Tag Archives: Johannes Brahms

Vi piace Brahms?

7 Apr

beznazwy

Parafrasando il titolo del noto romanzo Aimez-vous Brahms? di Françoise Sagan (1935-2004), uscito nel 1959, rivolgo oggi la stessa domanda ai miei lettori, con la speranza che il grande musicista (uno dei miei preferiti) entri nel cuore di qualche nuovo amante e cultore della musica classica. Del resto quando uscì il romanzo della scrittrice francese, avevo 23 anni e non ero ancora un seguace della musa Polimnia. Oggi, come sapete, ella è un’ospite frequente e assai gradita del mio blog, insieme con le muse della poesia e della pittura.
Nel 1974 la poetessa Anna Kamieńska (1920-1986) (v. nel mio blog), della quale sto preparando un’antologia di versi scelti, pubblicò la raccolta Da Leśmian…Le più belle poesie polacche, escludendosi per modestia, ma inserendo il marito Jan Śpiewak. Sul frontespizio del libro si legge questa citazione da Leopold Staff (1878-1957):

Da tempo si è affermato che assai più del pane
La poesia serve, quando non se ne ha alcuna fame.

Una delle poesie che mi hanno più colpito di questa raccolta è del poeta Włodzimierz Słobodnik (1900-1991) e si intitola Le visite notturne del signor Brahms. Eccola nella mia versione, seguita da un bel commento della stessa Anna Kamieńska.

Le visite notturne del signor Brahms

Signor Brahms, perché di notte viene a visitarmi
E le sue quattro sinfonie, come quattro pietre,
Mi scaglia o piuttosto come quattro pianeti
Dolenti come arcobaleno tagliato coi coltelli?
Basso grassone con la grande testa di Giove,
Fumatore di sigaro e bevitore di birra,
Da che ti viene l’oscurità che tutto avvolge
Come gigantesca sala, dove arde una sola candela,
La tua disperazione gotica? Tu crocifisso
Alla musica, come Cristo di toni e dissonanze,
Perché vieni da me di notte sorridente
Con filosofia, come se sapessi più di noi,
Cos’è l’immensità della notte e il limite dell’uomo,
Cos’è la fuga d’un fiore dalla propria ombra
E cosa sono gli occhi ciechi delle stelle?
Inoltre sai alquante cose riguardanti il caos,
Che nella notte irrompe, quando non si può dormire,
E tu forse l’hai racchiuso nella tua musica minacciosa,
Per addomesticarlo come animale rapace.
Nelle tue sinfonie le forze naturali vogliono mutarsi
Nelle cose umane, come l’uomo tanto fugaci.
E così il fuoco trasformi in pani infocati,
L’acqua nella trasparenza della fine umana,
L’aria nell’oscuro grido che la trafigge.
Sono già abituato alle tue visite notturne,
Alla tua barba, alla tua alta fronte,
Alla tua pancetta e al tuo sigaro,
Che arde per me come fiammella di una nota.
E vago tra le tue sinfonie come nei cerchi dell’inferno,
E mi dimeno come pesce gettato sulla riva.
Le tue sinfonie mi trasportano come onde agitate
E il destino della tua musica al mio destino umano
Si lega come l’ombra della mia lampada
Alla mia ombra, come l’insonnia allo spavento.
Basso grassone, sei l’incarnazione di tale musica,
Che prima salverà il mondo, per poi distruggerlo
Con una sola sferzata di giganteschi toni,
Catastrofici come i tuoi occhi e la tua fronte.
Nella tua musica accosti le cose distanti tra loro,
E così un violino al bisturi del chirurgo accosti,
Un uccello a uno scaffale della biblioteca, in cui
I libri invidiano all’uccello le sue ali,
Un vecchio, che si prepara il tè, a un antico coro,
Una donna che dorme all’insonnia della lontananza,
Una scultura alla fuga di tutte le forme,
I cortei di ombre al puro freddo dell’astrazione,
La serenità della mano, quando un raggio di sole
Vi cade, alle cinque disperazioni delle sue dita,
La quiete dopo il boato del vulcano a foglie danzanti,
L’aspra solitudine umana alla solitudine di ogni Dio,
L’ira del tuono alla tolleranza delle gocce di pioggia,
La caduta nell’abisso alle gambe bel salde sulla terra.
Signor Brahms! Aspetto la tua prossima visita.
Ma forse verrai, quando io non ci sarò più?

