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Johann Sebastian Bach: Il clavicembalo ben temperato

25 Set

Ritratto di J.S. Bach, eseguito a carboncino da Paolo Statuti

Ritratto di J.S. Bach, eseguito a carboncino da Paolo Statuti


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J.S. Bach in famiglia

Tra i libri di musica di mia madre buonanima, diplomata a pieni voti in pianoforte nel 1933 presso il Conservatorio di Santa Cecilia a Roma, ho trovato un libro straordinario: Il clavicembalo ben temperato del compositore, pianista e scrittore di musica Luigi Perrachio (1883-1966). Da questo volume, edito nel 1926 dalla casa editrice “Bottega di Poesia” di Milano, ho tratto alcuni brani che propongo ora ai miei lettori in cerca di sollievo e di gioia per l’anima, con la speranza di suscitare o accrescere in loro l’amore per Johann Sebastian Bach: il compositore che trascrisse fedelmente e con umiltà ciò che gli suggerì il Cielo.

Non è un lavoro per i dotti…Il mio è un lavoro semplice.
Ed è scritto per i semplici. Che son poi quelli che sentono meglio e con più amore e in silenzio la bellezza delle cose belle. E sentono davvero ed hanno orrore delle grandi chiacchiere e di quel gran dottrinare, che è una maschera buttata sulla più incurabile delle insensibilità: la insensibilità della musica…
Se la mia fatica varrà ad invogliare qualcuno ad accostarsi alla grande creazione, o a fare più intenso il suo intenso amore, mi si tenga conto di questo. E valga a farmi perdonare le inevitabili manchevolezze di un piccolo lavoro che è ai piedi di una grande creazione…
Molte cose si ignorano intorno al clavicembalo ben temperato di Giovanni Sebastiano Bach. Questo libro che si dovrebbe leggere tutti i giorni, che Chopin ha detto – non so più quando né dove – d’aver avuto sempre sul pianoforte, è ancora per molti un mistero… E’ triste pensare ad esempio che vi siano musici o uomini che si occupano di musica che considerino il clavicembalo ben temperato come una raccolta di esercizi per educare le mani, o come una tortura per guadagnare un diploma. E’ triste pensare che vi siano uomini che passino accanto alla bellezza alla grandiosità alla poesia alla umanità di questa concezione senza avvedersene. Che passino sulla soglia di questo tempio senza desiderare d’entrarvi o senza sapervi entrare.
Se lo saprò fare, voglio essere utile a costoro.
Non spalancherò la porta del tempio: non farò tutta la luce. Ma socchiuderò un poco l’uscio, perché ciascuno se l’apra e si faccia la luce da sé…
Bach fu uomo sereno amabile e gioviale, quantunque di carattere pronto e un poco anche cocciuto – informino le controversie con Ernesti, il rettore della scuola di San Tommaso -. Fu uomo pio, profondamente e illuminatamente pio. Ebbe una vasta cultura: gli studi che aveva fatto a Lüneburg gli offrirono una base solida a quegli studi che fece da sé, per quanto la creazione e le occupazioni glielo permettevano, e che si diressero preferibilmente alla filosofia e alla teologia.
Dotato di una robustezza non comune – non fu mai ammalato gravemente – trascorse tutta la sua vita con la famiglia e per la famiglia, modestamente. Tuttavia ogni anno si concedeva il piacere di un viaggetto – per lo più a scopo di concerti – o di qualche scappata a Dresda – a udirvi l’opera italiana, che gli piaceva -. Rimase vedovo della prima moglie a Cöthen nel 1720, mentre si trovava a Carlsbad col principe Leopoldo: al suo ritorno non ebbe altro conforto che quello di piangere sulla tomba della sua compagna. Provò un dolore disperato e profondo, come attesta il figlio Filippo Emanuele. Nel 1721 passò a seconde nozze con Anna Maddalena Wülken – Anna Maddalena: dolce nome, una risonanza nella creazione di Bach…-. Fu padre di ventun figli: di questi, otto soli erano vivi alla morte di lui, quattro maschi e quattro femmine. I quattro maschi furono musicisti: non giunsero all’altezza del padre, ma furono musicisti di valore: Friedemann – quegli nel quale il padre aveva molto sperato e che finì male – Filippo Emanuele – assai noto – Giovanni Cristoforo e Giovanni Cristiano – che fu organista al Duomo di Milano nel 1754 -.
L’ultima figlia di Bach, Regina Susanna – come già la madre Anna Maddalena nel 1760 – morì in completa miseria nel 1809. Poco prima un gentiluomo aveva iniziato una sottoscrizione a favore dell’ultimo discendente di Bach: il primo a sottoscrivere era stato Beethoven…
Bach non conobbe la gloria: non ebbe la rinomanza di Händel, sepolto in Westminster come un pari d’Inghilterra. Ebbe però amici ed ammiratori, segnatamente in Germania, che – se si eccettua qualche critico acerbo come lo Scheibe – seppero apprezzare la sua opera.
