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Marek Baterowicz

21 Dic

 

 

Del mio amico polacco Marek Baterowicz (v. 7 sue poesie nel mio blog musashop.wordpress.com), poeta, prosatore, pubblicista e traduttore, nel 2010 ho curato la raccolta di 48 poesie “Canti del pianeta” (Ed. Empirìa). Ecco nella mia versione una sua poesia inedita secondo un quadro di Joan Miró.

 

Un poeta scrive una poesia ispirata da un uccello di passaggio (secondo un quadro di Joan Miró)

 

       un uccello migratore

dalle ali canterine

fece il nido

in un colbacco di raggi lunari

si assopì stordito dal loro bagliore

immerso nel profumo di mirra

beccando chicchi saporiti

maturi nei rivoli del sonno

e quando all’alba

la brina gli coprì le piume

cantò il canto del sole

le sue note intrisero il sonno

di rugiada e rosmarino

in essi spegne la sete il poeta

sonando il violino

con l’archetto di fiamma

come spiga d’oro

bruciando tutte le corde.

L’uccello non fa il nido

su ogni albero

– venne a sapere –

per innestare il bene

non basta tagliare il tronco malato

– le radici avvelenano il suolo

 

(dalla raccolta: Un posto nell’atlante)

 

 

Joan Miro: Un poeta scrive una poesia ispirata da un uccello di passaggio

 

 

(C) by Paolo Statuti

Marek Baterowicz

21 Feb

Un poeta e amico polacco

 

Marek Baterowicz

   Marek Baterowicz è nato a Cracovia nel 1944. Ho avuto il mio primo incontro epistolare con lui quando stavo preparando la mia antologia di racconti brevi polacchi dal 1945 al 1985 circa, che fu poi pubblicata da Editori Riuniti nel 1988 con il titolo Viaggio sulla cima della notte. Gli scrissi informandolo di questo mio progetto, ma mi rispose di non aver ancora scritto un racconto breve e di essere soprattutto un poeta. Da allora, pur non essendoci mai incontrati, dura la nostra sincera amicizia “a distanza”.

   La sua odissea continua ancora oggi. Essa iniziò nel 1985 quando, dopo quattro anni di inutili tentativi, grazie al premio Circe Sabaudia, ottenne finalmente il sospirato passaporto che gli era stato rifiutato per la legge marziale polacca del 1981: l’Italia – da lui sempre ritenuta la sua seconda patria – gli aveva restituito la libertà. A Roma ha ricevuto riconoscimenti per le traduzioni dei poeti Montale, Saba e Ungaretti. Ha poi viaggiato attraverso la Francia e la Spagna, fino a raggiungere Sydney, dove vive tuttora. E’ autore di numerose raccolte di poesie pubblicate, oltre che in Polonia, in Australia, in Francia, negli USA e in Inghilterra, e di narrativa (racconti, un romanzo, e la novella Il manoscritto di Amalfi; ha collaborato anche con la rivista “Miscellanea” con saggi e poesie in italiano. In Italia una sua raccolta di poesie scelte è stata pubblicata dalla casa editrice Empirìa di Roma nel 2010, con il titolo Canti del pianeta, nella mia versione. Essa comprende prevalentemente le poesie composte durante le sue drammatiche peregrinazioni in diversi paesi, senza mai dimenticare la Polonia. Canti del pianeta è un libro aperto all’umanità intera. Il poeta diventa un “uomo planetario” che invita alla fraternità tra gli uomini.

   Ecco un suo lapidario ritratto, tracciato da un autorevole critico australiano: “indiscusso principe dei letterati polacchi residenti in Australia, grande erudito, conoscitore di culture straniere, lavoratore instancabile, pensatore-poeta, maestro di metafore filosofiche”. Un altro critico scrive: “ogni sua poesia è una entità intellettuale e artistica, creata in modo pressoché perfetto. La sua capacità di sintesi, l’eleganza dello stile, la disciplina verbale e la profondità filosofica – tutti questi aspetti concorrono a formare una creazione non comune”.

   Dopo tanti anni di lontananza, Baterowicz ha sempre la Polonia nel cuore. L’amore per la propria Terra infatti non si può cambiare con i luoghi e col tempo e, consapevole del suo destino di emigrato, il poeta cerca e ritrova la sua patria nei valori trascendentali, nel cosmo delle verità universali.

