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Poesia e Musica

6 Ago

 

 

Allegoria della Poesia e della Musica di Angelica Kauffman (1741-1807)

  

 

La poesia è musica, la musica è poesia. Due sorelle inseparabili che si amano, si sorridono, si ispirano a vicenda, che allietano e consolano l’animo umano. Un esempio: a far scoprire a Eugenio Montale la poesia fu la musica, in particolare quella di Debussy. Fu lo stesso poeta a raccontarlo in una intervista del 1966. A conferma di questo ho scelto e tradotto per il mio blog queste sei poesie russe, ciascuna con un proprio diverso “accento” musicale. Buona lettura e buon ascolto!

 

Valerij Brjusov (1873-1924)

Il tramonto bussò alle rosse finestre…

 

Il tramonto bussò alle rosse finestre

E, come battendo sui tasti,

Intonò le sue arie appassionate;

E il vento con furia di violinista

Già melodie di pioggia scrosciante,

Battendo coi rami preparava.

 

La sinfonia di tristezza e oro,

Di fuochi e suoni un coro compatto,

Sembrava un altro istante divisa:

E il ritmo, in gara col cantante,

Un potente invisibile direttore

Con colpi di martello segnava.

 

Il flutto batteva negli anfratti,

Frangendo gli scogli, rozzo e ubriaco;

E tutto: i suoni dolci del tramonto,

Lo scintillio del vento, la fontana

Gorgogliante racconti di neve,

L’Oceano copriva con sordo bussare!

 

Aleksandr Blok (1880-1921)

 

Io non capivo mai…

 

Io non capivo mai

L’arte della musica sacra,

Ma oggi il mio udito ha scoperto

In essa una voce celata.

 

Amo in essa questo sogno

E questa profonda commozione,

Che tutta la trascorsa bellezza

Dall’oblio come un’onda riporta.

 

Nei suoni il passato ritorna

E sembra vicino e chiaro:

E’ il sogno che canta per me,

Che soffia un segreto leggiadro.

 

 

Marina Cvetaeva (1892-1941)

 

Al concerto

 

Un suono strano aveva quella sera il vecchio violino:

Di sventura umana – e di donna! – risonava il suo pianto.

Sorrideva il violinista.

Senza sosta alle stanche labbra il sorriso tornava.

 

Uno strano sguardo rivolgeva alla scena da un buio palco

Un’ignota dama in abito di pietre lilla.

Uno sguardo di quadri e ombre!

Uno sguardo enimmatico, simile al singhiozzo del violino.

 

Allo strumento volava irruente imperioso e dritto

Il gemito di un accordo – e a un tratto cessò il penoso pianto…

Il violinista sorrideva,

Ma lei guardava la platea – indifferente e allegra – la dama.

 

 

David Samojlov (1920-1990)

 

Duo per violino e viola

 

Mozart alquanto brillo

Tornava a casa.

C’era una strana agitazione,

Giornata pazza.

 

E guardava con sguardo felice

La gente

Il compositore Mozart Wolfgang

Amadeus.

 

Intorno a lui un lieve suono

Di foglie di tiglio.

«Tara-tara, tili-tichi, –

Egli pensava. –

 

Sì! Compagnia, bevande,

Vanità.

Ma in compenso il duo

Per violino e viola».

 

Prendano pure la sua arte

Gratis.

Quanto sentimento occorre

E quanto ingegno!

 

Il compositore Mozart Wolfgang,

Egli è abile, –

Quanto occorre, tanto

Ridarà…

 

Oh, in casa di Amadeus

Ci sarà una scenata.

Tutta la settimana –

Un gelido rapporto.

 

 

Né una parola, né un sorriso.

Muti.

Ma in compenso il duo

Per violino e viola.

 

Sì! Bisogna pagare

Al mondo

L’allegria e il conforto

Di un banchetto,

 

Il vino e gli errori –

Interamente!

Ma in compenso il duo

Per violino e viola!

 

 

Andrej Dement’ev (1928-2018)

 

La musica

 

Ascoltate la sinfonia di primavera.

Entrate in un giardino,

Quando esso fiorisce,

Dove i meli,

Vestiti di fiori,

Sono immersi nei pensieri.

 

Ascoltate…

Ecco iniziano i violini

Con morbidi mirabili toni.

Oh, suoni misteriosi

E ondeggianti

Che nascono nei fiori!

E i violinisti…

Quanti ce ne sono!

Guardate…

 

Essi con gli archetti hanno tracciato

Il giardino.

Le melodie come fili dorati

Vibrano sulle ali delle api.

