Tag Archives: Nowa Fala

Stanislaw Baranczak, Ryszard Krynicki, Adam Zagajewski

7 Lug

poeti della nouvelle vague polacca („Nowa Fala”)  tradotti da Paolo Statuti

 

Stanisław Barańczak (1946)

 

Perché restate lì

Stanislaw Baranczak

Donne mature,

vecchiette, pensionati:

perché vi siete eretti

a muro di quel palazzo,

nel cui anello di mattoni

è montato il brillante

della vetrina: “LA CARNE”?

Perché quel muro,

quel coro di tragedia,

per quale senso comune,

generale e necessario,

legato alla fila

di lontana memoria?

Perché insistete

un giorno dopo l’altro,

a chi date l’esempio

con quei vostri occhi spenti?

Quale legge difendete

col vostro muro

di volti ottusi?

Per quale nebbia,

per quale stolta pena,

dalle quattro di mattina,

come condannati al muro,

pensate che dalla nebbia

arrivi in tempo la grazia?

 

Perché restate,

non so cosa c’è dietro

a tutta questa storia,

o donne stremate e scialbe,

o miei pensionati ingobbiti,

là contro il muro

spinti da una speranza

invisibile,

là contro un senso oscuro –

oscuro, eppure anche mio,

e anch’io sto lì per esso,

a costo di lacerarmi,

spezzarmi, fuggire via,

 

sì, anch’io, nel coro

silenzioso e stanco.

 

 

Guardiamo la verità negli occhi

 

guardiamo la verità negli occhi: negli assenti

occhi di qualcuno urtato per caso

che passa col bavero alzato; nei rappresi

occhi rivolti all’orario delle partenze

dei treni a lungo raggio; nei miopi

occhi accostati alle righe dei giornali;

negli occhi lavati in fretta la mattina

da un sogno indocile, in fretta liberati

di giorno da lacrime indocili, in fretta

coperti con monete, perché anche la morte

è indocile, troppo incalza nei vicoli ciechi

delle orbite; quindi tutto cediamo

di noi a questi sguardi, restiamo all’altezza

degli occhi, come una scritta sul muro, osiamo guardare

la verità negli occhi grigi, così insistenti,

che sono dovunque, inchiodati alla strada sotto i piedi,

incollati a un manifesto e fissi alle nubi;

e benché sotto di noi mai si pieghino

le gambe, questo solo riuscirà a metterci

in ginocchio.

 

1970

 

 

Se proprio devi urlare, fallo sottovoce

 

Se proprio devi urlare, fallo sottovoce (le pareti

hanno

le orecchie), se proprio devi fare all’amore,

spegni la luce (il vicino

ha

il binocolo), se proprio devi

alloggiare, non sbarrare la porta (il potere

ha un mandato),

se proprio

devi soffrire, fallo a casa tua (la vita

ha

i suoi diritti), se

proprio devi vivere, limitati in tutto (tutto

ha

i suoi limiti)

 

N.N. comincia a porsi domande

 

Parlare una lingua, in cui la parola “sicurezza”

desta il brivido dell’orrore, e la parola “verità” è

il titolo d’un giornale, le parole “libertà” e

“democrazia” sono soggette per motivi di servizio

a un generale di polizia;

com’è accaduto, che abbiamo cominciato

a scherzare con questo. Con questi giochi di parole. Calembour,

papere, capovolgimenti di significato,

con questa poesia linguistica.

Vivere in tempi pieni d’incessante ammiccamento,

d’occhiatine eloquenti, di moniti col dito

alzato (non posso farci niente,

lei capisce), di pacche sul ginocchio

sotto il tavolo presidenziale (in privato la compatisco,

compagno), di cordiali abbracci

dei delatori di ieri;

che cosa insomma ci succede, che continuiamo

a scherzare con questo. Con questi gesti di rito, segni

d’intesa. Svaghi movimentati all’aria più aperta,

con questa ginnastica artistica.