(Versione di Paolo Statuti)

Dialogo tra il poeta e il silenzio

Monologo o dialogo? A dire il vero è una poesia per una sola voce, la voce del poeta. Ma solo in apparenza. In realtà su questa scena poetica ci sono due personaggi: il poeta e il silenzioso Brahms.

Signor Brahms, perché di notte viene a visitarmi
E le sue quattro sinfonie, come quattro pietre,
Mi scaglia o piuttosto come quattro pianeti…

La conversazione inizia in modo quasi consueto, in tono amichevole e convenzionale: “Signor Brahms”… Ma subito avvertiamo che non sarà una conversazione convenzionale. E’ una conversazione in cui una sola voce crea due personaggi, una sola voce imbastisce un dialogo. In questa poesia si delinea chiaramente una situazione teatrale. Si svolge una grande conversazione, in cui sentiamo soltanto una voce. La seconda voce è il silenzio. Brahms risponde con il silenzio, ma in questo silenzio si sente tutta la sua potente musica, piena di enorme caos e di saggezza. L’antica saggezza cinese della filosofia Lao-Tse afferma che, chi parla – non sa niente, colui che sa – tace.
E’ così anche nella poesia di Słobodnik – colui che non sa parla, parla, racconta, descrive, chiede. Colui che sa – tace. Il sapere di Brahms è la conoscenza di una grande arte, nonché la conoscenza dell’altra sponda, la conoscenza della morte.
Nel suo ruolo, nel suo monologo il poeta traccia l’inconfondibile figura del compositore. Lo vediamo. C’è in lui qualcosa di Socrate, qualcosa di Villon e qualcosa di Baudelaire. Un basso grassone con la grande testa di Giove, che sorride con filosofia, barbuto, con un boccale di birra, il sigaro in bocca, con la fronte sporgente e gli occhi ardenti. Questo Brahms non è un nebuloso fantasma, è concreto e vero, vero soprattutto grazie alla sua caratteristica bruttezza. Egli è vero, ma in modo inquietante si fondono in lui diversi personaggi: Giove, l’ubriacone di Villon, il “Cristo crocifisso dei toni e delle dissonanze”, il sorridente filosofo dalla grande testa, il borghese panciuto che fuma il sigaro. Brahms tratteggiato con alcuni tocchi e accenni del poeta è pluridimensionale e misterioso. Tanto più misterioso è il suo linguaggio, il linguaggio della sua musica. Qui anche la saggezza del poeta è nella concretezza della parola. Dapprima le quattro sinfonie di Brahms sono paragonate a quattro pietre, poi invece a quattro pianeti. Le quattro pietre, così concrete e pesanti, costituiscono un facile aggancio per la nostra immaginazione. Ora seguiamo agevolmente la fantasia del poeta che ci conduce verso immagini sempre più tridimensionali, cosmiche, surreali. Ma l’immaginazione poetica di Słobodnik ruota incessantemente nella concretezza. Gli inferni che questa poesia non può lasciare, determinano la sua forza e il suo fascino peculiare. Anche la tecnica del sonno, la tecnica del surrealismo non va oltre il grottesco in senso classico, oltre la metamorfosi, dove le forme dei corpi passano in altre forme e si legano ad esse. Questa splendida caratteristica della sua immaginazione il poeta l’attribuisce anche a Brahms:

Nella tua musica accosti le cose distanti tra loro,
E così un violino al bisturi del chirurgo accosti,
Un uccello a uno scaffale della biblioteca, in cui
I libri invidiano all’uccello le sue ali,
Un vecchio, che si prepara il tè, a un antico coro,
Una donna che dorme all’insonnia della lontananza,
Una scultura alla fuga di tutte le forme,
I cortei di ombre al puro freddo dell’astrazione…

