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Janusz Korczak (1878-1942)

12 Lug

 

 

Janusz Korczak, 1933

  

 

Medico, umanista, pedagogo e scrittore ebreo polacco. Pseudonimo del dottor Henryk Goldszmit, che dedicò la sua vita a scrivere libri sull’educazione dei bambini nello spirito della fratellanza tra i popoli. Direttore di una casa per bambini ebrei, chiuso con tutti gli altri abitanti tra le mura del ghetto di Varsavia, che venne letteralmente raso al suolo dopo uno spietato e sistematico rastrellamento, si lasciò portare assieme ai suoi orfani nelle camere della morte di Treblinka, e ne volle condividere la sorte, nonostante la possibilità che aveva di essere aiutato dai suoi amici polacchi. Oltrepassò con i suoi bambini la porta della camera a gas, lasciando dietro di sé una leggenda. Tra le sue opere, ricordiamo: Sława (La fama), Józki, Jaśki i Franki (diminutivi di nomi polacchi) e Joski, Mośki i Srule (diminutivi di nomi ebrei), e ancora Król Maciuś Pierwszy (Re Matteuccio I), Kajtuś czarodziej (Kajtuś il mago), Kiedy znów będę mały (Quando di nuovo sarò bambino), Jak kochać dziecko (Come amare i bambini).

Pubblico qui la sua Preghiera dell’artista nella mia traduzione.

 

La preghiera dell’artista

 

Ti ringrazio, o Creatore, per aver voluto creare un essere strano come me. Ingarbugliato contro ogni logica, eppure tale come dev’essere; del resto forse Ti servo, dal momento che esisto. Quanto più insensato, tanto più Ti sono riconoscente – io – protesta – impertinenza – sfrontato padrone di me stesso nell’indocile gregge, io – burlone – Pesce d’Aprile e albero Aswattha.

La mia preghiera, o Creatore, non è quella di un tempo, quella di tutti, ma è la mia di oggi – proprio in questo – questo unico momento, che non si ripeterà più. Per intenderci: sono il Tuo giullare – profeta – e Fratello! Io – ma lo so forse chi sono? Lo so che non mi conosco, a volte assurdamente dignitoso e a volte dignitosamente assurdo – fiero, umile, tenero, minaccioso, sdegnoso mi strofino come un gatto, nascosto spiffero tutto, vendo lacrime, perdo bastoni e temperini, attento alla minima ombra di schiavitù in arrivo, non spezzo ma brucio i ceppi – e soltanto nel più lieve sussurro io Ti vedo, o Creatore, e per questo Ti sono immensamente grato. Non credi che ho voglia di pregare? Ma sì! Per far dispetto ai pretuncoli – sei Dio – lo so che significa.

Ti ringrazio, o Creatore, per aver creato il maiale, l’elefante con il lungo naso, per aver lacerato le foglie e i cuori, e aver dato i musi neri ai Neri, e alle barbabietole lo zucchero. Grazie per l’usignolo e la cimice, grazie perché la ragazza ha il seno e l’aria soffoca il pesce; perché ci sono i lampi e le amarene, perché è stupendo che ci hai ordinato di nascere, perché hai talmente intontito l’uomo, da fargli pensare che non è possibile diversamente; perché hai dato la Mente alle pietre, al mare, alle persone.

La Mente che al prossimo racconta balle e per se stessa fantastica superbe favole. Non il cielo – essa ha le più vermiglie albe e i più vermigli tramonti – essa è aquila, furfante, menzogna. Oh, come l’amo!

Salta le lezioni – indovina dove gironzola, finché la briccona non tornerà imbrattata, diversa dalla gente, e così astutamente pentita, e così allegra, giura di correggersi – lo stupido le crederà – sa che la perdoneranno, la mascalzona.

Tutto presagisco, non so niente. Considero stupide le verità lette; hanno un valore che osservo attraverso il buco della serratura, e quindi in modo impreciso, perciò mi sbaglio sempre; tanto meglio. Sono!