Vivere su un territorio “detto giustamente il nostro campo”,

dove un piatto di carne alla luce di recentissime

ricerche risulterebbe nocivo,

dove ogni aumento dei prezzi significa

benessere che aumenta, dove di tutto hanno colpa gli Ebrei,

che non ci sono (il grosso l’ha sistemato il gas, il resto un

                                                                    quarto di secolo dopo

i giornali), dove come ad Atene fioriscono le accademie

poliziesche e dove la scheda nell’urna getta,

senza nemmeno guardarla, quasi il 100% del popolo,

inclusi gli infermi negli ospedali, i detenuti

e qualche defunto;

che cosa insomma ci costringe a scherzare

continuamente con questo? Con questi logici enigmi?

                                                                     Con tutti questi

brillanti paradossi? Con questi cruciverba intellettuali?

Eh?

 

13.11.79: Elegia seconda, genetliaca

 

                       Dal compleanno mi tengo

                       lontano e sulle dita

              conto i miei trentatré anni, compiuti

                       alla svelta e a tirar via

   come un lavoro urgente che non mi è mai piaciuto

                        perché mi metto la mano

                        sul cuore e riconosco: non

               mi aspettavo affatto proprio questa vita,

                        proprio questa e nessun’altra,

   quando a suo tempo venni al mondo. A dirla schietta,

                          se si tratta della vita,

                          non ho un’opinione

                foggiata dall’uso corrente, né un cassetto

                          che scorra liscio su e giù,

   con il quale poter chiudere ermeticamente

                           la bocca ai dubbi; alle mie

                           opinioni – secondo me –

                 manca la destrezza, manca l’urbanità,

                           che agevolano la vita

   nei suoi momenti seri, ad esempio nel momento

                            della morte. La parola

                            estrema è di chi n’è certo,

                 di chi risoluto afferma: “il più importante

                            è sopravvivere”, oppure

   “la vita ha i suoi diritti”, oppure (meglio ancora)

                            “la vita è la vita”; nelle

                            mie opinioni non c’è traccia

                  alcuna della certezza, che realmente

                             la vita (propria) è importante

   e che ha  i   s  u  o  i   diritti, e che inoltre è 

                             la vita e non qualcos’altro;

                             non sono certo della mia

                   vita, non sono certo di me stesso, non so

                             neppure se sento la fossa 

   certa sotto i piedi, già, incerto è perfino

                             il paternoster (mai sono

                             riuscito a impararlo bene

                     né a dirlo difilato come un robot,

                              senza sosta mi ha schiacciato

   questo globo di ghisa , è così arduo sollevarlo

                                fino ai certi bordi del cielo,

                                vola e porta coccinella

                      di pane certo una mollichella, no, tuttora

                                 non so come dire questo

   con voce certa e piena, dove troverei una tale

                                  voce, se la gola ancora

                                  duole dopo il primo grido,

                        quello di trentatré anni fa) ; no, non sto

                                   sopra un terreno certo, sto

   sulla mobile sabbia, che misura il mio, il nostro tempo

Ryszard Krynicki

 

Ryszard  Krynicki  (1943)

 

 

La nostra vita cresce

La nostra vita cresce come lo sgomento e la paura,

la nostra vita cresce come la fila per il pane;

la nostra vita cresce come erba, come polvere e muschio

come ragnatela, come brina e coltura di muffa,

la nostra vita cresce implacabile come la tosse e la risata;

a prescindere da guerre, tregue dei negoziati,

distensione, variazioni di clima, ONU,

sfruttamento segreto e palese tirannia,

spocchia di nere limousine e di gelidi giudici,

servitori dell’infamia, sudditi della nullità,

oggetti smarriti e sogni plastici,

giornali velenosi e trapianti di cuore,

trattati segreti e palese menzogna,

dileggio delle nostre reliquie,

inquinamento dell’atmosfera e terremoto;

la nostra vita cresce irresistibile, nelle macerie

e attraverso il sonno più profondo,

al di sopra di noi, intorno a noi e attraverso di noi, che siamo

i suoi prodighi figli,

la nostra vita cresce come il celato aumento dei prezzi, la

science fiction,

come la pressione sanguigna, gli imperi della finzione,

la paura di far tardi al lavoro o di guardare negli occhi;

la nostra vita cresce come il feto e come la fame,

la nostra vita cresce come la flora e la fauna

ma la nostra vita non cresce come l’odio, la brama di ritorsione

o la sete di vendetta

e anche quando non sa cosa vuole,

la nostra vita vuole vivere

da uomo

1978

 

 

 

Dicendo

 

Dicendo: – Come posso lottare

per i diritti umani

se ho moglie e figlio

tu stesso li condanni a una pena,

la cui misura non conoscono

neppure i carnefici.

