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Światopełk Karpiński

27 Giu

Światopełk Karpiński

 

     Poeta e satirico polacco. Nacque il 27 marzo 1909 a Łask, nei pressi di Łódź. Scrisse di lui Jarosław Iwaszkiewicz: «Noi che l’abbiamo conosciuto lo ricordiamo come un giovane raffinato, eccentrico, discendente da una lunga fila di antenati di grande cultura: poeti, musicisti, studiosi, ingegneri. Il loro sangue scorreva nelle vene di questo fragile fiore dedito interamente alla poesia». Filip Ebert, suo compagno di ginnasio, ricorda: «Aveva un carattere indocile e uno straordinario senso dell’umorismo. Poco prima della maturità, all’insegnante che gli rimproverava di non sapere ancora calcolare le percentuali, rispose che preferiva gustarle». Terminò la Scuola di Scienze Politiche a Varsavia.

Come poeta debuttò nel 1927 sul periodico letterario Wena (Estro). Collaborò con le riviste Cyrulik Warszawski (Il barbiere di Varsavia) e Szpilki (Spilli). Per la sua raccolta Trzynaście wierszy (Tredici poesie) ricevette il Premio dei Giovani dell’Accademia Polacca della Letteratura (1936). Pubblicò anche la raccolta Ludzie wśród ludzi (Gente tra la gente, 1932), il Mieszczański poemat (Poema borghese, 1935), il Poemat o Warszawie (Poema di Varsavia, 1938), e due raccolte di satire e testi umoristici: Kredą na parkanie (Sullo steccato col gesso, 1937) e Ściana śmiechu (Il muro del riso, 1938).

Nel settembre del 1939 prese parte alla difesa di Varsavia. Aiutava a coordinare l’azione dei servizi comunali. Incurante dei bombardamenti, attraversava i quartieri in fiamme per fare rapporto. Così descrisse quegli istanti: «Salve, barricate di Varsavia, salutatemi o bagliori di guerra, nel sordo rombo delle cannonate c’è tempo anche per le serenate…Poco prima della capitolazione gli fu assegnata la Croce Virtuti Militari per il suo eroismo. Cercò di recarsi in Francia attraverso la Lituania. Soggiornò a Vilno per cinque mesi nella modesta stanza di un edificio in abbandono. Un suo vicino ricorda: «Karpiński ogni tanto faceva visita ai miei genitori. Pagava mia madre per le pulizie della sua stanza. Non nascondeva le sue antipatie per i bolscevichi». Morì a Vilno la notte del 21 aprile 1940. Ufficialmente ebbe un infarto, ma il medico che accertò la morte notò il segno di una puntura sul braccio destro. Forse si era drogato? Forse fu ucciso dai nazionalisti lituani? La poetessa Emmanuela Cunge suggerisce che Karpiński si suicidò. Czesław Miłosz scrisse: «Quando visitammo la salma nella cappella mortuaria della chiesa di san Giacomo, dove ebbe luogo l’autopsia, restammo colpiti dalla bellezza e dall’armonia dei suoi lineamenti…Accompagnammo il feretro con un grande corteo attraverso  tutta la città. Il suo nome era noto a tutti i lettori della stampa polacca…»

Il funerale si trasformò in una manifestazione dei Polacchi di Vilno. Sulla sua tomba crescono ogni anno i nontiscordardimé.

Nella sua introduzione al volume Poesie e satire di Światopełk Karpiński, pubblicato nel 1961 dalla casa editrice di Varsavia Czytelnik, Jarosław Iwaszkiewicz scrive: «Troppi fogli di carta non scritti ha lasciato Światopełk Karpiński, perché la poesia stravagante, ardente ed estasiata da tutto  ciò che gli portava il mondo – era la sua vita… Era una persona profondamente triste, che non sapeva come usare il suo grande talento e le sue straordinarie possibilità. Era figlio della sua epoca, piena di inquietudini e di timori, di presentimento di sventure – di un’epoca che non aveva molto spazio per i poeti e per quelli che credevano nei principi  dell’estetica poetica… la sua morte fu una dolorosa perdita per la poesia e per la satira polacca, e per i suoi amici che trovavano in lui non solo la realizzazione delle proprie opinioni sulla poesia, ma anche la conferma che su questo pianeta così drammaticamente prosaicizzato, nascono non solo poesie appartenenti alla “pura poesia ”, ma anche poeti che sono la personificazione della “pura poeticità».

                                                                                                       Paolo Statuti

Poesie e testi umoristici tradotti da Paolo Statuti

 

La Gioconda

La Gioconda brucia, come candela in fluido buio,

negli angoli della galleria, dov’è un vuoto di sorrisi,

in quelle nicchie di stupore è un filo di grazia,

tra le colonne e la gente come sole in una bara.

Nella sua luce la folla si scioglie. Il guardiano chiude. –

Le sette! La Gioconda con santa e amorevole mano

prende il telefono. Lo squillo  brilla da me…

“Sono io”…”Sono io”…”Gioconda!”…”Amo”…interrotta!

“Pronto”…”Pronto”…”Gioconda!”…Le scale come rudere

frantumo. Le falde del soprabito…Gridando da lei volo.

Il nero Bacco ci porta il cielo delle sere

condensato, valutato e intasato.

Dietro il banco lo sguardo ispirato alla volta rivolge

l’asso dei cocktail, che toni di alcool non sonati

armonizza e unisce in sapori di pura melodia,

pieni di fruscio di verde, di boschi e di luna.

Quando lei beve troppo e le snelle gambe

posa su un vassoio d’argento come due banane, –

l’angelo della mezzanotte in singhiozzi, in gelidi lampi

ammassa scale di accordi praticate nel ghiaccio,

fino all’etere…sulle vette…trema e si tronca

quel concerto…e a valanga…in terrena bufera di luci

cade…nel vino, nella stanchezza, in adagio di violino.

Con una sinfonia così ardente fino al freddo mattino

suona il delirio di ubriaco, come messa per organo!

Si affievolisce il dancing, cala in fondo e si allontana,

ormai è solo ricordo, risata, alcool…

Gioconda la sua nudità come luce scopre.

E le mie labbra ardenti dal petto ai ginocchi

la tatuano tutta – torrido fiore di carne.

O architettura del corpo! I muscoli come arcate.

Il ritmo ipodermico di sferici e sonanti muscoli,

come semplice melodia nelle vene di un vivo canto.

Quelle anche pari che si accoppiano al riso,

prima che serrino e immergano la testa ardente.

O poesia, estratta dalla notte come forma viva…

Gioconda macchiata di sangue torna in auto riscaldata,

barcolla sul marciapiede e nel mattino si bagna,

e appare in cornici dorate, come fanciulla alla finestra.

E quando il guardiano con la chiave il nuovo giorno apre,

la galleria trema di mattino e si gonfia d’ispirazione.

Il pubblico con cento occhi – bisbiglia. – Arde dalla tela

quel sorriso, dove è santa, amorevole e triste.

I ginocchi della folla piega quella maestà divina.

E’ l’estasi nel calice, come nel grido di una sillaba!

E aspettano, pigiati, il prodigio! Il sangue! L’aldilà!

Quando dal sorriso voleranno i bianchi petali di un fiore…

 

Ballata

 

Una volta in un diafano giorno di sole

un defunto o un passante,

vestito di nero, insensato,

si ritrovò in un giardino fiorito.

 

Scacciò con la mano i canti degli uccelli,

vacillò per l’intenso profumo,

e quando scorse gli arbusti di rose

fece loro un profondo inchino.

 

E febbrilmente si spogliò

con le pallide mani tremanti.

Sulla rossa rosa nudo

si chinò e si irrigidì incurvato.

 

 

Guardava…ed ecco dallo sguardo

un rametto come fascio di corde vibrò

e dal silenzio dell’ombra frondosa

la rossa a un tratto guardò.

 

Due boccioli i petti dei due sorvegliarono,

un sorriso come rosa sbocciò.

Le labbra con calore si riempirono di sangue

e la rugiada dai petali bevve come vino.

 

Sul viso una goccia come rivolo gronda.

I rametti snelli come strette.

Sulle spalle nude s’infila

un filo di sangue nell’ago del nervo.

 

Le spine selvatiche proteggono feroci.

Schiuse le labbra dell’ardente rosa

e come ruvida foglia o come lingua

nella carnosità assorbente si tuffò.

 

Durò più a lungo di un sospiro,

e poi fuggì come un ladro.

Sparì come macchia nei chiaroscuri

lo strano defunto o passante.

 

Nello specchio

 

Quando senza di te ho il buio,

nello specchio mi leggo

e chiedo,

perché

hai dato il tuo corpo a un altro,

se il tuo amore è con me.

 

Lo sai che mi tormento

pensando a te e a lui?

Lo sai che ciò mi stanca –

perché quando ero un temporale,

diventavi il mio arcobaleno.

Ma lui non lo conosco. Lui è un crudele anonimo.

Lo sai (amore mio!),

che oggi ho chiamato il medico,

perché forse si animerà la lastra dello specchio

e diventerà lo specchio di un lago…

 

E quando guarderò nelle profondità,

leggerò una faccia fredda come il ghiaccio…

E sorridente salterò in quell’abisso,

e con fragore si spezzerà lo specchio delle cattive acque.

 

E annegando non verrò a sapere perché

non anneghi con me,

ma tendi la tua mano per aiutare un altro…

 

 

I seguenti tre testi sono tratti dalla raccolta Il muro del riso

 

Il poeta

 

– Lei è poeta, signor Pinkierton?

– E chi dovrei essere? Un commerciante?

– Non la offenderei. Il mercato oggigiorno è anch’esso pura poesia. Ma tuttavia mi dica,

la sua professione rende bene?

– Non è la carriera di un banchiere, ma lei capisce, signor Szmelkes, l’aspirazione alla celebrità, le rime inebrianti, sono cose non indifferenti.

– Capisco, va bene, lei scrive una poesia e poi? La pagano subito?

– Non mi pagano affatto e nemmeno mi stampano. Appartengo agli scrittori non riconosciuti.

– Ma finanziariamente come funziona? Mi perdoni, signor Pinkierton, la banale domanda di un comune mortale.

– La mia attività è assai attraente, signor Szmelkes. Io scrivo una breve poesia su una certa ditta: confezioni per donna, oppure pneumatici, o anche lamette da barba. La poesia è orribile.

– E allora, perché dovrebbero pagare?

– Prendo la poesia e la pubblico sui giornali come inserzione.

– Allora deve anche pagare?

– Pago. E di questo vivo. Ho anche l’auto.

– Non capisco.

– Perché lei non conosce queste poesie. Appena l’ufficio pubblicità delle ditta di cui scrivo, con spavento legge questi versi sui giornali, assume subito un detective. Il detective trova l’autore. L’autore sono io. Loro mi convocano e mi pregano in ginocchio di smetterla. Mi rimborsano le spese e stabiliamo che scriverò poesie pubblicitarie su una ditta loro concorrente. Io reclamizzo la ditta concorrente. Allora il loro ufficio pubblicità assume un detective, trova il colpevole e mi paga per smettere, perché i clienti si meravigliano che la loro réclame sia di un livello così basso. E così di seguito. Con una sola branca si può vivere tranquillamente anche per un anno.