Non so niente. tutto indovino. Lo sai, o Creatore, che significa: tutto!

Non sono affatto servizievole, e porca miseria devo essere il primo; la speranza la perdo solo per cinque minuti, tutto ciò che è saggio lo inizio da domani; mi riempio di sabbia  dall’ombelico in su, mi crogiolo al sole; compatisco la pera, sola nel campo, e bacio un vecchio sulla spalla. Seriamente mi gratto la pancia, faccio le capriole in aria e avrò sempre sedici anni, farò i giochi da cortile, fischierò con le dita e perderò tutti i bottoni dei calzoni. Dalla testa ai piedi non sono affatto servizievole, oh come sarebbe povera l’umanità senza di me! Le insegno ad amare il peccato e gli incendi e a respirare a pieni, pieni, pieni polmoni.

Su un mio unico quesito sgobbano tutta la vita cento ottusi professori. A rosate dolci orecchiette mando la buonanotte, a migliaia di ragazze e ragazzi. Spalmo la pomata su tutti i cani rognosi. Prendo al collo il passato che cerca di liberarsi e lo rivelo. E con la pistola tiro al futuro come a un bersaglio. E bevo il sole, senza battere gli occhi. E così qualcosa mi dice che ci hai creati di punto in bianco, e hai inclinato l’asse della terra per fare uno scherzo, e che allora dovevi essere un po’ ubriaco: un artista non si crea a mente lucida. E i loro, di quelli di là, gli unici sogni arcifestivi – sono il nostro pane quotidiano.

Non mi piacciono solo quelli che non bevono;  ho paura solo di quelli che ambiscono e sanno ciò che vogliono.

I miei istanti – solo trovatelli e figli illegittimi – senza assistenza né ordine – ballano sulla corda, inghiottiscono le torce.

Rubo una pera nel frutteto altrui; misfatto non grave – non fuggo, ma volo via leggero; sempre in tempo, ubriaco, mi sveglio, da una pozzanghera esco imbiancato, e Dio non si adira con me – è indulgente.

Tutto amo spensieratamente – con gioia – senza preoccupazioni.

Furbo di tre cotte, ingenuo come una ragazza, quando crede. Mi osservo e sorrido, oppure litigherò con forza. Colleziono perline, spalanco gli occhi, dirò a un lampione: «Solo tu sei saggio e bello». Ogni giorno noto qualcosa di nuovo in ciò che guardo da anni – stupito all’improvviso che il cane abbia la coda, che il tram vada sa solo e la betulla sia così bianca.

Povera coccinella, quando l’occhio ti duole, povera è ogni, ogni, ogni vita terrena.

Sono nato, o Creatore, cinque secoli in ritardo, cinquecento anni in anticipo. Per questo sono così allegro e triste: perché vivo, ho già finito di vivere, ancora non ho cominciato.

Tu ed Io – o Creatore, nessun altro. Ma Io – siamo noi, Noi tutti. Noi – la blasfema sinistra del Tuo Parlamento e del Tuo Trono, Domine, canes (1). Noi, gli arcobaleni del tempaccio autunnale, tra i Tuoi figli pazze creature, noi – neve di luglio – papaveri rossi dei ghiacciai – noi – vele spiegate. Non fa niente se col gomitolo della nonna giochiamo col gattino – noi abbattiamo i troni dei despoti, noi alziamo torri solitarie. Noi da un’anima folle facciamo scaturire un’azione lucidissima, noi obbedienti ai rulli dell’organetto – con un inno al futuro pugnaliamo il presente, moriamo e risuscitiamo per ordine nostro, noi nei cimiteri di tutti gli insuccessi disprezziamo i successi a ricordo della comune impotenza.

Per questo, o Creatore, Ti benedico e con un brivido punto tutto su una carta – lo Stupendo Piacere della Vita.

Va banque (2): La Vita per la Creatività.

 

 

(1) Domine, canes (lat.) – (del Tuo Trono) o Signore, i cani (N.d.A)

(2) Va banque (franc.) – tutto su una sola carta (N.d.A.)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

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