La ragione di questa freddezza va ricercata in parte nella poca diffusione che ebbe la sua musica, e in parte nel fatto che, in fondo, l’arte di Bach fu estranea ai gusti del tempo, fu fuori del suo tempo. I suoi contemporanei inclinarono verso un’arte minuta, molle, se non addirittura smidollata e dolciastra: il suo pensiero sano largo robusto puro non trovò echi, non ebbe risonanze. Lui morto, la sua creazione scomparve.
Occorsero quasi ottant’anni prima che egli tornasse dal suo silenzio. Fu nel 1829, quando a Berlino Felice Mendelssohn – Bartholdy eseguì la Passione secondo San Matteo.
Il clavicembalo ben temperato fu composto da Bach con scopi, dirò, pratici: li vedremo con qualche precisione tra poco. Quello che ora desidero far notare è un lato singolare del carattere di Bach musicista: Bach ebbe la passione dell’insegnamento ed a questo fine scrisse non poca musica, specialmente per il cembalo. Questo tratto parrà singolare in un uomo di genio, l’uomo di genio essendo per noi un essere tutto assorto nel suo concepire, tutto chiuso nel lavorio immenso del sentire e dell’esprimere, staccato dalle cose di quaggiù, che per lui non sono che apparenze ed occasioni.
Tuttavia sarà bene non dimenticare che la maggior parte dei lavori a fine didattico egli compose per i suoi – la moglie e i figli – che ebbero una così bella e grande parte nella sua vita. E che ancora Bach fu uomo mite modesto portato all’affetto altrui, e non può meravigliare se egli non trascurò occasioni per fare altrui cosa utile e grata. Quel che può meravigliare, se mai, è che egli, prendendo occasioni e – direi – punti di partenza così modesti, sia arrivato ad altezze superbe ed abbia creato dei capolavori…
I due libri del clavicembalo ben temperato non sono stati composti nello stesso tempo: sono stati anzi creati in epoche assai lontane. Il primo libro è del 1722 ed è stato composto a Cöthen o – come si dice – durante un viaggio: il secondo libro ha la data del 1744, è stato composto a Lipsia ed è apparso sotto il titolo di ventiquattro nuovi preludi e fughe. Ma queste date non hanno un valore assoluto. Bach aveva l’abitudine di riprendere di ritoccare di rifare i suoi lavori, molti dei quali ebbero tre e perfino quattro versioni. Questa sorte toccò anche a molte pagine del clavicembalo: undici preludi del primo libro si trovano nel Klavierbüchlein per Friedemann – ancorché sotto un’altra veste – e non v’è dubbio che alcune pagine del secondo libro non siano anteriori anche al primo libro, che siano cioè dell’epoca di Weimar.
Bach non pubblicò che pochi dei suoi lavori: non volle far rumore intorno al suo nome… Pubblicò il primo lavoro quando aveva quarantun anni!
Ebbe l’abitudine di copiarli o di farli copiare – dalla moglie, dai figli, dagli allievi, dai copisti -. Non sempre le copie dei copisti erano perfette, perché per lo più erano copie di altre copie che il Maestro non vedeva neppure. Avevano errori di sbadataggine: ma avevano anche delle semplificazioni! Vi erano dei copisti che trovavano che certi passi erano troppo difficili e complicati e li modificavano… Questa è la ragione per cui non pochi passi di non poche composizioni – clavicembalo compreso – hanno versioni diverse.
I manoscritti di Bach, alla sua morte, furono divisi tra i figli, che in quella circostanza e dopo si mostrarono animati da un affetto filiale assai discutibile. I manoscritti che toccarono a Friedemann andarono in gran parte perduti. E Filippo Emanuele permetteva che si consultassero i suoi dietro pagamento di una somma di danaro…
La prima edizione del clavicembalo è del 1800, per opera di Nägeli di Zurigo, secondo altri per opera di Kollmann a Londra, cui seguì subito quella di Richault a Parigi. Se ne fecero in seguito parecchie edizioni. La più sicura è quella della società Bach del 1864.
Il clavicembalo ben temperato contiene 48 preludi e fughe: 24 per ciascun libro. Nel primo libro vi sono 1 fuga a 2 voci, 11 fughe a 3 voci, 10 a 4 voci e 2 a 5; nel secondo libro 15 a 3 voci e 9 a 4…
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Giunto al termine del mio lavoro, lo studioso potrebbe voler sapere se vi sono relazioni e, quali sono, tra il clavicembalo e le altre creazioni di Bach. In quale punto della creazione totale di Bach si trovi il clavicembalo.
Relazioni con le passioni, con gli oratori, con le cantate, con le creazioni religiose insomma, non possono essere che generiche. Quelle relazioni infine che sono fra le creazioni di uno stesso creatore, che sono i diversi aspetti di una figura: i molti rami che escono dal ceppo unico. Ciascuno ha il suo tratto singolare, ma tutti rivelano la comune origine.
Che Bach abbia trattato ciascun gruppo di creazioni con intendimenti singolari, con procedimenti caratteristici per ogni gruppo è chiaro e nessuno che io sappia può negarlo.