– E i suoi costi?

– Minimi.

– Più o meno quanto?

– Sei mesi con la condizionale. Un anno e due mesi. Tre. Dipende.

– Potrebbe farmi qualche esempio di queste sue réclame?

– Quanti ne vuole: «Se vuoi nebbia nel cervello, bevi sempre un Martello».

– Ma quale Martello, un Martell…

– Peggio per loro. Oppure: «Se vuoi investire un contadino, usa gomme Michelino».

– Oppure…

– La smetta, la smetta! Basta così!

E’ bastato anche al giudice e il signor Mieczysław Maciej Pinkierton fu condannato a sei mesi di prigione, per ricatto ai danni di molte ditte, sotto forma di inserzioni deleterie e disonorevoli. Quando uscirà dalla prigione il signor Pinkierton si dedicherà soltanto alla pubblicità cinematografica.

 

 

Uno strano mestiere

 

– Ecco i fatti, Vostro Onore: io sono un esperto di striscioni con le scritte, con gli avvisi. Il manifesto si attacca a una tavoletta, la tavoletta si mette su un bastone e io porto il tutto sulle strade, ma il datore di lavoro non può sapere se ad esempio io mi riposo in qualche portone. Per questo in alcuni bar mi fa un credito temporaneo e puntuale.

– Come “puntuale”?

– Sì, un credito puntuale, perché se a una certa ora io arrivo punt ad esempio al bar “Doppia dose” – posso bere di più a szczot (1) del padrone. Mi hanno assegnato un locale a piazza del Teatro, un altro di fronte alla stazione e un terzo a corso Mondo Nuovo. Quando scocca un’ora posso bere una liscia a piazza del Teatro. Trenta minuti dopo, cioè quando scocca la mezzora, posso bere davanti alla stazione e nel terzo bar posso bere soltanto quando mancano quindici minuti alla prossima ora.

 

 

(1) Szczot (sčot) è una parola russa che significa conto, qui “a spese del padrone”.

 

 

– Ho capito, ma con questo sistema lei può bere soltanto in un locale ogni ora, senza girare con lo striscione.

– Eh…no. Io sono un lavoratore onesto. Non c’è pericolo che io salti un bar. Da dieci anni faccio questo mestiere. Sono così abituato, che quando a volte sto senza lavoro, tutto il giorno vado da un bar all’altro e in ognuno mi faccio un bicchierino. Devo anche aggiungere che non riesco a bere in un bar che non si trova all’angolo di una via movimentata. Perché io bevo secondo il campanello. Cioè quando il campanello dà il segnale di via libera all’altro lato della strada, io bevo e poi non ho più bisogno di nessuno spuntino.

– L’imputato venga al dunque.

– Esco dal bar e cosa vedo? Proprio davanti a me un altro cammina con un avviso. Spostati, concorrente – gli dico – perché non possiamo andare uno dietro l’altro, e io devo arrivare in tempo al bar “Doppia dose”. Mi risponde che anche lui sta andando al “Doppia dose” e anche lui porta un avviso cinematografico, solo che di un altro cinema. – Siamo della stessa branca, perciò andiamo a bere insieme. Prima abbiamo bevuto le vodke pattuite, e poi ci siamo offerti da bere a vicenda, finché non è calata la sera, e quindi ognuno di noi è andato al suo cinema. Arrivo e il mio padrone mi prende a calci e non vuole pagarmi la giornata, Perciò l’ho bastonato con lo striscione, e solo allora mi sono accorto che nel bar ci eravamo scambiati gli striscioni col collega, e ognuno di noi portava la réclame dell’altro. Anche lui hanno cacciato dal suo cinema.

Il signor Zygmunt Wańtuch è stato condannato per aver percosso in stato di ubriachezza il proprietario del cinema di periferia.

 

Il mondo va sempre avanti

 

E’ l’anno 1838.

Una diligenza. Una diligenza gialla. Quattro veloci cavalli. Il cocchiere con la livrea verde e il cilindro marrone. Accanto a lui un tiratore con una tromba rotonda puntata sul ginocchio.

E’ lunga la strada da Varsavia a Cracovia. La “Posta” si ferma di continuo davanti alle locande. Si cambiano i cavalli. Poi di nuovo schioccano le fruste e si prosegue. Ogni tanto una ruota affonda nel fango fino al mozzo, ogni tanto la diligenza corre veloce sul selciato del villaggi.

I viaggiatori aprono i cestini da viaggio. Mangiano. Pollo freddo. Uova sode. Pane e burro. La destinazione è ancora lontana. I cavalli vanno lentamente. Nelle locande lungo la strada i prezzi sono alti, e di sicuro non hanno prodotti freschi.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1888.

Una bizzarra locomotiva già sbuffa vapore. In tutti i vagoni sono aperte le porte di tutti gli scompartimenti. La banchina è affollata da quelli che accompagnano. Fiori. Lacrime. Sventolio di fazzoletti.

Risuona il primo campanello.

Un religioso raccoglimento, e poi una convulsa animazione.

– In carrozza o rimarrete a terra!

Rapidi commiati. Grida. Sbattono le porte.

Secondo campanello.

La folla si allontana dal treno. La locomotiva emette un fischio acuto.

I viaggiatori si affollano ai finestrini.

Il terzo triplice campanello…

Il treno a un tratto si muove con uno strattone. La locomotiva asmatica sputa sbuffi di fumo.

Sulla banchina biancheggiano i fazzoletti dell’addio.

Intanto i viaggiatori hanno occupato i comodi posti e aprono i cestini da viaggio. Mangiano.

Pollo freddo. Uova sode. Pane e burro. La destinazione è ancora lontana. Tutti si sono riforniti per il viaggio. Il treno corre veloce. Divora i chilometri come cioccolatini.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1938.

La gente acquista i biglietti e occupa i posti nel treno pochi istanti prima della partenza.

Un fischio.

Nel vagone di terza classe tutti i posti sono occupati, alcuni leggono il giornale. Fumano. Una grassa signora si agita nervosamente, alla fine tira fuori dalla valigia un pacchetto e lo apre. Dalla carta unta spunta il pollo freddo, poi le uova sode e il pane col burro. Già dal primo chilometro la signora si mette a mangiare. Un pezzetto grasso di pollo è caduto sul vestito del vicino macchiandolo. Scoppia una lite, alla stazione viene steso un verbale.

Il treno continua la sua corsa. Tra un paio d’ore sarà a Cracovia.

Cinquanta anni dopo.

E’ il 1988.

All’aeroporto c’è ressa. L’aereo Varsavia-Cracovia parte tra dieci minuti. I viaggiatori cominciano a occupare i posti.

L’aereo decolla.

I viaggiatori mettono le cuffie della radio.

Tra un’ora saranno a Cracovia.  Appena in aria un signore prende un pacchetto posato sulla rete. Toglie la carta unta, dalla quale spunta il pollo freddo, le uova sode e il pane col burro.

Comincia a mangiare.

Prima di finire sarà già arrivato, ma si vede che ha in sé radicata l’epoca della diligenza.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

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Icaro

23 Dic

 

 

 

Breughel il Vecchio: Paesaggio con la caduta di Icaro

Breughel il Vecchio: Paesaggio con la caduta di Icaro

  

Breughel il Vecchio

Breughel il Vecchio

 

Quanti scrittori, poeti, pittori si sono ispirati alla leggenda di Dedalo e Icaro! Possiamo intenderla in vari modi: come nostalgia della terra natale, come esaltazione del talento e delle possibilità dell’uomo, come realizzazione dei propri sogni, o come fallimento di questi ultimi per eccesso di audacia o per troppa bramosia. Breughel il Vecchio nel suo celebre dipinto “Paesaggio con la caduta di Icaro”, e altri che si sono ispirati al suo quadro, mettono invece soprattutto in risalto l’indifferenza umana per le vicende altrui, per le disgrazie degli altri. I testi che pubblico oggi si inquadrano appunto in questa triste interpretazione, che non fa certo onore all’umanità.

 

Wystan Hugh Auden (1907-1973), poeta inglese.

Musée des Beaux Arts

…………………………….

Nell’Icaro di Breughel: come tutto distoglie

Tranquillamente dalla sciagura! L’aratore può

Aver sentito il tonfo, il grido soffocato,

Ma per lui non era importante; il sole illuminava

Come doveva le bianche gambe che nel verde mare

S’immergevano; e il costoso elegante veliero

Che doveva aver visto il ragazzo piombare dal cielo,

Doveva giungere alla meta e continuò a navigare.

 

(frammento tradotto da Paolo Statuti)

 

William Carlos Williams (1883-1963), poeta americano

 

Paesaggio con la caduta di Icaro

 

Secondo Breughel

quando Icaro cadde

era primavera

 

un contadino arava

il suo campo

tutto lo sfarzo

 

dell’anno era

desto vibrando

vicino

 

alla sponda del mare

così compresa

in se stessa

 

sudando al sole

che scioglieva

la cera delle ali

 

impercettibile

lontano dalla costa

ci fu

 

un tonfo del tutto inosservato

era

Icaro che annegava

 

(Traduzione di Paolo Statuti)

 

Il racconto che segue è tratto dalla mia antologia di racconti polacchi “Viaggio sulla cima della notte”, pubblicata nel 1988 da Editori Riuniti.

 

Jarosław Iwaszkiwewicz (1894-1980)

 

Icaro

 

C’è un quadro di Breughel intitolato Icaro. Guardando questo quadro, si scorge un contadino che ara la terra vicino al mare, un pastore che pasce indifferente il suo branco, un pescatore che estrae dal mare le sue lenze, una città tranquilla in lontananza. Il mare è solcato da un bastimento con le vele spiegate e sul ponte si vedono dei mercanti che parlano d’affari. In breve, osserviamo la vita con i suoi quotidiani affanni e il suo quotidiano cumulo di consuete occupazioni e preoccupazioni umane. Ma dov’è Icaro, dov’è colui che tentò di volare fino al sole? Solo esaminando attentamente il quadro scorgiamo in un punto del mare due gambe che sporgono dall’acqua e qualche piuma sospesa nell’aria, strappata dalla violenza della caduta alle ali ingegnosamente costruite. Poco prima Icaro è caduto. Il temerario che si era attaccato le ali – secondo la leggenda greca – si era sollevato in alto, così in alto da trovarsi vicino al sole. I raggi sciolsero la cera che fissava le file di penne alle ali, e il giovane era precipitato. La tragedia si era conclusa: annegava e scompariva nel mare, ma nessuno se ne accorgeva. Non il contadino che arava la terra, non il mercante che navigava lontano, non il pastore che guardava a bocca aperta il cielo. Nessuno aveva notato la morte di Icaro. Soltanto un poeta o un pittore aveva visto quella morte e l’aveva tramandata ai posteri.