E benché le immagini legate tra loro in modo ibrido, raggiungano gradualmente una sempre maggiore rarefazione – fino all’astrazione, esse non si perdono mai nella sola retorica della parola. L’immaginazione di Słobodnik è fino al midollo sensitiva, sensualistica. La sua fantasia si può forse definire surrealismo classicistico. Le forme dell’immaginazione sono qui create dall’accostamento di immagini concrete, intese come dissonanze plastiche. Sulla creazione di immagini irreali scriveva già Orazio nella sua Ars poetica, del resto con disapprovazione:

Se un pittore volesse unire a una testa d’uomo
un collo di cavallo, se volesse ornare di piume
multicolori membra accozzate da cento parti,
se volesse far terminare il corpo di una donna,
bella in viso, in uno sporco pesce, davanti
al quadro, amici miei, sapreste trattenere le risa?

Noi non ridiamo. Ciò che Orazio invitava a deridere, esisteva già nell’arte antica, sia nella pittura che nella poesia. In seguito tuttavia ci ha abituati a questo ibridismo delle forme la pittura surrealista, che crea le sue visioni anche da forme concrete fino all’ossessione, fino alla volgarità del sangue, delle ferite sanguinanti, delle teste troncate, ecc. Del resto anche la scultura romanica e gotica è piena di cose “incredibili”, nate da una immaginazione concreta, fino alla ingenuità popolare. Per questo anche la “disperazione gotica” della poesia di Słobodnik si richiama per noi a questa arte, che al tempo stesso è elevata e peculiare.
La poesia di Słobodnik che parla della musica, cioè della più incorporea delle arti – nella sua visione è scorrevole, ma estremamente corporea.
Questa poesia sull’arte ricorre inoltre a un vasto campo di riferimenti culturali – dalla mitologia antica attraverso il cristianesimo e il gotico, attraverso Dante, con la sua visione dell’inferno – fino alla realtà contemporanea e all’arte astratta. E’ una scala di riferimenti eccezionalmente ampia. Tutta la cultura, l’arte di diversi secoli, è come un grande strumento, di cui il poeta preme i tasti, per rendere la profondità della musica di Brahms, dove c’è sia la potenza delle forze naturali, sia la conoscenza dell’essere umano, da noi soltanto intuito.
Le opere che parlano di arte si definiscono a volte come auto-tematiche. L’arte sulla stessa arte. L’arte come rivolta a guardare in se stessa, l’arte della propria autoconoscenza. Sarebbe un’autoconoscenza soltanto formalistica, se l’arte non fosse intesa come in Słobodnik, quale forma di conoscenza esistenziale. L’arte sa più di noi sul mondo, sulla vita, sul trascorrere. Sa perfino più di quelli che la creano. Per questo forse Brahms tace, parlando soltanto con la sua grande musica. Come nelle immagini della fantasia si intrecciano differenti corpi, così anche nella vera conoscenza si intrecciano le forme dell’arte e della vita umana. Insieme in questo intreccio indivisibile, esse costituiscono la realtà dell’uomo. Anche per questo è un nonsenso affermare che le opere che parlano di arte restringono la consapevolezza del poeta. La vita è una forza naturale, ma soltanto la realtà della cultura, e quindi anche dell’arte, è una realtà specificamente umana. L’esistenza vissuta attraverso l’arte è un’esistenza moltiplicata, che supera i limiti di tempo e di spazio, e che si basa sul trascorrere. E’ come accostare:

La caduta nell’abisso alle gambe ben salde sulla terra.

La concreta visione di Słobodnik del mondo visto attraverso la vita, è una visione drammatica, permeata di catastrofismo. Troviamo qui le consuete paure umane e le paure dell’umanità davanti alla catastrofe del mondo. Il punto culminante di questo catastrofismo è nell’ultima domanda che suona così semplice:

Ma forse verrai, quando io non ci sarò più?