Che Bach abbia pensato a cancellare l’impronta della comune origine e quell’aria di famiglia che è in tutte le sue creazioni è inammissibile. Non potendosi ammettere che Bach cercasse di distruggere se stesso, ché sarebbe stata incoscienza o vuoto eclettismo.
Le relazioni con le cantate e le passioni sono generiche e lontane anche per una ragione di sostanza e di indirizzo.
Di sostanza in quanto quelle creazioni hanno una delimitazione chiara e finita, determinata dalla natura dei testi sui quali poggiano, che nel clavicembalo manca, essendo esso musica pura e libera…
Di indirizzo in quanto quelle creazioni sono state composte a solennizzare ricorrenze per lo più religiose ed erano indirizzate a moltitudini di uomini. Mentre il clavicembalo – non dimentichiamolo mai – è composto per l’intimità dolce e silenziosa della casa, e quanto a caratteri ha, sì, qualche espressione di fede profonda, ma ne ha molte altre ancora ed è come un piccolo grande specchio della nostra anima…
Le relazioni sono generiche e assai lontane anche fra il clavicembalo ben temperato e la creazione per organo. La vivacità di linee, la mobilità nell’intreccio delle voci e quello spostare temi e frammenti che son propri del clavicembalo non si trovano nella creazione per organo.
Le minuzie, le finezze dei particolari, le delicatezze di sfumature che sono nel clavicembalo dovunque e, in genere, nella creazione clavicembalistica, non si vedono nella musica per organo, che va sempre a grandi linee, a episodi larghissimi, a masse di suono maestose, a volumi ampi…L’organo inoltre si trova quasi esclusivamente nei grandi e vasti ambienti, nelle chiese, in cui corrono grandi distanze fra lo strumento e gli uditori. Dove sono ampie risonanze e riflessi di risonanze e spesso anche risonanze non felici che portano alla confusione e non consentono le finezze, le combinazioni e quella mobilità e ricchezza tonale che stanno perfettamente in un piccolo ambiente.
E le relazioni tra il clavicembalo e la musica per strumenti quali il violino, la viola da gamba, il flauto? Mostrerei mancanza di sensibilità se negassi che ci siano interferenze fra la maniera di disegnare nel clavicembalo e quella di questi strumenti. Soprattutto fra la maniera cembalistica e violinistica… Va notato che queste interferenze sono più frequenti nel primo libro del clavicembalo che non nel secondo. Dove si direbbe che Bach poco a poco si stacchi dagli strumenti per appartarsi in una regione superiore dove il suono s’immagina infinitamente bello e puro, espressione di un pensiero non più umano e terrestre…
Dove si sente soprattutto la vicinanza del clavicembalo è soprattutto nelle cosiddette invenzioni: che sono state composte poco prima e poco dopo, probabilmente insieme col primo libro.
E’ soprattutto lo stile che pone queste piccole perfette creazioni attorno e presso il clavicembalo.
Lo stile polifonico, ad imitazioni, fugato.
E non lo stile polifonico in genere, che si ritrova in quasi tutta la creazione di Bach, ma questo stile polifonico, questa maniera di condurre le parti e di combinarle per farne un tessuto chiaro puro e trasparente infinitamente melodioso, dove tutto parla, tutto canta, dove tutti i particolari sono curati con infinito amore, dove non ci sono pleonasmi inutilità freddezze, dove ogni applicazione tematica è foce e sorgente d’un pensiero, dove il linguaggio giunge ad una ricchezza e varietà d’espressioni illimitata.
Le invenzioni non sono così profonde e così vaste come il clavicembalo…ma la loro varietà è bellissima. Ciascuna è un quadretto preciso e chiaro, senza richiami e senza somiglianze con gli altri. Ciascuna è una creazione compiuta e perfetta…
Tuttavia, nonostante le relazioni più o meno lontane con le altre creazioni, nonostante la vicinanza delle invenzioni, il clavicembalo ben temperato non cessa di occupare una posizione singolare e unica nella creazione di Bach.
Mirabile per l’immensità della forza creativa, per l’indefinito rinnovare del pensiero, della sensibilità, della concezione: per la vivacità e la freschezza delle scene e delle pitture: per quel comporre che è sempre nuovo e diverso…
Creazione grande come le più grandi di Bach, delle quali ha tutte le bellezze d’espressione e le profondità…Bellissima fra le bellissime per la poesia che vi spira, per gli affetti nobili e puri, per il dolore e per la gioia, per la vastità e le finezze, per la spiritualità e l’interiorità pensosa… Immagine viva del buon creatore che sereno creò fra dolori e tristezze, nel sordo agitare delle vicende e delle ambizioni umane, figura alta e maestosa che si leva con altre poche sulla immensità grigia dolorante e sconfortata delle moltitudini, di cui seppe e disse le aspirazioni sublimi, i sentimenti più puri: la fede sconfinata, l’amore del bello, la dolce bontà paterna.
Luigi Perrachio

