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John Donne (1572-1631)

4 Lug

 John Donne

A Valediction: Forbidding Mourning

 

As virtuous men pass mildly away,

And whisper to their souls to go,

Whilst some of their sad friends do say,

“The breath goes now,” and some say, “No,”

 

So let us melt, and make no noise,

No tear-floods, nor sigh-tempests move;

‘Twere profanation of our joys

To tell the laity our love.

 

Moving of the earth brings harms and fears,

Men reckon what it did and meant;

But trepidation of the spheres,

Though greater far, is innocent.

 

Dull sublunary lovers’ love

(Whose soul is sense) cannot admit

Absence, because it doth remove

Those things which elemented it.

 

But we, by a love so much refined

That our selves know not what it is,

Inter-assured of the mind,

Care less, eyes, lips, and hands to miss.

 

Our two souls therefore, which are one,

Though I must go, endure not yet

A breach, but an expansion.

Like gold to airy thinness beat.

 

If they be two, they are two so

As stiff twin compasses are two:

Thy soul, the fixed foot, makes no show

To move, but doth, if the other do;

 

And though it in the center sit,

Yet when the other far doth roam,

It leans, and hearkens after it,

And grows erect, as that comes home.

 

Such wilt thou be to me, who must,

Like the other foot, obliquely run;

Thy firmness makes my circle just,

And makes me end where I begun.

 

 

Un commiato: divieto di cordoglio

 

Come un vecchio in sereno trapasso,

Prega la sua anima di andare,

Mentre gli amici affranti non sanno

Se è già morto o continua a respirare:

 

Così separiamoci in silenzio,

Senza lacrime e senza dolore;

E’ profanare le nostre gioie

Dire a un profano il nostro amore.

 

Un terremoto porta danni e paure,

Le sue rovine l’uomo ha ben presenti;

Ma i tremiti delle sfere celesti,

Pur assai più grandi, sono innocenti.

 

L’amore degli amanti sublunari

(La cui anima è il senso), l’assenza

Non ammette, perché sottrae ad esso

La sua più naturale essenza.

 

Ma il nostro amore è così puro,

Che anche noi di esso siamo ignari,

Sicure entrambe le nostre menti,

Faremo a meno di occhi, labbra e mani.

 

Alle nostre anime unite in una,

Il mio distacco non recherà rottura,

Ma ancor di più si espanderanno,

Come l’oro battuto in sfoglia si sfigura.

 

Se devono essere due, esse sono due

Come le gambe gemelle del compasso;

La tua anima, fissa, sembra immota,

Ma si muove se la mia fa un passo.

 

E benché essa stia ferma al centro,

Quando l’altra gamba gira intorno,

Essa si piega e verso l’altra tende,

E si raddrizza, quando l’altra torna.

 

Così tu sarai per me, che devo,

Come l’altra gamba, correre piegato;

La tua fermezza il mio cerchio precisa,

E mi fa finire là dove ho iniziato.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

Elizabeth Barret Browning (1806-1861)

21 Ago

 

Elizabeth Barret Browning

Elizabeth Barret Browning

 

Tante volte mi chiedo: ma esiste l’Amore? Esiste davvero? Probabilmente sì, se tanti grandi poeti l’hanno celebrato. Tra i loro sospiri amorosi spiccano quelli di Elizabeth Barret Browning. Ecco il suo celebre sonetto 43 nella mia versione.

 

Come ti amo?

Come ti amo? Ti amo in tante maniere.

Con la più grande altezza e profondità

Che la mia anima raggiungere saprà,

Finché l’Essere e la Grazia potrò vedere.

Io ti amo nel bisogno quotidiano,

Al  lume di candela e sotto il sole.

Come chi lotta perché il Bene vuole;

In modo libero e puro io ti amo.

 

Con l’amore provato nel dolore,

Con la fede dell’infanzia ormai lontana.

Con la passione che sembrava sparita,

Col riso e col pianto e l’amore più forte,

Col respiro di tutta la mia vita!

