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Anna Nagórska: “La sorella di san Francesco”

14 Dic
Anna Nagórska nel 1911

Anna Nagórska nel 1911

 

 

                                                                     Siamo come una nave spinta

                                                                     per la prima volta in mare.

                                                                    Navighiamo finché occorre.

                                                                    Finché Dio non dirà: “Ora puoi riposare!”

 

                                                                                                                                  Anna Nagórska

 

   Capita a volte, „rovistando” in internet, di scoprire cose nuove, personaggi nuovi, come accade con la musica, quando aprendo casualmente la TV o la radio, ascoltiamo una composizione mai sentita prima, che ci piace in modo particolare, tanto da farci desiderare di riascoltarla, magari comprando il relativo CD. Questo preambolo si riferisce a una poetessa, ancora stranamente sconosciuta alla stragrande maggioranza dei Polacchi, ma che entra con pieno diritto nel mio blog, come persona assai gradita. Si chiamava Anna – un nome-chiave, un vero refrain nella mia vita.

   Anna Nagórska, insegnante, educatrice, poetessa e ardente patriota polacca, nacque nel 1882 nella provincia di Sieradz, ma trascorse gran parte della sua vita a Zaklików (non lontano da Sandomierz), dove morì il 19 novembre 1963. Quast’anno, nel cinquantenario della sua morte, l’Associazione Socio-Culturale di Zaklików che porta il suo nome, ha pubblicato un bel volume di 500 poesie scelte di Anna Nagórska.

   Di nobile famiglia, studiò alla Sorbona. Conosceva le lingue, la letteratura, aveva attitudine alla pittura, ma i suoi interessi includevano anche il teatro, il canto e la musica. Personalità di grande levatura spirituale e intellettuale, come è dimostrato dalla sua corrispondenza con l’allora vescovo Stefan Wyszyński, futuro cardinale e primate di Polonia, e con illustri filosofi polacchi. Era nota per il suo fervore religioso, anche se molti si stupivano del suo strano modo di fare penitenza. Camminava scalza (“Anna la scalza”), poveramente vestita, la consideravano una “pazza innocua”, in chiesa sedeva in terra, non porgeva la mano in segno di saluto, giustificando ciò con la sua umiltà verso la gente. Rifiutava le comodità e conduceva una vita ascetica. Quel poco che aveva lo spartiva con i poveri. Viveva per gli altri. La chiamavano “sorella di san Francesco”, e veniva paragonata a madre Teresa di Calcutta.

   In modo particolare amava i giovani. Insegnava loro gratuitamente la lingua polacca e il francese, la storia e dava lezioni di pianoforte. Riusciva a scoprire il talento nascosto e li incoraggiava a formarsi secondo le loro capacità e le loro predilezioni, stimolando l’amore per la bellezza, per il prossimo, per la natura e per Dio. Uno dei suoi allievi prediletti, al quale donò il suo pianoforte Pleyel, fu Leszek Długosz, nato a Zaklików nel 1941, attore, poeta, compositore e pianista, uno dei più noti e apprezzati interpreti della poesia cantata. Ecco come egli ricorda la sua educatrice: “Sono stato fortunato. Ero suo allievo. Dal giorno del nostro primo incontro, quando avevo 6 anni, fino alla sua morte, cioè al termine dei miei studi, mi ha insegnato tutto: la musica, la letteratura, le lingue, la natura…In un piccolo paese di provincia ho ricevuto la migliore educazione possibile vecchio stile”.

   Nella sua poesia Anna esprime l’incanto di fronte a Dio e alla bellezza della creazione, vista nei prodigi della natura e nelle opere dell’uomo. In essa si riflette la profondità delle sue esperienze religiose, le meditazioni sulla vita, le riflessioni patriottiche. Molto spesso ella univa i suoi versi alle lettere inviate ai numerosi amici.