Propongo l’ascolto del Preludio e Fuga 1 in do maggiore (com’è noto il preludio fu adattato da Charles Gounod per la sua celebre Ave Maria), eseguito da Friedrich Gulda nel 1972, presso MPS – Tonstudio, Vilingen, Germania.

http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=1&ved=0CCQQtwIwAA&url=http%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3D0KQW2YnCUrE&ei=sRskVM_iJovhywOOkoDQBQ&usg=AFQjCNEKcVenEOYkvoAwWpVPwVXRKOAbvQ

Poesie dedicate a Johann Sebastian Bach

26 Dic

 

 

Johann Sebastian Bach

Johann Sebastian Bach

Con grande  piacere offro oggi ai miei lettori un po’ di musica e poesia, chiedendo a Johann Sebastian Bach, l’”organo di Dio” – il mio compositore prediletto – di sedere un po’con noi e brindare all’Anno Nuovo.

Vadim Sokolov

 

Su, ascoltiamo Bach

Lirica universale

 

Su, ascoltiamo Bach:

Un preludio, la fuga in do minore?

Guarda, un uccellino sul davanzale,

E le ali non pulisce il sudicione,

E’ stanco, forse, poveretto!

 

Con la pioggia l’organo suona meglio,

E tuttavia ispira tristezza!

Che la pioggia batta, non sentirla…

Io socchiudo un po’ la porta…

…Ispira pure – è questo ciò che conta!

 

Il preludio è finito. Bene!