Questi versi sciolti, irregolari, che ruotano intorno al verso di tredici sillabe, potremmo definirli classici e scespiriani, come estratti dall’andamento di un grande dramma.
La poetica di Słobodnik è una particolare lega di tradizioni e di elementi contemporanei. Unisce in sé diverse correnti, impiega a modo suo l’eredità della cultura. E’ una poesia che spazia tra, o piuttosto al di sopra di scuole e programmi di gruppi letterari. Per la verità in gioventù Włodzimierz Słobodnik fece parte del gruppo “Kwadryga”, insieme con poeti quali Władysław Sebyła, Stefan Flukowski, Lucjan Szenwald, Konstanty Ildefons Gałczyński, Stanisław Ciesielczuk. Era piuttosto un gruppo di amici. Inizialmente li univa il programma sociale. Poi, come di solito accade, il destino disperse gli scrittori e le individualità. Certamente avevano più cose in comune con lo Skamander che con l’avanguardia.
Słobodnik analizzando la musica di Brahms nella sua poesia Le visite notturne del signor Brahms, ci ha dato anche una sua auto-analisi. Ci ha dato anche il suo autoritratto poetico, la propria concezione dell’arte. Così come la musica che descrive, turbato, concreto e irruente, vicino alle semplici questioni e realtà umane, è immerso anche in timori catastrofici, è il poeta di un’epoca di paure e di orrori, amante della vita con la sua quotidianità e concretezza permeata di catastrofismo del trascorrere.

Anna Kamieńska

(C) by Paolo Statuti

Aneddoti nella musica

26 Set

 

 

   Oggi pubblico 24 divertenti aneddoti musicali, scelti e tradotti da me dal volume Anegdota, ciekawostka i dowcip w muzyce (Aneddoti, curiosità e facezie nella musica, Ediz. Polihymnia, 2012) del musicologo polacco Janusz Nowosad, lo stesso autore del libro La musica che scorre dai versi, da cui ho tratto le poesie del mio precedente post.

 

   Un pianista principiante e presuntuoso chiese al compositore e pianista italiano Franco Alfano (1876-1954):

   – Sopra al pianoforte dovrei appendere il ritratto di Chopin o quello     di Mozart?

   – Meglio quello di Beethoven.

   – Perché proprio Beethoven, e non Chopin o Mozart?

   – Perché Beethoven era sordo!

 

                                                 *  *  *

   Per la solenne inaugurazione del monumento a Ludwig van Beethoven (1770-1827) giunsero a Bonn personalità da tutta l’Europa. La tribuna per gli illustri ospiti sfortunatamente però era stata messa in modo tale che la statua di Beethoven si vedeva girata di spalle. Quando venne scoperto il monumento tutti restarono sbigottiti, ma il cerimoniere non si perse d’animo e disse:

   – Lor signori perdonino! In vita era un po’ zotico e tale è rimasto anche dopo la morte!

 

                                                  *  *  *

   Un giovane musicista chiese al compositore francese Hector Berlioz (1803-1869) un giudizio sulle sue composizioni. Berlioz, dopo aver dato loro un’occhiata, dichiarò:

   – Mi dispiace, ma devo confessarle che lei non ha alcun talento musicale. Finché è ancora in tempo, si scelga un’altra professione.

   Quando il giovane avvilito era già in strada, Berlioz si affacciò alla finestra gridando:

   – Ragazzo! Devo anche confessare che quando avevo la tua età, i professori mi dissero esattamente la stessa cosa!

 

                                                  *  *  *

   Johannes Brahms (1833-1897) entrò in un ristorante e  ordinò il vino migliore. Il proprietario per soddisfare la richiesta del celebre cliente portò una bottiglia, dicendo:

   – Questo è superiore a ogni altra qualità, come la musica di Brahms è superiore a ogni altra musica.

