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Il Petrarca e la Musica

28 Apr

 

Andrea del Castagno: Francesco Petrarca

Andrea del Castagno: Francesco Petrarca

Adolf Mucha: La Musica

Adolf Mucha: La Musica

Adolf Mucha: La Poesia

Adolf Mucha: La Poesia

 

 

Con vero piacere pubblico oggi nel mio blog questo testo di Carlo Culcasi (1883-1947), insegnante di lettere, preside, poeta e saggista, inserito nel suo libro Musica e poesia (prima edizione Istituto Editoriale Cisalpino, Varese 1936). L’autore vuole indurci a rileggere i versi del Petrarca quasi fossero una spartito, anche se non sappiamo leggere le note musicali? Proviamo, ascoltiamo le immortali strofe del Canzoniere come se uscissero da un liuto, dalla gola di un uccello canterino, da un ruscello che scroscia tra le rocce, e scopriremo che Petrarca non fu solo un grande poeta, ma anche un grande musicista della parola. Ecco uno dei miei sonetti preferiti:

 

Solo et pensoso i più deserti campi

vo mesurando a passi tardi e lenti,

et gli occhi porto per fuggire intenti

ove vestigio human l’arena stampi.

 

Altro schermo non trovo che mi scampi

dal manifesto accorger de le genti,

perché negli atti d’alegrezza spenti

di fuor si legge com’io dentro avampi:

 

sì ch’io mi credo ormai che monti et piagge

et fiumi et selve sappian di che tempre

sia la mia vita, ch’è celata altrui.

 

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge

cercar non so ch’Amor non venga sempre

ragionando con meco, et io co’llui.

 

 

 

 

Il Petrarca e la Musica

 

 

Se Dante, poeta austero e profondo amò la musica, tanto più doveva amarla il Petrarca, per le disposizioni stesse del suo spirito, aperto a tutte le effusioni soavi, per il carattere della sua poesia così delicata e armoniosa.

Messer Francesco sortì dalla natura tutte le doti che sono necessarie a un musico: ebbe un senso squisito dell’armonia e del ritmo, ebbe dolce e canora la voce, possedette, insomma, il genio della musica.

Il Boccaccio, che gli fu amico e lo conobbe da vicino, scrisse che il Petrarca: «In musicalibus vero, prout in fidicinis et cantilenis, et nondum hominum, sed etiam avium, delectatus ita ut ipsemet se bene gerat et gesserat in utrisque».

Filippo Villani, che gli fu contemporaneo e ne scrisse la vita in latino, così parla di lui: «Petrarcha doctus insuper lyra mire cecinit, unde labores studii modeste levabat… Fuit vocis sonorae atque reduntantis, soavitatis tantae atque dulcedinis, ut nescirent etiam doctissimi ab eius collocutione discedere».

Oltre a questi, parecchi altri biografi, tutti contemporanei o di poco posteriori al Petrarca, concordano nel dire che egli si dilettava moltissimo di musica, e che aveva una singolare attitudine e disposizione per le cose musicali.

Che poi il Petrarca possedesse qualche strumento, si ricava con certezza da una notizia che ci dà egli stesso nel suo testamento, dove lasciò scritto: «A maestro Tomaso Bambasio lego il più buono dei miei liuti, onde si valga suonandolo non ad usi profani, ma in lode di Dio».

E se possedeva parecchi liuti, se aveva una bella voce, e suonava e cantava, non può dubitarsi che conoscesse anche la musica.

                                                                                 * * *

Il Petrarca cantò per tutta la vita; chè il suo lungo esercizio poetico può considerarsi come un canto continuo, ispirato e soavissimo. Se non si fosse tanto dilettato di musica, di armonie di corde e di liuti, egli non sarebbe stato il poeta che fu. Egli trasfuse nel Canzoniere tutto il suo entusiasmo per la musica, e fece sì che la poesia fosse materia di suoni e d’accordi, di numeri e di cadenze musicali. Nella sapiente architettura delle strofe, nell’accorto uso della lingua, nella scelta delle parole, nella stessa disposizione delle sillabe nel verso, egli si palesò, più che poeta, musicista di rarissimo talento.

