Tag Archives: Jozef Czechowicz

Józef Czechowicz

1 Mar

 

 

 

 

 

 

Józef Czechowicz

Józef Czechowicz

 

Józef Czechowicz nacque a Lublino il 15 marzo 1903. Scrittore, drammaturgo, critico, traduttore e soprattutto poeta di avanguardia nel ventennio tra le due guerre, co-fondatore del gruppo poetico Reflektor e della omonima rivista, dove nel 1927 apparve la prima raccolta delle sue poesie Pietra, accolta assai favorevolmente dalla critica. Nel 1920 partecipò come volontario alla guerra polacco-bolscevica. Negli anni ’30 riunì intorno a sé un cospicuo numero di poeti della seconda avanguardia (tra i quali Stanisław Piętak, Bronisław Ludwik Michalski, Józef Łobodowski). Redattore di molte riviste letterarie e per l’infanzia, collaborò anche con la Radio Polacca scrivendo radiodrammi. Nel maggio del 1932 il poeta insieme con Franciszka Arnsztajnowa fondò l’Unione dei Letterati di Lublino.

Józef Czechowicz è uno dei poeti più originali del suo tempo. Nei suoi primi versi egli crea un’atmosfera onirica e di serenità. Tutte le sue poesie provocano una forte suggestione ipnotica. Descrive il paesaggio della campagna, in cui un ruolo determinante è svolto dalla natura che circonda l’uomo da ogni lato. Il soggetto lirico vede il fiume, il campo, la segala, il bestiame che torna dal pascolo. Perfino il sogno profuma di fieno. Il poeta con descrizioni metaforiche agisce sui sensi – si serve dei colori, dei suoni, degli odori.

Ma alla vigilia della seconda guerra mondiale l’ammirazione della natura nella creazione di Czechowicz lascia lentamente il campo al catastrofismo. Nelle sue visioni profetiche si avvertono l’inquietudine e i timori per le sorti del mondo e dell’uomo. Appaiono motivi e simboli apocalittici ripresi dalla Bibbia: fumo, incendio, diluvio. Cresce il senso di solitudine.

Nella sua ultima raccolta Nota umana troviamo il presentimento della morte, riconosciuto poi come profetico. Czechowicz infatti morì il 9 settembre 1939, a soli 36 anni, nella sua città natale durante un bombardamento. La sua poesia è straordinariamente musicale. Egli si considerava un “virtuoso della musicalità”. Il mondo poetico di Czechowicz è rappresentato soprattutto dalla campagna e dal villaggio e le principali tonalità psichiche sono la moderazione, la tenerezza e l’insicurezza. Il timbro affettivo dominante è il rammarico, l’elegia e la principale ossessione è la morte. Arcadia e Catastrofe coesistono e si incrementano a vicenda.

Nel 1955 i poeti Seweryn Pollak e Jan Śpiewak, dando alle stampe una raccolta di poesie scelte di Józef Czechowicz, scrissero: “gli amanti della poesia leggono e leggeranno i suoi versi con autentica commozione. Si avverte in essi un soffio di onestà, una toccante nota profondamente umana”.

Forse soprattutto per questo il poeta Józef Czechowicz mi è particolarmente caro.

P.S.

Poesie di Józef Czechowicz tradotte da Paolo Statuti

 

Nel paesaggio

 

il fruscio dei castagni in basso il canto marino

si spengono al crepuscolo le candele degli alberi in fiore

la strada nel bosco in faccia al sole s’indora doppiamente

di fruscio e di sera scuriscono i recessi

dondolandosi come erba rigogliosa

le ragazze snelle sui cavalli

 

 

un colle all’incrocio dei viottoli

là una cappellina fresca come corallo

nella penombra una croce là un angelo

gli ex voto abbandonati dei pescatori

una stagione dimenticata da tempo

in un vaso spezzato è ammuffita la morte dei papaveri

 

il mare mormora i castagni

i cavalli con gli zoccoli intorbidano l’oro sull’acqua

di quelle che vanno una ha alzato la mano

e dà il segnale movendolo in aria come remo

perché è rimasto presso la cappella un puledro smarrito

ha guardato dentro ha toccato col morbido labbro la porta

ha nitrito puerilmente in alto non si sa che cosa

1932

 