   “I suoi versi non si prolungano” – scrive Mirosława Ołdakowska-Kuflowa, docente di letteratura contemporanea presso l’Università Cattolica di Lublino –

“sono per lo più concisi, a volte si presentano come un concentrato di idee. Impiegando poche parole, la poetessa riesce a delineare una situazione, a creare un quadro poetico non convenzionale… Sia la rappresentazione che il contenuto delle sue poesie, assai spesso scaturiscono da efficaci e originali metafore…Molte sono le riflessioni ispirate dalla natura, dal susseguirsi delle stagioni, dal trascorrere del tempo, dalla problematica religiosa e patriottica. Troviamo anche poesie dedicate all’arte, alla musica e alla tradizione culturale”.

   Di questa poetessa, secondo la quale “tutto deve scaturire dall’amore”,  che voleva “avere tutti come fratelli”, e che qualcuno ha definito “perla della cultura religiosa e nazionale polacca”, ho tradotto alcune poesie per i miei lettori.

                                                                                   Paolo Statuti

 

 

Poesie di Anna Nagórska tradotte da Paolo Statuti

 

La neve

 

Le lettere degli angeli, custodite dalla luna,

il vento ha lanciato nell’abisso planetario.

Ha lacerato, ha seminato.

E’ la neve.

 

Pleiadi di soffici fogli

Lette dai sapienti e dai poeti.

L’archivio del cielo è aperto.

L’ispirazione vola coi fiocchi.

 

*  *  *

Il bosco s’è destato.

Le pulsatille come soffici graziosi uccellini

col viola quaresimale insegnano alla gente

le verità che vale la pena ricordare.

 

Nei tronchi dei pini scorre la linfa – e i tappeti di muschio

saturi della fresca umidità d’aprile,

ricordano che furono l’estremo capezzale

del partigiano – che qui di recente grondava sangue.

 

La dafne accende le fiaccole rosate,

le nostalgie dei secoli percorrono il ponte dell’iride,

cadono i massi delle vittime, che è difficile sollevare.

Un angelo spalanca la porta della storia.

 

 

*  *  *

Mi è sembrato, o Signore, che la mia dedizione

fosse completa – totale –

eppure, eppure – purtroppo

nascondo in un angolo un sassolino esclusivo.

 

A volte te lo do e subito me lo riprendo.

Crocifissa di amore!

Ecco è giunta la Quaresima. Lasciami spezzare ora

l’idolo ricavato nel diaspro dall’orgoglio.

 

La sonata “Al chiaro di luna”

 

Eterno incanto delle notti lunari.

Ciò che una volta sognò Semiramide.

Il più bianco fiore del linguaggio lirico

nella sonata di Beethoven verrà.

Si verseranno sull’acqua lustrini d’argento.

Siamo udito – e tutto vediamo.

 

Nel giardino meli fioriti,

dai tronchi traspare il freddo smalto dello stagno.

Nel fresco dei roridi suoni tutto il giardino annega.

L’anima rapita dal sogno, felice

s’inginocchia sui cerchi delle battute raggianti.

Raggiunge la soglia dell’eternità.

 

 

 

 

 

Vecchi alberi di Natale

 

Ho rivisto in sogno i vecchi alberi di Natale.

Formavano un grande magnifico bosco.

E nel fascino e nel profumo silvestre –

anche i fiori più belli di ogni solito anno.

 

I cherubini alati e san Nicola,

le pigne dorate e con un filo di cristallo.

Qualcuno ha preso l’addobbo da vecchie scatole.

Le candele accese. Gli uccelli. Corre la slitta argentata.

 

Sono tornate intere le palle di vetro spezzate.

Al solito posto il pittoresco presepe.

Tutto è rapimento. Tutto è ammirazione,

che al limite del destino possiamo incontrare.

 

Il brutto tempo non ha sciupato le angeliche ali.

La neve fresca ha nascosto il lutto della terra.

Le stelle brillano sui puntali degli alberelli.

Gesù la sua miseria come felicità ci ha donato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*  *  *

                                         A Michał

 

E’ qualcosa – che non rientra nella vita –

e cerca un ardito sfogo –

è l’arte.

