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Roman Brandstaetter (1906-1987): Litania per la salvezza dalla stupidità

3 Ago

 

Quentin Massys (1466-1530): Allegoria della stupidità

Quentin Massys (1466-1530): Allegoria della stupidità

 

A questo grande scrittore polacco ho già dedicato un post nel mio blog. In attesa che venga istituita anche la Giornata della Stupidità Umana, visto che hanno creato perfino quella dell’Orgasmo e di tante altre assurdità, desidero pubblicare la mia traduzione di questa sua Litania. In che anno l’abbia scritta non è importante, perché la stupidità è nata con l’uomo e continua ad accompagnarlo nei secoli dei secoli! Chissà, forse un giorno il buon Dio esaudirà questa e tante altre preghiere e deciderà che ormai la misura è colma, che il vaso trabocca e che bisogna azzerare la stupidità umana e dare inizio a un’era di amore e di raziocinio.

 

Litania per la salvezza dalla stupidità

 

Salvaci, o Signore, dalla stupidità!

Siamo sale svaporato e inservibile.

Non sappiamo vivere,

Non sappiamo pensare,

Non sappiamo guardare,

Non sappiamo sentire,

Non sappiamo prevedere niente,

Dalle disgrazie non sappiamo trarre

Un salutare insegnamento,

E ci arrampichiamo

– Branco di gente

Stregata dalla brama di conquista –

Sulla ripida scala delle illusioni,

E i pioli si fendono e si spezzano

Sotto il peso dei nostri passi sventati.

 

Facendo tutto a dispetto del buonsenso

E dell’innata tendenza a perseverare,

Percorriamo una chimerica strada

Verso una chimerica meta,

Nelle nostre sconfitte scorgiamo vittorie,

Nelle vittorie non vediamo i segni della sconfitta,

Nel nonsenso scorgiamo il senso,

E il linguaggio –

Privilegio e vanto del nostro genere superiore –

E’ diventato strumento di vuote ciarle

E di bruttura,

Di velenose menzogne,

Sulle quali ci sforziamo di costruire

La grandezza dell’uomo.

 

O Dio di saggezza infinita,

Creatore di un cosmo così perfetto

E della terra più bella,

Dell’anima immortale,

Del cervello,

Della materia grigia,

Dei cinque sensi

E del libero arbitrio,

Liberaci dai rapaci artigli della stupidità,

Di questa seduttrice dagli occhi neri,

Che ci alletta in tutti gli angoli della storia

Come agli angoli delle strade,

Di questa responsabile

Dei nostri buffoneschi propositi e azioni,

Delle nostre cadute,

Della sterile vita,

E dà la saggezza della purificazione

A noi –

Figli della terra,

Sale svaporato e inservibile.

(C) by Paolo Statuti

Alcuni quadri di Paolo Statuti

15 Gen

Salvatore Maresca Serra

PAOLO STATUTI – Il pittore della Natura ritrovata tra i versi

I dipinti di Paolo Statuti, incisivi ed evanescenti a un tempo, lasciano (felicemente) trapelare il sottile equilibrio che lo spettatore della Natura deve possedere quando e dove se ne faccia invece autore: nei luoghi della memoria, dell’evocazione, – quindi – della trasfigurazione dell’Arte.

Non è certamente un caso percepire questo equilibrio semantico di fronte alle forme e ai colori dello Statuti, che concentra oppure moltiplica – nello slancio della sintesi poetica – il loro rincorrersi, compenetrarsi, incontrarsi nella formulazione di una euritmia, a tratti onirica ma sempre fruibile dallo spettatore, quasi che le tonalità delicate dei fiori, le architetture degli alberi rigogliosi, i loro volumi plastici statuari, e così le luci calde – spesso africane – e le tenui ombre colte nei tramonti, i riflessi del cielo e dei prati, tutto – o meglio – “il tutto” sia soggiogato geneticamente da un’autentica ispirazione  che ne riveli il cosmo lirico, quale elemento centrale dell’opera dell’artista.

Alla luce di questa breve premessa, risulta ancor più lampante che Paolo Statuti sovrappone e intreccia versi, quindi scansioni musicali, ai ritmi del reale-naturale affinché le immagini si animino di umano pathos e, cristallizandosi nella memoria, conservino intatto il rigore primigenio del loro essere.

Ogni dipinto mantiene intatta la vibrazione del momento vissuto, generandola in sé. Le sue sono opere che vanno guardate nell’intimo, anche al di là della raffigurazione stessa. E in queste opere la Natura non la si trova, bensì la si ritrova cercandola tra gli accenti musicali propri dell’Autore.

Paolo Statuti – di fatto – è un pittore post-impressionista che è dominato-illuminato dall’aspirazione ad un neoespressionismo soft, malleabile da quell’equilibrio di cui è dotato, tra rigore e mimesi ispirativa.

Nelle sue pennellate possono riaffiorare alcuni segni di Monet, Manet, Pissarro, ma anche talvolta atmosfere che hanno ipotizzabili gradi di familiarità con Henri Rousseau “Il Doganiere”, o che ce lo suggeriscono in una visione ampia e, per questo, maggiormente rarefatta ma presente. In particolare, ciò che io vi trovo di evocativo di Rousseau in Statuti, è l’atmosfera della fiaba: per il Doganiere una fiaba popolare dominata da una infinita varietà di sfumature dei verdi – sul piano pittorico; per Statuti una fiaba poetica e personale, dove la visione del verde viene proposta con una tavolozza volutamente “povera ed essenziale”, implicitamente minimal, elemento – quest’ultimo – che lo affranca (per così dire) definitivamente dalle reminiscenze impressioniste. Assieme all’assenza pressoché globale della prospettiva aerea, intendendola come un “superamento” poetico della stessa.

Piuttosto, la scelta di mescolare alle pennellate un palpabile silenzio, ce lo rende carico di simboli implicitati, e tutti votati alla trasfigurazione del presente. Voglio dire: questo pittore sa e descrive con consapevolezza lo spessore – umano – delle cose che appartengono all’attimo. E sappiamo bene che l’Arte, e così la vita, sono entrambe fatte di attimi infiniti, e che la nostra capacità creativa riesce sempre a modificarne e ad arricchirne la memoria, e – tutto questo, tanto più in Paolo Statuti – è connaturato alla sua identità di poeta, oltreché di pittore.

Edgar Degas ebbe a dire d’essere “un dilettante” della pittura. Lo motivò quindi affermando che “solo attraverso il proprio diletto si può produrre Arte”.

In Paolo Statuti questa sembra essere la regola aurea, ma anche la divina proportione.

Roma, 14 luglio 2010