Egli, grazie al suo squisito sentimento dell’armonia e del ritmo, non solo perfezionò lo strumento della lingua, liberandola d’ogni suono duro e aritmico, d’ogni scoria arcaica e plebea, raffinandola e nobilitandola, ma la rese anche snella, flessuosa, trasparente, come una musica viva e pulsante, rispondente ad ogni voce interna, ad ogni moto dell’anima.

Il Petrarca diede molta importanza all’elemento musicale che è insito nelle parole, e fece sì che esse esprimessero, per la virtù stessa del suono, molto più di quanto significano nel linguaggio ordinario e comune. Infatti, nella melodia strofica del Canzoniere, le parole son così disposte che acquistano spesso una individualità tutta nuova ed assumono una significazione che, se è vaga ed imprecisa, desta una infinità di echi maliosi e suggestivi, indefinibilmente dolci e soavi, che sembrano quasi imitare le voci e i suoni della natura: il canto degli uccelli, il mormorio delle acque, il sussurro delle fronde. Il Petrarca ci fa sentire più di quanto dice, ci desta delle sensazioni nuove e imprevedute che non sappiamo spiegarci e sono dovute a una parola, ad un verso, ad una semplice successione di vocali e di consonanti, le quali, così disposte, assumono un valore più alto, e prendono una significazione nuova, che trascende quella abituale, e ci commuove e suggestiona, e non sappiamo come, e non sappiamo perché.

L’acquisto di questa forma, così bella e varia, così perspicua e melodiosa, costò molto al Petrarca. La politezza del Canzoniere è dovuta ad un lungo lavorìo di pazienza e di amore, di cui ci danno testimonianza sicura le numerose postille che il sapiente artefice appose nei suoi manoscritti. Egli lavorava, come si dice, di cesello, con cura minuziosa e sottile, faceva e rifaceva i suoi versi parecchie volte, leggendoli ad alta voce, cantandoli a suon di liuto, fin quando avesse raggiunto quella perfezione che il suo fine senso estetico gli additava. In fine, contento, scriveva la formula sacramentale: Hoc placet.

   E in questo suo Canzoniere, così martellato e tormentato, quanta ricchezza di lingua, quanta fluidità ed armonia, quale abbondanza di rime, di assonanze, di allitterazioni! Il musicista vi si appalesa ad ogni passo: certe canzoni son così bene armonizzate nelle varie parti, che fan pensare, più che a un componimento poetico, ad una sinfonia dalle linee belle e grandiose. Parecchi sonetti hanno, direi quasi, un’andatura musicale, c’è in essi qualcosa per cui somigliano ad una sonata piccola e dolce, dotata di uno straordinario potere suggestivo. In alcuni sonetti c’è quasi lo spunto d’una melodia, d’una romanza soave e melanconica, che potrebbe essere di un Marcello o di un Pergolesi. In alcuni altri, in quelli per esempio che incominciano: Io canterei d’amor sì nuovamente – Se amor non è, che dunque è quel che sento, vi è una così sapiente disposizione di rime in ale e in ento, in ente e in ivi, da far pensare ad una arietta metastasiana, musicata da un mellifluo maestro del settecento.

Non per nulla i poeti che vennero dopo, quelli specialmente più dolci e musicali, dal Poliziano al Metastasio, tennero sempre gli occhi rivolti al Petrarca, considerandolo come il vero e l’unico modello da imitare, come l’artista impareggiabile, che aveva creato il più soave eloquio della poesia, e aveva fatto del patrio volgare la lingua più melodiosa e musicale del mondo.

 

                                                                                       Carlo Culcasi

Vi piace Brahms?