1981

Cosa vai sognando

 

Poveretta, cosa vai sognando,

quale forza?

Sono forse la sua prova le prigioni:

nella più grande di esse non sfuggirai

al più piccolo pericolo.

Possono forse dartela la polizia e le forze armate:

contro chi le manderai,

se non contro te stessa?

1978

 

Anche

 

Le nuvole liberamente varcano i confini

e violano lo spazio aereo del paese limitrofo,

le onde marine scorrono

in acque territoriali altrui,

la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

si piega alle costituzioni,

le costituzioni sono meno pratiche

dei codici penali:

da quando negli stati polizieschi

si è decretata la tutela dell’ambiente naturale,

anche il destino della natura

sembra essere pregiudicato

1978

La lingua, questa escrescenza carnosa

 

Al Signor Zbigniew Herbert                                                   

                                                            e al Signor Cogito

la lingua, questa escrescenza carnosa che cresce nella ferita,

nell’aperta ferita della bocca, che si ciba di falsa verità,

la lingua, questo cuore scoperto, nuda lama

indifesa, questo bavaglio che soffoca

la nascita delle parole, questa bestia addomesticata

coi denti umani, questo elemento disumano che cresce in noi

e ci sovrasta, questa bandiera rossa che sputiamo

col sangue, questo bìfido che accerchia, questa

vera menzogna che abbaglia,

questo fanciullo, che imparando il vero, veracemente mentisce

1975

Libri, quadri

 

Libri, quadri, una collana di ambra,

l’alloggio, se vivremo abbastanza,

lo sguardo del cielo e una goccia di rugiada,

una conchiglia tigrata, il passaporto, la memoria,

una patria umana senza esercito e frontiere,

gli anelli nuziali, le fotografie, i manoscritti,

cinque litri di sangue (in tutto: dieci), la fame,

le aurore serali e il dono del mattino,

tutto possiamo perdere,

tutto è possibile toglierci

tranne le indipendenti,

anonime parole,

anche se ci hanno solo attraversato,

tranne la santa parola, che benché

annotata nel ghiaccio delle lingue morte

riuscirà un giorno a risuscitare.

1978

Non serve

 

Non serve cercare,

da soli si ritrovano, gli schiavi,

inclini a esercitare quel potere

che su di noi

può avere soltanto l’amore

e una malattia mortale.

1978

Quasi come

 

No, non come in un sogno: quasi come

sulla strada di una città sconosciuta,

dove non ti troverai mai più,

rammenti parole e indirizzi,

ne sono rimasti così pochi:

muto telefono, muta neve,

tracce di piè di porco sulla porta –

cosa si riuscirà a salvare?

Due frasi, il numero di casa,

non sprecarli, conservali

per i momenti difficili.

Va’, non guardarti intorno.

Guarda attentamente avanti.

1985

Rue de Poitiers

 

Tardo pomeriggio, nevicchia.

Non lontano dal Musée d’Orsay in sciopero

si vede un grigio fagotto sul marciapiede:

un barbone raggomitolato (o un migrante

da un paese dove infuria la guerra civile)

disteso sulla grata, imbacuccato nella coperta,

sacco a pelo di fortuna e diritto alla vita.

Ieri aveva ancora il transistor acceso.

Oggi le monete che infreddiscono formano sul giornale

costellazioni di pianeti e lune inesistenti.

(Novembre 1995)

Tornando da Assisi

 

Giotto storpiato. Un chiassoso: Silenzio!

Da un veicolo per il trasporto di animali

sorpassato sulla strada

mi accompagna lo sguardo

smarrito di un vitello

condotto al mattatoio.

Aiutalo, san Francesco.

Appari davanti alla porta del macello.

E se ora sei occupato,

manda

fra Silvestro

o il lupo di Gubbio.