   Una peculiarità di Baterowicz da sottolineare, è il suo atteggiamento nei confronti del progresso. Nelle numerose lettere inviatemi in tutti questi anni, ricorre spesso il motivo del signor Retro, un personaggio-maschera, uno scettico del progresso tecnologico, perché esso distrugge ogni progresso dei valori spirituali. In una delle poesie della raccolta Canti del pianeta Baterowicz dice: “il signor Retro rinuncia al progresso, convinto che l’umanità sia andata già troppo lontano”.

   Pubblico qui, nella mia versione, sette poesie di Marek Baterowicz tratte da questo volume.

 

 

La canzone di squame di pesce

Dalla mia torre

fatta di sale marino

vedo la riva deserta

e le orme cancellate

dei tuoi piedi.

Tre barche da pesca

come vecchie tartarughe.

Il vento penetra

nelle reti strappate.

Sono solo e non so

se è il crepuscolo

o l’alba.

Un gabbiano mi porta nel becco

una canzone di squame di pesce.

 

*  *  *

I miei pensieri sono come poesie sparse,

rimaste nella mia vecchia casa –

non ho le forze per farne una nuova

e ho perso tanti manoscritti,

ho varcato sette frontiere

e tre oceani –

ma soltanto alla frontiera della patria

mi hanno aperto l’anima e guardato i denti,

i doganieri mi hanno tolto la bilancia,

e ogni lettera ha un peso specifico diverso

e in nessun dizionario troverò le differenze

in apparenza non essenziali; per fortuna il cuore

si è rivelato la migliore bilancia

e l’ho portato di nascosto fin qui

malgrado le perquisizioni e le fotocellule,

perciò vado avanti, con la speranza del paziente

che crede nel farmaco.

In mano però non ho la chiave

della porta degli anni passati

e non distinguo più la luce dall’ombra,

ed anche essa pian piano mi abbandona.

 

Isola Tiberina

La voce di un uccello che chiama la primavera,

solitario contrappunto alla melodia del Tevere

– dell’acqua che infrange contro il fondo sassoso

giare di canti – interroga il futuro.

Dal passato, che anch’esso detta le sue leggi,

giunge il ritmico grido delle legioni

che marciano sui ponti Cestio e Fabricio.

Il mio passo tenta di unirsi al loro

– mi precedono sempre di un lampo di spada.

Anche l’acqua è più rapida correndo immutabile verso il mare,

dove Nettuno possiede da secoli

la corona abbandonata dei cesari.

L’Isola Tiberina salpa allora verso la sorgente del fiume

come nave che mi porta fino alla prima goccia

del sangue di Remo.

                                                              Roma, 1973

*  *  *

Il signor Retro estrae l’orologio da tasca,

        lo carica –

e ascolta il ticchettio del meccanismo,

che impassibile spinge avanti

         le lancette e i secondi

(come fermare l’istante, questa goccia di eternità?)

girando sempre nello stesso punto,

lungo la divina forma del cerchio,

eppure senza sosta andando oltre,

tirandosi dietro folle di manichini –

che si accalcano in marcia,

illusi dalla chimera del Domani,

la quale appare come nuova stella,

scoperta nella vecchia volta celeste –

ma misurata senza la bussola…

Il signor Retro rinuncia al progresso,

convinto che l’umanità sia andata già troppo lontano.

 

Venezia

                                            A mia figlia

Il suono qui è luce,

riflessa sugli specchi della pioggia,

è stelo e fiore,

reciso dal movimento dell’archetto,

luna nel prisma della finestra

e perla che rotola sui gradini del Ponte di Rialto.

Il suono è anche ombra,

nebbia e corda del sole sull’acqua,

quando una chitarra risuona sulla laguna,

i colombi nelle gondole

ferme sotto il ponte,

su di esso un leone con la criniera come foglie d’autunno,

sul tetto della basilica i cavalli

saltano sulla scacchiera del mondo.