7 Apr

beznazwy

Parafrasando il titolo del noto romanzo Aimez-vous Brahms? di Françoise Sagan (1935-2004), uscito nel 1959, rivolgo oggi la stessa domanda ai miei lettori, con la speranza che il grande musicista (uno dei miei preferiti) entri nel cuore di qualche nuovo amante e cultore della musica classica. Del resto quando uscì il romanzo della scrittrice francese, avevo 23 anni e non ero ancora un seguace della musa Polimnia. Oggi, come sapete, ella è un’ospite frequente e assai gradita del mio blog, insieme con le muse della poesia e della pittura.
Nel 1974 la poetessa Anna Kamieńska (1920-1986) (v. nel mio blog), della quale sto preparando un’antologia di versi scelti, pubblicò la raccolta Da Leśmian…Le più belle poesie polacche, escludendosi per modestia, ma inserendo il marito Jan Śpiewak. Sul frontespizio del libro si legge questa citazione da Leopold Staff (1878-1957):

Da tempo si è affermato che assai più del pane
La poesia serve, quando non se ne ha alcuna fame.

Una delle poesie che mi hanno più colpito di questa raccolta è del poeta Włodzimierz Słobodnik (1900-1991) e si intitola Le visite notturne del signor Brahms. Eccola nella mia versione, seguita da un bel commento della stessa Anna Kamieńska.

Le visite notturne del signor Brahms

Signor Brahms, perché di notte viene a visitarmi
E le sue quattro sinfonie, come quattro pietre,
Mi scaglia o piuttosto come quattro pianeti
Dolenti come arcobaleno tagliato coi coltelli?
Basso grassone con la grande testa di Giove,
Fumatore di sigaro e bevitore di birra,
Da che ti viene l’oscurità che tutto avvolge
Come gigantesca sala, dove arde una sola candela,
La tua disperazione gotica? Tu crocifisso
Alla musica, come Cristo di toni e dissonanze,
Perché vieni da me di notte sorridente
Con filosofia, come se sapessi più di noi,
Cos’è l’immensità della notte e il limite dell’uomo,
Cos’è la fuga d’un fiore dalla propria ombra
E cosa sono gli occhi ciechi delle stelle?
Inoltre sai alquante cose riguardanti il caos,
Che nella notte irrompe, quando non si può dormire,
E tu forse l’hai racchiuso nella tua musica minacciosa,
Per addomesticarlo come animale rapace.
Nelle tue sinfonie le forze naturali vogliono mutarsi
Nelle cose umane, come l’uomo tanto fugaci.
E così il fuoco trasformi in pani infocati,
L’acqua nella trasparenza della fine umana,
L’aria nell’oscuro grido che la trafigge.
Sono già abituato alle tue visite notturne,
Alla tua barba, alla tua alta fronte,
Alla tua pancetta e al tuo sigaro,
Che arde per me come fiammella di una nota.
E vago tra le tue sinfonie come nei cerchi dell’inferno,
E mi dimeno come pesce gettato sulla riva.
Le tue sinfonie mi trasportano come onde agitate
E il destino della tua musica al mio destino umano
Si lega come l’ombra della mia lampada
Alla mia ombra, come l’insonnia allo spavento.
Basso grassone, sei l’incarnazione di tale musica,
Che prima salverà il mondo, per poi distruggerlo
Con una sola sferzata di giganteschi toni,
Catastrofici come i tuoi occhi e la tua fronte.
Nella tua musica accosti le cose distanti tra loro,
E così un violino al bisturi del chirurgo accosti,
Un uccello a uno scaffale della biblioteca, in cui
I libri invidiano all’uccello le sue ali,
Un vecchio, che si prepara il tè, a un antico coro,
Una donna che dorme all’insonnia della lontananza,
Una scultura alla fuga di tutte le forme,
I cortei di ombre al puro freddo dell’astrazione,
La serenità della mano, quando un raggio di sole
Vi cade, alle cinque disperazioni delle sue dita,
La quiete dopo il boato del vulcano a foglie danzanti,
L’aspra solitudine umana alla solitudine di ogni Dio,
L’ira del tuono alla tolleranza delle gocce di pioggia,
La caduta nell’abisso alle gambe bel salde sulla terra.
Signor Brahms! Aspetto la tua prossima visita.
Ma forse verrai, quando io non ci sarò più?