Preludio

 

1

all’alba sono esplosi gli uccelli dei terreni di ottone

una donna snella ha portato il chiarore sulla testa

2

campane insaziabili culle musicali

ricordare ricordare dimenticare

3

o soffio rosato come viso di bambino

o fiammella che recide l’erba bassa

con lo scuro fiore di papavero farò un cenno

l’immobile profumo mi colpirà e morirò

4

un cervo sta presso la fonte il ruscello sussurra ave

 

Via Szeroka

La banderuola sul tetto canta.

Striscia il ragno della prima stella.

Le lanterne nei neri alberi,

dondolandosi,

luccicano.

 

Un caldo aroma fluisce dai forni,

e il silenzio dai portoni chiusi.

Se un cane nel lontano sobborgo non abbaiasse,

saresti solo – come mai.

 

Solo, forse ancora col fiumicello,

che non si sente,

benché forse in questa chiara notte d’azzurro

anch’esso – amante dei cieli –

dal crepuscolo al mattino

di sicuro sospira

tra le mura.

 

La musica di via Złota

Il cielo cambia, benché la sera non si sia quietata,

il vento bisbiglia ancora, prima di assopirsi.

Il vento fruscia di violetto.

Il vento – non più vento – un sorriso.

 

Dalla via Domenicana il canto di un coro;

le fanciulle lodano Maria.

Dall’arcidiaconato per accompagnamento

arie di un solitario violino.

 

Silenzio musicale delle case

congiunte con l’arco dell’iride,

sulla fronte della chiesa un raggio

ricade come ciocca.

 

E adesso qualcuno ha teso il silenzio,

batte in esso col pugno di bronzo

la campana serale

grondando di forza del metallo

prende a sonare sotto la croce della chiesa:

uno – due – tre – – – –

 

1934

Attraverso i confini

 

con monotonia il cavallo solleva la testa

la criniera ritmicamente ogni istante ricade

ruote ruote

erbe

 

tintinna l’assonnata semivita

lungo un viottolo erboso del bosco

in basso in basso

nel campo

 

al crepuscolo nella stoppia inciampa

la luna rossa e scura

io grido

dorata focaccia

 

non c’è niente neanche il sonno solo lo stridio delle ruote

la notte nebbiosa lunga veglia

io grido focaccia dorata

io grido le ruote in basso nel campo focaccia dorata

 

1932

 

In campagna

 

Il fieno profuma di sogno

il fieno profumava nei vecchi sogni

i pomeriggi in campagna riscaldano di segala

il sole suona il fiume di balenanti lamiere

vita – campi – trama di fili dorati

 

Di sera attraverso il cielo una passerella

la sera e il vespro

le mucche da latte tornano alle fattorie

a ruminare nel trogolo colmo di crepuscolo

Di notte sotto i bracci delle croci nei bivi

si spande l’azzurra tarlatura delle stelle

nuvolette siedono davanti alla soglia del prato

sono sfere di bianca peluria

un soffione

 

la luna si reca a lavare fazzoletti argentei

i grillini stridono nelle biche

non c’è di che aver paura

 

Il fieno profuma di sogno

celata è in esso una melodia religiosa

mi accosta guance infantili

protegge dal male

 

1927

 

Sogno idilliaco

 

dal soffitto della notte che pende

attraverso il fruscio di ranuncoli e artemisie

il gorgoglio della pioggia sbufferebbe come incubo

ma sono note le parole di scongiuro zolfo

lanute criniere di cavalle

 

la Vergine Maria camminava tra le stelle

leniva la Vergine Maria il bruciore delle anime sofferenti

ed io sto nel tuono temo la mezzanotte

perché restate con chi dorme e con i sogni

non tormentate andate via dove volete

corvi lupi orsi cervi

amen

 

o tenebra così limpida adesso

ha brillato sulla veranda il tuo pettine d’argento

questo quieto parlare nel fosso

è il calamo

annuncia la confessione d’acqua

le stelle mariane terge con le dita

e a noi come parlare quando dietro il vetro – il frutteto

e più lontano arnie terreni di aneto e di carote

 

purificaci chiunque e ovunque tu sia

andate via da noi opere di uomini e animali

per questo ci inginocchiamo nella paglia come morti

da innumerevoli anni

 