Nel vicolo di balconi

si ode un madrigale di secoli orsono

– composto forse da Gabrieli?

le voci si levano sull’acqua,

superiamo una figura con la maschera

– ombra nella tunica luminosa –

stregata in un perenne sorriso

come un affresco bizantino

la città dei tre elementi

– e il quarto è mistero e arte,

la portano in alto i leoni alati

e le chiare sillabe di un mottetto

 

Oh, ascolta fratello…

Oh, ascolta fratello del pianeta Terra

come cantano le stelle

per noi tutti lo stesso canto ripetono

e la stessa luce donano a me e a te,

ascolta come il tema della fuga cosmica

incava e penetra tutte le galassie,

come s’inerpica ed erra nelle voci di quelli

che divenuti polvere o nirvana

non si sperdono, perché sono già oltre la terra e

il corpo.

Guarda come in fondo alla luce spumeggia l’eterno

essere

e come il cosmo vibrante si riversa nelle tue

vene…

Ecco il tuo vero canto,

senza dissonanze e senza tempeste,

sopra il pianeta ondeggiante e disteso

sui fili invisibili della ragnatela

che è questa viuzza dell’Universo,

diletta e abbandonata dal Creatore,

ma contraddistinta nel Suo testamento

nel caso Lui stesso non ritrovasse la strada

che porta a noi (Satana Gli strappò la bussola di mano

secoli fa

e cade andando alla deriva tra stelle e pianeti

come arpa d’oro dalla corde spezzate),

ascolta dunque fratello come cantano le stelle

per noi tutti lo stesso canto ripetono

qui, dove perduriamo presi

come nelle reti del Grande Pescatore,

illusi dalla promessa del giudizio finale,

che saggiamente sazia i desideri insoddisfatti.

 

Il ritratto di Pompei

Taci. Salvata dal fuoco del vulcano

– in quale lingua le tenui lettere scrivi?

Una missiva o un verso incide la tua mano?

Latino? Greco? E quali chimere ravvivi?

Oltre la lava il tuo sguardo si protende,

e in esso la città morta è racchiusa

– la luna d’ambra nei tuoi occhi risplende,

e la luce lunare con l’ombra s’è fusa –

la tabula gelosamente nascondi

e celi il tuo nome, i pensieri, il dolore,

saggiando con le labbra lo stilo acuminato,

prima che esso nella cera affondi

e la sciolga con la fiamma del cuore –

sei l’ape e il fiore di un antico prato.

 

DON  CHISCIOTTE

Tutto ad ogni modo è relativo

– non è vero bella Dulcinea?

A volte odori di aglio, a volte di tuberosa,

ora indossi una rozza gonna, ora sei frusciante di merletti

– sia che  porti un diadema, o un cappello di paglia,

sia che cavalchi un mulo, o inforchi un destriero

in ogni caso io ti adoro, o signora dei sogni miei,

a te rendo omaggio, vassallo delle tue sembianze,

io – Don Chisciotte, errante cavaliere della Mancia,

dolendomi che non fui io l’artefice delle tue bianche ginocchia,

né delle tonde braccia, della cornice leggiadra del volto bruno.

E la pena porto nel cuore, Cavaliere dalla Trista Figura.

 

I mulini son forse giganti con cento braccia?

Le taverne – castelli con alte torri?

Le contadine – principesse travestite?

Le bacinelle – elmi ammaccati negli scontri?

Un branco di pecore – un drappello a cavallo?

– cos’è illusione, e cosa – verità?

Il calpestio dei montoni è forse un rullo di tamburi?

I monaci in viaggio – soldati di Mambrino?

Le dame chiuse nella carrozza – vittime dell’empio mago?

 

Sancio Panza vaneggia,

tutto vede al contrario!

E’ un semplicione, nei libri non frequente,

un nonnulla può confondergli il cerebrum.

Perdonatelo, rispettabili signori e dame,

non gli è facile capire la bella teoria della relatività!