Ricordo sempre questo quadro tutte le volte che penso a un particolare fatto della mia vita. Era il giugno del 1942 o del 1943. Una meravigliosa serata estiva era scesa su Varsavia, bagliori rosati gettavano ombre rabescate sui muri distrutti, e la travolgente fiumana di tutti quelli diretti a casa, che si affrettavano a prendere il tram prima del coprifuoco, mimetizzava con la sua massa di abiti civili le divise ormai rare a quell’ora. Guardando in quel momento le strade di Varsavia, animate e abbellite dal bel tempo di giugno, per un istante poteva sembrare che la città fosse libera dagli occupanti. Per un istante…

Mi trovavo all’angolo tra la Trębacka e Krakowskie Przedmieście, alla fermata del tram. I tram, scampanellando sonoramente, si susseguivano uno dietro l’altro con i loro scafi rossi lungo Krakowskie Przedmieście. La gente li prendeva d’assalto, restava appesa sui predellini, si aggrappava ai respingenti, a grappoli spenzolava in coda e sui fianchi. Di tanto in tanto passava lo «zero rosso» riservato solo ai tedeschi, e quindi semivuoto. Aspettai a lungo una vettura su cui fosse più facile salire, ma, quando finalmente giunse, preferii restare a terra. Improvvisamente avevo cominciato a prendere gusto a quella folla che mi circondava, incurante della mia esistenza. Davanti a me Mickiewicz si ergeva alto sul suo piedistallo; intorno al monumento i fiori malgrado tutto erano fioriti e profumavano, le automobili stridendo voltavano davanti alla chiesa dei Carmelitani, i ragazzetti vendevano i giornali, gridando ad alta voce, i venditori di sigarette e di dolci brulicavano davanti a una bottega scintillante, si udiva il fragore delle saracinesche abbassate e delle inferriate messe alle porte e alle finestre dei negozi; nel giardinetto con le panchine occupate da vecchi e giovani, cinguettavano i passeri, che affollavano anche gli esili alberelli: tutto questo si tuffava lentamente nell’azzurro crepuscolo della serata estiva. In quell’istante sentivo battere il cuore di Varsavia e senza volere mi trattenni fra tutte quelle persone, per restare ancora un po’ insieme ad esse e insieme ad esse godere di quella bella serata estiva.

Ad un tratto scorsi un ragazzo che, venendo dalla Bednarska, assai imprudentemente era sbucato da dietro un tram, che si era già messo in movimento e, fermatosi con la faccia alla strada e con le spalle alla folla in attesa sul salvagente, non distoglieva gli occhi dal libro assieme al quale era emerso dal crepuscolo che si andava ingrigendo. Poteva avere quindici, al massimo sedici anni. Leggendo, di tanto in tanto scuoteva la chioma bionda, scostando i capelli che gli cadevano sulla fronte. Un libro gli sporgeva da una tasca laterale, e reggeva l’altro ripiegato davanti agli occhi, non potendo, a quanto pare, distaccarsene. Probabilmente era riuscito a procurarselo un istante prima da un amico o in una biblioteca clandestina e, senza aspettare di ritornare a casa, voleva conoscerne il contenuto subito, sulla strada. Mi rincresceva di non vedere quale libro fosse, da lontano sembrava un manuale, ma forse nessun manuale può destare tanto interesse in un giovanetto. Forse erano poesie? Forse un libro di economia? Non so.

Il ragazzo si trattenne un po’ sul salvagente, immerso nella lettura. Non faceva caso alle spinte, alla folla che si accalcava sulle vetture. Alcune scie rosse gli passarono dietro, continuava a tenere gli occhi incollati al libro. E sempre con quel libro sotto il naso – forse perché si era stancato delle spinte e delle grida che gli risonavano intorno, o forse perché di colpo aveva sentito nel subconscio il bisogno di affrettarsi a casa – lo vidi scendere dal salvagente, dritto sotto un’automobile che sopraggiungeva.

Risuonò lo stridio dei freni premuti al massimo e il sibilo delle gomme sull’asfalto. L’automobile per evitare di investire il ragazzo aveva sbandato violentemente e si era fermata proprio all’angolo della Trębacka. Con sgomento notai che era un furgone della Gestapo. Il giovanetto con il libro cercò di allontanarsi dal veicolo. Ma in quello stesso istante si aprirono gli sportelli sul retro del furgone e due individui con l’elmetto saltarono a terra. Si accostarono al ragazzo. Uno di essi gridava con voce cavernosa, l’altro facendo roteare il braccio lo invitò beffardamente a salire.

Ancora oggi vedo quel giovanetto in piedi vicino agli sportelli del furgone, pallido e confuso…Che cercava di difendersi scuotendo ingenuamente la testa in segno di diniego, come un bambino che promette di non farlo più…«Io non ho fatto niente – sembrava dire – io ho solo…» Mostrava il libro come unica causa della sua sbadataggine. Come se gli fosse stato possibile spiegare qualcosa. Non voleva salire sul furgone per un estremo impulso della sua vita ormai condannata.

Uno dei gendarmi gli chiese i documenti, gli strappò di mano la carta d’identità e lo spinse violentemente all’interno. L’altro lo aiutò, il ragazzo salì, seguito dagli uomini della Gestapo; gli sportelli sbatterono e il furgone, partito di scatto, si diresse a tutta velocità verso viale Szuch…

Scomparve dalla mia vista. Mi guardai intorno cercando comprensione in qualcuno, compassione per quello che era successo. Quel giovane con il libro era pur scomparso. Ma con sommo stupore notai che nessuno aveva fatto caso a quanto era accaduto. Tutto ciò che ho descritto si era svolto così di colpo, così fulmineamente, ognuno della folla sulla strada era così preso dalla sua fretta, che il rapimento del giovane era passato inosservato. Le signore che mi stavano accanto discutevano quale tram fosse meglio prendere, due gentiluomini dietro la colonnina della fermata si accesero una sigaretta, una donnetta con la cesta posata vicino al muro ripeteva senza sosta: «Limoni, limoni, limoni belli», come un esorcismo buddista, e altri ragazzi attraversavano di corsa la strada inseguendo le vetture che si allontanavano, rischiando di finire sotto altre automobili… Mickiewicz se ne stava tranquillo, i fiori profumavano, le piccole betulle e i sorbi presso il monumento erano mossi da un leggero venticello, la sparizione di quel giovane non significava nulla per nessuno. Soltanto io mi ero accorto che Icaro era annegato.

Restai ancora lì a lungo aspettando che la folla si diradasse. Pensavo che forse «Michaś» – così lo chiamavo nella mia mente – sarebbe tornato. Mi immaginavo la sua casa, i genitori che aspettavano il suo ritorno, la madre che gli preparava la cena, e non voleva entrarmi in testa che essi non avrebbero mai saputo in che modo fosse scomparso il loro figlio. Non potevo supporre, conoscendo le usanze dei nostri occupanti, che sarebbe riuscito a sfuggire alle loro grinfie. Ed era caduto così stupidamente! La crudeltà insensata di quel rapimento mi commosse nel profondo dell’animo e continua a commuovermi ancora oggi.

Coloro che sono morti combattendo, coloro che sapevano per cosa morivano, hanno avuto forse il conforto di sapere che la loro morte aveva un senso. Ma quanti furono quelli che, come il mio Icaro, annegarono nel mare della dimenticanza per un motivo crudele nella sua insensatezza.

Era calata la sera, la città si era addormentata di un sonno febbricitante, malsano…Finalmente mi mossi dalla colonnina della fermata, superai il monumento di Mickiewicz, andai a casa a piedi… Ma nella mente continuava a tormentarmi insistente l’immagine di Michaś che scuoteva la testa, come se dicesse: «No, no, è tutta colpa del libro…d’ora in poi farò attenzione…».

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Poesia e Musica

29 Ott

 

 

   Il grande scrittore e poeta polacco Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980) mi ha dato lo spunto per partecipare insieme con voi a un altro incontro della poesia con la musica. Ho aperto a caso il suo volumetto Aleja Przyjaciół (Il viale degli Amici, Varsavia 1984) e nel capitolo dedicato a Jan Lechoń (1899-1956), uno dei cinque poeti che assieme allo stesso Iwaszkiewicz, Tuwim, Słonimski e Wierzyński, crearono intorno al 1916 il noto gruppo “skamander”, ho letto quanto segue:

 

   Questa mattina ho acceso la radio alle 8.00, Eichlerówna recitava le poesie di Jan Lechoń, accompagnate dalla musica di Karol Szymanowski. Qualcuno sonava alla perfezione i preludi e gli studi. Eichlerówna era stupenda (manteneva il ritmo e osservava scrupolosamente la punteggiatura). Era una delle trasmissioni più belle che avessi mai ascoltato. Le poesie di Lechoń acquistavano un timbro diverso, un significato diverso, nel momento in cui si era concluso il suo tragico e triste destino, ed erano in perfetta sintonia con la musica di Szymanowski… Ricordai la sua poesia dell’emigrazione intitolata Il cielo:

 

Il cielo

 

Ho sognato il cielo: l’ho riconosciuto subito

Dal profumo del trifoglio e dal canto del merlo,

Dal cri-cri nell’erba, dal prato che ondeggiava,

E so che era presente Dio, pur senza vederlo.

 

 

Non vedevo gli angeli, ma le cicogne frusciavano

Con le bianche ali sopra i campi di frumento,

E c’erano anche i platani gli aceri e i faggi

E sonavano come un organo nel brusio del vento.

 

E più tardi come una lucciola gigante

L’argentea luna illuminò l’Acropoli in rovina,

Sulla quale in alto vedevo Paweł Kochański

Che sonava l’”Aretusa” in quella quiete divina.

 

   E mentre ascoltavo quella trasmissione ho visto in modo chiaro e tangibile le affinità tra questa musica e questa poesia. Qualcosa che hanno decisamente in comune.

 

Jan Lechoń morì suicida a New York l’8 giugno 1956, gettandosi dal  dodicesimo piano dell’hotel “Hudson”.

Irena Eichlerówna (1908-1990), famosa attrice drammatica polacca, paragonata a Eleonora Duse.

Paweł Kochański (1887-1934), illustre violinista polacco.

   Per quanto riguarda la “Fonte Aretusa” ho consultato Wikipedia:

«…Io non cerco che dissonanze Alfeo,

qualcosa di più della perfezione.