(1 agosto 2003)

 

Macchine da scrivere

 

conosco posti

che possiedono macchine da scrivere

che si trasformano (secondo

la situazione) in altoparlanti di registratori, in apparati

d’intercettazione, nella perversa

pianta detta drosera (oppure donna), o infine

in tritacarne

il poeta (di solito è un patito della poesia del sangue e della

terra,

ossia un c.d. poeta nazionale)

grazie a tale macchina da scrivere

risponde esattamente alle esigenze del momento:

basta che nella sua macchina macini una porzione giornaliera

di giornale, la propria madre,

un bambino di altri o suo

oppure la moglie sua o di altri

conosco altresì qualche poeta metafisico

(tra essi anche alcuni surrealisti)

che si muovono in aiuto delle bocche di altri

(oggigiorno le bocche sono ali involute)

1975                            dal volume: “Organismo collettivo”

Nuovo foraggio

 

Il problema di cosa fare coi vecchi

giornali – sembra risolto. Uno scienziato

americano, il dr. David Dinius, ha sperimentato che

i giornali mischiati a soia, vitamine ecc., diventano

un ottimo foraggio

per le vacche. Come sostiene lo scienziato, una sola

vacca americana

può consumare più di 80 pagine al giorno

di giornali tagliati a strisce, prescindendo dalla lingua

in cui il giornale è scritto. Il nuovo metodo di alimentazione

riduce il costo di mantenimento degli animali e, al tempo stesso –

dice il dr. Dinius –

rappresenta un contributo alla soluzione del problema

dell’inquinamento delle città, a tale riguardo scienziati di tutto

il mondo

meditano sulla possibilità di nutrire gli animali anche

con televisori, automobili e acciaierie.

marzo 1971                        dal volume: “Organismo collettivo)

Adam Zagajewski  (1945)

 

Il fuoco

 

Sono forse un comunissimo borghese

che difende i diritti d’ognuno, la parola libertà

intendo senza straordinarie restrizioni

di classe, ingenuo politicamente, di media

istruzione (brevi attimi di chiarezza

sono il principale alimento), ricordo

l’ardente appello di quel fuoco, che secca

le avide labbra della folla e poi brucia

i libri, carbonizza la pelle delle città, cantavo

anche quelle canzoni, so come è stupendo

correre assieme agli altri, più tardi resterò solo,

in bocca ho il sapore della cenere e sento

della menzogna l’ironica voce, urla il coro

e io mi tocco la testa là sotto le dita

il cranio ricurvo – della mia patria il duro lembo.

 

I filosofi

 

Finitela d’ingannarci o filosofi

il lavoro non è la gioia l’uomo non è il fine ultimo

il lavoro è sudore mortale Dio quando torno a casa

vorrei dormire ma il sonno non è che la cinghia di trasmissione

che mi porge al giorno che segue e il sole è una falsa

moneta al mattino squarcia le mie palpebre saldate come prima

della nascita le mie mani sono due sfruttati e neanche

le lacrime mi appartengono prendono parte alla vita pubblica

come oratori con le labbra screpolate e il cuore che

si è risaldato al cervello

il lavoro non è gioia ma dolore incurabile

come malattia della coscienza aperta come nuove borgate

per le quali con alti stivali di pelle

passa il cittadino vento

 

*  *  *

 

ma non vedi

ma non ti accorgi

quale rabbia regna nelle nostre case

nelle nostre strette case zeppe di mobili

e di figurine di ceramica

le figlie troppo a lungo vivono con le madri

i figli troppo a lungo restano in casa

non hai notato che così non possono levarsi i canti

i canti esigono la libertà il passo lieve

del vento e occorre che qualcuno scherzi quando gli altri cantano

non hai notato come stona l’Internazionale nei saloni

forniti di soffici ovattate poltrone

com’è sordo il suo suono

e come echeggiava una volta nelle piazze

e nelle gole dei grandi cortei

quando sbriciolava i muri dei palazzi borghesi

ma le città si risveglieranno

di nuovo echeggeranno i canti

 

Non permettere alla concentrazione di sciogliersi

 

Non permettere alla concentrazione di sciogliersi

Lascia che immobile duri l’istante fulgente

anche se finirà il foglio e la fiamma lampeggiante

Ancora non riusciamo a coglierci

lento come il dente del giudizio cresce il sapere

Ancora troppo in alto sulle bianche porte

è segnata la statura dell’uomo

Da lontano giunge l’allegra voce d’una tromba

e rannicchiata come gatto che dorme una canzone

Ciò che passa non si tramuta in vuoto

Di continuo nuovo carbone nel fuoco getta il fochista

Non permettere alla concentrazione di sciogliersi

In un asciutto resistente tessuto

la verità devi fissare

 