1939

 

Cervello di anni 12

 

nembi più in alto più in basso le note

sguazzano sciolte nell’azzurro

sguazzano anche le mie scarpe

in un rivo di vento d’estate

 

le nicchie coi san giovanni

in una coroncina di erba appassita

raggiunte da una nube

inattesa di farfalle

 

più oltre lungo la strada verso il prato

su una collina d’argilla

va al ferrovia

il convolvolo ha superato i binari

 

fino al prato il sentiero s’incurva

giù dal terrapieno

calpestando l’erba del fiume

un ragazzino nudo spumeggia

là dove i pini finiscono

coprendo la città

getta cento esili piccole mani

il cervello di anni 12

 

tra gocce di fiordaliso

sulle scaglie dell’onda

svolazza il vivace capriccio

di uno snello torso-spirale

 

un grido o mezzodì o torrente

bocca e pugni pieni del grido

nell’estasi del sole come motore

brucia il cervello di anni 12

 

guardo il giorno va oltre il mezzodì già asimmetrico

presto la sera si stenderà come montagna

il vento ha mosso l’erba ma non i camini della fabbrica

l’oro del fiume diventerà grigio

 

ragazzo ragazzo domani o dopodomani

la nuda gioia che non è lievito di vita

si chiuderà per sempre come a chiave

nel 1936 guarderai il fiume da sotto l’elmo

 

1930

 

Rimpianto

 

la testa che imbianca e splende come doppiere

quando trasvolano i nastri argentei dei venti

porto nei fondi delle stradine

le rondini garriscono sul fiume

è poco va’

 

andare guardare sogni festini scene

di sinagoghe i vetri in frantumi

la fiamma che ingoia le grosse gomene

la fiamma d’amore

la nudità

 

ascoltare dei popoli affamati il ruggito

che è voce diversa dal pianto degli affamati

cala la sera di questo mondo

le narici fiutano la rossa mungitura

dal bruciante diluvio

ci chiediamo a vicenda chi sei

 

in tutti noi mirabilmente moltiplicato

sparerò a me stesso e morirò più volte

io nel solco con l’aratro

io tra i codici giurista

dal grido gas soffocato

io assopita tra i ranuncoli

e bambino torcia umana

in chiesa da una bomba colpito

e impiccato incendiario

io nera crocetta nelle lettere

 

o mietiture di rombi e di lampi

riuscirà il fiume a togliersi la ruggine di sangue fraterno

prima che i pilastri delle città si risolleveranno

giungerà allora un turbine di rondini

sibilerà sulla testa un’ala attraverso un’oscurità d’uccelli

va’ va’ oltre

 

1939

 

 

 

Nei pressi della stazione centrale di Varsavia

 

dalle finestre bagliori

nel nichel il buffet regnava

la fontanina dei fiori

verso il soffitto sprizzava

 

ondeggiano là le tendine

sfondo all’ombra dei grassoni

nell’alba avvolta di brine

e nell’ora dei lampioni

 

alcolica sinfonia

fughe di verdure e pane

sonate nell’agonia

serpeggia una viva fame

 

una fame latra sputa

un’altra spezza le dita

una terza cosa fiuta

nell’androne intimorita

 

facce della fame irsute

dai molti occhi diversi

son le lune decadute

di abbandonati universi

 

tossiscono sopra il pelo

di una sciarpa logorata

 

per esse io vi rivelo

Gerico sarà annientata

 

1939

 

(C) by Paolo Statuti

La musica che scorre dai versi

23 Set

 

 

   Care Amiche e Amici del mio blog, “rovistando” in internet ho scovato un libro fatto su misura per me. Si tratta infatti di una antologia di poesie dal titolo “La musica che scorre dai versi”, curata da Janusz Nowosad, musicologo e insegnante di musica, e pubblicata dalla Associazione degli Insegnanti di Musica (Lublino 2012). Da questo libro ho scelto e tradotto le seguenti 10 poesie di 10 differenti autori.

