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La musica che scorre dai versi

23 Set

 

 

   Care Amiche e Amici del mio blog, “rovistando” in internet ho scovato un libro fatto su misura per me. Si tratta infatti di una antologia di poesie dal titolo “La musica che scorre dai versi”, curata da Janusz Nowosad, musicologo e insegnante di musica, e pubblicata dalla Associazione degli Insegnanti di Musica (Lublino 2012). Da questo libro ho scelto e tradotto le seguenti 10 poesie di 10 differenti autori.

 

Ignacy Krasicki (1735-1801)

 

L’usignolo e il cardellino

(fiaba)

Disse il cardellino all’usignolo che se ne stava muto:

“Peccato che canti poco”. L’usignolo rispose arguto:

“Ciò che la natura mi ha dato, eseguo fedelmente.

Meglio poco, ma bene, che molto e assai mediocremente”.

 

Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

 

Musica di notte

 

Non inginocchiarti davanti a me amico

Il tempo tra di noi s’è inginocchiato

 

Il tempo suona

dicono gli Italiani

Stupendo è

il nostro grande rasserenamento

 

Il mondo è spaventoso

ma cantano in esso

come in un enorme acquario

betulle volpi

torrenti di fiori

strade nei campi

e case di legno

 

e anche i concerti di Brahms

e i valzer di Chopin

Accogliamo con umiltà

il grande stupore il grande elevamento

la discesa nel sottosuolo

 

Il tempo ha dato il tempo ha preso

che il suo nome sia lavato nella musica

 

Non inginocchiarti da’ la mano

baciamoci

con il bacio della pace

Cos’altro mai ci resta?

 

 

 

 

 

 

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1895-1945)

 

Uccelli di primavera

 

Un uccellino sopra uno stecco

del giardino accanto

con una sega di vetro

suona una triste canzone. –

 

Poco fa suonava un flauto

di melodioso ghiaccio,

ma il sole lo ha sciolto

e in gocce lo ha sparso. –

 

Là ora un altro, più in alto,

ostinato come un Cinese

che scrolla il capo,

scuote una campanella di vetro. –

 

I crochi crescono, veloci,

in una dolcezza colorata,

come se sulla bionda terra

l’arcobaleno si fosse calato. –

 

L’erba cresce all’improvviso

come estratta con la mano,

profumano i candidi fiori,

le balsamine dell’aria,

 

e un merlo nella nera gola

modella una morbida nota,

attinta anni prima

al pozzo di Melusina. –

 

Józef Czechowicz (1903-1939)

 

La musica di via d’Oro

 

Il cielo muta, la sera si è placata,

il vento sussurra ancora, prima di assopirsi.

Il cielo fruscia col violetto.

Il vento – non più il vento – il sorriso.

 

Da via Dominikańska il canto del coro;

le ragazze lodano Maria.

Dall’Archidiakońska gli fanno eco

le arie di un violino solitario.

 

Il silenzio musicale delle case

è congiunto all’arcobaleno,

sulla fronte della chiesa un raggio

scende come ciocca di capelli.

 

Ed ora qualcuno il silenzio ha teso,

lo batte col pugno di bronzo

la campana della sera,

grondando la forza del metallo,

 

comincia a suonare sotto la croce:

 

uno – e due – e tre –

 

Jerzy Liebert (1904-1931)

 

La musica del mattino

 

Lontano e assai leggero

Il vento culla gli alberi e il cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle piccole gole

A gocce spargono nel silenzio.

 

Il silenzio, come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei bicchieri

Di acacia e di gelsomino.

 

L’azzurro si unisce all’argento,

Spruzza un forte aroma,

Agli uccelli le ugole graffia

E nuove gocce risuonano.

 

Marian Piechal (1905-1989)

 

Musica

 

Sogno scorrevole, luce udibile,

con impeto nei sensi versati.

Spirito che dalla sabbia una palma

porta fin sotto le nuvole.

 

 

 

 

Trama inesplicabile

in un tempo senza spazio –

creata come essere immateriale

che non proietta l’ombra.

 

Puro senso nudo, essenza denudata,

ragione ultima di tutte le cose –

e proprio soltanto qualcosa

troppo ardua per la mente umana.

