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Le peonie

23 Ago

 

Tempo fa ho dipinto queste peonie del mio giardino. E’ un pastello. Ho pensato di presentarvelo con questa poesia di Czesław Miłosz che ho appositamente tradotto.

 

Paolo Statuti: Peonie

 

Czesław Miłosz

Presso le peonie

Le peonie fioriscono, bianche e rosate,

E in ciascuna come in un fragrante vaso,

Sciami di bombi conversano tra loro,

Perché il fiore ad essi per dimora è dato.

 

Mia madre sta in piedi sull’aiola,

Prende in mano una peonia e apre i petali,

E a lungo guarda nelle terre peoniane,

Dove un istante è come un anno intero.

 

Poi lascia andare il fiore e, ciò che pensa,

Ripete a voce alta a sé e ai bambini.

Il vento culla il verde fogliame

E macchioline di luce corrono sui visi.

 

 

(C) by Paolo Statuti

BUON NATALE!

7 Dic

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BUON NATALE!

 

Ai miei Lettori con 5 poesie nella mia versione dal polacco. Questo post va ad aggiungersi agli altri tre dedicati al Natale, pubblicati nel mio blog:

– Il santo Natale nella poesia polacca

– Il Natale polacco

– Natale con Stanisław Reymont

 

Anna Nagórska (1882-1963)

Vecchi alberi di Natale

Ho rivisto in sogno i vecchi alberi di Natale

Formavano un grande magnifico bosco

E nel fascino e nel profumo silvestre

Anche i fiori più belli di ogni solito anno

I Cherubini alati e san Nicola

Le pigne dorate e con un filo di cristallo…

Qualcuno ha preso l’addobbo da vecchie scatole

Le candele accese. Gli uccelli. Vola la slitta d’argento.

Sono tornate intere le palle di vetro spezzate

– Al solito posto il pittoresco presepe

Tutto è rapimento. Tutto è ammirazione

Che al limite del destino possiamo anche incontrare…

Il brutto tempo non ha sciupato le angeliche ali

– La neve fresca ha nascosto il lutto della terra

Le stelle brillano sui puntali degli alberelli

– Gesù la sua miseria come felicità ci ha donato…

 

 

Krzysztof Kamil Baczyński (1921-1944)

Canto di Natale

 

O angeli, angeli bianchi,

che cosa aspettavate presso la greppia,

perché battendo così le ali

la neve avete sparso nella notte nera?

 

Volevate far perdere la strada col bagliore

a quei dannati con la mani insanguinate?

Avete seminato fiori, foglie d’argento

sulle tombe dei cavalieri di acciaio,

sulle tombe dei cavalieri delle schiere,

che di sferza e di fame sono morti?

 

Notti scure, o angeli, nella nostra terra,

stelle scure e neve scura, anche l’amore,

e sotto le nuvole scure

il nostro cuore in oscurità s’è mutato.

 

O angeli, angeli bianchi,

oh! fate luce con le vostre ali,

perché trovi il Signore chi s’è perso

e chi non osa alzare gli occhi,

e chi aspetta senza sperare,

e il cavaliere con la corazza squarciata,

perché come uomo incontri il Dio-Uomo,

o angeli, angeli bianchi.

 

Jan Twardowski (1915-2006)

 

*  *  *

Perché  c’è il santo Natale?

Perché fissiamo la stella in cielo?

Perché intoniamo i canti natalizi?

 

 

Per imparare l’amore di Gesù.

Per stringerci la mano.

Per sorriderci

E perdonarci l’un l’altro.

 

Czesław Miłosz (1911-2004)

 

Preghiera della Vigilia

 

O casta Maria, benedici colei

Che nella pietà non crede.

Che la tua fulgida stanca mano

Reprima tutte le sue pene.

Sotto la tua mano il pianto le sia lieve.

 

Sulla tavola della Vigilia

Scenda per lei un verde alberello,

Che toccandolo, senta ronzare le api,

Che lucide mele si spandino intorno.

Non dare le candele ma una stella dei gelidi campi.

 

Portale vicino un corteo di monti bianchi,

Che essi splendano alla sua finestra.

Gli astrologi di Caldea e di Ur

Il ricordo dei brutti anni leniscano.

I morti poeti tocchino le corde,

Per lei così sola intonino un canto di Natale.

 

Varsavia 1938

 

 

 

 

 

 

Leopold Staff (1878-1957)

 

Vigilia nel bosco

 

Anche gli alberi hanno la loro Vigilia…

Nel giorno più breve dell’anno del Signore,

Quando al crepuscolo azzurreggia la neve

Sui rami, come enormi gigli,

Pecci bianchi, pini, abeti,

Col fiato sospeso assorti nel silenzio,

Meditano come monaci,

Sgranando sante preghiere.

Il bosco è muto come un mistero,

Taciturno come un’attesa,

Perché qualcosa avviene, qualcosa accadrà,

Qualcosa diventerà reale, si mostrerà.

Nelle case il bosco ha messo gli alberelli,

 

Chi  in dono gli porterà una meraviglia?

Soltanto la neve è scesa sugli alberi del bosco,

In regalo alle mani degli alberi.

Il bosco freme di tensione e di speranza,

A tratti piovono piume d’argento

E svolazzano come spiriti d’un sogno…

Di colpo cessa di battere il cuore della selva,

Perché con la prima stella delle distese celesti,

Dal folto, smovendo il verde,

Sporge la testa un superbo cervo

Con le candeline sulle corna…

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

Aleksander Wat

14 Lug

Aleksander Wat

 

   Aleksander Wat, originariamente Chwat, nacque il 1 maggio 1900 a Varsavia. Discendeva da una antica e famosa famiglia ebrea che annoverava tra i suoi membri anche il famoso kabalista del XVI secolo Isaac Luria. Studiò filosofia, psicologia e logica presso l’Università di Varsavia, dove entrò in contatto con l’avanguardia letteraria. Co-fondatore del futurismo polacco. Negli anni venti fu redattore di importanti riviste letterarie, come ad es. “Nowa Sztuka” e “Miesięcznik Literacki”, attraverso le quali contribuì a far conoscere Majakovskij e il futurismo russo. Prima della guerra fu un convinto comunista.