 

Ignacy Krasicki (1735-1801)

 

L’usignolo e il cardellino

(fiaba)

Disse il cardellino all’usignolo che se ne stava muto:

“Peccato che canti poco”. L’usignolo rispose arguto:

“Ciò che la natura mi ha dato, eseguo fedelmente.

Meglio poco, ma bene, che molto e assai mediocremente”.

 

Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

 

Musica di notte

 

Non inginocchiarti davanti a me amico

Il tempo tra di noi s’è inginocchiato

 

Il tempo suona

dicono gli Italiani

Stupendo è

il nostro grande rasserenamento

 

Il mondo è spaventoso

ma cantano in esso

come in un enorme acquario

betulle volpi

torrenti di fiori

strade nei campi

e case di legno

 

e anche i concerti di Brahms

e i valzer di Chopin

Accogliamo con umiltà

il grande stupore il grande elevamento

la discesa nel sottosuolo

 

Il tempo ha dato il tempo ha preso

che il suo nome sia lavato nella musica

 

Non inginocchiarti da’ la mano

baciamoci

con il bacio della pace

Cos’altro mai ci resta?

 

 

 

 

 

 

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1895-1945)

 

Uccelli di primavera

 

Un uccellino sopra uno stecco

del giardino accanto

con una sega di vetro

suona una triste canzone. –

 

Poco fa suonava un flauto

di melodioso ghiaccio,

ma il sole lo ha sciolto

e in gocce lo ha sparso. –

 

Là ora un altro, più in alto,

ostinato come un Cinese

che scrolla il capo,

scuote una campanella di vetro. –

 

I crochi crescono, veloci,

in una dolcezza colorata,

come se sulla bionda terra

l’arcobaleno si fosse calato. –

 

L’erba cresce all’improvviso

come estratta con la mano,

profumano i candidi fiori,

le balsamine dell’aria,

 

e un merlo nella nera gola

modella una morbida nota,

attinta anni prima

al pozzo di Melusina. –

 

Józef Czechowicz (1903-1939)

 

La musica di via d’Oro

 

Il cielo muta, la sera si è placata,

il vento sussurra ancora, prima di assopirsi.

Il cielo fruscia col violetto.

Il vento – non più il vento – il sorriso.

 

Da via Dominikańska il canto del coro;

le ragazze lodano Maria.

Dall’Archidiakońska gli fanno eco

le arie di un violino solitario.

 

Il silenzio musicale delle case

è congiunto all’arcobaleno,

sulla fronte della chiesa un raggio

scende come ciocca di capelli.

 

Ed ora qualcuno il silenzio ha teso,

lo batte col pugno di bronzo

la campana della sera,

grondando la forza del metallo,

 

comincia a suonare sotto la croce:

 

uno – e due – e tre –

 

Jerzy Liebert (1904-1931)

 

La musica del mattino

 

Lontano e assai leggero

Il vento culla gli alberi e il cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle piccole gole

A gocce spargono nel silenzio.

 

Il silenzio, come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei bicchieri

Di acacia e di gelsomino.

 

L’azzurro si unisce all’argento,

Spruzza un forte aroma,

Agli uccelli le ugole graffia

E nuove gocce risuonano.

 

Marian Piechal (1905-1989)

 

Musica

 

Sogno scorrevole, luce udibile,

con impeto nei sensi versati.

Spirito che dalla sabbia una palma

porta fin sotto le nuvole.

 

 

 

 

Trama inesplicabile

in un tempo senza spazio –

creata come essere immateriale

che non proietta l’ombra.

 

Puro senso nudo, essenza denudata,

ragione ultima di tutte le cose –

e proprio soltanto qualcosa

troppo ardua per la mente umana.

 

La casta religione, la musica,

toccherà l’impalpabile,

l’intimo paesaggio dell’anima,

davanti al quale si chiudono gli occhi.