Forse, spegnerò la luce.

Tu sei accanto, che piacere…

Sulla strada ha rinfrescato…

…Siedo accanto a te…

 

Ma non tacere, ti prego…

…Fuori è già notte,

E vicino non si vedono fuochi…

Ah, se tu non fossi malata…

Soltanto la luce delle candele accese…

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Osip Mandel’stam

 

Bach

 

Qui parrocchiani – figli della polvere,

E tavole anziché quadri,

Dove col gesso di Sebastian Bach

Si segnano solo le cifre dei salmi.

 

Quale dissonanza

Nelle taverne chiassose e nelle chiese,

E tu esulti, come Isaia,

O Bach – il più assennato!

 

O nobile disputante, sul serio,

Sonando ai nipoti il tuo corale,

Un sostegno allo spirito davvero

Nelle prove logiche cercavi?

 

Che suono è mai? Semicrome,

Il grido polisillabo dell’organo –

Soltanto il tuo brontolio, niente più,

O inflessibile vegliardo!

 

 

E il predicatore luterano

Sul suo nero pulpito

Con il tuo, o sdegnato interlocutore,

Fonde il suono della sua orazione.

 

(1913)

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

Aleksandr Baltin

 

Bach

 

Con la parrucca, vestito con garbo e austerità

Glorifica, sonando adesso l’organo di Dio.

Lo glorifica sempre, anche se la strada è ramificata.

 

Ed ecco in casa Johann Sebastian è solo.

I vivaci pannelli con le immagini delle scimmie

E dei pavoni, la quercia risplende spargendo

Oro. La candela lancia guizzi di luce.

 

Sviluppi di note – di segni annerisce l’immensità.

Il suono sottile scorre, e a un tratto come ferro,

Il suono, quasi molla, si comprime.

 

Quanti angeli proteggevano

 Il cammino? Quanti lavoravano

Sugli accordi del minerale celeste,

Affinché il riverbero toccasse Bach, e musica

Diventasse un sol, e proprio così risonasse?

 

Le vigne ci sono. E c’è

La polvere, le pietre in essa.

Ci sono i boschi coi tronchi degli organi – e tutto

Il mondo delle nostre passioni, delle velocità.

 

La musica di Bach è data,

In essa c’è tutto – passato e futuro,

E la preziosa verità,

Più alta delle parole, e oltre la luna.

 

Bach al lume di candela

Crea le fughe.

E i suoi amici spirituali –

Gli angeli –

Che non sono nelle nuvole,

Ma accanto a lui:

Dettano le note.

Nascono i fuochi,

Invisibili ad alcuni.

Bach è accecato? Egli è immerso nella

Possibilità di vedere altro.

Che importa a lui il trionfo della sua musica,

Se per lui si è aperta la parola del’immenso…

 

…I bambini giocano, il tappeto è morbido,

Qualcosa per la vita fa la moglie.

La domestica prepara il pranzo.

Lo sguardo di Bach per ora è limpido.

Il maestro berrà volentieri un po’ di vino,

Per poi di nuovo donare agli uomini la luce.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

Konstanty Ildefons Gałczyński

 

 

La Pasqua di Johann Sebastian Bach

 

La famiglia è andata ad Hagen.

Sono rimasto solo in questa enorme casa.

Dei miei passi rimbomba l’andante.

 

Mi fa ridere tutta questa doratura

e questi pellicani scolpiti senza cura,

e quelle nuvole che corrono a levante.

Io amo le nuvole. E le luci cupe.

Come le fortezze. Come le mie quadruple fughe.

 

Girare per le stanze – che incanto,

con la Signora Musica accanto!

Come bosco d’autunno le rosse candele d’oro.

Oggi è Pasqua. Le campane conversan tra loro.

Oh, felice è il mio cuore!

Nei vecchi cassetti le vecchie missive,

e nei libri le foglie seccate;

che bello frugare tra le carte d’un tempo…

Oh, ore festive piene di dolce fermento!

O estri come colonne d’oro, o cantate!

Vestito di verde velluto

sguazzo, vago per queste stanze,

sui ballatoi e sulle scale;

oh, prima di sera, quante ore ancora, quante,

per borbottare, canterellare, camminare,

scorrere come acqua incantata!