…Non un luogo dell’infanzia cerco,

e seguendo sottomare il fiume,

già prima della foce di Aretusa,

annodare la corda spezzata dell’arrivo»

(Salvatore Quasimodo in Seguendo l’Alfeo)

 

 

   La “Fonte Aretusa” è uno specchio d’acqua nell’isola di Ortigia, nella parte più antica della città siciliana, luogo di incontro tra realtà e leggenda, uno dei più bei monumenti di Siracusa. Nella “Fonte Aretusa” è ambientata la leggenda di Aretusa e Alfeo, uno dei miti più affascinanti di questa città. La bellezza visiva di una fonte d’acqua dolce che giunge per via sotterranea fino all’isola, per poi riversare le sue acque in mare, ha ispirato molti poeti e scrittori come: Pindaro, Mosco, Ovidio, Virgilio, D’Annunzio, John Milton nel Licida e Alexander Pope nel Dunciad, storici: Timeo, Pausania, Diodoro Siculo, Strabone, Cicerone. Inoltre è stata raffigurata dai monetieri siracusani Cimone ed Eveneto e musicata dal compositore polacco Karol Szymanoski.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Jan Lechoń

Jan Lechoń

 

 

Jarosław Iwaszkiewicz

Jarosław Iwaszkiewicz

 

Una foto storica della Fonte Aretusa

Una foto storica della Fonte Aretusa

Paweł Kochański

Paweł Kochański

Karol Szymanowski

Karol Szymanowski

Irena EichlerównaIrena Eichlerówna

La musica che scorre dai versi

23 Set

 

 

   Care Amiche e Amici del mio blog, “rovistando” in internet ho scovato un libro fatto su misura per me. Si tratta infatti di una antologia di poesie dal titolo “La musica che scorre dai versi”, curata da Janusz Nowosad, musicologo e insegnante di musica, e pubblicata dalla Associazione degli Insegnanti di Musica (Lublino 2012). Da questo libro ho scelto e tradotto le seguenti 10 poesie di 10 differenti autori.

 

Ignacy Krasicki (1735-1801)

 

L’usignolo e il cardellino

(fiaba)

Disse il cardellino all’usignolo che se ne stava muto:

“Peccato che canti poco”. L’usignolo rispose arguto:

“Ciò che la natura mi ha dato, eseguo fedelmente.

Meglio poco, ma bene, che molto e assai mediocremente”.

 

Jarosław Iwaszkiewicz (1894-1980)

 

Musica di notte

 

Non inginocchiarti davanti a me amico

Il tempo tra di noi s’è inginocchiato

 

Il tempo suona

dicono gli Italiani

Stupendo è

il nostro grande rasserenamento

 

Il mondo è spaventoso

ma cantano in esso

come in un enorme acquario

betulle volpi

torrenti di fiori

strade nei campi

e case di legno

 

e anche i concerti di Brahms

e i valzer di Chopin

Accogliamo con umiltà

il grande stupore il grande elevamento

la discesa nel sottosuolo

 

Il tempo ha dato il tempo ha preso

che il suo nome sia lavato nella musica

 

Non inginocchiarti da’ la mano

baciamoci

con il bacio della pace

Cos’altro mai ci resta?

 

 

 

 

 

 

 

Maria Pawlikowska-Jasnorzewska (1895-1945)

 

Uccelli di primavera

 

Un uccellino sopra uno stecco

del giardino accanto

con una sega di vetro

suona una triste canzone. –

 

Poco fa suonava un flauto

di melodioso ghiaccio,

ma il sole lo ha sciolto

e in gocce lo ha sparso. –

 

Là ora un altro, più in alto,

ostinato come un Cinese

che scrolla il capo,

scuote una campanella di vetro. –

 

I crochi crescono, veloci,

in una dolcezza colorata,

come se sulla bionda terra

l’arcobaleno si fosse calato. –

 

L’erba cresce all’improvviso

come estratta con la mano,

profumano i candidi fiori,

le balsamine dell’aria,

 

e un merlo nella nera gola

modella una morbida nota,

attinta anni prima

al pozzo di Melusina. –

 

Józef Czechowicz (1903-1939)

 

La musica di via d’Oro

 

Il cielo muta, la sera si è placata,

il vento sussurra ancora, prima di assopirsi.

Il cielo fruscia col violetto.

Il vento – non più il vento – il sorriso.

 

Da via Dominikańska il canto del coro;

le ragazze lodano Maria.

Dall’Archidiakońska gli fanno eco

le arie di un violino solitario.

 

Il silenzio musicale delle case

è congiunto all’arcobaleno,

sulla fronte della chiesa un raggio

scende come ciocca di capelli.

 

Ed ora qualcuno il silenzio ha teso,

lo batte col pugno di bronzo

la campana della sera,

grondando la forza del metallo,

 

comincia a suonare sotto la croce:

 

uno – e due – e tre –

 

Jerzy Liebert (1904-1931)

 

La musica del mattino

 

Lontano e assai leggero

Il vento culla gli alberi e il cielo,

Gli uccelli l’azzurro dalle piccole gole

A gocce spargono nel silenzio.

 

Il silenzio, come vaso colmo

Fino all’orlo di dolce fluido,

Versa l’azzurro nei bicchieri

Di acacia e di gelsomino.

 

L’azzurro si unisce all’argento,

Spruzza un forte aroma,

Agli uccelli le ugole graffia

E nuove gocce risuonano.

 

Marian Piechal (1905-1989)

 

Musica

 

Sogno scorrevole, luce udibile,

con impeto nei sensi versati.

Spirito che dalla sabbia una palma

porta fin sotto le nuvole.

 

 

 

 

Trama inesplicabile

in un tempo senza spazio –

creata come essere immateriale

che non proietta l’ombra.

 

Puro senso nudo, essenza denudata,

ragione ultima di tutte le cose –

e proprio soltanto qualcosa

troppo ardua per la mente umana.

 

La casta religione, la musica,

toccherà l’impalpabile,

l’intimo paesaggio dell’anima,

davanti al quale si chiudono gli occhi.

 

Jerzy Hordyński (1919-1998)

 

Notturno in Fa-diesis maggiore di Chopin

 

La musica riempie la sera,

allontana la memoria,

siamo entrati nell’ora dei presagi

veramente soli.

 

Qualsiasi cosa adesso accadrà,

non soffocherà l’istante,

indovino la morbidezza del tuo volto

dal fruscio delle foglie.

 

 

 

Gli assorti nel respiro del verde

la città trascurerà,

aspettiamo che Dio ci trasformi

in dalie.

 

Anna Kamieńska (1920-1986)

 

Silenzio

 

Mi sono svegliata nel silenzio

come in una tomba appartata

La luce sorride come Beethoven

col sorriso dei sordi

 

E saranno i miei ultimi giorni

i primi come il violino

perché si sappia

che tutto è nel silenzio

 

Nel silenzio sei nato

nel silenzio ti rivolterai

 

Ludwik Jerzy Kern (1921-2010)

 

Cos’è la musica?

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle;

 

 

Forse un ponte incantato,

Sul quale gli strumenti

Ci aiutano a passare.

 

Tutto – come una volta qualcuno disse –

Ha una base musicale.

Perfino il chiaro di luna.

 

Cos’è la musica? Non lo so.

Forse semplicemente il cielo

Con le note anziché le stelle.

 

Jerzy Harasymowicz (1933-1999)

 

L’organo del villaggio

 

Prendi un vecchietto

Prendi un litro di miele

Prendi un temporale che brontola lontano

Prendi un gatto da dietro la stufa

Prendi un gruppetto di colombi

Prendi la più grassa perpetua

Prendi i cherubini paffuti come luna piena

morsicchiati dalle api del paradiso

Aggiungi tre sorrisi di san Francesco

La querula smorfia di un angioletto

Di’

Mettetevi in posa per una foto di gruppo

E quando l’avranno fatto aspetta che dalla finestra

entri un fascio di sole

d’oro

E quando li avrà del tutto indorati

Quando non si saprà se è un litro di miele

o un cherubino

 

Allora bacia la mano di legno tarlato del santo

che non lontano caccia via una gazza dalla nicchia

 

Fa’ così e l’organo fratello sentirai

brontolare come un leone

nel barocco della criniera

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jarosław Iwaszkiewicz

9 Dic

    

 

Conegliano

Conegliano

Jarosław Iwaszkiewicz

Jarosław Iwaszkiewicz

 Nel mio blog ho già pubblicato un articolo dal titolo: Jarosław Iwaszkiewicz – Il poeta polacco che aveva l’Italia nel cuore. Ho trovato tra le mie carte un bellissimo racconto di questo grande scrittore e poeta, da me tradotto tanti anni fa e tratto dal suo volume “Podróże do Włoch” (Viaggi in Italia). Desidero proporlo alle mie amiche e ai miei amici come piccolo regalo di Natale. Non vi troverete niente della tradizionale iconografia delle festività natalizie, ma – come dice lo stesso Iwaszkiewicz: è un’occasione per riscoprire il fondo, l’antico fondo dell’anima umana. Ma non è proprio questo lo spirito del Natale?

 

Jarosław Iwaszkiewicz

 

Conegliano

   Resto sempre incantato nell’Accademia Veneziana (e in altre gallerie italiane) davanti ai quadri di Cima da Conegliano. Si tratta delle più svariate scene sacre: la Natività, la Visitazione, Il Sermone della Montagna, dipinti quasi sempre sullo sfondo di un unico paesaggio: un castello su di un’alta montagna e un viale di cipressi che conduce ad esso.

   E’ il paesaggio che, rimasto quasi immutato, si può osservare ancora oggi dalla stazione ferroviaria di Conegliano, o dalla strada che da Udine porta a Venezia. Conegliano è la prima cittadina italiana che un viaggiatore incontra andando in Italia, così come è l’ultima quando si congeda da questo paese. Poi non restano che “gli azzurri valichi tedeschi”.

   Quando andai la prima volta in Italia, ritenni mio dovere (e anche Grydzewski, redattore di “Notizie Letterarie”, lo riteneva) scrivere una magnifica “corrispondenza” di viaggio. E quando il treno, con mio sommo rammarico stava per lasciare Conegliano (era una serata afosa e profumavano le acacie), mi è apparso sul marciapiede il capostazione col suo eterno e sempre pittoresco berretto rosso, che con un braccio dava il via al treno e con l’altro reggeva un lanuto cagnolino.

   Scrissi di questo cane nella mia “superlativa” corrispondenza, suscitando per questo l’indignazione di tutti. “Se ne va in Italia (nessun altro allora ci andava) per descrivere i cagnolini, nella bella Italia lui vede solo i cagnolini e i berretti rossi dei capistazione!…”

   Perfino una bella signora, le cui opinioni mi stavano a cuore, si scandalizzò di questa mia ragazzata e mi scrisse in proposito una lettera, meravigliandosi che, invece di “ammirare gli affreschi e i mosaici, io mi occupassi di simili baggianate”. Era tutto così assolutamente poco serio.

   Considerai opportuno rispondere a quella signora con la seguente lettera, che si adatta a meraviglia ad epilogo del mio viaggio in Italia.

   Mia cara – anzi Egregia signora!

   Dunque lei vuol sapere perché mi è piaciuto il cagnolino del capostazione di Conegliano…Perché dopo il ritorno dall’Italia ho scritto su di lui, perché ho parlato di cose tanto comuni, di un cane, di gatti, anziché del mare azzurro, del cielo azzurro, della grotta azzurra, degli occhi azzurri.