(Versione di Paolo Statuti)

Dialogo tra il poeta e il silenzio

Monologo o dialogo? A dire il vero è una poesia per una sola voce, la voce del poeta. Ma solo in apparenza. In realtà su questa scena poetica ci sono due personaggi: il poeta e il silenzioso Brahms.

Signor Brahms, perché di notte viene a visitarmi
E le sue quattro sinfonie, come quattro pietre,
Mi scaglia o piuttosto come quattro pianeti…

La conversazione inizia in modo quasi consueto, in tono amichevole e convenzionale: “Signor Brahms”… Ma subito avvertiamo che non sarà una conversazione convenzionale. E’ una conversazione in cui una sola voce crea due personaggi, una sola voce imbastisce un dialogo. In questa poesia si delinea chiaramente una situazione teatrale. Si svolge una grande conversazione, in cui sentiamo soltanto una voce. La seconda voce è il silenzio. Brahms risponde con il silenzio, ma in questo silenzio si sente tutta la sua potente musica, piena di enorme caos e di saggezza. L’antica saggezza cinese della filosofia Lao-Tse afferma che, chi parla – non sa niente, colui che sa – tace.
E’ così anche nella poesia di Słobodnik – colui che non sa parla, parla, racconta, descrive, chiede. Colui che sa – tace. Il sapere di Brahms è la conoscenza di una grande arte, nonché la conoscenza dell’altra sponda, la conoscenza della morte.
Nel suo ruolo, nel suo monologo il poeta traccia l’inconfondibile figura del compositore. Lo vediamo. C’è in lui qualcosa di Socrate, qualcosa di Villon e qualcosa di Baudelaire. Un basso grassone con la grande testa di Giove, che sorride con filosofia, barbuto, con un boccale di birra, il sigaro in bocca, con la fronte sporgente e gli occhi ardenti. Questo Brahms non è un nebuloso fantasma, è concreto e vero, vero soprattutto grazie alla sua caratteristica bruttezza. Egli è vero, ma in modo inquietante si fondono in lui diversi personaggi: Giove, l’ubriacone di Villon, il “Cristo crocifisso dei toni e delle dissonanze”, il sorridente filosofo dalla grande testa, il borghese panciuto che fuma il sigaro. Brahms tratteggiato con alcuni tocchi e accenni del poeta è pluridimensionale e misterioso. Tanto più misterioso è il suo linguaggio, il linguaggio della sua musica. Qui anche la saggezza del poeta è nella concretezza della parola. Dapprima le quattro sinfonie di Brahms sono paragonate a quattro pietre, poi invece a quattro pianeti. Le quattro pietre, così concrete e pesanti, costituiscono un facile aggancio per la nostra immaginazione. Ora seguiamo agevolmente la fantasia del poeta che ci conduce verso immagini sempre più tridimensionali, cosmiche, surreali. Ma l’immaginazione poetica di Słobodnik ruota incessantemente nella concretezza. Gli inferni che questa poesia non può lasciare, determinano la sua forza e il suo fascino peculiare. Anche la tecnica del sonno, la tecnica del surrealismo non va oltre il grottesco in senso classico, oltre la metamorfosi, dove le forme dei corpi passano in altre forme e si legano ad esse. Questa splendida caratteristica della sua immaginazione il poeta l’attribuisce anche a Brahms:

Nella tua musica accosti le cose distanti tra loro,
E così un violino al bisturi del chirurgo accosti,
Un uccello a uno scaffale della biblioteca, in cui
I libri invidiano all’uccello le sue ali,
Un vecchio, che si prepara il tè, a un antico coro,
Una donna che dorme all’insonnia della lontananza,
Una scultura alla fuga di tutte le forme,
I cortei di ombre al puro freddo dell’astrazione…