 

La casta religione, la musica,

toccherà l’impalpabile,

l’intimo paesaggio dell’anima,

davanti al quale si chiudono gli occhi.

 

Jerzy Hordyński (1919-1998)

 

Notturno in Fa-diesis maggiore di Chopin

 

La musica riempie la sera,

allontana la memoria,

siamo entrati nell’ora dei presagi

veramente soli.

 

Qualsiasi cosa adesso accadrà,

non soffocherà l’istante,

indovino la morbidezza del tuo volto

dal fruscio delle foglie.

 

 

 

Gli assorti nel respiro del verde

la città trascurerà,

aspettiamo che Dio ci trasformi

in dalie.

 

Anna Kamieńska (1920-1986)

 

Silenzio

 

Mi sono svegliata nel silenzio

come in una tomba appartata

La luce sorride come Beethoven

col sorriso dei sordi

 

E saranno i miei ultimi giorni

i primi come il violino

perché si sappia

che tutto è nel silenzio

 

Nel silenzio sei nato

nel silenzio ti rivolterai

 

Ludwik Jerzy Kern (1921-2010)

 

Cos’è la musica?

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle;

 

 

Forse un ponte incantato,

Sul quale gli strumenti

Ci aiutano a passare.

 

Tutto – come una volta qualcuno disse –

Ha una base musicale.

Perfino il chiaro di luna.

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle.

 

Jerzy Harasymowicz (1933-1999)

 

L’organo del villaggio

 

Prendi un vecchietto

Prendi un litro di miele

Prendi un temporale che brontola lontano

Prendi un gatto da dietro la stufa

Prendi un gruppetto di colombi

Prendi la più grassa perpetua

Prendi i cherubini paffuti come luna piena

morsicchiati dalle api del paradiso

Aggiungi tre sorrisi di san Francesco

La querula smorfia di un angioletto

Di’

Mettetevi in posa per una foto di gruppo

E quando l’avranno fatto aspetta che dalla finestra

entri un fascio di sole

d’oro

E quando li avrà del tutto indorati

Quando non si saprà se è un litro di miele

o un cherubino

 

Allora bacia la mano di legno tarlato del santo

che non lontano caccia via una gazza dalla nicchia

 

Fa’ così e l’organo fratello sentirai

brontolare come un leone

nel barocco della criniera

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jerzy Hordynski

20 Feb

Jerzy Hordyński

Poeta polacco romano di adozione

 

Jerzy Hordynski

   Jacek Moskwa, giornalista della Radio e Televisione Polacca, scrittore, negli anni 1990-2005 corrispondente da Roma e dal Vaticano, il 15.6.1998 scrisse questo comunicato: “Domenica 14.6.1998 è morto a Roma all’età di 79 anni Jerzy Hordyński, poeta e pubblicista, da quasi 35 anni “figlio” di Roma, corrispondente della rivista “Przekrój” di Cracovia.

   Jerzy Witold Maria Hordyński nacque il 19 ottobre 1919 a Jarosław. Debuttò come poeta nel 1937. Studiò diritto, scienze orientali e filologia polacca all’Università Jan Kazimierz di Lwów. Durante l’occupazione militò nell’ Armja Krajowa. Dal 1945 al 1948 prigioniero nell’URSS. Tornato in patria si stabilì a Cracovia, dove terminò gli studi. Nel 1961 lasciò la Polonia e, dopo tre anni trascorsi a Parigi, scelse Roma come sua stabile dimora. In Italia ricevette diversi riconoscimenti e premi, tra i quali: Roma Città Eterna (1971), Gran Premio Italia (1972), Sindaco della Città di Roma (1975) e Le Muse a Firenze (1981).

   Abitava a Borgo Pio, a poche centinaia di metri dalle mura vaticane.

Ogni mattina era possibile incontrarlo nella Sala Stampa del Vaticano. Anche per noi, non numerosi giornalisti polacchi accreditati, Roma da ieri è più povera per la scomparsa di questo nostro amico e maestro”.