E ti amerò di più dopo la morte.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

William Blake

25 Ott

 

William Blake

William Blake

 

   Poeta, incisore, pittore, mistico. Nacque e morì a Londra rispettivamente nel 1757 e nel 1827. Terminò La scuola di disegno e ancora giovanissimo studiò incisione con Henry Basire. Su commissione copiava note opere, progettava lapidi e illustrava i libri. Nel 1779 si iscrisse alla Royal Academy of Arts, ma non la terminò a causa del suo carattere troppo eccentrico e della sua indipendenza di giudizio, che contrastavano con il rigido tradizionalismo della scuola. In particolare irritavano le sue opinioni sulla creazione di Joshua Reynolds, fondatore e primo presidente dell’Accademia, la cui pittura Blake aveva definito “deprimente”. Blake criticava anche i paesaggisti alla moda, come ad esempio Claude Lorrain, nonché la pittura veneta e fiamminga di Tiziano e Rubens. Verso la fine degli anni ’70 incontrò il favore dei mecenati John Flaxman e George Cumberland, che lo aiutarono a pubblicare la sua prima raccolta di poesie (1783).

Fu un visionario affascinato dal misticismo e dalle illuminazioni religiose, che ritroviamo nella sua produzione artistica e letteraria. Asseriva di aver avuto visioni fin dall’infanzia. A quattro anni gli era apparso Dio dietro la finestra, mentre a nove anni, passeggiando nei campi, aveva visto un albero pieno di angeli.

Nel 1793 uscì The book of Thel, e negli anni seguenti videro la luce i libri della mitologia di Blake: The book of Urizen e The book of Los, espressione del misticismo dell’autore e ricchi di contenuto esoterico.

Trasferitosi da Londra in campagna (1800), scrisse i poemi Milton, considerati la più importante opera mistica del poeta. Verso la fine della sua vita illustrò il Libro di Giobbe. Queste incisioni sono ammirate ancora oggi e paragonate alle opere di Rembrandt. Cominciò a illustrare anche la Divina Commedia, ma non terminò questo suo lavoro.

Non compreso dai contemporanei, che vedevano in lui soprattutto un folle, Blake fu particolarmente apprezzato nell’ambito della corrente preraffaellita, e annoverato in seguito tra i precursori del romanticismo nell’arte inglese del XVIII secolo, nonché del simbolismo.

 

Di William Blake ho tradotto i quattro Canti delle Stagioni. Numerose sono le interpretazioni date a queste poesie. In generale esse possono riferirsi alle differenti fasi della vita e della civiltà umana. Alcuni ritengono che il soggetto sia la poesia stessa, mentre altri credono che attengano più alla religione e alla natura. La quattro invocazioni possono essere lette come poesie a se stanti, ma Blake le considerava anche come un ciclo, e in quanto tali vengono spesso interpretate come espressione di rinascita e di morte. Inoltre questi Canti possono essere letti anche come raffigurazioni degli spiriti di Blake: Tharnas (la primavera), Orc (l’estate), Los (l’autunno) e Urizen (l’inverno).

 

I Canti delle Stagioni tradotti da Paolo Statuti

 

Alla primavera

O Tu, cui la rugiada i capelli irrora, e guardi

Attraverso i chiari vetri dell’aurora, volgi

I tuoi angelici occhi alla nostra isola

Che ti saluta intonando un coro, o Primavera!

 

Le colline ripetono il tuo nome e le valli

Ascoltano; i nostri occhi con nostalgia

Guardano i tuoi lucenti tendaggi: vieni,

Permetti ai tuoi santi piedi di visitarci!

 

Fermati sui colli dell’est, lascia che i venti

Bacino i tuoi abiti fragranti; lasciaci

Gustare il tuo respiro al mattino e alla sera.

Imperla la nostra terra malata d’amore per te.

 

Oh adornala con le tue leggiadre dita,

Versa i tuoi soffici baci sul suo petto; posa

La tua corona d’oro sulla sua languida testa,

Le cui modeste chiome ha intrecciato per te.

 

All’estate

 

O Tu, che attraverso le nostre vallate

Passi con forza, frena i tuoi selvaggi corsieri,

Mitiga il calore che erompe dalle loro narici!

O Estate, pianta spesso qui la tua tenda d’oro,

Sotto le nostre querce, addormentati mentre

Guardiamo con gioia le tue rigogliose chiome.

 

Tra le nostre dense ombre spesso abbiamo udito

La tua voce, quando al meriggio sul carro ardente

L’oceano dei cieli solcavi; presso le nostre fonti

Siediti, e nelle nostre valli muschiate,

Sulla riva di un limpido fiume, togliti i tuoi

Serici drappi, e lasciati portare dalla corrente:

Le nostre valli amano l’estate nel suo sfarzo.