 

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

  

   

Paolo Statuti – La traduzione della poesia

15 Gen

La traduzione poetica

   Le mie prime traduzioni di poesia risalgono all’inizio degli anni ’70, quando frequentavo la facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne (ramo slavo) all’Università di Roma. Un giorno chiesi all’assistente del mio professore Angelo Maria Ripellino, quale fosse secondo lui la migliore traduzione italiana del poema “I dodici” di Aleksandr Blok. Egli me ne indicò un paio ma poi, vista forse la mia faccia poco convinta, aggiunse con una velata punta d’ ironia: “Se queste versioni non la soddisfano, può sempre tradurselo da sé”. Accolsi senza indugio l’invito e il risultato fu una nuova versione del poema, che piacque subito e venne pubblicata dalla “Fiera Letteraria” (F.L. n. 18, 13.6.1971). Al poema di Blok hanno fatto seguito numerosi altri “tentativi” personali, a detta di molti pienamente riusciti. Tra i primi successi conseguiti in questo campo, mi piace ricordare l’antologia di poeti polacchi contemporanei, annessa alla “Guida alla moderna letteratura polacca” di Jerzy Pomianowski (Bulzoni Editore, Roma 1973), nella quale figurano 60 poesie di autori diversi nella mia versione.

   Oltre ai poeti polacchi, tra gli altri da me tradotti ci sono: Edgar Allan Poe, Thomas Moore, santa Teresa d’Avila, J. Wolker, Karel Havliček Borovsky, A. Blok, V. Chlebnikov, E. Bagrickij, W. Chodasewicz, V. Inber. L’ultimo mio importante lavoro è uscito a novembre del 2010: Marek Baterowicz, Canti del pianeta, Ed. Empirìa, Roma. Attualmente mi sto cimentando con la poesia di Boris Pasternak, un poeta che amo molto e che mi consente in modo ideale di affinare il mio impegno e il mio entusiasmo.

   Considero un testo poetico da tradurre come un testo musicale da interpretare, ma mentre il virtuoso concertista deve fare appello unicamente alla sua tecnica e sensibilità artistica, il traduttore deve, in aggiunta, utilizzare un diapason diverso da quello del testo originale, nella speranza di raggiungere, per quanto è possibile, lo stesso effetto e gli stessi pregi nella sua propria lingua. Non ricordo chi disse: “La traduzione è il rovescio di un tappeto: i rabeschi sbiadiscono. E tuttavia i traduttori si sforzano di rendere la vivezza dei colori e le sfumature dei toni”. Ad esempio, traducendo “Il corvo” di Edgar Allan Poe, ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile il suggestivo e arduo gioco di rime, assonanze, allitterazioni, la musica allucinante e patetica che pervade questa funebre canzone del rimpianto, lascio ad altri giudicare se ci sono riuscito.

   Si è scritto e si scrive molto sull’arte della traduzione poetica, e sulle possibilità e qualità della stessa esistono pareri diversi. Alcuni, come ad esempio Vladimir Nabokov nel suo articolo “Problems in translation: Onegin in English”, ritengono che ogni traduzione poetica sia una mistificazione, e che sia meglio limitarsi a fornire il senso generale, preferendo la traduzione letterale o addirittura in prosa. P.B. Shelley, perennemente insoddisfatto della sua traduzione del “Faust” di Goethe, nella sua opera “Defense of Poetry”, si dichiara più a favore della imitazione, che della traduzione letterale. Egli intende l’imitazione come nuova creazione poetica e per questo raccomanda che il traduttore sia anche poeta, raccomandazione fatta anche da altri, come ad esempio il poeta russo Nikolaj Gumiliov nel suo articolo “Le traduzioni poetiche”. Questa a mio parere è una condizione molto importante, anche se ovvia. Però, secondo Shelley, il successo è un fatto casuale. Più spesso accade che il traduttore “adombra con il grigio velo delle sue parole la vivida poesia dell’originale e modifica il testo al punto che nelle mani del lettore non rimane altro che un caput mortuum”. In altre parole, qui più che la figura del traduttore-traditore, appare quella del traduttore-uccisore. Malgrado questi timori, Shelley come si sa, tradusse dal tedesco, dall’italiano e dal latino, sempre con grande passione, anche se non sempre pienamente soddisfatto.