Un anello di brame incantate.

 

Un canto può renderci più lieti o più tristi,

qualcosa che non c’è al mondo, rivelerà.

L’artista confessa nel suono, nel marmo, nella tela,

le impressioni più personali.

 

Una grande ispirazione attraverso i secoli ci commuove,

ore buone e cattive anneghiamo nell’estasi.

Nell’opera di un maestro a volte abbagliati vedrete,

come cresce e si rafforza l’anima Vostra.

 

*  *  *

Il mattino oggi m’ha guardato coi Tuoi occhi.

Il vento ha pettinato le chiome soffici delle nubi.

Forse è l’istante solare che comincia,

Di cui tutti abbiamo nostalgia?

 

Ogni foglia, che da aprile sempre più s’è rafforzata,

ora l’apice della sua bellezza misura e ammira.

Luglio la mano affaticata ha posato sull’elsa.

I raccolti.

 

Dopo l’inverno verrà la primavera, fiorirà la pervinca.

Il lillà il suo cinquefoglie conserverà per Voi nelle rugiade.

Con la preghiera mi alzerò sopra la nicchia lungo la strada,

e il cielo mi guarderà coi Tuoi occhi.

 

*  *  *

La finestra. Il mercato dopo l’esecuzione.

Un fazzoletto nero. Fragore di spari. Batticuore: Basta!

Poco dopo – Zofia – Ti hanno preso i cieli.

Sotto la porta a vetri oggi sostiamo tristi.

 

La finestra. Il legame con il mondo.

Testimone dei sorrisi solari, della nuvolosità.

Pulpito, dal quale predicano le stelle chiare e grandi.

Paggio che porta i sontuosi mantelli dell’afa.

 

La finestra. Tenace confessore di notti insonni.

Indagatrice di estasi. Di collere. Di affetti.

S’inserisce in ogni festa e nella vita quotidiana.

Attraverso essa passa l’estate e il rigido inverno.

 

La finestra. La via più lunga della nostra nostalgia.

Le lacrime versate sono simili al vetro che brilla.

Di qua scorrerà il più grande conforto,

quando l’eternità verrà a prenderci.

 

 

 

 

 

 

 

 

*  *  *

                          Come ringraziamento per i fiori d’ispirazione podlaska

 

Il mio tempo è il canto degli uccelli e il fiore del gelsomino,

luccico sul lago col baccello della luna.

Le spighe accarezzo con la mano del vento,

brucio col papavero di campo, scorro con le nuvole.

 

Il mio tempo respira in primavera e piange in autunno,

i doni dei buoni ricordi sotto l’albero pone,

accende le candeline della speranza nell’orto innevato,

le candeline che brillano stupende e ingannevoli.

 

Il mio tempo pensieri lontani districa, annoda,

li risuscita nelle stampe sulla parete,

estrae una nuova estasi dai libri prediletti

e la mia morte nella tasca benevolmente tiene.

 

Fuga

 

Il turbine stanotte ha spezzato il collare.

Ulula. Mugola. Scorrazza.

Una putrida quercia s’è rovesciata.

Chi mai ti metterà nella bara,

raccoglitrice di pianto, di sudore e di sangue di coralli –

O miseria!?

 

 

 

 

 

Ti rotoli sul muschio o atlante.

Intessi sempre peggio.

Sonno e veglia si azzuffano.

Furiosi colpi di accordi nel basso.

Il violino accorre in aiuto.

Balenano zanne e coltelli.

Guai!

 

Bach il tifone tiene al guinzaglio.

Che schiuma! Il cielo in bagliori!

Non è più un cane. E’ un cavallo.

Nitrisce. Scalcia.

Ha gli occhi neri dell’autunno.

Splende la criniera – bionda canapa.

Un drago nel patos di una lunga nota rugghia,

ma Bach lo tiene al guinzaglio.

 

E’ crollata la nicchia lungo la strada.

Qualcuno un secolo fa la scolpì con devozione.