 

Qui sono celebri i bardi e le loro corde d’argento,

Qui i giovani sono più audaci dei pastori del sud,

Le nostre fanciulle sono più belle nella danza.

Non ci mancano i canti, né strumenti di gioia,

Né dolci echi, né acque terse come i cieli,

Né ghirlande di lauro contro il caldo afoso.

 

 

All’autunno

 

O Autunno, carico di frutti e macchiato

Di sangue dell’uva, non andartene, ma siedi

Sotto il mio tetto ombroso; qui puoi riposare,

Accorda la tua lieta voce al mio flauto,

E tutte le figlie dell’anno danzeranno!

Canta ora il canto rigoglioso di frutti e fiori.

 

 

“Un bocciolo stretto schiude la sua bellezza

Al sole, e l’amore corre nelle frementi vene,

I fiori pendono dalla fronte del Mattino, e

Avvolgono il luminoso volto della Sera,

Finché dell’estate di san Martino si udrà il canto,

E nuvole piumate copriranno di fiori la sua testa.

 

Gli spiriti dell’aria vivono negli odori

Dei frutti. E la gioia, aleggia intorno

Ai giardini, o siede cantando sugli alberi.”

Così cantava l’allegro autunno e si sedette.

Poi si alzò, si cinse, e sulle pallide colline

Sparì dai nostri occhi. Ma lasciò tutto il suo oro.

 

 

All’inverno

 

O Inverno! Spranga le tue porte adamantine:

Il nord è tuo; là nella fonda terra hai eretto

La tua oscura dimora. Non scuotere

I tuoi tetti, né le colonne col tuo carro di ferro.

 

Non mi ascolta e sull’abisso spalancato

Rotola greve. Le sue tempeste infuriano;

In una guaina d’acciaio, non oso alzare gli occhi

Perché ha levato in alto il suo scettro sul mondo.

 

Guarda! Un orrido mostro, la cui pelle aderisce

Alle sue forti ossa, corre sulle gementi rocce:

Riduce tutto al silenzio, e la sua possente mano

Spoglia la terra, e congela la fragile vita.

 

Prende posto sulle scogliere, il marinaio

Grida invano. Povero diavolo! Egli fronteggia

Le tempeste, finché il cielo non sorride e il mostro

Torna urlando alle sue caverne nel monte Hekla.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

Rupert Brooke: Centenario della morte

21 Apr

 

Rupert Brooke

Rupert Brooke

 

 

Il poeta inglese Rupert Brooke, noto soprattutto per i suoi sonetti ispirati dalla guerra, tra i quali assai noti I morti e Il soldato, nacque nella città di Rugby nel Warwickshine il 3 agosto 1887, secondo di tre figli. Studiò nel King’s College di Cambridge e fu eletto Presidente della Cambridge University Fabian Society. Viaggiò in Germania e in Italia e pubblicò il primo volume di Poems nel 1911; fu poi nell’America settentrionale e in Oceania. Al successo dei suoi sonetti contribuì non poco il fascino della bella figura del poeta, che W.B. Yeats descrive come “il più bel giovane d’Inghilterra”. Ebbe diversi amori, tra i quali quello per una taitiana di nome Taatamata che con lui procreò una figlia.

Scoppiata la guerra, entrò a far parte della Royal Naval Division e s’imbarcò per Gallipoli il 28 febbraio del 1915, ma la puntura di una zanzara gli infettò il sangue e morì di setticemia il 23 aprile dello stesso anno a bordo di una nave-ospedale francese nel Mar Egeo, al largo dell’isola di Sciro, dove fu sepolto. L’amico William Denis Browne descrisse così la sua morte: “…Io sedevo accanto a lui. Alle 4 del pomeriggio le sue condizioni peggiorarono e alle 4.46 morì, con il sole che illuminava la sua cabina e il fresco vento del mare che soffiava attraverso la porta e le finestre socchiuse. Difficile immaginare una fine più serena e tranquilla della sua: in quella baia così bella, protetta dai monti e profumata di salvia e di timo”. Aveva solo 27 anni.

 

Tre poesie di Rupert Brooke tradotte da Paolo Statuti

 

I morti

Questi cuori erano orditi di gioie e di cure,

Mondati dalla tristezza, pronti all’allegria.

Gli anni li resero gentili. L’aurora era loro,

E il tramonto, e i colori della terra.

