venti. La nostra sorte è legata ai pianeti.

Tu bruci, vegetale, assetata come la terra. Tu sei la musica del mondo.

La casa dietro una stella

Scorre l’inno delle piante che grida l’irrefrenabile crescita,

e il cuore, come dopo ripetuti sorsi, si ritrova ubriaco.

Ora me ne andrò. Qui ero solo un ospite occasionale.

Ora pregherò altre stelle e aspetterò altri mattini.

I boccioli rigonfi sbocciano in una schiuma viscosa,

come le stelle che s’incollano alle piante con un bacio,

e negli imbuti di viole la notte filtra l’incanto di primavera,

e versa manciate di profumo nel calici dei fiori.

La verde notte delle piante soffoca di estatico languore,

spasmi di voluttà negli arbusti, nelle radici e nelle foglie,

e i semi si gonfiano, la luna fora la terra col suo corno,

finché non si spegne, coperta dal giorno – lucente aquilone.

Le radici  nei teschi dei morti sono annodate e succose,

la vita introduce la trivella nei nidi della morte,

e quercia contro quercia si scaglia – due dee irate,

tronco contro tronco, in una lotta ostinata.

Girano le ruote di luce – imprendibili macine,

ecco l’annunciazione dell’alba e il sole la notte frantuma.

Bevi la settima coppa della gioia! Da’ al cuore luppolo e ali!

O fuoco della poesia vivo e saggio come il verde!

Vivo solo un breve istante. Non so quanto vivrò ancora,

dal verde imparo l’ebbrezza del crescere, lo slancio della linfa.

Forse la mia casa non è qui. Forse è dietro una stella.

Finché sono qui lo sento d’istinto: canto – dunque sono.

Sotto la crosta terrestre acque impetuose gorgogliano,

L’orizzonte è nelle nebbie dietro il mattino, come dietro un muro.

E’ ora di andarmene –  con le dita sulla lira dell’alba,

cantando tempeste verdi e tempeste sovrumane.

A una pianta orgogliosa, cioè a me stesso

Tronchi tarchiati. Vermi e giugno.

Delle stelle spente la polvere d’argento

si sparge sulle foglie di quercia. Il fondo

di fiumi sotterranei. Vibrano i nervi delle piante.

Un fazzoletto di nubi sulla faccia del cielo.

I vermi cantano un inno di putrefazione.

L’arco del mattino, come  sopracciglio assonnato.

Schegge di raggi, come steli di chiarore.

Come verde torretta è la quercia svettante,

s’innalza da una notte di ribes nero,

uccide i vermi e il fuoco della putrefazione

un dio testardo versando fresco nettare.

Come rame vivo dona forza alle piante

l’elettricità della terra,

anche tu, pianta orgogliosa,

che canti questo non sapendo perché,

cadrai come tronco dagli àfidi corroso

sul petto azzurro della terra.

Verde Vangelo

La primavera è come un carosello,

e sul carosello bianchi cavalli vanno.

Un villaggio tra giardini fioriti

e la luna come un rosso tulipano.

Un tavolo di acero, sul tavolo

una brocca slava e nella brocca il sole.

Tu inchinati soltanto alla terra

che è di mille colori come una visione.

I ciliegi

Antonič era uno scarabeo e viveva sui ciliegi,

cantati un tempo da Ševčenko con amore.

O mio paese stellare, biblico e rigoglioso,

patria dell’usignolo e dei ciliegi in fiore!

Dove le sere e i mattini sono come dal Vangelo,

dove il cielo inonda di sole i villaggi bianchi,

e fioriscono i ciliegi con un fiore inebriante,

come al tempo di Ševčenko, inebriando i canti.

I due tulipani

Due tulipani, come tu ed io,

ai due margini di questo nulla

si chiamano invano, solo come l’acqua

scorrono le luci dorate di un tunnel.

Le fiamme rosse dei due fiori

attraversano l’ombra e il silenzio.