   Nel 1939 allo scoppio della seconda guerra mondiale si rifugiò a Leopoli, allora occupata dai russi, dove prese parte alla vita culturale locale. Ma, accusato prima di sionismo e poi di trotskismo, nel 1940 fu arrestato e rinchiuso in diverse prigioni sovietiche (egli stesso ne contò 14). Durante la prigionia, unico ebreo fra tanti prigionieri polacchi cattolici, si convertì al cattolicesimo più per un bisogno di comunione spirituale con gli altri prigionieri, che per un abbandono della sua identità ebreo-polacca. Nel 1942 fu costretto all’esilio nel Kazakhistan, dove poté riabbracciare la moglie Paulina e il figlio Andrzej, e dove rimase fino al 1946, anno in cui tornò in Polonia, malgrado avesse ormai preso le distanze dal comunismo stalinista. Fu ignorato dalle case editrici e soltanto dopo il disgelo (1956), poté tornare alla vita pubblica, ricevendo anche un premio dalla rivista”Nowa Kultura” per la sua opera poetica (1957).

   Nel 1959 espatriò con la famiglia in occidente e dal 1961 si stabilì a Parigi. Afflitto già da anni da una incurabile malattia che gli procurava dei fortissimi mal di testa, il 29 luglio 1967 si suicidò ingerendo una forte dose di analgesici. E’ sepolto nel cimitero Les Champeaux a Montmorency.

   Le sue prime opere sono ispirate al futurismo e al surrealismo. Tra esse ricordiamo la raccolta di poesie pubblicata nel 1920 “Ja z jednej strony i Ja z drugiej strony mopsożelaznego piecyka” (Io da un lato e Io dall’altro della mia stufa di ferro) e la raccolta di racconti “Bezrobotny Lucyfer” (Lucifero disoccupato), che gli diede fama e che tratta in modo originale la profonda crisi spirituale della civiltà occidentale postbellica, che andava incontro alla nuova catastrofe della seconda guerra mondiale. Le sue poesie della maturità invece, uscite postume nel 1968 col titolo “Ciemne świecidło” (Lume oscuro) sono profondamente umane e di notevole portata filosofica, e mostrano bene quel dissidio esistenziale di Wat tra ebraismo, ateismo e cattolicesimo, che ha giocato un ruolo essenziale nella creazione dello scrittore. Aleksander Wat fu anche traduttore delle letterature anglosassone, francese, tedesco, russa e sovietica.

   Nel 1964 Wat fu invitato all’Università di Berkeley in California, dove Czesław Miłosz registrò più di 40 colloqui con lui. Queste conversazioni autobiografiche furono pubblicate a Londra nel 1977 dallo stesso Miłosz col titolo “Mój wiek” (Il mio secolo).

   In Italia l’opera di Aleksander Wat è stata fatta conoscere da Luigi Marinelli, professore ordinario di Lingua e letteratura polacca presso l’Università La Sapienza di Roma.

 

Nel compilare questo mio breve profilo di Aleksander Wat mi sono avvalso tra l’altro di Wikipedia, l’enciclopedia libera.

 

 

 

Poesie di Aleksander Wat tradotte da Paolo Statuti

 

Salci ad Alma-Ata

 

I salci sono salci ovunque…

 

Sei bello nella brina e nel bagliore, salcio di Alma-Ata,

Ma se mai ti dimenticherò, o secco salcio di via Rozbrat,

Si dissecchi la mia mano.

 

Le montagne sono montagne ovunque…

 

Davanti a me il Tien Shan naviga nei violetti –

Spuma di luce, roccia di colori, si sbianca e svanisce –

Ma se mai ti dimenticherò, lontana vetta dei Tatra,

Torrente Biały, ove con mio figlio sognavo navigazioni colorate,

Salutati dal quieto sorriso della nostra buona patrona,

Che mi tramuti in pietra del Tien Shan.

 

Se vi dimenticherò…

Se ti dimenticherò,         

Mia città natale…

 

O notte di Varsavia, o pioggia, o temporale, dove si udiva

“sull’uscio il vecchio tende la mano

Il cane gli lacera il pastrano”…

 

Dormi tesorino…

Spargo le mani gemendo, come polacco salcio piangente.

 

Se vi dimenticherò,

Lampade a gas di via Żórawia – stazioni del mio tormento d’amore,

Lucenti cuori immersi nel buio riserbo delle foglie,

E brusìo e sussurro e pioggia, strepito di carrozza nel viale

E oropiumata alba dei colombi…

 

Se ti dimenticherò, pugnante Varsavia,

Schiumosa di sangue Varsavia, bella d’orgoglio per le tue tombe…

 

Se Ti dimenticherò…

Se Vi dimenticherò…

 

Alma-Ata, gennaio 1942

 

 

Paesaggio lunare

 

Dai secondi incalzanti l’adieu gettato

scacciavo soffiando sul pollice

ed ecco il portiere accostando una tromba d’oro alla bocca mi urlò:

dove!

oh prima ah prima era diverso ed ero così felice

nessuno esigeva da me che fossi un chilowatt

i tram tinnivano dolci come allodole

e i palloni rombavano sulla testa come angeli

le famiglie si enfiavano nella gioia e le mosche nel canto

i cavalli avevano il pennacchio della patrona e i sonagli

gli aquiloni volavano nel cielo della domenica e dell’ossigeno –

parola che sempre mi stupiva dietro il vetro della farmacia

                                                                                        all’angolo

non ricordo in quale strada pendeva l’insegna del turco baffuto

il piffero del guardiano fiorendo di fiori e di uccelli

cullava i fianchi delle carrozze assonnate

nessuno mutava il vino del mio sangue nell’acqua della poesia

nessuno mi chiamava col duro nome di aleksander

ed ora non so perché non riesco a spiegarmi

perché tutto ah tutto è cambiato in peggio

e perché ah perché

la mia testa annega nella bava di una bionda cavalla

che non è una cavalla ma è la luna la solita luna

e perché la bocca vuole baciare la bocca d’ogni passante

mendico d’amore eternamente chiedere la carità! –

E quando la sacca del cuore mi si gonfia di baci

li estraggo e li accendo

perché brillino come candeline

sulla triste cieca pietra della strada.