   – In tal caso – replicò il compositore – tenga questo vino per sé e mi porti una bottiglia di Beethoven.

 

                                                  *  *  *

   Hans von Bülow (1830-1894) prima di un concerto stava salendo di corsa le scale verso il suo guardaroba, e inavvertitamente urtò un uomo che stava scendendo.

   – Somaro! – gridò lo sconosciuto.

   – Hans von Bülow – rispose il musicista.

 

                                                   *  *  *

   John Cage morendo, disse al notaio che stendeva il testamento:

   – Vorrei che al mio funerale suonasse l’orchestra.

   – Bene, maestro! E quali composizioni vorrebbe ascoltare?

 

                                                   *  *  *

   Enrico Caruso (1873-1921) comprò una casa e ordinò di restaurarla. Durante i lavori, in una delle stanze cominciò a esercitare la voce cantando arie e canzoni. A un tratto entrò nella stanza il mastro muratore e chiese:

   – Maestro, lei vuole vedere la casa ultimata?

   – Naturalmente.

   – Allora smetta di cantare.

   – Perché?

   – Perché tutte le volte che lei canta, i muratori affascinati dal suo canto smettono di lavorare!

 

                                                   *  *  *

   Il compositore russo Piotr Čajkovskij (1840-1893) una volta preparava un concerto in una piccola città. Durante le prove l’obista suonava continuamente troppo forte. Il compositore irritato chiese:

   – Davvero non riesce a suonare più piano?

   – Mah! Se ci riuscissi, non passerei la mia vita in questo buco di paese!

 

                                                  

 

                                                   *  *  *

   George Gershwin (1898-1937) chiese a Igor Stravinskij (1882-1971) di poter studiare con lui. Stravinskij all’inizio si rifiutò, ma poi saputo che a Gershwin le composizioni fruttavano centoventimila dollari l’anno, esclamò:

   – Caro collega, sono io che dovrei prendere lezioni da lei!

 

                                                   *  *  *

   Beniamino Gigli (1890-1957) si espresse così su una certa imponente e corpulenta cantante lirica, che aveva una bellissima voce:

   – E’ un elefante che ha inghiottito un usignolo.

 

                                                   *  *  *

   Durante le prove di un concerto per tromba e orchestra, il solista sbagliava continuamente e stonava, e volendo scaricarsi della colpa disse a Joseph Haydn (1732-1809):

   – Signor direttore, l’orchestra suona così forte, che non riesco a sentirmi.

   Al che Haydn:

   – In tal caso lei è davvero fortunato!

 

                                                    *  *  *

   Una volta un giovane musicista smise di suonare e disse a Joseph Haydn:

   – Dicono che a lei piace ascoltare la buona musica.

   – Non preoccuparti, ragazzo, continua pure a suonare!

                                                    *  *  *

   Quando a Parigi doveva aver luogo la prima esecuzione dell’oratorio La creazione del mondo di Joseph Haydn, il direttore si rivolse ai cantanti pregandoli di indossare abiti adeguati alle parti interpretate.

   – Signor direttore – protestò la cantante che doveva interpretare Eva. – Io sono un’artista rispettabile e nell’abito di Eva non canterò!

 

                                                        *  *  * 

   Un certo aristocratico chiese a Joseph Haydn di giudicare come suo figlio suonava il clavicembalo. Dopo il concerto il padre si rivolse al compositore:

   – Suona davvero bene, vero?  

   – Ha una tecnica formidabile. 

   – Vero, maestro?

   – Sì. Suona le composizioni facili come se fossero estremamente difficili.

                                                   *  *  *        

   Una solista cantava un’aria volgendo le spalle al direttore d’orchestra austriaco Herbert von Karajan (1908-1989). Egli durante l’intervallo si rivolse all’artista:

   – Mi scusi, signora, ma se io dirigo con il tempo di tre quarti, non agiti il sedere con il tempo di quattro quarti, perché mi confonde!