S’è spaccata la tettoia. Due belle colonnine.

I venti ansimanti tacciono. “Così non si può!” –

ulula il più giovane con voce sottile.

Un corteo. Sul campo di battaglia la Fuga è in ginocchio.

 

Nuvole leggere, piumose.

Dal folto è uscito un pastore.

Ha estratto il coltello. Una nuova nicchia scolpirà.

Ha uno strano sorriso sulle labbra.

Coi santi non si può scherzare!

Leszek Długosz

Leszek Długosz

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Jerzy Liebert

11 Ott

 

  Poeta, prosatore, critico. Nacque a Częstochowa il 24 luglio 1904. Nel 1925 si iscrisse alla facoltà di filologia polacca all’Università di Varsavia, ma due anni dopo dovette abbandonare gli studi per difficoltà materiali e per l’aggravarsi della tubercolosi. Fu vicino al gruppo “Skamander”, anche se non aderì ad esso, e strinse amicizia soprattutto con Jarosław Iwaszkiewicz. Dal 1921 cominciò a pubblicare liriche, racconti, recensioni e schizzi letterari su riviste quali “Skamander”, “Wiadomości Literackie” e „Pamiętnik Warszawski”. Autore di liriche religiose e filosofiche, fu uno dei più illustri poeti cattolici del periodo tra le due guerre.

   Creò un proprio stile lirico, rivelando una straordinaria sensibilità verso il mondo circostante. La sua creazione ruota essenzialmente attorno a due tematiche principali: la prima è la religione cristiana. Liebert mostra la figura di un uomo in continua conversione, con i suoi momenti di fede, ma anche di dubbi e perplessità, di un uomo che cerca, trova e perde Dio. La seconda tematica è l’esperienza del dolore, della malattia e la morte . In particolare la sua malattia, che egli spesso tratta ironicamente, costituisce una ricca fonte di esperienze e d’ispirazione. Morì a 27 anni, a Varsavia, il 19 giugno 1931.

 

Poesie di Jerzy Liebert tradotte da Paolo Statuti

 

Risposta

Il volo degli uccelli seguendo sulla città calmo

Maestoso moto, sublime e concorde,

Sempre più alto della volta,

Guarda, la loro ala batte ritmicamente

E al gran silenzio – in gran silenzio mira,

E infine nell’azzurro si trasforma.

Dunque quando mi chiedi, perché la mia parola

Esce sottovoce dal cuore e in cadenza

Cade presso il trono di Dio –

Guarda i colombi che volano sotto il cielo

E di questa quiete ricolma le strofe ardenti,

E capirai tutto, mia cara.

Giugno 1924

 

La messa di mezzanotte

                                               A mio fratello

Gli uccelli come campanelle si godono il canto –

Cristo è nato per noi e nuovi giorni verranno.

Dalle rive della Vistola fino alla Grotta

Con gli uccelli sono giunti i caprioli in frotta.

Lo scoiattolo mostra i denti e osserva in alto

Due colombi che nuotano nel cielo di cobalto.

E i fiori, benché sia inverno e il freddo l’abbia gelati,

Portano la mirra, l’incenso e calici dorati.

Anche i pavoni sono giunti da paesi lontani ,

Per comparare le piume con le angeliche ali .

E il Bambinello triste guarda la porta e attende

Di vedere l’uomo fra tutta quella gente…

1925

 

Musica mattutita

 

Lontano e così leggero,

Il vento culla alberi e cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle gole

Spandono a gocce nella quiete.

 

Il silenzio come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei calici

Dell’acacia e del gelsomino.

 

L’azzurro si fonde con l’argento,

Sprizza un intenso aroma,

Gratta agli uccelli le linguette

E nuove gocce suonano.

 

1925

 

A mia Madre

Sotto la tua custodia, o Madre, come in una grand’ombra,

Per la quale cedo le frescure di tutta la flora.

Aumenta il mio amore per te, e in te si ristora,

Come un albero che nella terra le radici affonda.