   Neanche lei può capire perché ciò sia successo.

   Devo dunque spiegarlo? Ci proverò!

   Avrei forse dovuto ancora una volta parlare di ciò che è già stato detto mille volte? Dovevo parlare della morte di Dante alla vista di Ravenna – quando ho bevuto là un ottimo vino infiascato? Dovevo meditare sulla vanità di tutte le cose davanti alla rotonda di Teodorico – quando il treno mi ha portato vicino ad essa nella sua folle corsa? A malapena ho potuto vedere di sfuggita le sue grigie pietre da dietro le spalle di un corpulento italiano – ho scritto solo una poesiola:

                          Non so quante volte Dante è spirato

                          Nella bottiglia o nel fiasco di vino,

                          Si avventa il treno come un drago alato

                          Sulla tonda tomba di Teodorico.

 

   Cos’altro mai dovevo pensare, dire, scrivere io, figlio del XX secolo, che legge Cocteau, di cui del resto Lei troverà traccia in questa poesiola, e Reverdy, benché non lo capisca affatto? Che là in Ucraina un tempo si pensava e ci si sentiva, si sentiva in altro modo? Ah, è triste. Pian piano si arriva al momento in cui davvero niente, più niente interessa. E proprio allora si scorge un cagnolino , un bianco cagnolino, come una rivelazione. L’improvvisa emozione davanti a un cucciolo è la chiave che mette in moto una macchina, e tutti i sentimenti, tutti gli entusiasmi, tutti gli ideali di colpo ricominciano a muoversi come un ingranaggio, una cinghia di trasmissione – e d’un tratto si riscopre il fondo, l’antico fondo dell’anima umana.

   Fu proprio così. Una notte afosa, un caldo soffocante; era già passata la mezzanotte e attraverso il finestrino, senza sosta, dal cielo di cobalto si riversava nel vagone il profumo delle acacie. Non ho ricordato in quel momento, una canzonetta sulle acacie (la rammenta?) che si cantava da noi tempo fa e che parlava dei cosiddetti bei tempi. Le assicuro che allora non pensavo a quella canzonetta. Il profumo di quelle acacie mi ha intorpidito. Gli alberi carichi di fiori andavano lungo la strada ardente come piccoli italiani alla prima Comunione. Il treno si fermò a Conegliano. Vigneti e viali di castagni cingevano da entrambi i lati la piccola, bianca stazioncina dai muri arroventati, dietro la stazione si vedeva la cittadina, dietro questa la montagna come il Calvario alla luce della luna, come in un quadro, una montagna banale, del tutto banale, con la cresta dei cipressi, con i ruderi del castello…proprio come in una ballata, come in un romanzo romantico. Che noia! Non distante dai ruderi – un castello rinascimentale, gli alberi, i cipressi, la notte, la vampa e il silenzio. Sul marciapiede – cioè un piccolo spazio infocato – alcune dame e un vecchio signore, giunto da Venezia; si salutano, conversano; d’un tratto una delle dame inciampa, lancia un gridolino, da sotto le gambe sguscia via un piccolo, bianco gomitolo, il capostazione con in testa il suo berretto rosso, si china e raccoglie il gomitolo – è un magnifico volpino, un cuccioletto che trotterella a fatica, in quel momento il treno si muove, il capostazione saluta, il cagnolino sul suo braccio guaisce debolmente…E questo sarebbe tutto? E’ tutto. Esternamente è tutto.

   Ma quel cagnolino – un bianco cagnolino, un batuffolo più che un cagnolino, un gomitolo di lana bianca, non un cagnolino – è diventato proprio quella chiave di cui parlavo poc’anzi. Come una rivelazione mi si è affacciato il pensiero che tutto in quel momento fosse solo un prodigio, e che da quel momento avrebbe continuato ad esserlo. Che il mio fratello cane è fratello come un albero, come il cielo, come il mare, che quella notte era la più meravigliosa delle notti, che “siamo soli con il Dio della notte”. E quando in quella buia calura il treno è partito verso un’ignota, nera lontananza, ho capito che non si può scrivere sull’Italia, perché l’Italia è realmente un prodigio. Che non si può rendere a parole né la polvere gialla sui marmi di Roma, né la bianca spumosità dei marmi di Venezia, né l’azzurro dei colli attorno a Firenze, che di sera si tramuta in ametista; al massimo si può scherzare con le parole e scrivere su Venezia:

 

                                Quali sono i più bei colori,

                                Ieri ho domandato.

                                Mi ha detto il guardiano al Luna Park:

                                Il giallo, il bianco, il rosato.

 

   Sarebbe una barbarie descrivere ancora una volta (per cosa? per chi?) e fare giochi di prestigio e tirare di scherma con le parole…a che servirebbe? Descrivere fedelmente quella montagna di rosa, di rosa e di azzurri, quell’insieme di cupole, di colore dell’aurora e della reseda, di torri dai riflessi oro-amaranto, di cariglioni verderamati percossi dai martelletti dei centauri…

   L’Italia non si può descrivere a parole. Il mondo non si può descrivere a parole. E i tre compiti del poeta: conoscere, capire, riprodurre, sono una chimera come una montagna di vetro, come un palazzo di ghiaccio. Non si può recingere il mondo, quella muta di cani scatenati, quella mandria di cavalli gremita di stalloni morelli; non si può rinchiudere l’Italia nella cornice dorata delle parole, l’uccello dalle candide piume farebbe scoppiare la gabbia dei suoni – l’uccello come la terra che si leva in volo sulle acque dell’ombra e dell’universo; la scorza delle tenui paroline cadrebbe come la buccia di verdi mandorle dal contenuto incomparabile; risonerebbe la voce: “Io sono colui che è”, e il mondo ci passerebbe oltre, come noi gli passeremmo oltre. E’ il treno nero e solo, che corre nella notte, portandoci nelle tenebre, e cosa c’è di strano, se a volte in esso ci incanta più di tutto un particolare, come una lente che concentra le linee delle nostre vicende, un particolare tenue, minuto, quasi invisibile – appunto il cagnolino del capostazione di Conegliano.

   Ecco perché ho rinunciato a descrivere i paesaggi italiani e ho descritto cani e gatti, e talvolta anche le persone. Forse questo non piacerà ai lettori e diranno che non sono saggio, perché non ho scritto che Michelangelo fu un buon pittore, e perché non ho lodato Botticelli.

   Penso che Botticelli può fare a meno delle mie lodi, mentre il piccolo, bianco cagnolino, estratto dal nulla, vivrà finché qualcuno vorrà leggere questa lettera scritta forse a Lei, Signora. O forse a nessuno. 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Edward Stachura

12 Lug

Edward Stachura

 

   Edward Stachura, poeta e prosatore –  leggenda, “Sted” per gli amici, nacque il 18 agosto 1937 a Charvieu in Francia e morì suicida a Varsavia il 24 luglio 1979. Nel 1948 assieme alla famiglia partì per la Polonia, come tanti altri polacchi che in quel periodo facevano ritorno in patria. Giunse a Kujawy – una terra a lui sconosciuta, persone sconosciute, anche se consanguinee e fraterne, la lingua polacca che doveva perfezionare. La scuola. La maturità. Poi la tappa decisiva – inizio della carriera letteraria. Si iscrive alla Università Cattolica di Lublino, quindi gli studi interrotti, il trasferimento a Varsavia, le prime pubblicazioni. Riprende a studiare, si laurea in filologia romanza all’Università di Varsavia nel 1965. Comincia ad emergere da questo curriculum uno degli elementi fondamentali che caratterizzeranno la breve intensa vita del poeta, vale a dire il meccanismo della fuga incessante. La fuga da tutto ciò che – già conosciuto, ma non assorbito fino in fondo – si tramuta in lui in vincoli, nella routine, nella detestata Regola, in una prigione sotterranea, ciò che viene chiaramente espresso nel suo poema “La doppietta”, poema appunto della fuga, della caccia e della liberazione  (o anche di una particolare accettazione del mondo).

   Debuttò come poeta nel 1957. Negli anni 1962 e 1963 uscirono rispettivamente la raccolta di racconti ”Un giorno” e quella di poesie “Molto fuoco”. In entrambi questi lavori Stachura mira a superare i limiti fissati dalle convenzioni letterarie, a realizzare l’unità di scrittura e vita. In essa tratta questioni assai semplici, e per questo dimenticate o semplicemente non rilevate dagli altri nella vita quotidiana. E’ la scoperta della vita di tutti i giorni, di ogni suo istante, di ogni minimo frammento dell’esistenza. Ecco cosa scrisse Jarosław Iwaszkiewicz nella sua recensione al volume di racconti “Un giorno”, apparsa sul quotidiano della capitale “Życie Warszawy”: „…la raccolta ha suscitato in me entusiasmo ed emozione. E’ una prosa insolita, con una sintassi quasi elementare, il periodo limpido ha strane ripetizioni, la malinconia e il profondo intimo amore per la vita, la gioia per tutto ciò che essa arreca a questo cosiddetto vagabondo, la percezione del paesaggio polacco e della vita polacca di tutti i giorni, la nostalgia per l’amore e la fede nell’amore – tutto ciò è così giovane e pieno d’incanto…Chi può dire che non sia una bella prosa?”.

   Nel 1966 uscì il secondo volume di racconti “Ondeggiando al vento”, e nel 1968 i poemi “Mi accosto a te” e “Gozzovigli la locusta nel giardino”. Seguirono quindi i romanzi “Vistosità assoluta” e “Il canto della scure”. Quasi ogni opera di Stachura non è un piatto preparato e servito, ma è una sfida e al tempo stesso una testimonianza. Una sfida lanciata ai letterati che limitano il compito del poeta alla composizione di belle frasi. Ed è una testimonianza di lotta per conferire forza alla parola poetica. Altre opere di Stachura che meritano di essere menzionate sono: il romanzo “Missa pagana”, uscito nel 1978, e il dialogo filosofico-poetico “Fabula rasa”, uscito l’anno dopo. Nella sua produzione poetica rientrano anche le traduzioni, principalmente dal francese e di poeti latino-americani, e le canzoni. Quest’ultime nella vita di Sted svolgevano un grande ruolo. Erano come un ago della bilancia , una tappa intermedia che preludeva spesso alla successiva nascita dei suoi poemi più belli. Le canzoni di Edward Stachura – come del resto tutta la sua produzione letteraria – sono un riflesso della singolare personalità dell’autore. Anche qui appare nel ruolo di protagonista il poeta-giramondo, il girovago tra la gente e la natura, il seguace della bellezza della vita, ma anche l’attento osservatore dei suoi lati oscuri. Il mondo di queste canzoni non è il facile mondo della concordia e della gioia, del sentimento e dell’armonia interiore. Se in esse c’è l’amore – da qualche parte sono sempre in agguato su di esso l’abbandono, il rimpianto, l’insicurezza; dietro l’appagamento c’è l’insoddisfazione, dietro il chiarore ci sono le tenebre.

