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Ivan Bunin: Giordano Bruno

15 Ago

«Un’arca governata da un asino –

Ecco il mondo umano. Vivete nel cosmo.

La terra è un covo d’inganni e di menzogne.

Nutritevi d’immutabile bellezza.

Tu, madre-terra, alla mia anima

Sei vicina e lontana. Amo gioire,

Ma nella mia gioia c’è sempre angoscia,

Nell’angoscia – una segreta dolcezza!»

Ed ecco il bastone del pellegrino

Egli prende: perdonate, o cupe celle!

La sua anima, estranea a tutti, ora

Vive solo di alito di libertà.

«Siete schiavi. Re della fede è la Bestia:

Io abbatterò il trono della cieca fede.

Siete in un tempio: io vi aprirò la porta

Verso la luce e l’abisso della Sfera.

O abisso di abissi e vita del limite.

Noi fermeremo il sole di Tolomeo –

E il vortice dei mondi, il mare di pianeti,

Davanti a noi si distenderà, ardendo!»

E lui tutto osò – fino ai cieli.

La creazione ha sete di distruzione

E, distruggendo, aveva sete di prodigi –

Di divina armonia del Creato.

Gli occhi brillano, in un sogno audace –

Un mondo di gioiose rivelazioni.

Solo nel vero – lo scopo e la bellezza.

Ma più forte il cuore della vita chiede.

«Tu, fanciulla! col tuo viso angelico,

Che canti con un vecchio sonoro liuto!

Io posso esserti amico e padre…

Ma sono solo. Nessuno è senza asilo!

Ho alzato il vessillo del mio amore.

Ma ci sono altre gioie, diverse:

Ho congelato tutti i miei desideri,

Sono soltanto tuo, o sapienza-Sofia!»

E di nuovo è pellegrino. Di nuovo

Guarda lontano. Gli occhi risplendono,

Severo è il volto. Nemici, non capite

Che dio è la luce. E per dio lui morirà.

«Il mondo – abisso di abissi. Ogni atomo

E’ pieno di dio – di vita, di bellezza.

Vivendo e morendo, tutti noi viviamo

Come Anima unica, universale.

Tu, con il liuto! I sogni dei tuoi occhi

Non riflettevano la Vita e la Gioia?

Tu, o sole! voi, astri delle notti!

Solo voi respiravate questa Gioia».

E un piccolo uomo con inquietudine,

Con lo sguardo lucente, vivido e freddo,

E’ nel fuoco. «Morto in un’era di schiavitù,

Sarà immortale – in una di libertà!

Io muoio, perché questo è ciò che voglio.

Disperdi, o boia, le mie ceneri, o vile!

Salve Universo, salve Sole e Boia! –

Egli il mio pensiero spargerà nel Cosmo!»

(Versione di Paolo Statuti)

Ivan Alekseevich Bunin (1870-1953)

12 Ago

      Poeta, prosatore e traduttore. Fu il primo scrittore russo a ricevere il Nobel per la letteratura (1933). Fu incoraggiato dal fratello Julian a leggere i classici della letteratura russa e a scrivere. Nel 1887, a 17 anni, debuttò in campo letterario con la poesia Per la morte di Nadson. La sua prima raccolta di versi Novembre fu accolta con favore dalla critica e lo portò a essere considerato il miglior poeta del suo tempo. Grande ammiratore della sua poesia è stato Vladimir Nabokov, benché criticasse la sua prosa. Nel 1918, nel primo periodo della guerra civile in Russia, Bunin lasciò Mosca occupata dai bolscevichi e si recò a Odessa, che lasciò poi nel 1920 per stabilirsi a Parigi. Fu un acceso oppositore sia del bolscevismo che del nazismo. Sembra che nella sua villa Jeannette a Grasse nascondesse un Ebreo per tutta la durata dell’occupazione.

     La somma ricevuta per il Nobel gli bastò per 7-8 anni. Con essa tra l’altro aiutò altri emigrati, pagò conti e debiti, prestazioni mediche e viaggi, e mantenne la famiglia. Ebbe due mogli e diverse avventure amorose.

     Verso la fine della sua vita manifestò interesse per la letteratura sovietica e considerava anche l’eventualità di un ritorno in patria. Morì per un attacco di cuore a Parigi. Qualche anno dopo la sua morte fu permesso nell’URSS di pubblicare le sue opere.

Poesie di Ivan Bunin tradotte da Paolo Statuti

Il poeta

Poeta triste e severo,

Povero, oppresso dal bisogno,

Invano i ceppi della miseria

Cerchi di strappare col sogno!

Invano vuoi col disdegno

La tua sfortuna fugare

E, incline al puro ardore,

Tu vuoi credere e amare!

Il bisogno ti avvelenerà

Più volte la fantasia e la mente,

E i sogni dimenticherai,

E piangerai amaramente.

Quando, sfinito dagli affanni,

Obliata la tua fatica in ombra,

Morirai di fame, orneranno

Di fiori la croce della tua tomba.

S’è aperto l’azzurro cielo

Tra le nubi un giorno d’aprile

S’è aperto l’azzurro cielo.

Nel bosco tutto è secco e grigio

E l’ombra è un ragnatelo.

Una serpe frusciando

Tra le foglie si muove e brilla,

E striscia verso il bosco

Con la sua pelle color lilla.

Le foglie secche, un forte aroma,

Delle betulle il brillìo rasato…

O istante felice e fallace.

O spleen cento volte invocato!

Alla patria

Ti scherniscono, o patria,

Ti biasimano, ingrati,

Per la tua semplicità,

Per i casolari malandati…

Così un figlio, calmo e sfrontato,

Della madre si vergognerà –

Triste, stanca e timorosa,

Tra i suoi amici di città.

Sorride di compassione a lei

Che a lungo si è trascinata

Per rivederlo e per dargli

L’ultima moneta risparmiata.

Sera

La felicità la ricordiamo soltanto.

Ed essa è dappertutto. Forse in questa

Pergola d’autunno dietro il fienile,

Nell’aria pura che inonda la finestra.

In cielo con un lieve bianco contorno

Nasce e splende una nube. Io da tanto

La seguo… Noi poco vediamo e sappiamo,

E la felicità è per quelli che sanno.

La finestra è aperta. Sul parapetto

S’è posato un uccellino, e dai libri

Lo sguardo stanco distolgo un istante.

Il giorno si fa sera, il cielo è svuotato.

Rumoreggia la trebbiatrice nell’aia…

In me c’è tutto. Vedo, sento, beato.

Perché parlare e di che?

… Perché parlare e di che?

Tutta l’anima, con l’amore, sognando,

Tutto il cuore cercare di aprire –

Ma come? – solo parlando!

E perfino se nelle parole umane

Non fosse stato tutto pronunciato!

Non troverai in esse alcun senso,

Perché il senso è stato dimenticato!

Già e a chi raccontare?

Neanche con la più sincera volontà,

Tutta la forza dell’altrui sofferenza

Nessuno fino in fondo mai capirà!

(C) by Paolo Statuti