 

                                                 

 

 

                                                   *  *  *

   Il compositore italiano Gioacchino Rossini (1792-1868) era presente a un concerto di Franz Liszt (1811-1886). Durante l’intervallo uno dei presenti gli chiese cosa pensasse del pianista.

   – Liszt fa così tanto per essere osservato, che a tratti non ho avuto il tempo di ascoltarlo…

 

                                                  *  *  *

   Gioacchino Rossini, venuto a sapere che a Pesaro, sua città natale, volevano erigergli un monumento quando era ancora in vita, disse ai membri del consiglio comunale:

   – Signori! Se darete questi soldi a me, prometto che starò sul piedistallo per alcune ore al giorno!

 

                                                   *  *  *

   Robert Schumann (1810-1856) fu anche un apprezzato critico musicale. Una volta fu assalito da un compositore poco conosciuto:

   – Come ha potuto stroncare in tal modo il mio concerto per violino, se ha dormito per tutta la sua durata?

   – Anche dormire è un certo tipo di critica – rispose Schumann.

 

                                                   *  *  *

   Il direttore d’orchestra Leopold Stokowski (1882-1977) durante i concerti non tollerava alcun rumore. Una volta smise di dirigere e si rivolse alla platea dicendo:

   – Haendel ha creato questa composizione per archi e ottoni. Nella partitura non c’è neanche una nota per tossi e raffreddori.

 

                                                   *  *  *

   Rychard Strauss (1864-1949) dirigeva una prova della Sinfonia delle Alpi. In una parte veloce intitolata Il temporale al primo violino sfuggì di mano l’archetto. Il compositore interruppe la prova e disse:

   – Riprendiamo il temporale dall’inizio, visto che il nostro violinista ha perso l’ombrello.

 

                                                   *  *  *

   Una volta Igor Stravinskij salendo su un taki notò che sulla targhetta di identificazione della vettura c’era il suo nome e cognome. Chiese quindi al tassista:

   – Lei è parente del compositore?

   – Quale compositore? – si meravigliò il tassista. – Stravinskij è il proprietario della ditta per la quale lavoro da trent’anni. Io non ho niente a che fare con la musica. Mi chiamo Strauss!

 

                                                  *  *  *

   Una certa contessa propose al celebre basso russo Fiodor Šaljapin di partecipare a un concerto gratuitamente.

   – Cara contessa, la prego di ricordare una volta per sempre, che soltanto gli uccelli cantano gratis!

 

 

 

 

                                                  *  *  *

   Carl Maria von Weber (1786-1826) andò con un amico alla prima rappresentazione di un’opera scritta dal regio direttore generale, che non sopportava Weber. Durante l’esecuzione l’elefante vero che prendeva parte all’azione, alzò la coda e arricchì la scena di un ulteriore accessorio. Allora l’amico sorrise e chiese al compositore:

   – Carl, cosa pensi dell’educazione di questo animale?

   – Forse questo elefante è male addestrato, ma di sicuro è un eccellente critico!

 

                                                  *  *  *

   Henryk Wieniawski (1835-1880) per un certo periodo fu il violino di corte dello zar Alessandro II. Durante un concerto ai piedi dello zar si era accovacciato il suo cane preferito, il quale appena Wieniawski cominciò a suonare, balzò su ululando. Il violinista spaventato smise di suonare. Vedendo ciò lo zar chiese all’artista:

– A quanto pare il mio cane la disturba…

– Oh no, Maestà Imperiale! Sicuramente sono io che disturbo lui.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

   

Johannes Brahms

12 Mar
Johannes Brahms

Johannes Brahms

Johannes Brahms – Requiem tedesco

Testo in italiano a cura di Paolo Statuti

 Mat.  5, 4   Beati gli afflitti, perché saranno                 I – 1

                    consolati                                                         (coro)

Sal.  126,    Chi va, se ne va piangendo,

5, 6             portando il seme da gettare;

                   chi torna, ritorna cantando,

                   portando i propri covoni.