Hanno visto il movimento e udito la musica,

Conosciuto il sonno e la veglia, gioito degli amici,

Provato un fulmineo stupore e la pace dell’esser soli,

Sfiorato fiori e guance. Tutto questo è finito.

 

Ci sono acque spinte alla gioia da venti mutevoli

E illuminate da cieli splendenti, tutto il giorno.

E poi il gelo, con un gesto, ferma le onde danzanti

E la loro vagante bellezza. E lascia una bianca

Immacolata gloria, un’intensa radiosità,

Una vastità, una pace luminosa, sotto la notte.

 

Il colle

 

Senza fiato ci lanciammo sul ventoso colle,

Ridendo al sole e baciando lo splendido prato.

Tu dicesti “Attraverso la gloria e l’estasi passiamo;

Il vento, il sole e la terra restano, gli uccelli cantano,

Quando noi siamo vecchi…” “E quando moriamo

Finisce ciò che è nostro; e la vita arde ancora

In altri amanti, in altre labbra” dissi io,

“Cuore del mio cuore, il Cielo è ora ed è nostro!”

 

“Siamo il fiore della terra e impariamo la sua lezione,

La vita è il nostro grido. La fede è con noi! “dicemmo;

“Noi scenderemo con passo fermo nell’oscurità

Incoronati di rose!”… Siamo fieri,

E ridiamo per avere tante cose vere da dire.

– E allora a un tratto tu piangesti e volgesti lo sguardo.

 

 

 

 

 

 

 

Il soldato

 

Se devo morire, questo solo pensate di me:

Che c’è un angolo in un paese straniero

Che sarà sempre l’Inghilterra. Sarà celata

Nella fertile terra una polvere più fertile ancora;

Una polvere che l’Inghilterra generò e plasmò;

Cui diede i suoi fiori da amare, le sue vie da seguire;

Un corpo inglese, che respira aria inglese,

Bagnato dai fiumi, benedetto dai soli di casa.

 

E pensate che questo cuore, libero da ogni male,

Che pulsa nello spirito eterno, da qualche luogo

Restituisce i pensieri ricevuti dall’Inghilterra,

Le sue vedute e i suoni, i sogni felici,

L’ilarità appresa dagli amici, e la gentilezza,

Nei cuori in pace, sotto un cielo inglese.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

BUON ANNO con la poesia inglese

9 Dic

 

 

 

 

Alfred Tennyson

Alfred Tennyson

La chiesa dell'Abbazia di Waltham

La chiesa dell’Abbazia di Waltham

Alfred Tennyson (1809-1892): “Sonate selvagge campane…”  nella traduzione di Paolo Statuti

Sembra che le campane che suonano in questa poesia fossero quelle della chiesa dell’Abbazia di Waltham. Si ritiene che Tennyson si trovasse ad High Beach, nelle vicinanze della chiesa, e che sentisse sonare le campane. In quel momento infuriava un forte temporale e le campane erano mosse più dal vento impetuoso, che dalle mani del campanaro.

 

Sonate selvagge campane,

Per scacciare le nubi nel cielo,

La gelida luce e l’anno che muore;

Sonate e lasciatelo andare.

 

Sonate e scacciate ciò che è vetusto,

Accogliete liete ciò che arriva:

L’anno che va, lasciatelo andar via;

Scacciate il falso e accogliete il giusto.

 

Sonate per scacciare il duolo

Per quelli che non sono più tra noi,

Per uguagliare poveri ed agiati,

Sonate in aiuto di chi è solo.

 

Sonate per scacciare vecchi conflitti,

E una causa che non cessa mai;

Sonate per una vita migliore,

Con più miti maniere e più diritti.

 

Sonate per scacciare peccati e flagelli,

La mancanza di fede dei tempi;

Per scacciare le tristi rime,

Ed accogliere tutti i menestrelli.

 

Per scacciare il falso orgoglio e le pene,

La maldicenza e il rancore;

Per accogliere l’amore del vero,

E il comune amore del bene.

 

 

Per scacciare la follia fatale,

E l’angusta brama dell’oro;

Per scacciare le migliaia di guerre

E accogliere lunghe ere di pace.

 

Sonate e accogliete le gesta e con esse

Un cuore e una mano più gentili;

Scacciate via il buio della terra,

E accogliete il Cristo che dev’essere.

 

1850

 

(C)by Paolo Statuti