Jerzy Hordyński fu un “figlio” di Roma non solo per i Polacchi, che lo conoscevano come autore delle corrispondenze sulla vita culturale della Città Eterna e sulle questioni legate al Vaticano. In Polonia aveva i suoi lettori affezionati. Pubblicò 15 volumi di poesia, tra cui: Ritorno alla luce (1951), Migrazioni (1955), Epitaffio per un gatto (1977) e Spettacolo (1995). L’ultimo suo volume – Il festino – , uscito postumo, è come una sintesi della vita dell’artista e comprende la sua ultima poesia Un giorno il fidanzamento:

Forse ci incontreremo tra mille anni,

forse tra diecimila,

forse soltanto quando non ci sarà più il tempo

e i dardi delle ore si conficcheranno nel cielo vuoto,

dunque non ricordare ciò che è passato,

e non misurare i passi che non ci sono.

Getta l’anello – che voli via in nessun luogo .

   Jerzy Hordyński è sepolto nel cimitero romano di Prima Porta, nel settore riservato ai Polacchi.

   Eravamo amici. Ricordo i nostri incontri sporadici, ma sempre interessanti e ricchi di novità. Ricordo la sua semplice dimora a Borgo Pio: una stanzetta con bagno, ma con uno straordinario terrazzino…Sedevamo lì piacevolmente conversando sotto il sole di Roma una bella mattina di primavera, il “cupolone” era così vicino che ci sovrastava con la sua bellezza e grandiosità…Jerzy mi donò alcune sue raccolte  e da esse ho tratto le poesie che pubblico qui nella mia versione, come modesto omaggio alla sua memoria.

 

Poesie di Jerzy Hordiński tradotte da Paolo Statuti

 

 Sperlonga

Ho rivoltato il paesaggio e subito l’aria

è cresciuta pura e salata. Donne lungo il mare

recavano ceste sulla testa, pesanti d’uva.

Schivavano le meduse morenti sulla riva.

Ho tracciato dei segni sulla sabbia. Il silenzio

nei paesi altrui è la sola lingua degli estranei,

dunque ti ero riconoscente per l’immobilità

dell’istante, in cui le vuote spiagge aspettano la luna

e le piume degli uccelli giacciono sui freddi massi.

La minima parola ci poteva allontanare,

benché fossimo così vicini e forse per questo

ho scelto il cielo estraneo e i frutti degli altri.

 

Dal teatro di Taormina

Splendevano scarne nevi – i candelabri dell’Etna –

il mare si arrampicava verso il cielo deserto,

ed ecco d’un tratto mi trovai oltre le lancette

dell’orologio, che segna l’età di uomini e cose.

Fu un sollievo, perché ancora un istante prima

sul volto le maschere sdentate misuravo,

nelle colonne innestavo i capitelli abbattuti

e udivo nel silenzio come echeggiavano i bravo.

Non c’era in tutto questo né allegrezza né incanto,

ero giunto troppo tardi per ridestare i mondi,

di cui restavano lucertole, fiori e tramonti,

e in terra di una statua mezza ombra soltanto.

 

Tentazione

Vagavo per l’Urbe piena del sogno di ieri,

le finestre mi mandavano risa di stagno

e le fontane inclinavano l’acqua alle mie labbra.

Si stiracchiavano i gatti non mostrando paura.

Il primo raggio schiudeva a mala pena le strade

di nessuno a quell’ora.

L’Urbe così compiutamente bella,

da non poter essere mia,

ogni istante m’incatenava il passo,

cresceva l’invidia e l’ostilità, malgrado l’alba mite.

Tra le case rossicce ero sempre più estraneo.

Girava su di me l’ombra ferrea d’un uccello,

cominciavano a latrare le auto mattiniere,

le campane delle chiese sonavano l’allarme.

Ma la tentazione non scemava affatto

e compresi allora: non c’è nient’altro.

Avevo paura a restare. Del resto chi mi voleva?

Richiamavo indietro i paesaggi cercando riparo.

Correvo incontro alle lontananze d’un tempo.

La speranza respingevo.

Così un condannato affretta il colpo di scure,

posando la testa sul ceppo prima dell’ordine del boia.

 

Il demiurgo

 

Una casa di lunghi viaggi ho costruito,

di continuo appendevo nuove vedute alla finestra,

ho imparato le lingue per meglio tacere

ovvero fingere di non capire.