E benché le immagini legate tra loro in modo ibrido, raggiungano gradualmente una sempre maggiore rarefazione – fino all’astrazione, esse non si perdono mai nella sola retorica della parola. L’immaginazione di Słobodnik è fino al midollo sensitiva, sensualistica. La sua fantasia si può forse definire surrealismo classicistico. Le forme dell’immaginazione sono qui create dall’accostamento di immagini concrete, intese come dissonanze plastiche. Sulla creazione di immagini irreali scriveva già Orazio nella sua Ars poetica, del resto con disapprovazione:

Se un pittore volesse unire a una testa d’uomo
un collo di cavallo, se volesse ornare di piume
multicolori membra accozzate da cento parti,
se volesse far terminare il corpo di una donna,
bella in viso, in uno sporco pesce, davanti
al quadro, amici miei, sapreste trattenere le risa?

Noi non ridiamo. Ciò che Orazio invitava a deridere, esisteva già nell’arte antica, sia nella pittura che nella poesia. In seguito tuttavia ci ha abituati a questo ibridismo delle forme la pittura surrealista, che crea le sue visioni anche da forme concrete fino all’ossessione, fino alla volgarità del sangue, delle ferite sanguinanti, delle teste troncate, ecc. Del resto anche la scultura romanica e gotica è piena di cose “incredibili”, nate da una immaginazione concreta, fino alla ingenuità popolare. Per questo anche la “disperazione gotica” della poesia di Słobodnik si richiama per noi a questa arte, che al tempo stesso è elevata e peculiare.
La poesia di Słobodnik che parla della musica, cioè della più incorporea delle arti – nella sua visione è scorrevole, ma estremamente corporea.
Questa poesia sull’arte ricorre inoltre a un vasto campo di riferimenti culturali – dalla mitologia antica attraverso il cristianesimo e il gotico, attraverso Dante, con la sua visione dell’inferno – fino alla realtà contemporanea e all’arte astratta. E’ una scala di riferimenti eccezionalmente ampia. Tutta la cultura, l’arte di diversi secoli, è come un grande strumento, di cui il poeta preme i tasti, per rendere la profondità della musica di Brahms, dove c’è sia la potenza delle forze naturali, sia la conoscenza dell’essere umano, da noi soltanto intuito.
Le opere che parlano di arte si definiscono a volte come auto-tematiche. L’arte sulla stessa arte. L’arte come rivolta a guardare in se stessa, l’arte della propria autoconoscenza. Sarebbe un’autoconoscenza soltanto formalistica, se l’arte non fosse intesa come in Słobodnik, quale forma di conoscenza esistenziale. L’arte sa più di noi sul mondo, sulla vita, sul trascorrere. Sa perfino più di quelli che la creano. Per questo forse Brahms tace, parlando soltanto con la sua grande musica. Come nelle immagini della fantasia si intrecciano differenti corpi, così anche nella vera conoscenza si intrecciano le forme dell’arte e della vita umana. Insieme in questo intreccio indivisibile, esse costituiscono la realtà dell’uomo. Anche per questo è un nonsenso affermare che le opere che parlano di arte restringono la consapevolezza del poeta. La vita è una forza naturale, ma soltanto la realtà della cultura, e quindi anche dell’arte, è una realtà specificamente umana. L’esistenza vissuta attraverso l’arte è un’esistenza moltiplicata, che supera i limiti di tempo e di spazio, e che si basa sul trascorrere. E’ come accostare:

La caduta nell’abisso alle gambe ben salde sulla terra.

La concreta visione di Słobodnik del mondo visto attraverso la vita, è una visione drammatica, permeata di catastrofismo. Troviamo qui le consuete paure umane e le paure dell’umanità davanti alla catastrofe del mondo. Il punto culminante di questo catastrofismo è nell’ultima domanda che suona così semplice:

Ma forse verrai, quando io non ci sarò più?