 

 

Silenzio

 

Anche in una grande città cala

a volte il silenzio e lungo il marciapiede

si sentono, spinte dal vento,

avanzare le foglie dell’anno scorso,

nel loro interminabile cammino

verso la distruzione.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Ewa Lipska

25 Giu

Ewa Lipska


 

   Poetessa e pubblicista, è nata a Cracovia il 10 ottobre 1945. Nella stessa città si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti. Dal 1970 al 1980 responsabile del settore poesia della casa editrice Wydawnictwo Literackie. Dal 1995 al 1997 direttrice dell’Istituto Polacco di Vienna. Cofondatrice e redattrice di diverse riviste letterarie, tra cui il mensile “Pismo”. Vicepresidente del PEN Club polacco. Ha ricevuto diversi importanti premi per la sua creazione letteraria. Le sue poesie sono state tradotte in molte lingue. Autrice di numerose raccolte poetiche, tra le ultime: “Ja” (Io, 2004), “Pogłos” (Rimbombo, 2010), per la quale ha ricevuto il premio “Gdynia”, e “Droga pani Schubert…” (Cara signora Schubert…, 2012).

   Per il suo anno di nascita e per quello del debutto, avvenuto nel 1967 con il volume “Wiersze” (Poesie), Ewa Lipska appartiene al gruppo di poeti della “Nowa Fala”, in polacco “nuova ondata” o “nouvelle vague”, o detta anche “generazione ‘68”, vale a dire gli autori nati intorno alla metà degli anni ’40, come: Stanisław Barańczak, Adam Zagajewski, Ryszard Krynicki, Julian Kornhauser e Krzysztof Karasek (nato nel 1937).

   La poetessa tuttavia rifiuta ogni appartenenza a qualsivoglia gruppo  e da anni manifesta coerentemente la propria individualità creativa, sempre peculiare, come peculiari ed espressivi sono la sua dizione poetica, le metafore, la densità di significato, il paradosso. Qualcuno a tale proposito ha detto che la creazione di Ewa Lipska è nella poesia polacca contemporanea, quello che l’ablativo assoluto è nella sintassi latina, cioè un sintagma a sé stante.

   La sua poesia si concentra sui sentimenti della sofferenza e della paura, sulla fragilità dell’esistenza condannata a morire. Piotr Matywiecki, poeta, critico letterario e saggista scrive: “La poesia di Ewa Lipska si distingue per la sua immaginazione insolitamente vivace. Con sorprendente disinvoltura nel suo mondo si può paragonare una classe scolastica alla storia dell’umanità, il traffico stradale al moto della mente, una malattia a un avvenimento pubblico. (Questo è anche il “metodo” poetico della Szymborska). Si avrebbe voglia di dire la Lipska è una poetessa sociale nel senso che non c’è per lei niente di intimo che non sia al tempo stesso quotidiano, formulabile sociologicamente”.

   Di Ewa Lipska, che è indubbiamente una delle più importanti poetesse polacche contemporanee, vogliate ora leggere alcune sue poesie nella mia versione.

Ewa Lipska tradotta da Paolo Statuti

 

L’esame

L’esame per il posto di re

andò a meraviglia.

Si presentarono alcuni re

e un apprendista re.

Fu scelto re un certo re

che doveva essere re.

Ottenne punti extra per le origini

l’educazione spartana

e per il sorriso

che prese tutti alla gola.

In storia rivelò

notevoli capacità di sorvolare.

La lingua obbligatoria

risultò la sua madrelingua.

Quando toccò il tema dell’arte

avvinse il cuore della commissione.

Uno dei membri della commissione

avvinse un po’ troppo forte.

quello era davvero un re.

Il presidente della commissione

corse a chiamare il popolo

per consegnarlo solennemente

al re.

Il popolo

era rilegato

in pelle.

 

A due voci

– Non sarò più tua moglie.

– Non sarò più tuo marito.

– I bambini non capiranno cos’è accaduto.

– Bisogna mandarli al cinema.

– I segugi dei miei pensieri hanno fiutato

la separazione.

– Una grossa cicatrice dopo questo amore

resterà.

– Lo seppelliremo visto che è giunto

così insensato.