   Oltre a questi pareri così autorevoli, ma piuttosto pessimistici, ce ne sono altri, secondo i quali, a certe condizioni, è possibile creare delle buone traduzioni poetiche. Artur Sandauer, critico letterario, saggista e traduttore polacco, scrive che “compito della traduzione poetica non è quello di abbigliare semplicemente il contenuto dell’originale con la veste di un’altra lingua, ma quello di crearne una nuova, quanto più possibile simile a quella del testo da tradurre…Il lavoro del traduttore della poesia consisterà quindi nel suscitare un’impressione simile a quella del testo originale…Costretti dalle condizioni della traduzione, che è sempre un sistema di compromessi, a volte rinunciamo ai valori secondari a favore dei principali…purché sia salva la generale identità di senso e stile”. Vorrei riportare ora un bel brano di una lezione dello scrittore polacco Jan Parandowski, dedicata alla traduzione letteraria: “Il traduttore, se vuole essere degno dei suoi autori, non può fare a meno delle proprie capacità creative, dell’inventiva, dello slancio, dell’intuito…Quanta bellezza lo attende per la sua fatica…E quanto è bella la fatica stessa!…E’ un fatto straordinario, una insolita e inebriante avventura. Scegliere la cadenza delle frasi, decidere quale tra dieci sinonimi sia proprio quello che rende il testo comprensibile…e gli dà una nuova vita – non di un automa, ma di una creatura come generata nella libertà dello sforzo creativo”. Proprio queste parole dello scrittore polacco spiegano, tra l’altro, perché io ami tanto tradurre la poesia.

   Mi rendo conto che realizzare una traduzione che uguagli perfettamente l’originale è pura utopia, o un caso molto fortunato, come dice Shelley. Personalmente cerco di ricreare con fedeltà il testo poetico, sia pure con certi inevitabili mancamenti. Mi piace conservare le rime, anche se ciò costringe a volte ad allontanarsi dall’originale e a creare nuove immagini, pur restando esse consone al pensiero del poeta e allo spirito del testo da tradurre. Sì, mi piace mantenere le rime perché esse, se non sono banali, costituiscono un’ulteriore sfida, un’ulteriore soddisfazione, e aiutano a conservare la musicalità del verso, come ad esempio in Pasternak.

   Da questo punto di vista, vorrei attirare l’attenzione di chi mi legge sulle difficoltà lessicali e fonetiche della bellissima e magica poesia “Trasformazioni” del poeta polacco Boleslaw Lesmian.

 

Boleslaw Lesmian (1877-1937)[044]

Trasformazioni

 

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,

E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,

Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa

Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –

E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,

E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

 

Un papavero, là, nel campo senza fine

Si scoprì, e con un grido privo di suono

Si trasanguò in un gallo in piume porporine,

E la scarlatta cresta scosse con frastuono,

E cantò nella notte con terrore insano,

Fino all’eco dei galli veri da lontano.

 

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,

Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,

Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,

E corse via pungendo verdi  barricate,

Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,

E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

 

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,

E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?

Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?

Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?

Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?

Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

   Nella mia traduzione ho cercato di ricreare ritmo, rime, metro e suono. A volte uniformandomi allo stesso Lesmian, ho dovuto inventare dei neologismi, come ad esempio “capriolamente”, “si trasanguò”, “si traschiacciò”, o usare parole non comuni, come “scricchiando” anziché scricchiolando o “inciprignito” anziché accigliato, o creare delle allitterazioni, molto frequenti nel testo polacco:…la scarlatta cresta scosse…si traschiacciò scricchiando…chissà – sanno.  Per via della rima, infine, ho cambiato  alcune parole (poche, in verità), ricorrendo quindi al “compromesso” di cui parla Sandauer.

   Potrei dilungarmi ancora su questo tema, ma mi sembra sufficiente quanto già scritto. Per concludere toccherò ancora una volta il tasto della musicalità, raccontandovi cosa avvenne a Nairobi verso la fine degli anni ’70, quando ero impiegato dell’Alitalia presso l’ufficio di rappresentanza per il Kenya. Un giorno l’Ambasciata Polacca organizzò per me un incontro di poesia. Qualcuno leggeva il testo polacco, mentre io leggevo la mia versione italiana. La sala era al completo e l’incontro riuscì bene. Al termine dello stesso l’ambasciatore  mi ringraziò e aggiunse: – Non capisco una parola d’italiano, ma il suono delle sue versioni mi è piaciuto molto.

                                                                                    Paolo Statuti