Questi versi sciolti, irregolari, che ruotano intorno al verso di tredici sillabe, potremmo definirli classici e scespiriani, come estratti dall’andamento di un grande dramma.
La poetica di Słobodnik è una particolare lega di tradizioni e di elementi contemporanei. Unisce in sé diverse correnti, impiega a modo suo l’eredità della cultura. E’ una poesia che spazia tra, o piuttosto al di sopra di scuole e programmi di gruppi letterari. Per la verità in gioventù Włodzimierz Słobodnik fece parte del gruppo “Kwadryga”, insieme con poeti quali Władysław Sebyła, Stefan Flukowski, Lucjan Szenwald, Konstanty Ildefons Gałczyński, Stanisław Ciesielczuk. Era piuttosto un gruppo di amici. Inizialmente li univa il programma sociale. Poi, come di solito accade, il destino disperse gli scrittori e le individualità. Certamente avevano più cose in comune con lo Skamander che con l’avanguardia.
Słobodnik analizzando la musica di Brahms nella sua poesia Le visite notturne del signor Brahms, ci ha dato anche una sua auto-analisi. Ci ha dato anche il suo autoritratto poetico, la propria concezione dell’arte. Così come la musica che descrive, turbato, concreto e irruente, vicino alle semplici questioni e realtà umane, è immerso anche in timori catastrofici, è il poeta di un’epoca di paure e di orrori, amante della vita con la sua quotidianità e concretezza permeata di catastrofismo del trascorrere.

Anna Kamieńska

(C) by Paolo Statuti

La musica che scorre dai versi

23 Set

 

 

   Care Amiche e Amici del mio blog, “rovistando” in internet ho scovato un libro fatto su misura per me. Si tratta infatti di una antologia di poesie dal titolo “La musica che scorre dai versi”, curata da Janusz Nowosad, musicologo e insegnante di musica, e pubblicata dalla Associazione degli Insegnanti di Musica (Lublino 2012). Da questo libro ho scelto e tradotto le seguenti 10 poesie di 10 differenti autori.

 

Ignacy Krasicki (1735-1801)

 

L’usignolo e il cardellino

(fiaba)

Disse il cardellino all’usignolo che se ne stava muto:

“Peccato che canti poco”. L’usignolo rispose arguto:

“Ciò che la natura mi ha dato, eseguo fedelmente.

Meglio poco, ma bene, che molto e assai mediocremente”.

 

Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

 

Musica di notte

 

Non inginocchiarti davanti a me amico

Il tempo tra di noi s’è inginocchiato

 

Il tempo suona

dicono gli Italiani

Stupendo è

il nostro grande rasserenamento

 

Il mondo è spaventoso

ma cantano in esso

come in un enorme acquario

betulle volpi

torrenti di fiori

strade nei campi

e case di legno

 

e anche i concerti di Brahms

e i valzer di Chopin

Accogliamo con umiltà

il grande stupore il grande elevamento

la discesa nel sottosuolo

 

Il tempo ha dato il tempo ha preso

che il suo nome sia lavato nella musica

 

Non inginocchiarti da’ la mano

baciamoci

con il bacio della pace

Cos’altro mai ci resta?

 

 

 

 

 

 

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1895-1945)

 

Uccelli di primavera

 

Un uccellino sopra uno stecco

del giardino accanto

con una sega di vetro

suona una triste canzone. –

 

Poco fa suonava un flauto

di melodioso ghiaccio,

ma il sole lo ha sciolto

e in gocce lo ha sparso. –

 

Là ora un altro, più in alto,

ostinato come un Cinese

che scrolla il capo,

scuote una campanella di vetro. –

 

I crochi crescono, veloci,

in una dolcezza colorata,

come se sulla bionda terra

l’arcobaleno si fosse calato. –

 

L’erba cresce all’improvviso

come estratta con la mano,

profumano i candidi fiori,

le balsamine dell’aria,

 

e un merlo nella nera gola

modella una morbida nota,

attinta anni prima

al pozzo di Melusina. –

 

Józef Czechowicz (1903-1939)

 

La musica di via d’Oro

 

Il cielo muta, la sera si è placata,

il vento sussurra ancora, prima di assopirsi.