 

 

Visione

 

Il cielo – azzurro immacolato,

il mare – turchese insonnolito,

non vedo il sole, ma tutto qui è sotto il suo sguardo ardente.

Tutto – cioè: il vuoto, le particelle d’aria, e il brulichio delle

                                                                             molecole d’acqua.

Oltre a questo niente.

 

Ed ecco qualunque cosa sia sotto lo zenit,

nel concavo cielo si delinea adagio

– come disegno da sotto la mano –

un mandala: già distinguo

l’enorme madreperla, finemente intagliata.

Su di essa è servita una salma. Uno scheletro. Da un Totentanz.

Lungo. Le ginocchia piegate. Sorridente. Vivo.

 

 

*  *  *

 

Di nuovo questa notte, a mezzanotte passata

è venuto da me P.B..

Questa volta sotto forma di lombrico,

4 metri e 20, così ho misurato

a prima vista. E la mia stanza

ha meno di 3 metri.

Perciò si è contratto

come molla sotto il dito.

Poi si è avvolto a me, senza fretta,

con mosse cadenzate. Sempre più ermeticamente.

Attraverso la sua mordida pelosità sentivo le vertebre

dure come caucciù. Non gridavo, benché dolesse.

Lo so: ciò che fa, lo fa per amore mio.

 

 

Colloquio sul fiume

 

–  „Guarda

la luce si disperde

come profumo dalle anfore.”

 

–  Non occorre la poesia

rinuncia alle metafore.”

 

–  La notte ci ha sorpresi

comprime nelle zampe.

 

Il giorno si è disperso

come profumo

come profumo.”

 

La voce è cessata. Una stella s’è spenta.

Afa soffocante.

–  “Sii fiducioso! Aguzza gli occhi!”

 

Oscurità

Oscurità

 

1952

 

Sogni dal Mar Mediterraneo

                                             Alle mie sorelle, Seda e Cesia

                             4

Dietro la vetrina del Greco il mare – spugne, gamberi –

fino all’inverosimile. In mostra le pastarelle

con le pance a punta, bionde, verdi oliva, coralline.

Dietro la vetrina passano tre mie sorelle, una dietro l’altra.

Dove vanno? – medito. Dietro la vetrina dunque il mare.

Abbiamo fatto un salto dal Greco. Ma il mare, molesto mare,

                                                                          [ fino all’inverosimile,

tutti gli strati è impossibile contare. Per giunta sono così

increspati. Le paste, certo: 1, Ѵ- 7, alef  ̊,: 0.

Sto falsando, lo so. Però il Greco dà il resto giusto: tre copechi

di rame, il suo gusto sento nelle dita: qui manca solo questo,

per riportarmi pei capelli ai primi sogni dell’infanzia!

Dunque sogno. Sogno, ergo dormo. Tanto meglio. Sogno in Eastman-

Color. Come chiamarlo, Askanas? Un altro sistema – ma perché?

                                                                                            [non ricordo.

Chiacchiero, e tre mie sorelle continuano a ferirsi alle gambe.

                                                                                              [La quarta,

delicata e minorenne, aspetta in basso, presso la porta. Che Ola

mi porti via dal mare. Andiamocene. Con la slitta. Nel parco,

                                                                                        [l’Ujazdowski,

mi fermerò sul ponticello di canne,

guarderò i cigni, scoppierò a piangere. I capelli volati via

dal cranio (dove si è inserito un gambero centenario, mio piccolo

                                                                                                  [coetaneo,

striato di zaffiro e di minio), – come medusa

argentata emergeranno, soli, senza di me.

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

Anna Swirszczynska

31 Mar

Una poetessa innovatrice e femminista

 

   Anna Swir (Świrszczyńska) – Varsavia 1909 – Cracovia 1984, poetessa, prosatrice, autrice di drammi e di libri per la gioventù. Figlia del pittore Jan Świerczyński. A tale proposito va notato che il suo cognome si differenzia leggermente da quello del padre, a causa di un errore anagrafico che la poetessa non ha mai corretto. Avrebbe voluto seguire le orme paterne, ma dovette rinunciare per motivi economici. Conseguita la maturità nel 1927, si iscrisse alla facoltà di lingua e letteratura polacca dell’università di Varsavia.

   Debuttò con la poesia “La neve” nel 1930, pubblicata dalla rivista “La fiammella”, ma come suo vero debutto ella considerava la poesia “Mezzogiorno”, per la quale fu premiata al Torneo di Giovani Poeti nel 1934. Durante l’occupazione svolse attività clandestina nell’ambiente letterario della capitale, prese parte all’Insurrezione di Varsavia (1 agosto-2 ottobre 1944), e lavorò come operaia, cameriera e inserviente d’ospedale.

   Quando era già sessantenne cambiò radicalmente il suo linguaggio poetico e segnò una svolta innovatrice nella poesia polacca. Le sue raccolte “Sono una vera donna” del 1972 e “Ho alzato la barricata” del 1974 furono accolte come un fulmine a ciel sereno. Creò una nuova forma, sentiva che la lingua della sua poesia di prima della guerra non era adatta a descrivere la realtà dell’Insurrezione e il suo  vero essere femminile.

   A proposito delle sue raccolte “Il vento” e “Sono una vera donna” scriveva nell’introduzione autobiografica al volume “Poesie scelte” del 1973: “Se il simbolo della raccolta-debutto poteva essere uno spettacolo teatrale in costume, simbolo di queste due ultime sarà forse il reparto maternità di un ospedale. Cosa è più consono alla poesia? Molti lettori risponderanno di sicuro diversamente da me”.

   Ora nella poesia della Świrszczyńska la donna genera non solo bambini, ma anche il mondo. Essa assume volti diversi: madre, figlia, amante, donna desiderosa, tenera, disperata, piangente per i morti, assistente dei feriti, stravagante o molto pratica. La poetessa raggiunge una tale intensità di sentimenti, una tale descrizione erotica, da essere spesso tacciata di esibizionismo, e lei stessa ammetteva di spingersi fino a questo punto.