Così nascono l’arte e i miti

dalla brama di ciò che è immenso…

Di ciò che è migliore, più grande, più alto,

che si sollevi sul terreno grigiore.

Due uccelli del paradiso – due tulipani

dissolvono la notte per un sogno-chimera.

La fiamma rossa dei due fiori

all’abisso del buio trasparisce,

la rossa fiamma dei tulipani –

fiorisce, arde, sparisce.

La notte

Un libro aperto, la lampada e le falene erranti,

la ruggine dei pensieri sul cuore si è posata.

Sulle pareti l’ombra ricama fiocchi rotondi

in una strana matassa non districata.

La sveglia come calabrone ronza,

Come un gatto nero è la panciuta teiera.

Come sono dolci i segreti che ci attirano

e questa parola più dura della pietra!

Il cielo di latta, la luna di stagno

e della notte i fumi cinerei.

Davvero nel mondo non c’è più posto

per gli irrealizzabili ardenti desideri?

L’aurora

La notte è balzata dagli alberi fruscianti,

fuggendo via sui tetti rosso scuri.

Volteggia un colombo e con le ali

lacera le macchie ruggine delle nubi.

Giunge una musica, luminosa,

come tintinnio di vetro infranto.

Fuma la nebbia dalla testa del mattino

e non ha confini il cielo di cobalto.

E il cuore si stringe più forte,

inquieto e inappagato ognora.

Con le labbra riarse in questo istante

voglio bere tutta l’ebbrezza dell’aurora.

Tre anelli

Un violino alato sulla parete,

una brocca rossa, una scatolina infiorata.

Nel violino dorme un fuoco creativo,

la rugiada della musica è blu e argentata.

Nella scatolina una radice che canta,

un’erba inebriante, cera e granelli,

sul fondo tre stelle splendono,

le luminose pietre di tre anelli.

Nella brocca rossa un liquore di menta,

gocce, lacrime verdi di acero.

Sonate, svegliate la corda alata,

sono pazzo d’amore e di primavera!

Il tetto come coperchio si apre,

la brocca gira, canta la scatolina.

E il sole, come uccello di fuoco,

al recinto si appoggia la mattina.

Il villaggio

                             A Volodimir Lasovs’ki

Le mucche pregano il sole

che sorge come fiammante ciclamino.

Un pioppo snello sempre più sottile,

come se l’albero diventasse un uccellino.

Si stacca la luna dal carro.

Il cielo è vasto e come di paglia.

Nel vento la lontananza è senza fine

e in un grigio fumo è la cresta della boscaglia.

Dai monti volano le foglie degli aceri.

La conocchia, il gallo e la culla.

Il giorno si riversa nella valle,

come latte fresco in una scodella.

Canto della materia indistruttibile

Smarrito nella macchia, avvolto nel vento,

coperto dai canti e del cielo preda,

come saggia volpe siedo sotto la felce fiorita,

e mi raffreddo, n’indurisco in una bianca pietra.

Di fiumi di piante si alza una verde piena,

di ore, di comete, di foglie un fruscio incessante.

M’inghiottirà il diluvio, mi schiaccerà il bianco sole

e il corpo diventerà carbone, finirà in cenere il canto.

Si riverseranno come lava migliaia di secoli,

cresceranno dove vivemmo palme senza nome,

e dal carbone dei nostri corpi fiorirà un fiore nero,

i picconi della miniera risoneranno nel mio cuore.

Rosso nanchino

Ardono come un falò i sortilegi

dei secoli andati – sogni sfavillanti.

Nel rosso nanchino del tramonto

la città dei miei verdi anni.

Chiacchierano le stelle sui pioppi.

La gente si segna per paura,

quando nelle nere sinagoghe

i chassidi accoltellano la luna.

La mia città i segreti

nei ricordi dell’infanzia occulta!

E di nuovo la passata gioventù grida,

come gridano i sortilegi di una volta.