Scuri come la notte i ritratti mi salutano,

e ancor più scuriscono quando m’allontano.

E’ buffo che alcuni m’han chiamato maestro,

dicono che nelle cantate il Cielo ho messo.

Peccato che qui non tutti conoscete il mio merlo,

ah, come questo merlo canta, ah, che bravura!

A lui devo molto. E anche alle grandi nubi.

E ai grandi fiumi. E al tuo seno, o Natura.

Guardate questi giacinti azzurri,

queste sedie di legno nero,

tutti questi mobili dorati,

questa gabbia coi pappagalli, che canticchia,

quelle nubi come vascelli argentati,

che il vento del sud solleva.

Sì. Guardate. Qui dimoriamo.

Qui ricorderanno Johann Sebastian.

Dicono che sono vecchio. Come il fiume.

Che il tempo sempre più mi sfugge di mano.

E’ vero che molte ore ho sprecato.

Non fa niente. Al diavolo! Io suono su corde resistenti

e ci sono ancora le mie cantate, accidenti!

Non il tempo me, ma io lui all’incudine ho legato.

Presto tornerà la famiglia e comincerà il banchetto.

Le mie figlie, prima di sedersi, si acconceranno.

Lo sciame degli ospiti giungerà. Il ballo inizierà.

Mangeranno e berranno a profusione.

E anche il pastore dall’arazzo zufolerà una canzone.

Poi calerà la sera. E io sparirò nel pergolato.

Perché migliore del mio violino, quando ero a Weimar,

delle perle che sogno per mia moglie,

delle sonate dei miei figli, di ogni vaghezza,

è questo attimo di grande dolcezza,

proprio quando, nella pergola, da una sua fessura,

vedo una cosa insolita, vertiginosa, pazzesca a dismisura:

IL CIELO STELLATO DI PRIMAVERA

(1950)              

(Versione di Paolo Statuti)

 

Paolo Statuti

Ascoltando Bach

 

O diletto Bach,

lascia chio ti ringrazi

per la tua musica.

Essa è una dolce visione,

dove cherubini e serafini

cantano in coro

la quiete dell’anima

e la gioia di essere.

Nel fluire delle note

il cuore torna sereno,

le pietre che lo schiacciano

diventano piume,

le catene che lo legano –

ghirlande di fiori.

Le note penetrano

sempre più a fondo,

là dove si ha più bisogno

di conforto e di amore.

O Sebastian,

ascoltandoti,

vedo cielo e terra fusi

nella tua persona.

Tu immortale

li hai mostrati ai mortali,

tu li hai racchiusi

nella tua ciaccona.

 

 

(C) by Paolo Statuti

Johann Sebastian Bach (1685-1750)

8 Ago

 

Johann Sebastian Bach (ritratto a carboncino eseguito da Paolo Statuti)

Johann Sebastian Bach (ritratto a carboncino eseguito da Paolo Statuti)

 

   Nel 1961 la casa editrice Claudiana pubblicò un volumetto di appena 45 pagine intitolato Incontri con Bach (Stunden mit Bach, traduz. Erica Minguzzi) dello scrittore e teologo tedesco Albrecht Goes (1908-2000). Sono “incontri” affascinanti e meriterebbero di essere ristampati. Per i miei lettori ho scelto il primo breve capitoletto “Mattutino con Bach”.

 

Mattutino con Bach

 

   Albeggia appena. Nella casa degli ospiti nessuno si muove ancora. Esco sulla terrazza e guardo alti sopra di me gli abeti della Foresta Nera nella luce settembrina dell’alba, nel grandioso incontro fra completa oscurità e piena luce. Giù, nel giardino, fioriscono rose tardive e astri precoci. Ci troviamo a una tale altezza che le nebbie autunnali non hanno più potere su di noi, ma soffia un chiaro vento mattutino e coi suoi giochi alterni domina tutto: ora crea ombre, ora squarci di splendore e fiamme di luce. Alto all’orizzonte, sulle cime degli abeti, il rosso fuoco delle pine.