   Un critico letterario ha scritto: “E’ vera poesia! Non un nostalgico miagolio o piagnucolio di una donna debole e sola. Nelle poesie di Anna Świrszczyńska la donna ha un corpo che può essere bello o brutto, porta in sé il dolore ma anche la voluttà, è giovane e poi è anche vecchia. Nei suoi versi semplici e chiari la poetessa non si perita di parlare di sesso, di orgasmo senza eufemismi. Il fatto che riesca ad amare intensamente deriva anche dalla sua forza. Tutto senza veli e abbellimenti, senza finzioni o falso pudore. Czesław Miłosz nel suo libro su Anna Świrszczyńska “Chi abbiamo avuto”, ammette di aver dovuto superare alcuni pregiudizi maschili, per capire bene il femminismo della poetessa. Egli, d’accordo con il poeta Miron Białoszewski, la considera una grande rinnovatrice della poetica polacca e una delle maggiori individualità nella storia di tutta la letteratura polacca.

   Si autodefiniva una femminista. Attraverso la poesia voleva liberare la mente femminile dai vincoli della cultura maschile, dal patriarcato. In brevi, chiare e realistiche poesie descrive il destino delle semplici donne. Le sue protagoniste sono donne coraggiose che non ammettono compromessi, contadine, operaie, casalinghe, madri stanche, donne tormentate dalla vita e dai mariti, donne che vincono o perdono, restando tuttavia sempre in conflitto con l’uomo, che la poetessa giudica severamente, spesso con disprezzo e a volte anche con umorismo. Il suo “io” poetico non è languido o sentimentale. Nei suoi versi si sente l’orgoglio di essere donna, di avere il suo corpo di donna. Le sue poesie, soprattutto quelle del ciclo “Sono una vera donna”, costringono a riflettere seriamente sulla femminilità e sui problemi delle donne nel mondo contemporaneo.

                                                                                                Paolo Statuti

Opere di Anna Świrszczyńska:

Poesie e prosa, Varsavia 1936

Orfeo, dramma in 3 atti, 1946

Spari in via Długa, 1948

Arkona – la fortezza di Świętowit, 1948 (per la gioventù)

L’appello sul muro, 1951

Liriche scelte, Varsavia 1958

Racconti di vecchio argomento, 1958 (per la gioventù)

I cornetti del re Giovanni, 1960 (per la gioventù)

Parole nere, Cracovia 1967

Il vento, Varsavia 1970

Sono una vera donna, Cracovia 1972

Storia di vecchi tempi, 1972

Poesie scelte, 1973

Ho alzato la barricata, Varsavia 1974

Felice come la coda del cane, Cracovia 1978

Teatro poetico, Varsavia 1984

Sofferenza e gioia, Varsavia 1985

 

 

10 poesie di Anna Świrszczyńska nella versione di Paolo Statuti

 

Alzando la barricata

Avevamo paura alzando sotto il fuoco

la barricata.

Il bettoliere, l’amante dell’orefice, il barbiere,

tutti paurosi.

Cadde a terra una servetta

sollevando un masso dal selciato, avevamo molta paura,

tutti paurosi –

il portinaio, la mercatina, il pensionato.

Cadde a terra il farmacista

trascinando la porta della latrina,

avevamo ancora più paura, la contrabbandiera,

la sarta, il tranviere,

tutti paurosi.

Cadde un ragazzo del riformatorio

trascinando un sacco di sabbia,

ebbene avevamo paura

davvero.

Benché nessuno ci costringesse,

alzammo la barricata

sotto il fuoco.

1974

 

 

La donna conversa con la sua coscia

Solo grazie alla tua bellezza

posso partecipare

ai riti dell’amore.

Le mistiche estasi,

i tradimenti voluttuosi

come scarlatto rossetto,

il perverso rococò

dei grovigli psicologici,

la dolce nostalgia del corpo

che mozza il respiro nei petti,

i crateri del tormento

che precipita sul fondo del mondo –

li devo a te.

Con che tenerezza devo ogni giorno

sferzarti con la sferza dell’acqua gelata,

giacché proprio tu mi concedi di giungere

alla bellezza e al senno,

che niente può sostituire.

Si schiudono dinanzi a me

nell’attimo dell’amore

le anime degli amanti e le possiedo.

Guardo, come scultore

la sua opera,

i loro volti serrati dalle palpebre,

straziati dall’estasi,

densi

di felicità.

Leggo come angelo

i pensieri nei crani,

sento nel palmo

il cuore umano che batte,

ascolto le parole

che l’uomo all’uomo sussurra

nel più sincero istante della vita.

 

Entro nelle loro anime,

percorro

la strada dell’incanto o dello sgomento

verso contrade inaudite

come fondi di oceani.

Poi, carica di tesori,

torno a lungo

in me stessa.

 

Oh, quante ricchezze,

quante costose verità,

che ingigantiscono in un’eco metafisica,

quante iniziazioni

delicate e sconvolgenti

devo a te, coscia mia.

 

La più compiuta bellezza della mia anima

non mi darebbe alcuno di quei tesori,

se non ci fosse la tua tersa, liscia grazia

di animaletto amorale.

 

1972

 

 

Verso recondito

 

Vivo qui nel lusso,

ho una speciale stanza per ridere.

 

Dopo un giorno senza gente

nella stanza fuisce la notte

come alleviamento.

 

Fiammanti giungle di risatine

sbocciano

e scoppiano estatici soli

di scoppi di risa.

 

La delizia del riso

fa esplodere le pareti

forte come delizia d’amore.

 

Nella piccola stanzetta

scorrono ghignando costellazioni di stelle

e ululanti di risa vie lattee.

 

Posso accoglierle tutte e ospitarle,

poiché vivo qui nel lusso.

Ho una speciale stanza per ridere.

 

1970

 

 

 

 

Separazione

 

Il nostro amore ha languito lunghi anni.