Il mio petto si solleva assieme ai tuoi sospiri,

E il sonno dai miei occhi si dilegua coi tuoi affanni –

E’ così, ciò che i giorni hanno preso ci rendono gli anni.

Di nuovo udendo la tua voce nei pensieri sprofondo.

Come uno strepito mi placo, come la sera scendo

Nel tuo sguardo cercando in te salvezza dal mio mondo,

Di nuovo seguo con la mano l’amata linea del volto,

E trovando sotto le dita scolpita la tristezza,

Ormai non chiedo più nulla, nulla più rispondo…

1925

 

La taverna di Jurgow

Torna indietro, meglio fare un metro in più,

Pur se il vento ti può accecare –

Davanti alla taverna, laggiù,

Mia cara, per bere non ti fermare…

Dai bicchieri un demonio sbucherà,

Un demonio livido – tenore.

Din! sul vetro – pien di lacrime sarà,

E lui piange, con nota sempre maggiore…

Din! sul vetro, ferma il tempo con un do

E dall’eterno – tu ben sai –

Singhiozzerà! Con me una volta ancor,

Berrai, mia cara, berrai.

 

Guarderai…- il tenore non c’è più,

L’ultimo tono sul tavolo indugia,

E dal bicchiere un altro Belzebù

S’affaccia ottuso…in fronte – una ruga.

Lui ti fissa e un’idea gli verrà –

Languido un zigzag ti taglia il cervello…

Din! sul vetro – il mio volto apparirà!

Non bere, non cader nel tranello!

– Oh, sei tu, tu mio caro? – Dindin! –

Il tetto aperto, i muri incrinati,

La stanza sprofondata, e un nero abisso è lì.

Or gracchierà l’oblio da tutti i lati…

Solo il valzer del demonio piangerà,

Dolce valzer che non si può scordare!

Primo  p a s,  secondo  p a s, terzo  p a s,

E oltre i muri potrai scivolare…

Marzo 1928

 

Notte divina

Fino a quando opprimermi vuoi tu,

Cielo impeciato – farmi paura?

Tu che dispensi piaghe e virtù,

O divina spia oscura!

Dove il tuo invito mi ripeti –

Col canto del gallo a mezzanotte?

La stanza invadi dai vetri

Come Isoppo della notte?

Mi svegli, minacci spietato –

Che vuoi tu dalla mia vita frale?

O buio Senso del Creato,

Dimmi ciò che per te vale.

Dal cielo catramato arriva

La tua voce acuta, roteando.

Perché, forza vendicativa,

M’insegui i sogni turbando?

Sai bene, non da oggi è in ballo

Questa lotta tra noi insensata…

Basta! Ora basta! Taccia il gallo,

Malvagia creatura alata.

Dicembre 1928 e Settembre 1929

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

Karol Wojtyla (1920-2005)

4 Lug

 

Beato Karol Wojtyla

Poesie di Karol Wojtyła tradotte da Paolo Statuti

 

(Dal poema: “Canto del Dio nascosto”)

 

Che vuol dire, che scorgo così tanto, se nulla vedo,

quando dietro l’orizzonte l’ultimo uccello è già disceso,

quando l’onda nel vetro l’ha nascosto – ancora più in basso

                                                                                    son calato,

immergendomi assieme all’uccello nella corrente del freddo

                                                                                               vetro.

Quanto più tendo lo sguardo, tanto meno vedo,

e l’acqua china sul sole tanto più il riflesso avvicina,

quanto più lontana dal sole la scinde l’ombra,

quanto più lontana l’ombra dal sole scinde la mia vita.

Dunque nell’oscurità c’è tanta luce,

quanta vita c’è in una rosa dischiusa,

quanto dio che scende

sulla riva dell’anima.

 

(Dal poema: “Profili del Cireneo”)

 

I piedi cercano nell’erba – c’è la terra.

Gli insetti bucano il verde e cullano il rivo del sole.

 

I piedi sfregano il selciato, il selciato sfrega i piedi a sua volta.