– Le sentinelle dei ricordi metteremo

 presso la bara.

– Quanto si può tenere un cadavere

in casa?

– Quanto si può tenere un cadavere

nel cuore?

– Faremo brevi discorsi.

– Gli augureremo ogni bene.

– Affinché non ritorni.

– Forse ancora una volta…

– Non ci troverà in casa. Andiamo in tintoria.

– Troppo incauti siamo stati con noi stessi.

Prima dell’alluvione fuggivamo verso il fiume.

– Prima della siccità fuggivamo verso il sole.

Eternamente stanchi abusavamo della farmacia.

– Coprivamo le orecchie quando l’orologio ci minacciava

sonando l’allarme sonando l’allarme.

– Ci separavamo per ulteriori incontri

su una funivia. Fissando il baratro

sceglievamo l’amore che ci occorreva.

– Eravamo atterriti dalla profondità del destino.

– Soli come il deserto che non spera più nel cielo.

– E soltanto del nostro amore ancora

la camicetta di seta. Del nostro amore

il pettine.

– E le labbra

che impediscono l’accesso alla parola.

– La sera fa già fresco.

Prendiamo i cappotti dei bambini.

– E andiamogli incontro.

Il cinema è lontano.

 

Il giorno dei Vivi

Nel giorno dei Vivi

i morti giungono alle loro tombe

– accendono le luci al neon

e piantano i crisantemi delle antenne

sui tetti dei multipiani sepolcri

a riscaldamento centralizzato.

Poi

scendono con gli ascensori

verso il quotidiano lavoro:

la morte.

 

Mia sorella

Mia sorella ancora non sa

che il mondo è condannato all’atlante.

E l’atlante è un enorme piatto eternamente affamato.

E’ un giornale di paesi-modelli ritagliati. A volte fuori moda.

Che all’improvviso tutto è chiaro quando si esce dal cinema.

Che le idee aderiscono perfettamente ai manichini.

Che non c’è morte che serva di esempio.

Che la morte è soltanto di natura.

Che volendo guardare il cielo bisogna

portarlo prima alla censura.

Che il più alto sapere è nella biblioteca dello spazio.

Che l’amore è amore. E l’amore è un giardino.

Che in questo giardino bisogna sfuggire l’autunno.

Che in un giardino non si può sfuggire l’autunno.

Che nessuno impedirà più la divisione delle cellule.

Che la vita è finita quando comincia.

Che Isolda è vecchia. Soffre di reumatismi.

Che la storia è una grande pattumiera.

Serve a far sparire le date e a spaventare i bambini.

Che quando la notte per un attimo gli occhi ci adombra

si risvegliano in noi gli uccelli gridando: Terra! Terra!

E allora scopriamo un nuovo continente: l’Uomo

che sulle palpebre la calda mano ci posa…

Ma mia sorella sa già

Che A come Ada.

 

*  *  *

Non mi ha salvata l’alluvione

benché giacessi già sul fondo.

Non mi ha salvata l‘incendio

benché bruciassi per molti anni.

Non mi hanno salvata le disgrazie

benché mi investissero treni e automobili.

Non mi hanno salvata gli aerei

che sono esplosi con me nell’aria.

Si sono abbattute su di me

le mura di grandi città.

Non mi hanno salvata i funghi velenosi

né i precisi tiri dei plotoni d’esecuzione.

Non mi ha salvata la fine del mondo

perché non ne ha avuto il tempo.

Nulla mi ha salvata.

VIVO.

 

Certificato di garanzia

La nostra macchina da matrimonio

si è inceppata all’improvviso.

E benché continuiamo

a pelare i pomodori

a tagliare sottilmente l’aglio

a infarcire la serata

di parole sul sesso

e a mangiare ricordo

dopo ricordo

cerchiamo nervosamente

il certificato di garanzia

che mantiene la parola.

 

 

 

Nessuno

Sono d’accordo su questo paesaggio

che non esiste.

Mio padre regge nella mano il violino.

I bambini leccano il suono.

La corrente d’aria

investe i petali delle rose.

Poi la guerra. Ci perdiamo di vista.

A frasi intere si celano le parole.

La stanza vuota

parcheggiata nell’oscurità

dell’edificio.

Prego lasciare un biglietto

dice nessuno.

 

Natura morta

La natura morta comincia a guastarsi.