Ed ecco ora la separazione

lo ravviva d’un tratto.

Il nostro amore si leva dai morti

allucinante

come cadavere, rinato per morire

una seconda volta.

 

Ogni notte ci amiamo,

ogni ora ci separiamo,

ogni ora

ci giuriamo fedeltà fino alla morte.

 

Soffriamo intensamente

come si soffre nell’inferno.

Abbiamo entrambi

45 gradi di febbre.

 

Gemendo di odio

strappiamo dall’album la foto delle nozze.

E intere notti fino al chiarore dell’alba

piangendo, amandoci,

sudando di mortale sudore

ci parliamo,

parliamo di noi

la prima e ultima volta nella vita.

 

1972

 

Dico a me stessa: tu carogna

                                                                  Ad Artur Sandauer

Dico al mio corpo:

– Tu carogna – dico.

Tu carogna inchiodata alla sordità,

cieca e sorda

come un catenaccio.

 

Devo batterti fino a farti urlare,

metterti a digiuno per quaranta giorni,

sospenderti

sul più alto abisso del mondo.

 

Forse allora si aprirebbe in te

una finestra

su tutto ciò che intuisco – sia.

su tutto ciò che è chiuso

davanti a me.

 

Dico al mio corpo:

Tu carogna,

temi il dolore e la fame,

temi l’abisso.

 

Tu sorda, cieca carogna – dico

e sputo nello specchio.

 

1978

 

 

Coraggio

 

Non sarò schiava di nessun amore.

A nessuno

darò lo scopo della mia vita,

il mio diritto a una continua crescita

fino all’ultimo respiro.

 

Impastoiata da un oscuro istinto di maternità,

assetata di affetto come un asmatico di aria,

con qualche sforzo costruisco in me

il mio bello umano egoismo,

riservato da secoli

al maschio.

 

Contro di me

sono tutte le civiltà del mondo,

tutti i santi libri dell’umanità

scritti da mistici angeli

con l’eloquente penna del lampo.

Dieci Maometti

in dieci lingue elegantemente muscose

mi promettono la dannazione

sulla terra e nell’eterno cielo.

 

Contro di me

è il mio proprio cuore.

Addestrato da millenni

alla crudele virtù della vittima.

 

 

La molla

 

La più grande felicità che mi dai,

è la felicità che non ti amo.

La libertà.

 

Mi crogiolo vicino a te

nel calore della tua libertà

mansueta della mansuetudine della forza.

 

Tenera

vigile come una molla.

 

In ogni mio abbraccio

sono pronta ad andarmene.

Come nel corpo dell’atleta

il prossimo salto.

 

1972

 

Sono ricolma di amore…

 

Sono ricolma di amore

come un grande albero – di vento,

come una spugna – di oceano,

come una grande vita – di sofferenza,

come il tempo – di morte.

 

 

 

 

 

Colloquio notturno molto triste

 

– Dovresti avere molti amanti.

– Lo so, caro.

– Ho avuto molte donne.

– Ho avuto molti uomini, caro.

– Sono un uomo finito.

– Sì, caro.

– Non fidarti di me.

– Non mi fido, caro.

– Temo la morte.

– Anche io, caro.

– Non lasciarmi.

– No, caro.

– Sono solo.

– Come me, caro.

– Stringiti a me.

– Buonanotte, caro.

 

1972

 

Il lucchetto

 

I nostri corpi

non vogliono separarsi.

Si sono serrati con le braccia

e ci guardano con terrore,

come due bambini guardano un assassino

che si avvicina.

 

Non capiscono niente. Impazziti,

bagnati di lacrime,

tremanti dal singhiozzo,

chiedono, chiedono senza fiato

perché.

E non ascoltano la risposta,

chiedono di nuovo

senza fiato, senza fiato,

gemendo, implorando

pietà.

 

Ma noi

non possiamo aver pietà di loro.

Spezzeremo il lucchetto delle braccia,

strapperemo i capelli arruffati

getteremo

nelle due parti della stanza

due morenti

impotenti brandelli.

 

1972

 

Alla memoria di „Che” Guevara

Vado tra le pallottole,

accanto cammina la mia Leggenda,

essa non morirà.

Vado lungo una valle di scuro pianto,

lungo possenti paesaggi di disperazione.

Chiamo i morti e i vivi,

si alzano,

i vivi simili ai morti, così senza forza,

i morti simili ai vivi, così minacciosi.

Non sanno parlare, non hanno

volto. Io sono

il loro volto, la lingua ardente

della loro gola.

Vado tra le pallottole,

la mia Leggenda procede accanto,

ha il muso di leonessa,

sei ali

come sei cascate

di vittoria.

Quando cadrò strada facendo,

la sua pesante patetica scarpa

oltrepasserà il cadavere

come cosa irrilevante.

Andrà non trattenuta

con la gola di un toro,

da questa gola scaturirà

ieratico un canto

su di me.

La mia Leggenda

condurrà i morti e i vivi

più lontano di me.

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Czeslaw Milosz

1 Feb

 

 

 

 

 Czesław  Miłosz  interpretato da Paolo Statuti

 

 

Czeslaw Milosz

 

Salda notte…

 

Salda notte. Non sfiorerà il tuo volto

né fuoco di labbra, né ombra furtiva.

Nelle tenebre del sogno t’ascolto

e splendi così, come giorno che arriva.

 

Tu sei la notte. E amandoti la mia mente

ha previsto il destino e i futuri lutti.

Fuggi il volgo, e la gloria verrà rasente

e annegherà la musica nei flutti.

 

variante di questa strofa:

[ Tu sei la notte. Nel tuo amoroso amplesso

la sorte e le future lotte ho indovinato.

Fuggi il volgo, e la gloria verrà da presso

e sprizzerà la musica come vetro pestato. ]

Forti son gli ostili, e il mondo è troppo stretto

e tu, o amata, fedele gli resti.

Di sambuco sull’acqua un rametto,

spinto dal vento da ignote foreste.

 

C’è tanto senno, e non femminea clemenza

nelle tue fragili mani, o Peritura.

Sulla fronte lo splendore della scienza:

luna nascosta, non ancora matura.