   Stachura era assai spontaneo nei suoi atteggiamenti. Era sensibile alle quesioni morali, ai valori supremi del Bene, della Bellezza e della Verità. Nei suoi scritti c’è solo quello che ha vissuto. Era nemico della menzogna, anche di quella letteraria. Dovunque apparisse – ricordano gli amici – egli portava quella freschezza e quel sorriso senza i quali non si può respirare normalmente, e che sono così rari nel mondo contemporaneo. Era diverso, esigente nei propri confronti e tollerante verso gli altri. Malgrado le apparenze era insolitamente delicato. Ha ingannato molti il suo abbigliamento da vagabondo-ribelle (jeans scoloriti, giaccone, la sciarpa attorno al collo e la chitarra in mano). Era uno di quelli che proclamano apertamente le proprie verità, procurandosi in tal modo molti seguaci, ma soprattutto molti nemici, che del resto hanno sempre circondato le persone geniali. Si opponeva a tutto ciò che è male, che è contro l’uomo. Dichiarava che la fonte di tutti i mali è la ricchezza. Intimamente non amava il denaro e se avesse potuto, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Lo usava dunque in minime quantità, disprezzava i facili guadagni, non lo interessavano i suoi diritti d’autore. Se non giungevano i compensi che gli spettavano, accettava il primo lavoro che gli capitava. Il lavoro, e soprattutto il lavoro manuale, i contatti con la gente vera, i numerosi viaggi in Polonia e all’estero (fu tra l’altro in Siria, Libano, Norvegia, Francia, Messico e Stati Uniti) – tutto questo era la fonte d’informazione essenziale per le sue opere. Visse soltanto per la letteratura, che considerava una grande missione. Negli ultimi anni della sua vita aveva “abbagliamenti mistici”, e sempre più inesorabile lo attaccava la malattia mentale. Cominciò a donare le sue cose ai poveri e più volte pensò al suicidio.

   Stachura in Polonia è una leggenda. Gli sono stati intitolati concorsi letterari, incontri poetici e biblioteche pubbliche. Diversi suoi testi sono stati adattati per il teatro e le sue opere sono ripetutamente pubblicate, Nel 1982, a tre anni di distanza dalla morte, la prestigiosa casa editrice di Varsavia “Czytelnik” ha stampato la sua produzione letteraria in 5 volumi, che è diventata subito un bestseller.

   Ecco un brano tratto dai diari dello scrittore:

   “…Hai un cuore, dove c’è posto per qualcuno, quel qualcuno è in questo mondo, cercalo, cercatelo, scrivi un messaggio su un foglietto e domani, quando sarai sul treno, gettalo dal finestrino, ma cosa scrivere? – ciò che ti detta il cuore, niente di più:

                            Messaggio per qualcuno nel mondo

                         Se tu mi darai un po’ – io ti darò molto

                         Se tu mi darai molto – io ti darò molto di più

                         Se tu mi darai tutto – anch’io ti darò tutto

non c’è male, può andare, scrivi questo su un foglietto e domani gettalo dal finestrino del treno, gettalo pensando che deve arrivare a qualcuno, a quel qualcuno, e se deve andare distrutto, perché di certo sarà così, la pioggia, l’umidità del terreno, ecc. ecc., che almeno prima il vento lo trascriva nel cielo, questo messaggio del foglietto e che scorra col vento là, dove deve scorrere e arrivare scorrendo”.

 

Poesie e un racconto di Edward Stachura tradotti da Paolo Statuti

 

La nebbia s’è posata

La nebbia s’è posata e la città si risveglia

tonda fugge via la notte

qualcuno in silenzio qualcuno aspetta

le stelle sono a meno di un passo…

Un cane gironzola randagio nel campo

vola ai quattro venti la nostalgia

e la terra gira la sua incantevole gobba

gira, gira la ruota del destino…

Tu che piangi perché qualcuno possa ridere

basta così

scaccia i cupi pensieri, basta con le lacrime

lascia che tutto scompaia con la nebbia

perché un nuovo giorno è spuntato

un nuovo giorno…

Dal sonno soffocante la città riemerge

laggiù il sole sorge

un tram alla fermata è sbacciato come una rosa

fuggono le ombre nei portoni

tirano i carretti i lattai

sui tetti si alza la nebbia di sogni delle ragazzine

e la terra gira la sua incantevole gobba

gira, gira la ruota del destino…

Tu che piangi perché qualcuno possa ridere

basta così

scaccia i cupi pensieri

abbandona lo sguardo smarrito

che tutto questo sparisca con la notte

perché un nuovo giorno spunta,

perché un nuovo giorno spunta

un nuovo giorno…

 

 

La Bianca Locomotiva

Andava per i prati neri

Andava per il bosco arso

Superava le ceneri dei portoni

Scorreva sul ricordo delle città

La Bianca Locomotiva

Com’è giunta nel paese della morte

Spettro vivente vero prodigio

Qui tra vuoti futili versi

Qui dove c’è solo polvere nera

La Bianca Locomotiva

Oh di chi oh di chi è

Un così bel generoso gesto

Chi me l’ha mandata qui

Per fuggire da qui

Con la Bianca Locomotiva

Oh chi chi può essere

Senza di me chi non sa vivere

E di risuscitare m’implora

Di svegliarmi al caro richiamo

Della Bianca Locomotiva

Andiamo per i prati neri

Andiamo per il bosco arso

Superiamo le ceneri dei portoni

Scorriamo sui ricordi delle città

Con la Bianca Locomotiva

Dove frusciano le api i gorghi il fiume

Dov’è il sole e l’ombra degli alberi

Da quella che nella vita mi aspetta

Alla vita riportami riportami

O Bianca Locomotiva

 

*  *  *

Ho appena trascorso la notte e nessuno mi accoglie

nessuno nessuno mi dice – salve

rimani a colazione e a cena

e che il sonno ti possieda tra questo e quello

Ho appena trascorso la notte  e nessuno mi accoglie

e ho lavorato sodo a cercare

a ricercare queste porte immortali

in cerca di queste porte perdute

Ho appena trascorso la notte e nessuno mi chiede

nessuno nessuno mi chiede – come sei passato

come anche tu sei passato tra il nero fogliame

Ho trascorso la notte dico e sono stanco

non mi ha visitato il fauno né l’angelo custode

e nemmeno la più piccola lucciola

 

Ite Missa Est (Canto per l’uscita)

 

Va’ o uomo, va’, spargi la voce

Tutti voi chiunque siate andate

Sia di colore, sia bianchi e neri

Andate specie voi, o tapinelli

attraverso gli aperti cancelli

 

Per tutti c’è posto sufficiente

Sotto la grande volta celeste

 

Spargetevi per le strade

Per i prati, per le vaste pianure

Per campi, praterie e pasture

Sotto le nubi o sotto il sole

 

Spargetevi nei bassipiani

Spargetevi negli altipiani

Dovunque voi vorrete

Sotto le nubi o sotto il sole

 

Per tutti c’è posto sufficiente

Sotto la grande volta stellata

Sulla terra che né tu né io

Muteremo in melma insanguinata.

 

Questo racconto di Edward Stachura è inserito nella mia antologia di racconti polacchi “Viaggio sulla cima della notte”, pubblicata nel 1988 da Editori Riuniti.

 

Vegliate su di me, amate aurore

 

– E’ lei?

   – Sono io, signora.

   – Accenda pure la luce, tanto non dormo.

   – No, non occorre. Vado in cucina.

   – Oh, Gesù, ha di nuovo i lividi, per questo non vuole accendere la luce.

   – No, non voglio accendere la luce, perché i suoi occhi riposino al buio. Anche se non dorme. Così ho pensato oggi. E non ho i lividi. Vado in cucina per starmene un po’ seduto e mangiare qualcosa.

   – Sulla stufa c’è la minestra, se la riscaldi. Sul fornello, perché la stufa deve essersi spenta da un pezzo.

   – Va bene, grazie. A proposito. I soldi li avrò la settimana prossima. Quindi questa settimana non potrò ancora pagare.

   – Peccato.

   – Perché?

   – Beh, perché anch’io prenderò la pensione la settimana prossima, e non è rimasto molto. Non so se ce la faremo.

   – Non lo sapevo. Domani cercherò di portare qualcosa. Buonanotte, signora.

   – Davvero non ha i lividi, non è per questo che non vuole accendere la luce?

   – No, sul serio. Buonanotte.

   – Non attacchi briga con quella banda dell’altro quartiere. Sono giovani delinquenti e sono capaci di tutto.

   – Certamente.

   – La prego. E non resti in cucina a lungo. Lei dorme così poco. Io sono io. Non ci riesco. Ma lei dovrebbe dormire almeno otto ore al giorno.

   – Certamente.

   – Ecco, vede. Mi dà ragione ma continua a fare di testa sua. Buonanotte.

   – Buonanotte, signora. La stimo molto.

   Me ne andai in cucina e accesi la luce. Misi la minestra sul fornello, attaccai la spina e mi sedetti sullo sgabello. Silenzio. L’intero palazzo dormiva già. Erano quasi le undici e mezza. Tutti già dormivano profondamente. Sui tetti si levavano i sogni. C’era un silenzio meraviglioso. La sveglia ticchettava. Nel pentolino la minestra cominciava a sfrigolare e ad odorare. Mescolai, perché non si attaccasse. Tagliai un po’ di pane, aspettai ancora un po’ per la minestra, quindi posai il pentolino sul tavolo e misi sul fornello l’acqua per il tè.

   Avevo fame. Tornavo da una ronda. Per alcune ore avevo girato e rigirato attorno al punto dove sabato mi avevano pestato quei quattro coi capelli piatti. Per quale motivo, non vale neanche la pena di parlarne. Per niente. Per l’innocenza, come si dice. La sera era vicina, cioè il tardo pomeriggio stava entrando nella sera. Del resto non è importante. Mi hanno pestato tranquillamente su una grande strada, sotto gli occhi di tutti. Nessuno ha mosso un dito. Non ci ho fatto caso. Non so, forse a più di uno sono tremate le mani o un misero rimasuglio di coscienza, forse più di uno ha inghiottito perfino la saliva, per intervenire. Non ci ho fatto caso. Ha vinto la saggezza delle saggezze, l’antica regola infallibile e ben sperimentata, che è meglio non intromettersi. Molto meglio. Forse una moglie tratteneva addirittura il marito per la manica, sussurrando una candida norma di vita: lascia perdere, resta qui, verrà la polizia, ti prenderanno, ti registreranno e ti faranno testimoniare in questura oppure in tribunale, e poi quelli possono vendicarsi, ricordati che hai me e i bambini. Così è stato, oppure non mi sbaglio di molto. Proprio così, mi hanno tranquillamente pestato sulla strada, sotto gli occhi di tutti. Poi se ne sono andati e io mi sono alzato, mi sono tirato su lentamente ed era come se mi tisassi su non dalla terra, ma dall’acqua. Mi sono fatto forza e sono arrivato pian piano alla fontana sulla piazza, dove mi sono lavato con un fazzoletto, che ha cambiato completamente colore. Ero tranquillo come di rado. Una strana calma mi aveva preso, come un lusso. Non so, ma anziché sentirmi peggio, mi sentivo meglio. Mi sentivo bene. Non pensavo ancora alla vendetta , non pensavo a niente. Non mi doleva nulla e non pensavo che domani tutto avrebbe cominciato a dolermi: la testa, le ossa, sarebbero saltati fuori i lividi e nuove macchie scure mi avrebbero turbato la mente. Non pensavo a questo, né alla vendetta, non pensavo a niente. Una certa calma si era impadronita di me ed era come se avessi dimenticato di vivere. Era sabato. Mi sentii così bene abbastanza a lungo. Qualche buona ora estratta dalla corrente. Poi tornai alla pensione e soltanto allora mi ribollì il sangue. Ma era già domenica.