 

Jerzy Hordyński (1919-1998)

 

Notturno in Fa-diesis maggiore di Chopin

 

La musica riempie la sera,

allontana la memoria,

siamo entrati nell’ora dei presagi

veramente soli.

 

Qualsiasi cosa adesso accadrà,

non soffocherà l’istante,

indovino la morbidezza del tuo volto

dal fruscio delle foglie.

 

 

 

Gli assorti nel respiro del verde

la città trascurerà,

aspettiamo che Dio ci trasformi

in dalie.

 

Anna Kamieńska (1920-1986)

 

Silenzio

 

Mi sono svegliata nel silenzio

come in una tomba appartata

La luce sorride come Beethoven

col sorriso dei sordi

 

E saranno i miei ultimi giorni

i primi come il violino

perché si sappia

che tutto è nel silenzio

 

Nel silenzio sei nato

nel silenzio ti rivolterai

 

Ludwik Jerzy Kern (1921-2010)

 

Cos’è la musica?

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle;

 

 

Forse un ponte incantato,

Sul quale gli strumenti

Ci aiutano a passare.

 

Tutto – come una volta qualcuno disse –

Ha una base musicale.

Perfino il chiaro di luna.

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle.

 

Jerzy Harasymowicz (1933-1999)

 

L’organo del villaggio

 

Prendi un vecchietto

Prendi un litro di miele

Prendi un temporale che brontola lontano

Prendi un gatto da dietro la stufa

Prendi un gruppetto di colombi

Prendi la più grassa perpetua

Prendi i cherubini paffuti come luna piena

morsicchiati dalle api del paradiso

Aggiungi tre sorrisi di san Francesco

La querula smorfia di un angioletto

Di’

Mettetevi in posa per una foto di gruppo

E quando l’avranno fatto aspetta che dalla finestra

entri un fascio di sole

d’oro

E quando li avrà del tutto indorati

Quando non si saprà se è un litro di miele

o un cherubino

 

Allora bacia la mano di legno tarlato del santo

che non lontano caccia via una gazza dalla nicchia

 

Fa’ così e l’organo fratello sentirai

brontolare come un leone

nel barocco della criniera

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre fiori del verso polacco recisi dalla falce della guerra

9 Ott

 

 

Krzysztof Kamil Baczynski

 

Krzysztof Kamil Baczyński

   Nacque a Varsavia il 22 gennaio 1921. Poeta. Nel 1943 iniziò gli studi di filologia polacca all’Università clandestina di Varsavia, e nello stesso anno si arruolò nell’Armia Krajowa (Armata Nazionale). Terminata la Scuola per Allievi Ufficiali fu destinato al battaglione “Zośka” e successivamente al “Parasol”. Collaborò con le riviste clandestine “Płomienie” (Fiamme) e „Droga” (La strada). Nella sua breve vita pubblicò le seguenti raccolte di poesie: Zamknięty echem (Chiuso come l’eco, 1940), Dwie miłości (Due amori, 1940), Modlitwa. Matce (Preghiera. A mia madre, 1942), Wiersze wybrane (Poesie scelte. 1942), Arkusz poetycki n. 1 (Foglio di poesia n.1, 1944). Dopo la guerra uscirono tra l’altro: Śpiew z pożogi (Canto dell’incendio, 1947) e Utwory zebrane (Raccolta di opere, 1961).

   La sua poesia, malgrado i forti legami col tempo di guerra, ha un respiro universale. Temi frequenti sono l’anima e la psiche dell’uomo, la riflessione sulla giovinezza e sulla maturità, la ricerca dei valori fondamentali della vita adulta. Krzysztof Baczyński spesso nei suoi versi usa il plurale, parlando a nome suo e della sua generazione. Mostrò la guerra piena di immagini oniriche e simboliche, nella sua furia distruttrice dei valori morali finora esistenti. Il tono della sua poesia è differenziato: accanto a poesie riguardanti le esperienze belliche, troviamo anche quelle indipendenti da esse, ricche di speranza e di bellezza.