 

(1934)

Elegia

 

Non con l’eterno oblio, non con la memoria o il chiasso

di città, non con la nebbia dei monti il mondo ti darà pace.

Finché dopo anni di lotte una croce oppure un masso,

ove  un uccello come sui resti di Troia canterà fugace.

Amor, cibo, bevande ci seguono lungo la strada,

ma non verso di loro l’acuto sguardo è rivolto.

Le pesanti palpebre brucia la luce spietata

e sommesso il tempo avverte, prima di passar sul corpo.

Gentili animali fedeli, l’effimera gente

invano strappano le mani nell’estasi rapprese.

E da terra una voce si leva: ombra, nostro erede,

ti avremmo forse chiamato sì a lungo per niente?

(1935, Parigi)

 

Frammento

Sorella, dammi dell’acqua e perdona se ho peccato,

La tua cornetta abbaglia come le Alpi all’alba,

E sulle sue falde si stendono ombrose vallate,

A destra la terra di Tur, a sinistra Ghilead.

Tu hai occhi ebrei, io sono Slavo, la rabbia

Del mondo caparbio ci ha colpito e sconfitto. Tendi

E con la mia fronte incontra le tue mani lievi,

Ancora dinanzi a me la musica si levi

Dei cani di campagna, dei tintinnanti armenti.

Chiudi la finestra, là fuori Giunoni germane

Saltano nel mio fiume turbando del fondo la quiete,

Ove prima era solo il pescatore e la sua rete

Nel volteggiare intorno di rondoni e capineri.

Neri, bellici carri le pasture hanno solcato,

Volano i vessilli fiammanti e balena arrossato

Il muro del letto, e vibran sul tavolo i bicchieri.

Non andartene, resta con me. Poiché m’è parso

Un giorno, che il cuore diventasse di sasso

E che tra le lenzuola ormai un altro giacesse,

Pur ferito gravemente, grande e bambinesco,

E una suora di carità con lo sguardo socchiuso

Filasse lunghi fili dalle nubi come da un fuso.  

 (1935, Parigi)

 

Campo de fiori

A Roma in Campo de Fiori

Ceste di olive e limoni,

Selciato con spruzzi di vino

E con schegge di fiori.

Frutti rosati di mare

Ammassati sui banchi,

Bracciate d’uva nera

Sulle pesche vellutate.

Proprio su questa piazza

Fu arso Giordano Bruno,

Il boia accese il rogo

Fra il popolino curioso.

E appena il fuoco si spense,

La folla tornò a bere,

Ceste di olive e limoni

Sulle teste dei venditori.

Rammentai Campo de Fiori

A Varsavia presso la giostra,

Una chiara sera d’aprile,

Al suono d’una gaia orchestra.

La musica soffocava

Gli spari dal ghetto,

Volavano le coppie

Alte nel cielo terso.

A tratti il vento alle fiamme

Strappava neri aquiloni,

E la gente ridendo

La fuliggine afferrava.

Gonfiava le gonne alle ragazze

Quel vento dalle case in fiamme,

Scherzavano liete le folle

Nella domenica festosa.

Si dirà che la morale

E’ che a Varsavia o a Roma

La gente si diverte, ama

Incurante dei martiri sul rogo.

Oppure si vedrà la morale

Nella fugacità delle cose

Umane, nell’oblio che nasce

Prima ancora che il fuoco cessi.

Io invece pensavo allora

A quelli che muoiono soli,

Pensavo che quando Giordano

Salì su quel patibolo,

Non trovò nella lingua umana

Nemmeno una parola

Per dire addio all’umanità,

L’umanità che restava.

Già correvano a ubriacarsi,

A smerciare bianche asterie,

Ceste di olive e limoni

Recavan nel gaio brusìo.

E lui era già distante,

quasi fossero secoli,

La sua scomparsa nel fuoco

Essi attesero appena.

Di questi morenti, soli,

Già obliati dal mondo,

Anche la lingua ci è estranea,

Come lingua d’antico pianeta.

Finché tutto sarà leggenda

E allora dopo tanti anni

Nel nuovo Campo de Fiori

Un poeta accenderà la rivolta.

(1943, Varsavia)

 

Il popolo

Il più puro dei popoli quando li giudica il bagliore dei lampi,

E’ spensierato e scaltro nell’ardua quotidianità,

Senza pietà per le vedove e gli orfani, senza pietà per i vecchi,

Ruba di mano a un bimbo una crosta di pane.

Sacrifica la vita per attirar sui nemici l’ira dei cieli

E col pianto degli orfani e delle donne li sconfigge.

Il potere affida a gente con occhi da mercante di gioielli,

Offre onori a gente con l’anima d’un gestore di bordelli.

I suoi migliori figli resteranno sconosciuti,

Appariranno una volta sola per morir sulle barricate.

Le amare lacrime di questo popolo tagliano il canto a metà,

E quando a un tratto il canto tace, si gridano facezie.

Negli angoli delle stanze l’ombra si ferma additando il cuore,

Dietro la finestra ulula un cane a un invisibile pianeta.

Popolo grande e invincibile, popolo beffardo,

Che riconosce la verità senza parlarne.

Bivacca nei mercati, tratta con le burle,

Smercia vecchie maniglie rubate nelle rovine.

Popolo coi berretti gualciti, con tutti i beni in un fagotto,

Che cerca dimore ad occidente e nel meridione.

Non ha città né monumenti, né scultura, né pittura,

Trasmette di bocca in bocca solo la voce e i presagi dei poeti.

L’uomo di questo popolo, chino sulla cuna del figlio,

Ripete parole di speranza, sempre tuttora vane.

(1945, Cracovia)

 

 

A Jonathan Swift

A te mi rivolgo, o decano,

E i tuoi buoni consigli imploro.

Per un incontro così strano

Non mi ornerò di alcun decoro.

Vedo l’oceano verdeggiante

Sferzare gli scogli ben saldi,

Sopra dita di spuma bianche

Le isole come smeraldi.

Oltreirlanda il masso amaranto

E cangiante della torbiera,

Nelle case – del gufo il canto

Per l’umile pasto della sera.