Il cielo fruscia col violetto.

Il vento – non più il vento – il sorriso.

 

Da via Dominikańska il canto del coro;

le ragazze lodano Maria.

Dall’Archidiakońska gli fanno eco

le arie di un violino solitario.

 

Il silenzio musicale delle case

è congiunto all’arcobaleno,

sulla fronte della chiesa un raggio

scende come ciocca di capelli.

 

Ed ora qualcuno il silenzio ha teso,

lo batte col pugno di bronzo

la campana della sera,

grondando la forza del metallo,

 

comincia a suonare sotto la croce:

 

uno – e due – e tre –

 

Jerzy Liebert (1904-1931)

 

La musica del mattino

 

Lontano e assai leggero

Il vento culla gli alberi e il cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle piccole gole

A gocce spargono nel silenzio.

 

Il silenzio, come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei bicchieri

Di acacia e di gelsomino.

 

L’azzurro si unisce all’argento,

Spruzza un forte aroma,

Agli uccelli le ugole graffia

E nuove gocce risuonano.

 

Marian Piechal (1905-1989)

 

Musica

 

Sogno scorrevole, luce udibile,

con impeto nei sensi versati.

Spirito che dalla sabbia una palma

porta fin sotto le nuvole.

 

 

 

 

Trama inesplicabile

in un tempo senza spazio –

creata come essere immateriale

che non proietta l’ombra.

 

Puro senso nudo, essenza denudata,

ragione ultima di tutte le cose –

e proprio soltanto qualcosa

troppo ardua per la mente umana.

 

La casta religione, la musica,

toccherà l’impalpabile,

l’intimo paesaggio dell’anima,

davanti al quale si chiudono gli occhi.

 

Jerzy Hordyński (1919-1998)

 

Notturno in Fa-diesis maggiore di Chopin

 

La musica riempie la sera,

allontana la memoria,

siamo entrati nell’ora dei presagi

veramente soli.

 

Qualsiasi cosa adesso accadrà,

non soffocherà l’istante,

indovino la morbidezza del tuo volto

dal fruscio delle foglie.

 

 

 

Gli assorti nel respiro del verde

la città trascurerà,

aspettiamo che Dio ci trasformi

in dalie.

 

Anna Kamieńska (1920-1986)

 

Silenzio

 

Mi sono svegliata nel silenzio

come in una tomba appartata

La luce sorride come Beethoven

col sorriso dei sordi

 

E saranno i miei ultimi giorni

i primi come il violino

perché si sappia

che tutto è nel silenzio

 

Nel silenzio sei nato

nel silenzio ti rivolterai

 

Ludwik Jerzy Kern (1921-2010)

 

Cos’è la musica?

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle;

 

 

Forse un ponte incantato,

Sul quale gli strumenti

Ci aiutano a passare.

 

Tutto – come una volta qualcuno disse –

Ha una base musicale.

Perfino il chiaro di luna.

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle.

 

Jerzy Harasymowicz (1933-1999)

 

L’organo del villaggio

 

Prendi un vecchietto

Prendi un litro di miele

Prendi un temporale che brontola lontano

Prendi un gatto da dietro la stufa

Prendi un gruppetto di colombi

Prendi la più grassa perpetua

Prendi i cherubini paffuti come luna piena

morsicchiati dalle api del paradiso

Aggiungi tre sorrisi di san Francesco

La querula smorfia di un angioletto

Di’

Mettetevi in posa per una foto di gruppo

E quando l’avranno fatto aspetta che dalla finestra

entri un fascio di sole

d’oro

E quando li avrà del tutto indorati

Quando non si saprà se è un litro di miele

o un cherubino

 

Allora bacia la mano di legno tarlato del santo

che non lontano caccia via una gazza dalla nicchia

 

Fa’ così e l’organo fratello sentirai

brontolare come un leone

nel barocco della criniera

 

 

(C) by Paolo Statuti