   Fu ucciso il 4 agosto 1944, a 23 anni, in una piazza di Varsavia, durante l’Insurrezione. Stanisław Pigoń, storico della letteratura polacca, dopo aver appreso la notizia della morte di Baczyński, disse: “E’ una nostra peculiarità combattere il nemico coi brillanti…”

Tre poesie di Krzysztof Kamil Baczyński tradotte da Paolo Statuti

Di nuovo erriamo nel caldo paese…

Di nuovo erriamo nel caldo paese

e nel prato-malachite dei marosi.

Gli uccelli al ritorno muoiono

tra gli aranci agli incroci.

Sui prati grigio-violacciocca

una fuga di arcate il cielo stende.

Le palpebre assorbono il paesaggio,

sulle labbra il sale si rapprende.

La notte porge al mare la sua chioma,

di sera nei flussi delle rade.

L’estate suona come morbide pere,

dal vento, come da ortica scottate.

Davanti alle fontane perlacee

la notte spande delle stelle il grano.

Di nuovo erriamo nel caldo paese,

di nuovo nella calda terra erriamo.

1938

Aprirò per te il cielo aurato…

Aprirò per te il cielo aurato

ov’è il filo quieto del candor,

e il cielo come guscio smisurato

di suoni, scoppierà per ancor

vivere nelle foglie di raso,

nel canto dei laghi e dell’occaso,

finché l’alba uccellinea scoprirà

il suo latteo cuore.

Muterò per te la terra dura

nel volo leggero del pappo,

estrarrò l’ombra dalla natura,

l’ombra che s’arcua come un gatto,

col pelo lucente tutto avvolgerà

nelle tinte del turbine, e porrà

nell’ordito d’un piovasco.

E dell’aria i ruscelli frementi

come fumo da un casolare

muterò per te in viali fiorenti,

nel fluido canoro delle chiare

betulle che intoneranno il canto –

come viole prese dal rimpianto –

d’un fervido alveare.

Soltanto, questo mio sguardo svuota

del vetro penoso – figura

dei giorni, che i bianchi teschi ruota

per l’accesa dal sangue radura.

Soltanto, il tempo storpiato trasforma,

i sepolcri con il fiume adorna,

della lotta la polvere togli,

di questi anni folli

polvere scura.           (1943)

 

Elegia

 

Nuvole volatili, vele di slanci, degli alberi amiche

nelle volte celesti.

La testa si china sulle mani ruvide, testa dolente,

bramano le braccia.

L’uccello che vola sotto di voi è il mio cuore,

scuro, alto.

Come posso fuggire verso i boschi dorati all’angoscia,

uccelli-nuvole?

Come posso tornare pieno di tristezza, non ultimato,

nel vostro volo e fluidità?

I palmi forati, la croce mi segue,

della morte il dovere.

Così questa argilla non plasmata si accumula, le pietre,

le città bruciano.

Son io forse la propria tomba sulla terra,

la propria speranza?

Silenziose nuvole! di nuovo mi superate, luci scorrenti,

ombre lontane.

Vi chiamerò fede. Voi mi chiamerete carcassa di tristezza,

bara, uomo.

 

(Settembre 1942)

 

 

 

 

 

 

Jozef Czechowicz

 

Józef Czechowicz

 

   Nacque il 15 marzo 1903 a Lublino. Poeta, prosatore, drammaturgo, critico, traduttore. Nel 1920 prese parte alla guerra polacco-bolscevica. Studiò all’Istituto di Pedagogia Sociale a Varsavia e lavorò presso l’Istituto per Ciechi e Sordi. Fu uno dei creatori e redattori della rivista letteraria d’avanguardia di Lublino – “Reflektor”, dove debuttò come prosatore con Opowieść o papierowej koronie (Racconto di una corona di carta, 1923). Nel 1930 si recò a Parigi con una borsa di studio del governo polacco, ma dovette tornare a Lublino a causa di una malattia agli occhi. Negli anni ’30 fu uno dei principali poeti e animatori della seconda Avanguardia. Nelle sue opere espresse le inquietudini catastrofiche e metafisiche degli anni tra le due guerre. Subì l’influenza del surrealismo e del simbolismo, ma restò fedele alla tradizione della poesia romantica polacca (Norwid, Słowacki) e popolare. Nel 1939 iniziò la sua collaborazione con la sezione letteraria della radio polacca, scrivendo diversi radiodrammi. Fu il primo traduttore polacco di T. S. Eliot. Morì il 9 settembre 1939, nono giorno di guerra, a Lublino, durante un bombardamento. Aveva 36 anni.