Guizza la parrucca d’argento

E dalla penna una mappa scorre

Per l’arte e per l’insegnamento.

Mai stando all’idea che ricorre.

Nella mappa, in ciò ch’è tracciato,

La mia nave non s’è sperduta.

Brobdingnag ho visitato

Senza trascurare Laputa.

Degli Jahu ho visto la gente

Cui la propria merda è diletta,

Nel timor servile vivente

Progenie di spie maledetta.

In fasi affatto ineguali

La mia vita s’è frantumata ,

Nel cuore il sale dei fortunali

Ma ancor non è tutta svotata.

Dell’accecamento misterioso

Sugli occhi non ho messo le bende.

E un franco sdegno furioso

Irraggia il dover che mi attende.

Tu puoi indicarmi, o decano,

Come si crea quel fluido raro,

Come oltre all’inchiostro rimane

Un di più in fondo al calamaro.

Del tuo tempo svelami il volto,

Perché io non faccia una figura oscena

Come fa chi dell’uomo parla molto

E solo in sogno guaisce appena.

Il Principe dei suoi versetti

Si degna di volere adulatori

E piegano i loro culetti

I cortigiani Whigs e Tories.

Il Principe, o decano, sbaglia spesso

Pur se ragione e forza arreca.

Con un soffio dalla gloria verrà messo

Nell’inferno d’una cartoteca.

Il gufo, il tuo tetto scarno,

La notte che sparge la pioggia,

Duran più dei prìncipi di marmo

E d’ogni lusinghevole foggia.

Ancor oggi la tua voce detta:

La cosa umana non è ultimata.

Chi dice che la storia è perfetta

Muoia di morte disarmata.

Coraggio, o figlio. Tu guiderai

La buffa flotta sui mari agitati

E i falli degli stati-formicai

Saran dalle nubi lapidati.

Finché il cielo sarà e l’uomo

Per nuove città prepara uno scalo.

Oltre a questo non c’è perdono.

Cercherò di farlo, o mio decano.   (1947, Washington, D.C.)

A Tadeusz Różewicz, Poeta

Concordi nella gioia sono tutti gli attrezzi

Quando il poeta varca il giardino della terra.

Quattrocento fiumi azzurri hanno lavorato

Alla sua nascita e il baco da seta

Ha ordito per lui i suoi lucenti nidi.

L’ala d’una mosca, il muso d’una farfalla

Si son foggiati pensando a lui

E l’alto edificio del lupino

Gli ha schiarato la notte ai margini del campo.

Or dunque gioiscono tutti gli attrezzi

Racchiusi negli scrigni e nelle giare del verde

Aspettando il suo tocco per risonare.

Lode alla parte del mondo che genera un poeta!

La sua fama corre lungo le acque costiere

Ove nelle brume sonnecchiano i gabbiani

E oltre ancora, là dove ondeggiano le navi.

La sua fama corre sotto la luna montana

E addita il poeta dietro il tavolo

Nella gelida stanza, in una città ignota,

Mentre l’orologio della torre suona le ore.

La sua casa è in un ago di pino, nel grido d’un capriolo,

Nello scoppio delle stelle e dentro il palmo umano.

L’orologio non misura i suoi canti. L’eco

Come in una conchiglia l’antica età del mare

Non ammutisce mai. Egli perdura. E possente

E’ il suo sussurro che sorregge gli uomini.

Fortunato il popolo che ha un poeta

E nelle sue fatiche non procede in silenzio.

Soltanto i retori non amano il poeta.

Seduti su scanni di vetro svolgono

Lunghi rotoli, chilometri di generosità.

E intorno rintrona il riso del poeta

E la sua vita che non ha confine.

Sono adirati. Sanno che il loro seggio andrà in frantumi

E là dove sedevano non crescerà

Nemmeno un fuscello. Un cerchio di zolfo bruciato,

Rossa, arida polvere schivata anche dalle formiche.

(1948, Washington D.C.)

 

 

 

 

Quando dicevo il vero…

Quando dicevo il vero, sprezzanti risi di ratti giornalistici

Strizzandomi l’occhio cercavano di dirmi: abbiamo capito.

E per anni potei soltanto serbare il disprezzo,

Consapevole che sarà loro l’ultimo trionfo,

Perché hanno avuto a turno ciò che volevano:

A ciascuno la sua razione di nullità.

(1962)

 

Orfeo e Euridice

 

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso

dell’Ade

Orfeo era piegato dal vento impetuoso,

che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse

di nebbia,

si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto

ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

 

Si fermò davanti alla porta a vetri

incerto

se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

 

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo

buono”.

Non lo credeva molto. I poeti lirici

hanno di solito, pensava, un cuore freddo.

E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte

si ottiene in cambio di tale imperfezione.

 

Soltanto il suo amore lo riscaldava,

lo rendeva umano.

Quando era con lei, diversamente pensava di sé.

Non poteva deluderla, adesso che era morta.

 

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi,

di ascensori.

La luce livida non era luce, ma oscurità

terrestre.

I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.

Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento,

sempre più giù.

Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi

nel  Nessunluogo.

Sotto migliaia di secoli rappresi,

nel cenerume di putrefatte generazioni,

quel regno sembrava senza fondo e

senza fine.

 

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.

Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.

Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa

e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.

Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.

Guardavano altrove, indifferenti a lui.

 

Come sua difesa aveva la lira  a nove corde.

Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,

che addormenta tutti i suoni col silenzio.

La musica lo dominava. Allora era remissivo.

Si arrendeva al canto imposto,

in estasi.

Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

 

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.

Persefone, nel suo giardino di peri e meli

seccati,

nero di nudi rami e di grumosi

rametti,

e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.

Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel

verde.

L’acqua fumante di un riflesso rosato.

I colori: cinabro, carminio,

siena bruciata, azzurro,

i piaceri di nuotare presso

gli scogli di marmo.

Il convito sulla terrazza nel chiasso

del porto dei pescatori.

Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape,

delle mandorle.

Il volo della rondine e del falco, il solenne

volo di uno stormo

di pellicani sul golfo.

Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.

Cantava che componeva le sue parole contro

la morte

e che nessuna sua rima lodava il nulla.

 

Non so, disse la dea, se tu l’ami,

ma sei giunto fin qui per riprenderla.

Ti sarà restituita. A una sola condizione.

Non ti è permesso parlarle. E sulla via

del ritorno

di voltarti, per vedere se ti

segue.

 

Ermes portò Euridice.

Il suo volto era diverso, affatto grigio,

le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.

Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano

della sua guida. Ah, come voleva pronunciare

il suo nome, svegliarla da quel sonno.

Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato

la condizione.

 

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,

il battito sonoro dei sandali e quello tenue

dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.

Il sentiero in salita era fosforescente

nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.

Si fermava e restava in ascolto. Ma allora

anche essi si fermavano, una fievole eco.

Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,

una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.

Sotto la sua fede cresceva il dubbio

e lo avvolgeva come freddo convolvolo.

Non sapendo piangere, piangeva per la perdita

delle speranze umane nella rinascita dei morti,

perché adesso era come ogni mortale,

la sua lira taceva e sognava senza difesa.

Sapeva di dover credere e non sapeva

credere.

E a lungo doveva durare l’incerta veglia

dei propri passi contati nel torpore.

 

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce

sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.

E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò

la testa,

dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

 

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.

Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!

Come vivrò senza di te, o consolatrice!

Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio

delle api.

E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

 

 

Il senso

 

– Quando morirò, vedrò la fodera del mondo.
L’altra parte, dietro l’uccello, il monte e il tramonto del sole.
Letture che richiamano il vero significato.
Ciò che non corrispondeva, corrisponderà.
Ciò che era incomprensibile, sarà compreso.

Ma se non c’è la fodera del mondo?
Se il tordo sul ramo non è affatto un indizio
Soltanto un tordo sul ramo, se il giorno e la notte
Si susseguono non curandosi del senso
E non c’è niente sulla terra, tranne questa terra?

Se così fosse, resterebbe tuttavia
La parola una volta destata da effimere labbra,
Che corre e corre, messo instancabile,
Verso campi interstellari, nel mulinello delle galassie
E protesta, chiama, grida.

 

Ars poetica?

 

Ho sempre desiderato una forma pù capiente,

che non fosse né troppo poesia né troppo prosa

e permettesse di capirci non esponendo nessuno,

né l’autore né il lettore, a sublimi tormenti.

 

Nell’essenza stessa della poesia c’è un non so che di sconveniente:

nasce da noi una cosa che non sapevamo fosse in noi,

quindi battiamo gli occhi come se saltasse fuori una tigre

e immersa nella luce si sferzasse i fianchi con la coda.

 

Perciò giustamente si dice che la poesia sia dettata dal daimonion,

anche se è esagerato affermare che sia di sicuro un angelo.

Difficile dire da dove nasca l’orgoglio dei poeti,

se spesso si vergognano che si veda la loro debolezza.

 

Quale uomo ragionevole vorrà essere una città di dèmoni,

che fanno i padroni in casa sua, che parlano molte lingue,

e come se non bastasse loro di rubargli bocca e mano,

provino per propria comodità a cambiargli il destino?

 

Poiché oggi è apprezzato ciò che è morboso,

qualcuno può pensare che io stia scherzando

o che abbia scoperto un modo nuovo

di elogiare l’Arte tramite l’ironia.

 

Un tempo si leggevano soltanto saggi libri

che aiutavano a sopportare dolore e infelicità.

Ciò tuttavia non è come guardare mille

opere provenienti da una clinica psichiatrica.

 

E inoltre il mondo non è come ci sembra che sia

e noi siamo diversi da come ci vediamo nel nostro delirio.

La gente quindi mantiene una taciturna integrità,

guadagnandosi così il rispetto di parenti e vicini.

 

Scopo della poesia è quello di rammentarci

come sia difficile restare la stessa persona,

perché la nostra casa è aperta, la porta è senza chiave

e invisibili ospiti vanno e vengono.

 

Ciò di cui qui parlo non è affatto poesia.

Perché i versi si possono scrivere di rado e malvolentieri,

con una insopportabile costrizione e solo sperando

che non i cattivi ma i buoni spiriti ci scelgano come loro strumento.

 

Presso le peonie

Le peonie fioriscono, bianche e rosate,

E in ciascuna come in un fragrante vaso,

Sciami di bombi conversano tra loro,

Perché il fiore ad essi è dato come dimora.

 

Mia madre sta in piedi sull’aiola,

Prende in mano una peonia e apre i petali,

E a lungo guarda nelle terre peoniane,

Dove un istante è come un anno intero.

 

Poi lascia andare il fiore e, ciò che pensa,

Ripete a voce alta a sé e ai bambini.

Il vento culla il verde fogliame

E macchioline di luce corrono sui visi.

 

 Canzone della fine del mondo

 

Nel giorno della fine del mondo

L’ape vola e si posa sui nasturzi,

Il pescatore ripara la sua lucente rete.

Saltano in mare allegri i delfini,

I passerotti si aggrappano alle grondaie

E il serpente ha la pelle dorata, come deve avere.

 

Nel giorno della fine del mondo

Le donne vanno nel campo sotto gli ombrelli,

L’ubriaco si addormenta sul bordo di un’aiola,

Chiamano sulla strada gli erbivendoli

E una barca con la vela gialla raggiunge l’isola,

Il suono di un violino si diffonde nell’aria

E la notte si apre alle stelle.

 

E chi si aspettava lampi e fulmini,

Resta deluso.

E chi si aspettava segni e trombe di arcangeli,

Non crede che stia già avvenendo.

Finché il sole e la luna restano lassù,

Finché il bombo visita la rosa,

Finché i bambini nascono rosati,

Nessuno crede che stia già avvenendo.

 

Solo un vecchio canuto che sarebbe un profeta,

Ma profeta non è, perché ha altre occupazioni,

Dice legando i pomodori:

Una diversa fine del mondo non si sarà,

Una diversa fine del mondo non ci sarà.

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

 

(C) by Paolo Statuti