   Oggi è la mezzanotte dal mercoledì al giovedì e sto finendo di mangiare. Ho pulito il piatto con il pane e l’ho messo nel lavandino. Mi sono riseduto sullo sgabello, ho tirato fuori una sigaretta e l’ho accesa lentamente. Ancora mi dolgono le dita della mano  destra, la spalla destra e la schiena. Ma, lentamente, torniamo alle origini. C’è un silenzio meraviglioso. La sveglia ticchetta, come se misurasse non il tempo, ma il silenzio. Per il momento sono libero dal tempo. Per il momento il tempo non m’interessa. M’interessa quella faccia che oggi finalmente ho visto, dopo una giornata di appostamenti e a una certa ora, ma dico tanto per dire, perché per il momento per me il tempo non conta e non conterà finché non avrò sistemato ciò che devo sistemare. Oggi finalmente l’ho visto. Lui. Il primo a gettarmi sull’erba. Erano in due. Non so se anche l’altro mi ha preso a calci. Se era uno di quelli. Hanno camminato un po’ insieme, poi si sono salutati e divisi. Ho seguito il mio uomo. E ho scoperto dove abita, fratello.

   Adesso so ciò che per il momento deve bastarmi, posso quindi fumare tranquillamente, bere il tè e pensare a tutt’altra cosa. A tutta un’altra cosa. Al fatto che ancora non sono sconfitto. Non mi riferisco alla circostanza che mi hanno percosso, che sabato mi hanno pestato e che la settimana prossima, forse anche di sabato, appena arriveranno i soldi e avrò pagato il conto per il vitto e l’alloggio, salderò, pagherò anche l’altro debito: percosso e pestato sarà un altro. Non mi riferisco a questo, benché così possa sembrare. E’ solo apparenza. Ciò che penso adesso, fumando la sigaretta, bevendo lentamente il tè, è una cosa completamente diversa. Posso essere pestato ancora dieci volte e posso riuscire a vendicarmi solo una volta o nemmeno una, e lo stesso dirò che ancora non sono sconfitto, perché non si tratterà di questo. Non di tali percosse. Non di tale lotta. E nemmeno di quella in cui cado e sento l’organo sonare. Perché qui non si tratta nemmeno della morte, – come ti amo, vita mia, – ma proprio della vita, di questo passaggio verso.

   Di questo voglio parlare adesso. E’ un racconto del tutto nuovo.

   Ancora non sono sconfitto. Ancora no, dico. Ancora a lungo no, e poi neanche per sogno. Non ho un cattivo presentimento. Non mi zufolano le orecchie. Finché sarò quello che sono, non sarò sconfitto. Sarò indistruttibile. Lo so. Forse vedrò e udrò ancora molto, forse imparerò ancora parecchio, forse molte cose cambieranno, forse cambierò il mio vestito preferito, forse cambierò parere su due o tre cose, forse cambierò perfino il mio giudizio definitivo su una sola cosa. Tutto questo è possibile, non sono un fanatico, non sono di scorza dura, la mie visioni sono smisurate in tre direzioni, forse mi aspetta il fondo, o forse mi si apriranno davanti grandi spazi e altezze addirittura inimmaginabili, tre direzioni. Non dico di no, tutto questo è possibile, non so cosa mi aspetta, cosa mi accadrà, mi può accadere di tutto, ma sarò sempre e continuamente così come sono.

   Fumo e bevo lentamente il tè. C’è un silenzio meraviglioso. Mi è difficile dire come sono. E come sarò sempre e continuamente. Sarebbe difficile con due parole. Ma anche soltanto con due parole sarebbe possibile. Sarebbe la cosa più facile. Perché quante più parole usassi, tanto peggio sarebbe, tanto più sarebbe impossibile, benché sembri il contrario. Ma così sembra soltanto. E’ solo apparenza con la lingua di fuori. A lungo, ad esempio, ho pensato che quante più ore, giorni, settimane, mesi e anni avrò alle spalle, tanto più saprò e tutto dovrà rischiararsi. A lungo ho pensato così, a lungo mi sono detto che più fossi andato avanti, più cose avrei saputo e tutto si sarebbe schiarito. Perché sembrava come se dovesse essere così. Ma è solo apparenza, con la lingua beffardamente di fuori.

   Perché in realtà non è così. Niente affatto. Mi si è schiarito ben poco con gli anni e ben poso continua a schiarirmisi. Quante nuove macchie scure appaiono. Vegliate su di me, amate aurore, luminosi mattini. Appena capisco una cosa dopo profondo racoglimento, lungo tempo e scorrere di acque, appena capisco una cosa, al suo posto saltano subito fuori dieci nuove macchie scure, dieci ombre si posano subito su chi se n’è liberato. Vegliate su di me, amate aurore, perché sguazzo nell’oscurità che infittisce.

   Ma sempre sarò così come sono. E ripeto che mi è difficile dire come sono. E sarò. Con due parole è difficile, e con molte parole è ancora peggio, perché ad ogni parola si aprirebbero nuovi canali e labirinti  e non finirei mai. Ne uscirebbe fuori un moto perpetuo. Ciò che appunto adesso mi sta succedendo. Una spirale interminabile. Un labirinto.

   Mi si chiarisce ben poco col passare dei giorni, delle settimane, dei mesi e degli anni. Da una parte sono un po’ più saggio, dall’altra sono sempre più stupido, perché vedo che ciò che ho capito dopo profondo raccoglimento e molte perdite non è altro che una piuma fluttuante in confronto a ciò che è e gira. Ben poco mi si schiarisce con l’andare del tempo, parlo, e ho davanti agli occhi cerchi sempre più grandi. Spalanco sempre di più gli occhi, ma non posso abbracciarli.

   Tre domande come esempio. Tre normali semplici domande. Ad esempio, cos’è la musica? Cos’è questa musica? Cos’è che suona? Non chi suona e cosa suona: l’arpa, il violino, la tromba, il tamburo. Non si tratta di questo, soltanto cos’è che suona, che ora vola in alto, ora in basso, ora tutto si sparge, striscia l’intera struttura e di colpo tutto si solleva, il vento, le foglie tornano sugli alberi, i portoni si sollevano, gli archi, le braccia da sole si slanciano in alto, un pianto di gioia scuote le fondamenta. Oh!

   E chi sono quelli che la mattina s’incontrano alla stazione davanti a una birra e ci salutano: «Ciao, Mundek. Dove sei stato tutta la notte?» Dunque chi sono costoro? Dove girano di notte? Dove siete stati tutta la notte?

   E che cos’è, cos’è la forza di un uomo debole?

   Erano tre domande. Soltanto, appena, unicamente tre domande fatte di numeri infiniti. E semplici. O piuttosto, molto semplici. Non ricercate. Non di quelle terribili. Di quelle che penetrano in profondità e rodono il cervello.

   Si sa ben poco. Io so ben poco. E tuttavia penso che altri sappiano ancora di meno. E penso come si possa parlare così come alcuni parlano, quelli che sanno tutto, che hanno una risposta per tutto e che volta per volta generalizzano, tranquillamente, con disinvoltura, per decorazione. Io ascolto. Io ascolto e dubito, anche se sono giovane. Ma io penso che un giovane non ha troppe risposte e che non si può, non è possibile generalizzare volta per volta, perché io penso che la generalizzazione è qualcosa di più della verità, è un’intera catena, e che si può generalizzare una volta sola nella vita, sul letto di morte, ma anche allora è meglio di no.

   Si sa ben poco. Io so ben poco in questa prima ora dopo mezzanotte. Ma so che bisogna imparare, e so che devo essere così come sono. Altrimenti sarò sconfitto. Altrimenti soccomberò. Per me la vita soccomberà. E, lo ripeto, mi è difficile dire come sono. E come devo essere. Con due parole è difficile, e con più parole: è una spirale senza fine.

   E’ passata l’una, cominciano le due. Dovrei andarmene a letto, perché domattina devo cercare di guadagnare qualcosa. Penso che andrò alla torbiera fuori città. Ho visto là i carrettieri che trasportano la torba al vivaio comunale, che poi la sparge sui prati dove il terreno è magro o c’è soltanto sabbia e l’erba non vuol saperne di crescere. Quindi vi si butta sopra un bel po’ di torba e soltanto dopo seminano l’erba. Andrò là. Vi ho conosciuto un vecchio. Gli caricherò il carro e lui dovrà andare soltanto avanti e indietro. Farà sei o sette viaggi. A trenta zloty a corsa, perché è un lavoro a cottimo: in sette ore circa riceve da centottanta a duecentodieci. Se io gli carico il carro, può fare due viaggi extra. Quindi guadagnerà di più, anche togliendo un po’ di zloty per me. E poi non carica lui, anche se la torba non è come il carbone, comunque sia. Recentemente si è lamentato con me, dicendo che a tenere il cavallo in città ci si rimette, non conviene. E’ finita un’era. Si guadagnano duecento zloty al giorno, di cui quasi cento se ne vanno per il cavallo, per tenerlo in forma. La biada: quattrocento zloty al metro. La paglia: centottanta al metro. Il fieno: due zloty al chilo. Non c’è più niente a buon mercato. In campagna è tutta un’altra cosa. In campagna adesso, in genere, si arricchiscono tutti. Adesso sono dei signori. E senza cavalli. Fanno tutto le macchine. In campagna adesso la gente è come se vincesse al lotto.

   L’una e mezza. Dovrei andarmene a letto. Ma è un peccato. E’ un peccato andarsene così, in quello straccio di letto, sotto l’imbottita e sprofondare in un sonno selvaggio, morire per qualche ora, lasciare il nuovo giorno già iniziato, mentre prima di mezzanotte è un peccato lasciare il giorno non ancora finito. E’ un peccato, dico, morire per alcune ore, lasciare tutto questo privo di me, questa vita verso l’alto e verso il basso spaventosa, stupenda, questo mondo bianco e nero. E’ un peccato, dico.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

Jaroslaw Iwaszkiewicz (1894-1980)

1 Feb

Il poeta polacco che aveva l’Italia nel cuore, interpretato da Paolo Statuti

 

Tarda sera

Notte. Un bicchiere davanti. Quasi più non esisto,

Ma sento ancora il battito subcutaneo dell’orologio,

Jaroslaw Iwaszkiewicz

Che segna coi granuli del sangue il flusso delle onde.