Arrugginiscono le viti dei giaggioli. Dalla frutta

di Chardin Courbet Cézanne

si leva un odore nauseante.

La tela perde la vista.

Nel bicchiere una pietra di vino.

Insopportabile il nero.

Profetiche visioni

dei dittatori della moda:

si approssima l’epoca dei lampi.

Piante terrestri anfibi e mammiferi

soffierà via il corno.

Il tempo accadrà sempre più raramente.

Sarà sempre più breve. Sempre di meno.

Dunque togli dalla borsetta il nostro amore.

E affrettati. Un brandello di oltremare

annuncia che faremo in tempo a ridere.

 

Amore

L’amore è un indovino.

Prevede se stesso te e me.

E’ del popolo eletto

e usa una lingua

ad alta tensione.

Nella Biblioteca Nazionale

macchia perfino

i libri poco letti.

In una valanga di cori

scopre un’eco

di euforia e di morte.

E quando ti raggiungerà

cerca di essere in casa.

O qualcosa del genere.

Pur di incontrarvi.

 

 

Sogno

Il sogno mi dava quindici possibilità.

Tre vie d’uscita da una situazione alquanto difficile.

In una di esse bisognava usare la chiave

che tenevo in mano.

Nel sogno proiettavano un film sulla fine del mondo.

Nessuno dei presenti in sala ha chiesto: e dopo?

Le poesie scritte nel sogno erano molto buone.

Quelle non scritte affatto – non erano peggiori.

Il tempo era come doveva essere.

Bisognava con tutto questo andare verso la veglia.

Mi ha sorpassata un gruppo di atleti

che correvano oltre il tempo.

Una vecchietta ha preso un sonnifero

ed è tornata indietro.

La veglia è sopraggiunta inattesa.

Le ho comunicato soltanto il dolore alla testa

posata male sul bianco cuscino.

Forse

Forse ancora mi resterà

sbiadita come inutile verso

una fotografia. L’ultima separazione

il cielo con la pioggia svolgerà su tamburi.

E il giorno verrà il giorno verrà il giorno verrà

nel tuo grigio stinto vestito

nella fotografia così piccola così concisa

che è possibile stringere in una mano.

E più non so più non so più non so

se tu eri o sei o sarai

forse guardi e di rimpianto è il grigiore

forse soltanto con noncuranza gioisci

forse pensi che la vecchiaia già vecchiaia

adesso da me con impeto si affretti.

Tu ti sei fermata e aspetti. Io sono in cammino.

Tu negli occhi aperti ti sei fermata.

Ed io guardare non posso non posso.

Perciò guardo mortalmente ostinata.

 Vetri

Che pena guardare quei vetri oblunghi.

Donne assonnate si tolgono il trucco dal volto.

E accanto cupi passano i viaggiatori.

Dietro di loro c‘è il paesaggio. La truppa marcia.

Nel paesaggio ci sono i tavoli. Sui tavoli c’è il vino.

A un tavolo una ragazza. Nella ragazza c’è il sorriso.

E nel sorriso c’è la tristezza. E tutto è come al cinema

in quei vetri oblunghi. Nella ragazza c’è il sorriso.

 

Fa pena guardare. Donne assonnate.

Nelle donne c’è l’amore. Nell’amore c’è la fine.

E poi ci sono solo vetri oblunghi

e la tristezza. Viaggiatori. Nell’amore c’è la fine.

 

Nei viaggiatori c’è il treno. Battono in essi le ruote.

E nelle ruote c’è l’eternità. Nell’eternità c’è la paura.

E nella paura c’è il silenzio. E nel silenzio il più silenzioso.

Nei viaggiatori c’è il treno. E il continuo gioco delle ruote.

 

Che pena guardare. La truppa marcia.

Nel soldato c’è la pallottola. E nella pallottola c’è la morte.

E nella morte c’è tutto e nulla c’è nella morte.

E nel sorriso c’è la tristezza. Nell’amore c’è la fine.

 

A un tavolo una ragazza. Nella ragazza c’è il cuore.

E nel cuore c’è un soltato. Nel soldato c’è la pallottola.

E piange la ragazza. Passano i viaggiatori.

La fresca notte si specchia nei vetri oblunghi.

 

 

(C) by Paolo Statuti