 

1  Piet.       Poiché ogni carne è come l’erba         II – 2

1,  24          e la sua gloria è tutta come il fiore   (coro)

                   dell’erba. Si secca l’erba e cade

                   il fiore.            

 

Giac.  5, 7   Siate dunque pazienti, o fratelli,

                    fino alla venuta del Signore.

                    Osservate: il contadino attende

                    il frutto prezioso della Terra,

                    e con pazienza aspetta, finché

                    non abbia ricevuto le piogge

                    della prima stagione e quelle

                    della stagione più tarda.

 

1  Piet.        Poiché ogni carne è come l’erba

1,  24           e la sua gloria è tutta come il fiore

                    dell’erba. Si secca l’erba e cade

                    il fiore. Ma la parola del Signore

                    dura in eterno.

 

Is.  35, 10    E coloro che sono stati liberati              3

                    dal Signore torneranno e verranno

                     a Sion con canti e con gioia

                     indistruttibile sui loro volti;

                     gioia e letizia giungeranno,

                     e fuggiranno dolore e lamento.

 

Sal.  39       Fammi conoscere la mia fine,             III – 4

5,6,7,8        Signore, e qual è il numero dei miei  (baritono

                    giorni, perché sappia quanto fragile     e coro)

                    io sono. Ecco, a palmo a palmo Tu

                    mi hai dato i miei giorni e la mia vita

                    è come un niente davanti a Te.

                    Sì, tutto parvenza è ogni uomo che vive!

                    Passa l’uomo come un fantasma,

                    parvenza è il suo agitarsi: ammassa

                    beni e non sa a chi toccheranno.

                    Ed ora che cosa aspetto io, Signore?

                    La mia speranza è in Te.

 

Sap.  3, 1    Le anime dei giusti sono in mano di Dio   5

                    e nessun tormento li tocca.  

 

Sal.  84        Quanto son care le Tue dimore,       IV – 6

2,3,5             o Signore delle Schiere!                  (coro)

                     Brama e langue l’anima mia

                     desiderando gli atri del Signore;

                     il mio cuore e le mie membra

                     si esaltano nel Dio vivente.

                     Beati quelli che stanno nella Tua Casa

                     e di continuo Ti posson lodare.

 

Giov.  16,    Così anche voi ora siete nella tristezza;  V – 7

22                ma io vi vedrò di nuovo e ne gioirà   (soprano

                     il vostro cuore e nessuno vi potrà         e coro)

                     più togliere la vostra gioia.

 

 

Eccl.  51,      Ecco, guardate: per breve tempo ho

27                 avuto fatica e lavoro, e ho trovato

                     grande consolazione.

 

Is.  66,  13    Come qualcuno viene consolato

                     dalla madre, così Io vi consolerò.

 

Ebr.  13, 14   Non abbiamo infatti qui una    VI – 8

                      stabile dimora, ma siamo in   (baritono

                      cerca di quella futura.                  e coro)

 

1 Cor.  15,      Ecco che a voi dico un mistero:             9

51-55              Tutti certo non saremo già morti,

                       ma tutti saremo trasformati,

                       in un attimo, in un batter d’occhio,

                       al suono dell’ultima tromba.

                       Squillerà, infatti, la tromba e i morti

                       risorgeranno incorruttibili e noi

                       saremo trasformati… Allora avrà

                       compimento la Parola che fu scritta:

                       “La morte è stata abissata in vittoria.

                       Dov’è, o morte, la tua vittoria?

                       Dov’è, o morte, il tuo dardo?”

 

Ap.  4, 11      Degno Tu sei, Signore e Dio nostro, di      10

                      ricevere la gloria, l’onore e la potenza,

                      perché Tu hai creato tutte le cose

                      e per la Tua volontà erano e sono state

                      create.

 

Ap.  14, 13   Beati i morti che fino ad ora son   VII – 11

                     morti nel Signore! Sì, dice lo          (coro)

                     Spirito, affinché si riposino dalle 

                     loro fatiche, poiché le loro opere                                 

                     li accompagnano.

 (C) by Paolo Statuti