Cigola lentamente la molla, la prima ruggine si posa,

E penso alla giovinezza che lentamente passa ,

Che forse è già passata, non so bene.

E, ciò che resta della mia coscienza volendo estrarre

Guardo i vetri delle finestre di albùgine coperti…

Ho dato la mia vita a quelli che per me vivono,

So che essi mi completano, essi mi moltiplicano.

Uno di loro a Parigi in un misero quartiere

Dorme nella gelida stanza d’un grigio alberghetto.

Si sveglia, di nuovo si assopisce, scuote la testa bruna:

Sogna un tenue carboncino e la nudità del modello,

Che ancora un attimo prima ha tracciato a memoria

Alla fioca lontana luce d’una debole lampadina.

Arde tutto di quel tormento che in me s’è spento,

Brucia, a volte piange, nel sogno invoca la madre.

 

Mai me. Sarà lui a creare tutto ciò

Che racchiudere nella forma riluttante io non potei.

 

Un altro è qui. Dorme come un sasso dalle due,

Esausto e imbrattato. Le mani callose,

E niente interrompe il suo sonno. Nessuna inquietudine.

Freme solo leggermente, perché nel subconscio

Pensa a una giovane graziosa ragazza

Che abita di fronte. Domani tocca alzarsi presto,

Quando è notte ancora e la terra si copre di gelo

E pesano le palpebre sugli occhi assonnati.

 

Sarà lui che eseguirà per me tutto ciò

Che, pigro, io fare non volli.

 

Un altro ancora. E’ il più giovane. Incontaminato,

Nella bianca, lunga camicia dorme con altri

In un grande dormitorio pubblico. Lui non sogna,

Ma assopendosi pensa ai versi e alle parole,

Alle sciabole, ai cavalli e ai cuori fedeli,

Pronti allo scontro, e alla gente infelice,

E a tutta la gente, che gli appare

Come folla grigia e che egli veramente ama.

 

Sarà lui che un giorno lotterà per tutto ciò

Che, codardo, io difendere non osai.

 

(1931)

 

XXXVII

 

Io solamente fingo

Di non aver paura,

Quando di notte vedo

La mia finestra scura.

 

A guardare attraverso

Mi costringo con zelo –

E vedo nubi orrende

E orrende stelle in cielo.

 

E l’albero non lungi,

E d’un nero profondo,

Resta negli occhi quando

Nel letto mi nascondo.

 

Mi rifugio nel tuo seno,

Dove ti canta il cuore,

Dove le vere notti

Sussurran con ardore.

 

(1933)

 

XIII

 

Le betulle del cimitero velano

Come di spuma il nero pizzo del borgo,

Le tombe giacciono come premesse

Da cui son tratte già le conseguenze.

 

Avvolte nei morti capelli dell’erba,

Intorno – croci abbattute o inclinate,

E al centro un crocifisso – trampoliere

Che sugge alla terra la putrida forza.

 

Appassendo si raggrinzano le foglie,

Mutando la seta in ruvida tela,

Mi spaventa oggi questo squallore,

Invero necessario, ma inutile.

 

Voglio infrangere tutti quei : “ricordi?”

Mischiare le nubi che corrono scialbe,

E, abbandonato il deserto cimitero,

Raccogliere tutte le mie forze – per lui.

 

(1933)

 

XV

 

Nell’aria il profumo d’una canzone,

Il mondo tutto in trasparenza,

Le rondini come ottave di note

Gridano il loro “i” spagnolo.

 

Le nubi temono e si rallegrano

E in cerchio volano lontano.

E il sole appende sui rami, a ghirlande,

Il rimpianto di primavera.

 

Al crepuscolo piove giù il violetto,

Lento torna il fresco vetroso,

La notte scende nera e felice

Sul rigonfio specchio dell’acqua.

 

Gli scarabei come versi ronzano –

Denso basso di scherzi fruscianti,

E un’iride di aromi avvolge

L’acqua, la primavera, la notte e la morte. (1933)

 

 

XXXII

 

                                            … il cielo stellato sopra di me,

                                            il comando morale in me…

                                                                                           I.K.

Vedo ogni notte l’abisso nereggiante

           Sopra di noi,

Il cielo immenso col turbinio delle galassie,

           Tremolanti di stelle.

 

Sbigottisce di paura la profondità eterna,

           La nera conca di Dio,

Nel vortice della creazione s’è polverizzata

           La lattea via solare.

 

Ma uno sgomento più grande mi prende

            Quando guardo dentro di me,

La criniera spumeggiante delle orbite disordinate

             Il mio io scuote.

 

Là non turbinano le galassie, i semi

              D’innumerevoli nascite,

Ma la notte smisurata, senza fondo e nera,

              O Immanuel!

 

(1933)

 

Preghiera

 

Ah, voi già sapete, o miei morti,

Com’è duro accomiatarsi dall’orribile mondo,

Guardare con amore e serrare gli occhi,

Verso il nulla salpare con l’immagine del sogno.

Affezionarsi alla vita che uccide,

Portare con sé per sempre il colpo mortale,

E sotto la palpebra della tomba assonnata

Vedere la violenta inesorabile morte.

O amico, ucciso sulla soglia di casa

E straziato dalla folla furiosa,

E tu, morto alle porte della patria,

Figlio non nato della libertà,

E tu avvolta, come in un serto nuziale,

Nel velo dell’etere e nel profumo dei lillà,

Per tutta l’eternità racchiusa nella bara,

Per tutta l’eternità gettata nella sabbia,

Insegnate, vi prego, a un uomo malvagio

Come deve scongiurare, supplicare il mondo,

Perché gli perdoni i peccati e la grettezza,

Perché lo commuova con l’eternità come con una lacrima,

Come si può confrontare la meschinità quotidiana

Con la vela della morte, con la nave dei sogni;

Come questo orrore che vedo ogni giorno

In me – mutare nel profumo dei cieli,

Come le catene del corpo, che tanto amo,

Spezzare nella lotta in cui dovrò cadere,

E tutto l’orgoglio sottomettere all’umiltà,

Tutta l’umiltà venerare come un fiore.

 

O voi, morti nel più semplice dei modi,

Una morte semplice impetrate per me.

 

(1937)

 

V

 

A Parma non ci sono viole parmensi

Fluenti come un fiume celeste,

Simili alle vesti delle ragazze,

Agli scialli con la goccia di brillante.

 

A Parma solo piccoli giardinetti

Incorniciati dall’esile rampicante,

E Verdi così riservato

E il parmigiano “stravecchio”.

 

E sotto la scura cupola del duomo

Le rose avvizzite,

Gli angeli che svolazzano in frotta,

Schiamazzando: “Correggio! Correggio!”

 

(1957)

 

 *  *  *

 

Dov’è quell’uccello

che correva per le aiole e stendeva

a ventaglio

la cresta di piume sulla testa

chiamando u-du, u-du?

 

Dov’è quel gatto

che passava sul balcone all’alba

ed esigeva che lo attendesse

l’insperata scodella d’argilla

con il latte?

 

Dov’è quel cane giallo

che campava affittando

il suolo di Stawisko (1)

per le nozze agli altri cani

e la cui furiosa richiesta

di un bel boccone spaventò così

Simone de Beauvoir?

 

Dov’è quella cara signora

di Roma che aveva nell’armadio

trenta cappellini

e che furtiva imboccava il cane

sotto un tavolo nella Trattoria

di via Frattina?

 

Dov’è quella dama

di sangue reale

che amava tanto farsi un goccio

al bar di Wròbel o di Langner

con quel simpaticone di Dygat

o di Mauersberger?

 

Dov’è quel giovane

così bello quando mentiva

e mentiva sempre?

 

Dov’è quella ragazza

che cantava con voce calda –

vsiò dlià tiebià (2)

vsiò dlià tiebià –

e mi guardava?

 

Sono morti, tutti morti, –

Non sapevi che sono tutti morti?

 

(1973)

(1) La tenuta del poeta

(2) Tutto per te (in russo nel testo)

 

Il cane di Siena

 

Sei invecchiato mio Trop

tu non giungerai mai a Siena

perfino sui nostri prati corri contro voglia

 

Io a Siena ho un “altro cane”

 

Ha le ali

gli occhi iridati

e mi mostra tutto il mondo tutto il mondo

come da un’alta vetta

 

solo che lui non mi ama

come te

e talora di notte morde

 

e poi a lungo ulula

così sottovoce

 

che in albergo nessuno lo sente

 

(1972)

 

 *  * *

                                              Quo pinus ingens albaque populus…

                                                                              (Orazio)

Pini, figli di Roma,

tronchi incrinati, specchi del tempo,

streghe che siedono

sui colli

e che sanno.

 

A volte parlano. Dicevano:

il tempo è sereno, il cielo azzurro,

la gente felice

e il conforto sta nel bello.

 

Un randagio preda dell’accalappiacani

sulla più bella piazza del mondo

e che così disperato guaiva

congedandosi dalla vita

 

nemmeno la bambina,

che così piangeva per il cane,

sapevano cos’è la bellezza,

e i pini non lo dicevano.

 

E neanche a me dicevano,

perché il mondo è così tremendo.

 

Luglio

 

Profumano i lugli – di Reymont

e gli usuali

i fossi colmi di schiuma di fiori

prodiga di miele

 

mucchi di segala rose dorate

tra plumbei nastrini – come una grata

fiumi piccoli fiumi grandi

Bzura Wrowa e Pilica

e Utrata

 

e i pioppi come fumaioli

e i fumaioli come pioppi

corrono i pali fratelli di latte

fra il trifoglio e le rape

attraverso i campi

 

le ombre blu scure

dove frusciano le betulle

e sommersi dal muschio

maturano già i mirtilli

 

l’asfalto si scioglie in celeste trina

intessuta di bagliori

e irresistibile ti trascina

in Polonia in Polonia

 

 

 *  *  *

 

Pigramente il baio tira

il mio carretto siciliano

 

ci ho caricato tutto

ciò che avevo sotto mano

ciò che tenevo in serbo

 

libri sospiri

questioni assai complicate

 

e sorrisi perché tutto

è trascorso

 

e s’è mutato in fiori

per te

 

e così ci trasciniamo al sole

che tramonta davanti a noi

 

il buon baio – carrettino siciliano

e i cani che abbaiano

 

perché già il giorno

s’è inchinato alla sera

 

 *  *  *

Ci ho caricato tutto

ciò che avevo sotto mano

ciò che avevo in serbo

 

versi carte lettere

tutto ciò che per te

ho sofferto

 

tutto ciò che ho celato

nella mia vita segreta

 

tutto per te

perché tu dicessi

 

come in quel film

soltanto una parola

g r a z i e

 

e perché io rispondessi

come in quel film

soltanto

 

p r e g o

 

 (C) by Paolo Statuti. Riproduzione riservata