Non c’è patos. C’è il pensiero non esaurito nella folla.

Prendi il pensiero – se riesci – prendi il pensiero, immettilo

nelle dita degli artigiani, o anche nelle dita delle donne

che scrivono a macchina otto ore ogni giorno

le nere lettere appese alle palpebre arrossate.

Prendi il pensiero e completa l’uomo

oppure permettigli d’iniziarsi di nuovo

o invece: lascia che egli Ti aiuti soltanto,

e Tu guidalo.

 

(Dal poema: “Canto del Dio nascosto”)

 

Portami, Maestro, ad Efrem, e lascia che resti con Te,

dove calano sulle ali degli uccelli i lontani lidi del silenzio,

come il verde, come l’onda rigonfia, non offuscata dal tocco

                                                                                           del remo,

come un largo cerchio sull’acqua non impaurito dall’ombra

                                                                                   dello spavento.

Grazie, che hai così distanziato il luogo dell’anima dal clamore

e in esso dimori amichevolmente circondato di strana povertà,

smisurato, occupi appena una piccola cella,

ami i luoghi deserti e spopolati.

Perché sei il Silenzio stesso, la grande Quiete,

privami dunque della voce,

e infondimi soltanto il tremito della Tua Esistenza,

il tremito del vento nelle spighe mature.

(Dal poema: “Canto del Dio nascosto”)

 

L’amore tutto mi ha chiarito,

l’amore tutto mi ha risolto –

per questo venero l’Amore,

ovunque esso dimori.

E sono diventato una piana aperta per la quieta corrente,

in cui non c’è nulla dell’onda mugghiante, non poggiata

                                                                       su tronchi iridati,

ma c’è molto dell’onda placante, che negli abissi la luce

                                                                                   sorprende

e questa luminosità respira su foglie non argentate.

Dunque io-foglia celato in questa pace,

sottratto al vento,

più non mi affliggo per nessun giorno che cade,

perché so che tutti cadranno.

 

(Dal poema: “Canto del Dio nascosto”)

 

Il Signore, se nel cuore attecchirà, è come un fiore

assetato di sole ardente.

Vieni dunque, o luce, dagli abissi dell’oscuro giorno

e posati sulla mia sponda.

Ardi non troppo vicino al cielo

e non troppo distante.

Ricorda, o cuore, lo sguardo

in cui ti aspetta l’eternità intera.

Chinati, o cuore, chinati, o sole costiero,

annebbiato negli abissi degli occhi,

sopra un fiore inaccessibile,

sopra una rosa.

L’autore

Tanti sono cresciuti intorno a me e attraverso me, e in un certo

                                                                                        senso da me.

Sono diventato come un alveo, nel quale avanza l’elemento – il suo

                                                                                           nome è uomo.

Ma poiché anch’io sono un uomo,

per caso la ressa degli altri non mi ha in qualche modo deformato?

Se ognuno di loro sono stato in modo imperfetto, sempre troppo

                                                                                  restando me stesso –

è possibile che chi si è salvato in me possa guardarsi senza angoscia?

 

Pensando Patria

Patria – quando penso – esprimo me stesso e mi radico,

mi parla di questo il cuore, come frontiera nascosta che da me corre

                                                                                                   verso gli altri,

per abbracciare tutti in un passato più antico di ognuno di noi:

da esso emergo…quando penso Patria – per rinchiuderla in me come

                                                                                                        un tesoro.

Chiedo continuamente, come moltiplicarlo, come ampliare lo spazio

                                                                                           che esso riempie.

 

Refrain

Quando penso: Patria, cerco la strada che taglia i versanti come filo

dell’alta tensione, correndo in alto – così essa corre ripida

in ognuno di noi e non consente soste.

La strada corre per i pendii, ritorna negli stessi luoghi, diventa

il grande silenzio, che visita ogni sera gli stanchi polmoni della mia

                                                                                                            terra.

 

 

(C) by Paolo Statuti