   Provo un senso di benessere. Chiarore, caldo mite. E’ forse la corrispondenza della natura con il momento particolare della mia vita, che mi circonda di così benefica armonia? Primavera di vita, ascesa, pienezza di forze, felicità del meriggio…tutto questo è passato. Di quando in quando mi punge l’amarezza dell’autunno, ma solo come un alito fugace, solo come un profumo di melecotogne e di noci. Però, un poco del peso della calura estiva mi è stato tolto di dosso, mi sono diventati più nitidi i contorni di tutte le cose, ora, ancora più chiaramente, la vita significa compito verso gli altri, domande su domande mi si fanno incontro, ed esigono un’eco, una risposta, una responsabilità. Desidero che un poco di musica entri in questa mia ora mattutina – anzi una musica – quella di Johann Sebastian Bach. Se fossi a casa mia, potrei sedermi al pianoforte, in un’ora abbastanza opportuna, aprire il Klavierbüchlein di Magdalena e saggiare me stesso, tasteggiando una Suite o una Partita. Ma forse farei ciò che in generale usiamo fare da anni  e che è indice della nostra decadenza: prenderei due o tre dischi, andrei verso la cassetta magica e farei suonare per me al cembalo o al pianoforte Ralph Kirkpatrick oppure Dinu Lipatti, già da tempo scomparso, e forse inviterei anche l’incomparabile Aurèle Nicolet a suonare il suo flauto. E questa sarebbe la musica che chiamiamo assoluta, musica senza programma né titolo, senza parole e senza convinzione, senza astuzia, senza sogno, senza incanto. Ma non sono a casa e non ho sottomano nemmeno una pagina di musica. Eppure è possibile evocare davanti all’animo , davanti agli occhi del cuore, anche senza fogli in mano, la meravigliosa concertazione di queste pagine di Bach: verticali e orrizzontali del quadro musicale e, tra di esse, la più pura corrispondenza melodica. E’ musica che non si conosce a fondo né alla prima né alla seconda audizione, eppure dopo solo cinque battute, comunica già qualcosa di completo: questa musica è, mi sembra, un purissimo mattino.

   Lo so, quella di Bach non è musica da inizi dell’arte del suono. Molte esperienze l’hanno preceduta, molte esperienze erano entrate a far parte della consapevolezza di Bach e vi si erano trasformate: Orlando, Schütz e Buxtehude, la dolce giocondità degli Italiani e i meravigliosi Inglesi, Purcell e Dowland. Esisteva già il canto di Innsbruck di Enrico Isaak e il tono dolce amaro di Sweelinck: («La mia giovane vita finirà»). No, quello che sentiamo in Bach non è l’alba della musica, è il mattino in quanto primo albore della vita, primo giorno della creazione.

   Mi torna alla mente quello che un amico mi raccontava, di un collegio nel quale ogni giorno, all’inizio del lavoro, un allievo dei corsi superiori suonava per tutti un preludio e una fuga di Bach, forse non sempre con molta bravura, ma coscienziosamente e con precisione. «Non ho imparato subito cosa sia un tema, un controsoggetto, un canone – mi diceva l’amico – ma ho imparato cosa sia il raccoglimento. Quando più tardi, negli anni della prigionia non possedevo nemmeno uno spartito, mi nutrivo indicibilmente di quei minuti di musica dell’alba, dalla memoria affioravano sempre note serrate, piene di chiarore e in esse sentivo sempre il mattino. Intendo dire che si sarebbe potuto suonare questa musica anche in un’ora diversa, per esempio alla fine del lavoro, ma non sarebbe stata la stessa cosa…No, dirò meglio che se anche la si fosse suonata in un’ora diversa, anche di sera, sarebbe ugualmente rimasta la musica del mattino, l’alito vitale dell’alba».

   Paragono questa musica a una grande sala luminosa in cui vi siano tre porte. La prima è l’apertura verso la parola, verso la essenziale, fresca chiarezza della parola. Non si bisbiglia, non si sussurra, si parla: fortificati da questa musica , osiamo ancora addentrarci nella Babele della nostra lingua di uomini. Ti sembra scarna, questa musica? Non lo è. E’ semplice, come sono semplici le cose più alte. Quando essa ci accompagna verso la parola, esige la più genuina schiettezza, la parola pacata, il pacato , il coraggioso no.