Ho vagato da solo nel vuoto illimitato,

ogni giorno costruivo il mondo da capo

e alle cose assegnavo il proprio nome,

dunque alfine so che vuol dire felicità.

Le gioie minute non alterano la definizione

nemmeno i governi dei pazzi destano stupore.

 

Amnistia

 

A un demente tutto viene donato,

montagne e fiumi, soli e lune,

colloqui di gatti, salti di pesci.

 

Davanti a un demente tutto si apre,

gli orologi tacciono. Il cielo immoto

accende su di lui lingue ispirate.

 

Sottratto al tempo, agli uomini, alle città,

spezza l’aria, vive dentro gli specchi,

ognuno volentieri gli fa posto.

 

Già visitato, ovvero intoccabile,

non più cosciente, e dunque felice,

posto oltre il limite delle grazie.

 

A un demente tutto viene donato

e scusato nei cantieri delle leggi,

perciò lo accolgono all’insegna del bianco.

 

Raggio inerme, sfuggito al paradiso,

prima che lo mutasse in sabbia e Verbo

in ansia per il suo potere Iddio.

 

 

Ad Anna Romano – pittrice toscana

 

Vivrò, Anna, in una delle tue città,

rinascerò nelle fontane colorate,

nelle albe e nei tramonti abbaglianti.

 

La mia ombra assolata sanzionerà

la sorprendente, improvvisa trasfigurazione.

Tu mi salverai dai cattivi presagi.

 

I colori suppliranno al linguaggio e ai suoni,

spariranno i segni di riconoscimento

e s’aprirà il frutto della felice conoscenza.

 

Nessuno ha presagito i tuoi insoliti sogni,

nessuno sa chi ti ha donato le città,

dove non c’è posto per la sofferenza.

 

Chi entrerà, vorrà restare per sempre

e con te renderà lode al giorno

ad onta della notte mortale e di quella eterna.

 

 

Incontro con Ezra Pound

 

Il vecchio nuota nell’aria,

la cittadina goccia tra i palmi,

sbattono gli uccelli delle ciglia

nel mosaico dorato del duomo.

Mentre sfiora i libri con la penna,

mentre il sorriso pone nell’obiettivo,

nell’intimo si cela più ermetico

d’una chiocciola nel guscio.

Tacendo nuota su di noi,

ormai davvero assente,

libero dalle umane misure.

 

Morale:

Ai poeti bisogna perdonare molto,

ancora più dimenticare.

Vivono nella spietata notte del cuore

e fanno penitenza coi versi.

 

 

Curriculum vitae

 

Nell’anno zero della vita ho depennato il buio,

nel secondo anno di vita ho depennato il silenzio,

nel decimo ho depennato i soldatini di piombo.

Nel quattordicesimo ho scritto i primi versi.

Nel ventesimo se ne andarono la libertà

e tutte le parole scritte sulle bandiere.

Nel ventiseesimo anno di vita

trovai chiusi dinanzi a me il cielo e la terra,

i versi e la gioia,

affetti conosciuti e non conosciuti,

sistemi filosofici, sociali ed etici.

Mi restò per quattro anni soltanto

il disprezzo non trapelato al carceriere.

Nel trentesimo anno ho depennato la speranza,

ho cancellato lunghi viaggi,

il caldo abbraccio delle donne straniere,

la dolcezza dei comodi divani e delle proprie vetture,

la quiete delle biblioteche non sfiorate dalla spia.

Era il tempo spoglio dei cinici profeti.

Taluni si allenavano alla lapidarietà della battuta

con brevi denunce.

Nel trentasettesimo anno di vita

le speranze d’autunno ripresero a rotolare

come lucide castaghe.

Nel trentottesimo anno della mia vita

si riudì dei carri armati la voce inumana.

Poco dopo in un altro punto della Terra

fu saggiata la forza di un’arma moderna.

Il poligono si chiamava isola del Natale.

Ecco l’apice della definizione d’ironia.

Nello stesso trentottesimo anno di vita

scrivo questi versi.

Quante nozioni e chimere depennerò ancora,

prima che l’ultimo sorso di aria

mi sarà tolto di bocca dal tempo –

giullare con la berretta di sanculotto?

 

 

(C) by Paolo Statuti