(C) by Paolo Statuti

Pavlo Tycina

19 Nov

 

 

Pavlo Tycina

 

 

Pavlo Tycina è uno dei più illustri poeti ucraini del XX secolo. Fu anche traduttore, pubblicista, uomo politico, direttore dell’Istituto di Letteratura dell’Accademia delle Scienze dell’URSS (1936-39 e 1941-43), presidente del Consiglio Supremo dell’URSS (due mandati), ministro dell’Istruzione (1943-48).

Nacque nel villaggio di Pisky il 23 gennaio 1891 e morì a Kiev il 16 settembre 1967. Studiò in seminario (1907-1913). Dovette interrompere gli studi superiori a Kiev a causa dei burrascosi eventi degli anni 1917-1920. Nel 1923 si trasferì a Charkov, allora capitale della Repubblica Ucraina, dove partecipò attivamente alla vita letteraria della città. Tra l’altro diresse la sezione letteraria del teatro di Kiev “Taras Szevczenko”. Debuttò con la raccolta di poesie Clarinetti solari (1919), caratterizzata da un personale stile poetico chiamato “clarinettismo” e da una peculiare versione ucraina del simbolismo. Tra le altre sue raccolte giovanili ricordiamo ancora: Anziché sonetti e ottave (1920), L’aratro (1920), Nell’orchestra cosmica (1921), Vento dall’Ucraina (1924). Nei suoi versi ha amalgamato organicamente le due correnti letterarie mondiali del barocco e del simbolismo. Tratti principali: sintassi innovativa, gioco delle antitesi e delle parabole, costruzione asindetica della lingua.

Con l’intensificarsi delle repressioni politiche e poliziesche dello stalinismo, il poeta attraversò una profonda crisi creativa. Le successive raccolte poetiche mostrarono un adeguamento alla dottrina del realismo socialista e una chiara accettazione del regime sovietico e della propaganda del partito comunista.

Florian Nieuważny che ha curato l’edizione polacca delle poesie di Tycina, nella prefazione scrive: «Tycina è dotato di orecchio assoluto, che percepisce ogni vibrazione del ritmo “nell’orchestra cosmica”, e soprattutto nella natura, e cerca l’armonia di quel “ritmoluce” tra musica, bellezza e bontà. Questi tre elementi creano nella sua opera una lega omogenea, formano la sua irripetibile espressione. Principale motivo di questa poesia, soprattutto nel primo periodo creativo, è la musicalità…i valori musicali pervadono il contenuto, il significato e le immagini, le colorano e impregnano musicalmente, tanto che il ritmo dei suoi versi è un ritmo di immagini, un ritmo di cose vedute…»

Sono grato all’amico ucraino Sergej Demin, letterato e grande amante della poesia, per avermi fatto conoscere questa mia “anima gemella”, dotata anch’essa di tre ali: poesia, musica e pittura. Sull’impegno politico di Pavlo Tycina e sul suo “premio Stalin” preferisco sorvolare, considerando questo poeta l’ennesima vittima, consapevole o meno, consenziente o meno, di quel regime disumano che quando non uccideva, constringeva a “profanare” la propria genialità. Del resto sono convinto che se Tycina non si fosse adeguato avrebbe fatto la fine di Gumiljov, Mandel’stam, Kljuev, Esenin e tanti altri. Ecco alcune sue poesie nella mia versione. Le ho tradotte dal russo, ma servendomi anche degli originali ucraini.

 

Poesie del poeta ucraino Pavlo Tycina tradotte da Paolo Statuti

 

Sentivate lo stormire del tiglio…

Sentivate lo stormire del tiglio…

a primavera in una notte di luna?

 

L’amata dorme, l’amata dorme…

Va’, svegliala e bacia i suoi occhi!

L’amata dorme…

 

Sentivate? – così il tiglio stormisce.

 

Sapete come dormono gli spiriti del bosco?

Essi tutto vedono attraverso  le nebbie.

 

Ecco la luna, le stelle, gli usignoli…

«Io sono tuo» – sussurrano i cieli

 

E gli usignoli!..

 

Sì, voi già sapete come dormono i boschi!