   La seconda apertura introduce nell’ambito dell’azione. Dinanzi a noi sta il giorno ed esige attività, decisioni coraggiose, lo zelo dell’uomo, la sollecitudine della donna. A tutto questo è intimamente legata questa musica. Altra musica, diversa da questa, ci suggerisce idee di diserzione, di assopimento, di delirio, di oblio e di morte. Un’altra, non la musica di Bach, ci invita a pensare all’ieri, alle cose remote.

   Essa è amica del silenzio – e questa è la terza apertura – del silenzio raccolto in se stesso, che tuttavia rimane accanto alla parola per proteggerla dal degenerare e che, sebbene di lontano, accompagna anche l’azione, sottraendola alla ottusa assuefazione dell’abitudine e al disordine della fretta. La musica per se stessa non è silenzio, come non lo sono né la parola né l’azione, ma essa comunica con il mondo primordiale del nostro essere raccolto in silenzio nel segreto di noi stessi. Non oso dire che essa ci trasformi, che ci renda migliori come ci si augurerebbe. Nella storia recente vi sono nomi di tremendi distruttori che tuttavia sono stati buoni interpreti di Bach e anche l’esperienza personale ci mette in guardia contro le esaltazioni chimeriche. Ma mi sia concesso affermare che la grande, sacra chiarezza di questa musica è collegata a tutto quanto in noi non ha bisogno di sottrarsi alla luce del giorno, anche se si trattasse soltanto delle nostre segrete nostalgie e delle nostre esili speranze.

   Sacra chiarezza: in essa vi è il canto della terra e il diletto della vita, ma fra le battute di senso preciso si aprono sbocchi verso un altro genere di mattino.

   Mi richiamano in casa. In quest’ora nessun suono di musica ha rotto il silenzio, eppure se dovessi dare un nome all’ora trascorsa sulla terrazza, sotto gli abeti, meglio che in qualsiasi altro modo la chiamerei: mattutino con Bach.

                                                             (Albrecht Goes)

 

Ed ecco due mie poesie dedicate a Bach, il compositore che amo di più.

 

 

 

 

 

Ascoltando Bach

 

Mio caro, diletto Bach,

lascia ch’io ti ringrazi

per la tua musica.

Essa è una dolce visione,

dove cherubini e serafini

cantano in coro

la quiete dell’anima

e la gioia di essere.

Nel fluire delle note

il cuore torna sereno,

le pietre che lo schiacciano

diventano piume,

le catene che lo legano –

ghirlande di fiori.

Le note penetrano

sempre più a fondo,

là dove si ha più bisogno

di conforto e di amore.

Il tuo sorriso

è il sorriso che Dio

ti ha rivolto,

quando morendo

gli hai portato in dono

le tue armonie…

le Sue armonie!

 

2008

 

 

Die Kunst der Fuge

 

Bach si siede:

davanti a lui si spalanca il cielo,

dietro – il silenzio

e il respiro dell’umanità.

All’improvviso dodici note esplodono

dalla tastiera: potenti, profonde, maestose…

Bach sorride, è felice,

sa che è la voce di Dio.

Le note irrompono, si ripetono,

si rincorrono

tra le canne dell’organo,

si allontanano e ritornano

come eco di sfere celesti.

Seduto nella mia stanza

ascolto un disco:

Bach è con me,

Dio è con lui.

Le dodici note mi danno pace

e conforto,

di tanto in tanto mi chiedono:

anche tu senti la Mia Voce?

Rispondo come in sogno:

Ti ringrazio, mio Dio.

 

2009

 

 

 

 Concludo questo mio post con un pensiero su Bach del compositore e musicologo russo Borìs Asafiev (1884-1949): «E’ un gigante che non bisogna trattare come individualità, ma piuttosto come un potente laboratorio creativo, in cui tutte le perfezioni, gli stili, le tendenze e i risultati della musica dei suoi tempi si fondono in un tutto unico».

 

 

 

 

(C) by Paolo Statuti