Tra le raccolte di poesia ricordiamo: Dzień jak co dzień (Un giorno come ogni giorno, 1930), Ballada z tamtej strony (Ballata di quelle parti, 1932), Stare kamienie (Vecchie pietre, 1934), W błyskawicy  (Nel lampo, 1934), Nic więcej (Niente di più, 1936), Nuta człowiecza (Nota umana, 1939).

 

Tre poesie di Józef Czechowicz tradotte da Paolo Statuti

 

Nei pressi della stazione centrale di Varsavia

 

dalle finestre bagliori

nel nichel il buffet regnava

la fontanina dei fiori

verso il soffitto sprizzava

 

ondeggian là le tendine

sfondo all’ombra dei grassoni

nell’alba avvolta di brine

e nell’ora dei lampioni

 

alcolica sinfonia

fughe di verdure e pane

sonate nell’agonia

serpeggia una viva fame

una fame latra sputa

un’altra spezza le dita

una terza cosa fiuta

nell’androne intimorita

 

facce della fame irsute

dai molti occhi diversi

son le lune decadute

di abbandonati universi

 

tossiscono sopra il pelo

di una sciarpa logorata

 

per esse io vi rivelo

Gerico sarà annientata

 

(1939)

 

 

Rimpianto

 

la testa che imbianca e splende come doppiere

quando trasvolano i nastri argentei dei venti

porto nelle profondità

delle stradine capinere

trillano è poco va’

 

andare guardando sogni festini scene

di sinagoghe i vetri in frantumi

fiamme fameliche grosse gomene

fiamme d’amore

nudi

 

udir dei popoli affamati la furia

che dal pianto d’ogni affamato è diversa

annotta sul mondo si sente

vicina la rossa mungitura

dopo il diluvio ardente

chi sei sarà la nostra richiesta

 

mirabilmente per tutti noi moltiplicato

sparerò a me stesso e morirò più volte

io dentro il solco con l’aratro

io tra i codici giurista

dal grido gas soffocato

io assopita nel timo

e bambino torcia umana

e colpito nei portici

e incendiario impiccato

io nera croce nella lista

 

o mietitura di rombi e di lampi

 

potrà il fiume togliersi la ruggine del sangue dei fratelli

prima che i pilastri delle città si risolleveranno

giungerà allora un turbine di uccelli

un’ala frullerà la testa sfiorando

va’ va’ oltre

 

(1939)

 

Nel paesaggio

 

il fruscio dei castagni in basso il canto marino

si spengono al crepuscolo le candele degli alberi in fiore

la strada nel bosco in faccia al sole s’indora doppiamente

di fruscio e di sera scuriscono i recessi

dondolandosi come erba rigogliosa

le ragazze snelle sui cavalli

 

 

un colle all’incrocio dei viottoli

là una cappellina fresca come corallo

nella penombra una croce là un angelo

gli ex voto abbandonati dei pescatori

una stagione dimenticata da tempo

in un vaso spezzato è ammuffita la morte dei papaveri

 

il mare mormora i castagni

i cavalli con gli zoccoli intorbidano l’oro sull’acqua

di quelle che vanno una ha alzato la mano

e dà il segnale movendolo in aria come remo

perché è rimasto presso la cappella un puledro smarrito

ha guardato dentro ha toccato col morbido labbro la porta

ha nitrito puerilmente in alto non si sa che cosa

 

 

 

 

 

Tadeusz Gajcy

 

Tadeusz Gajcy

 