 

1911

 

*  *  *

Di arpe, di arpe

dorate echeggiano i boschetti

Autosonanti:

Viene la primavera

Profumata,

Di fiori-perle

ornata.

Con canti, con canti –

Come il mare di vascelli pallido-iridati

si è coperto l’azzurro:

Verrà la lotta

Infocata!

Si riderà, si piangerà

Come fonte di perle…

Starò lì, guarderò –

dovunque ruscelli-campanule, l’allodola

dal tono dorato:

Viene la primavera

Profumata,

Di fiori-perle

Ornata.

Mia cara, mia diletta –

cammini colma di tristezza

o di felicità.

Oh, apri

le spighe delle ciglia!

Si riderà, si piangerà

Come fonte di perle…

 

1914

 

Tutto il prato è fiorito…

Dorato di pioggia tutto il prato è fiorito,

E lontano, come tanti acquerelli, –

Le case azzurrine, il bosco assopito…

Ah, cuore, canta!

Canta dall’ultimo calice, –

Dell’autunno ci ha baciati

La stupenda tristezza.

 

Solitario tra campi estranei,

Sto come vittima abbandonata, – so

Che la natura ascolta la mia pena,

Attraverso il riso e il pianto.

Come bellissima principessa –

Essa è piena di antica mestizia,

Che a tutti con cura cela.

 

Qui io prego. Silenzio dopo la tempesta –

Come davanti al quadro di una madonna.

Sui villaggi scorrono, abbracciate, le campane, –

Rabeschi di lacrime.

Da dietro le nubi fluisce nostalgico

Il richiamo delle gru che migrano,

Come petali di rose di broccato…

 

Ecco un salice che guarda lontano,

E coglie le corde della pioggia.

Sembra che sussurrino i giovani rami:

Tristezza, tristezza…

Così per anni, senza sosta, senza confine,

Io pizzico le corde dell’Eternità,

Come il salice, con lo sguardo fisso lontano.

 

1915

 

*  *  *

Ho rivolto al cielo una preghiera:

Dio, Dio, ferma questo sangue!

Ferma la discordia, consiglia,

Guarda i bambini e piangi.

Ma solo gli astri ho visto:

Ariete, Andromeda, Leone.

Solo i mari ondeggiavano,

E Dio pensava e il nettare beveva.

 

Ho rivolto al cielo un lamento:

Dio, Dio, non odo la tua voce!

Rispondi coi tuoni e col fuoco,

Nella bufera mostra che ci sei.

Ma solo l’avido occhio del silenzio

Nella morsa delle nubi ardeva.

Passavano i giorni e le notti cupe,

Ma Dio pensava e il nettare beveva.


Pastelli

I

E’ sfrecciato un leprotto.

Guarda stupito –

Albeggia!

Si siede, giocherella,

Apre gli occhi alle pratoline.

E ad est il cielo profuma.

I galli il nero manto della notte

Di fili di fuoco rivestono.

– Il sole –

E’ sfrecciato un leprotto.

 

II

 

Ha bevuto un buon vino

Il ferreo giorno.

Fiorite, o prati! –

: io vado – è giorno –

Pascolate, greggi! –

: dalla mia amata – è giorno –

Ondeggiate, o spighe!

: di giorno.

Ha bevuto un buon vino

Il ferreo giorno.

 

III

 

Una ninnananna di zufoli

Là dove il sole è tramontato.

In punta di piedi è scesa la sera.

Ha acceso le stelle,

Sull’erba ha steso la nebbia

E, accostato un dito alla bocca, –

Si è coricata.

Una ninnananna di zufoli

Là dove il sole è tramontato.

 

IV

 

Copritemi, copritemi:

Io sono la notte, una vecchia,

Malata.

Da secoli nei sogni

La mia nera strada.

Stendetemi un letto di menta,

E che il pioppo stormisca.

Copritemi, copritemi:

Io sono la notte, una vecchia,

Malata.

1917

 

L’aratro

Il vento.

Non il vento – la tempesta!