   Nacque a Varsavia l’8 febbraio 1922. Poeta, prosatore, drammaturgo, critico letterario. Dal 1941 studente di filologia polacca all’Università clandestina di Varsavia. Fu co-fondatore e redattore del mensile letterario “Sztuka i Naród” (Arte e Popolo), dove publicò molti suoi articoli. Raccolte poetiche: Widma (Spettri, 1943). Grom powszedni (Fulmine quotidiano, 1944). Nel 1952 uscì una raccolta di sue opere. Cominciò a scrivere già sedicenne, ma in seguito distrusse i suoi versi giovanili. Negli anni 1938-1939 comincia a trattare seriamente la sua poetica. E’ evidente in essa il desiderio di capire il mondo in senso filosofico, il destino e la vita dell’uomo. Prevale un tono riflessivo, pessimistico, a tratti ribelle, ma non mancano accenti positivi. Ciò che soprattutto distingue la poesia di Gajcy da quella di altri poeti di quel periodo è il modo diverso, unico di descrivere la brutale realtà della guerra. Le sue opere abbondano di insolite metafore, di ardite associazioni con la lingua corrente. Morì a 22 anni il 16 agosto 1944  nell’Insurrezione di Varsavia durante un bombardamento, assieme al suo amico poeta Zdzisław Stroiński. 

 

 

Due poesie di Tadeusz Gajcy tradotte da Paolo Statuti

 

La notte

 

Forse in un vano sonno, nel ricordo

giaccio alla luce, che come corallo

ruota giù veloce? Ecco l’istante

in cui le ombre dei fiori nell’onda

lesta nuotano gravi come carpe

sotto la luna d’argento. Un insetto

è un uomo, un uccello ogni animale,

quando il cielo col suo tocco ci desta

come corde o ci acquieta e si nasconde

scuro sotto la palpebra pesante.

 

Che io rammenti: sono uguale al chiarore

rosato, che trasforma lo spazio

in un albero d’improvvisi colori.

Che io comprenda: uguale a una raffica,

quando nell’aria leggera procede

come campana dalla fredda quiete.

Che io dica: sono uguale a me stesso

giacendo come un’isola nel sonno,

quando il cielo è bianco come un foglio,

e la terra continuamente irreale

 

e il tenue abbozzo dei fiori sul fondo

si rassoda in pietra, in cereo osso;

ed io nel mio inutile ricordo

al chiaro volto dell’infanzia mi accosto:

la luna sopra una massa di nubi

e il vento dei colombi sopra il bosco,

l’acqua gioiosa, il fremito d’un pesce

tra le bianche ninfee. Eppure lo so:

inutile è il ruscello del cuore,

non sarò uguale ai sogni che ha percorso.

 

Ma la notte mi aspetta ancora, simile

alle notti in cui il corallo della luce

si attenuava. E l’ombra sulle nubi

è la mia ombra come d’un gigante,

eppure la mia mano è umile

ed è disteso il fragile corpo.

Che io rammenti: in un rametto

di fumo è la patria, in una fiammata,

e dalla neve d’una nube coperto

io sono uguale a questa terra avara.

 (1944)

Stigma

Da quando la mia lingua come lucherino

cinguetta avaramente, e da quando

la mano carica di scrittura giace

come spiga in una zolla – una nuvola rapida

si sporge con l’orlo splendente

e il cielo duttile dando agli occhi

dice:

          ogni giorno le campane nel chiarore cantano

trema nella terra il nastro dei semi,

perché la mano dell’uomo nello spavento

è come la notte o il marmo pesante.

E tu simile ai destini delle piante

vanamente guardi, i colori peschi

perché soltanto a noi, non all’uomo

è dato l’eterno, libero inseguimento.

Da quando la tavola davanti a me morta

s’è innalzata minacciosa, il cielo ha coperto

e nel vetro splendente dorme l’inchiostro

come goccia di mare o l’ombra d’un labbro,

da quando la penna come sonno trascurato

ha toccato la mano con la lingua melodiosa

svolgiamo con noi stessi un dialogo oscuro:

il mortale io e l’eterna nuvola.

 

         

 

 

(C) by Paolo Statuti