Abbatte, sradica, schianta…

Dietro le nere nubi

(con lampi e tuoni)

dietro le nere nubi un milione di milioni

di braccia muscolose.

 

Gira. E nella terra affonda

(sia città, strada o prato),

nella terra l’aratro…

E sulla terra persone, animali, giardini,

e sulla terra gli dei e le loro dimore:

oh passa, passa su di noi,

giudica!

 

E c’era chi fuggiva.

Nelle caverne, nei boschi, nei laghi.

– Quale forza sei tu? –

chiedevano.

 

E nessuno di loro gioiva, né cantava

(il vento spronava un focoso cavallo –

un focoso cavallo –

di notte).

E soltanto i loro occhi sbarrati e morti

rispecchiavano la bellezza del nuovo giorno.

Gli occhi.

 

1919

 

La bella Fornarina

Passeggia lungo il Tevere Raffaello

nel mese di luglio o di agosto.

– o azzurro, o sogno del cuore,

il mio amore è corrisposto? –

 

In lui il cuore martella. Ascolta:

in quel canto che tristezza!

– sì o no, tra gli scogli sola,

l’onda culla la barchetta –

 

Nel suo candido splendore

lei è sempre più vicina.

O fanciulla dimmi il tuo nome! –

(e lei timida): Fornarina.

 

Poi tace. Raffaello allora

le tocca le mani con bramosia.

Lei piange e lui nel suo abbraccio:

Madonna mia!

 

1921

 

Gira Faust…

 

Gira Faust per l’Europa

Col suo libro di orazioni,

Seminando le sue menzogne,

Prende in giro i semplicioni,

E chi incontra? : Prometeo.

 

– Salve, salve, portafuoco!

Sei ribelle come una volta?

Io lodarti non posso:

Si può mai con la rivolta

Allietare la povera gente?

 

I misteri del cielo io studio,

La filosofia è il mio pane,

Io soltanto con le cifre frugo

Nei fatti della morte e della fame.

Ma tu, tu, che fai?

 

Io ho nell’anima il cilicio,

La religione non schivo,

Non mi ribello, solo libri

E sempre scrivo, scrivo, scrivo,

Ma tu, dimmi, che fai?

 

Vuoi il mondo riformare?

Perché quel volto avvilito?

– Allora tu non sei Faust,

Ma un signore ben nutrito!

Oh se avessi qui un martello!

 

– Ah, ti ribelli? E sia pure,

Non sono Faust? – Lo sapevo già,

Bene, perdona, abbi pietà!

Gira Faust per l’Europa

Col suo libro di preghiere.

 

1923

La bella Fornarina

11 Nov

 

La Fornarina di Raffaello

 

   Oggi torno alla pittura, trascurata ma sempre cara e mai dimenticata, con questo celebre quadro di Raffaello che l’anno prossimo compirà esattamente 500 anni. Fu infatti dipinto dal divino pittore nel 1518, due anni prima della sua morte, avvenuta come noto nel 1520. Identificata come Margherita Luti, la bella giovane romana, figlia di un fornaio, fu amata da Raffaello, che la immortalò in questo ritratto. L’opera è conservata nella Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini a Roma. Il poeta ucraino Pavel Tycina (1891-1967) le ha dedicato questa sua poesia dal tono romantico, dove descrive l’incontro della fanciulla con il grande Urbinate. Eccola nella mia versione.

 

La bella Fornarina

Passeggia lungo il Tevere Raffaello

nel mese di luglio o di agosto.

– o azzurro, o sogno del cuore,

il mio amore è corrisposto? –

 

In lui il cuore martella. Ascolta:

in quel canto che tristezza!

– sì o no, tra gli scogli sola,

l’onda culla la barchetta –

 

Nel suo candido splendore

lei è sempre più vicina.

O fanciulla dimmi il tuo nome! –

(e lei timida): Fornarina.

 

Poi tace. Raffaello allora

le tocca le mani con bramosia.

Lei piange e lui nel suo abbraccio:

Madonna mia!

 

1921

 

(C) by Paolo Statuti