 

Qui tutto canta…

E i rami, come flauti,

Trafiggono irrefrenabili l’azzurro…

 

Non ridete della mia fantasia.

Volete che vi colga un «la maggiore»?

 

Novella Matveeva (1934-2016)

 

La musica

 

Avete spiegato la musica parlando,

Ma a lei le parole non servono granché –

Però lei, con voi rivaleggiando,

Con le parole si spiegherebbe da sé.

E mai (per l’esattezza delle nozioni)

Perderebbe il suo tempo coi suoni.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

Aleksandr Blok (1880-1921) – Gli Sciti

7 Giu
Konstantin Somov (1869-1939): Ritratto di Aleksandr Blok

Konstantin Somov (1869-1939): Ritratto di Aleksandr Blok

Gli Sciti
(Traduzione di Paolo Statuti)

Panmongolismo! Benché suoni selvaggio,
Mi lusinga l’udito.
Vladimir Solov’ëv

Voi – milioni. Noi – nugoli agguerriti.
Fateci guerra, o ardimentosi!
Sì, noi – gli asiatici! Sì, noi – gli Sciti,
Con gli occhi a mandorla e bramosi!

Noi – solo un’ora, voi secoli aveste.
Noi, servi docili e ubbidienti,
Fummo lo scudo tra le razze avverse
Dell’Europa e delle barbare genti!

Il vostro martello i secoli forgiava,
Coprendo il rimbombo della lavina,
E per voi una fiaba diventava
La distruzione di Lisbona e Messina!

Voi per centenni guardavate a Oriente,
Ammassando e fondendo i nostri ori,
E aspettavate il momento conveniente
Per puntarci contro i vostri cannoni!

E’ ora. Batte le ali la sventura,
E ogni giorno aumenta l’offesa,
E il momento verrà in cui nessuna
Traccia di Paestum resterà illesa!

O vecchio mondo! Finché non perirai,
Finché proverai un tormento amaro,
Rifletti, sii saggio, come Edipo vai
Davanti alla Sfinge col mistero arcano!

La Russia è la Sfinge. Esultante e afflitta,
Pur piangendo nero sangue con furore,
Essa ti guarda, ti guarda, ti fissa,
Con tutto il suo odio e tutto il suo amore!…

Amare come il nostro sangue sa fare,
Ognuno di voi da tempo ha scordato!
L’amore c’è e si può sempre trovare,
L’amore che brucia e ha desolato!

Noi amiamo il calore della scienza,
E il dono della divina visione,
Ci è nota l’acuta gallica sapienza,
E la cupa germanica nazione…

Di Parigi le strade infernali
Ricordiamo, la frescura veneziana,
Dei limoneti gli aromi lontani,
E i fumosi caseggiati di Colonia…

Amiamo la carne – il gusto e l’aspetto,
Il suo odore mortale e soffocante…
Non ci incolpate se il vostro scheletro
Scricchierà in forti e tenere zampe!

Siamo avvezzi ad ammansire i cavalli,
Spezzando loro le groppe pesanti,
Quando scorrazzano tra i campi,
E a domare le schiave riluttanti…

Unisciti a noi! Via dalla guerra,
Vieni nelle nostre pacifiche braccia!
Sei ancora in tempo – la spada sotterra,
Compagno! Fratello, ti abbraccio!

Ma se la nostra offerta sarà vana,
Anche noi conosciamo la slealtà!
La vostra progenie sarà malsana
E per secoli interi vi maledirà!

Per boscaglie e boschi ci scanseremo
Davanti all’Europa bella e distinta,
E rivolti ad essa noi mostreremo
Il nostro sorriso e l’asiatica grinta!

Andate, andate pure negli Urali!
Noi lasceremo il campo di battaglia,
Là dove respira l’integrale,
Dove colpisce la mongola marmaglia!

Ma d’ora in poi non saremo più un baluardo,
D’ora in poi alla lotta non costretti,
La lotta seguiremo con lo sguardo,
Coi nostri occhi sghembi e stretti.

Noi non ci muoveremo quando gli empi
Unni i cadaveri deruberanno,
Bruceranno le città e i templi,
E la carne dei bianchi arrostiranno!…

L’ultima volta – vecchio mondo t’invito!
Al banchetto della pace e del lavoro,
L’ultima volta al fraterno convito
Ti chiama il barbarico coro!

30 gennaio 1918

(C) by Paolo Statuti

Paolo Statuti – La traduzione della poesia

15 Gen

La traduzione poetica

   Le mie prime traduzioni di poesia risalgono all’inizio degli anni ’70, quando frequentavo la facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne (ramo slavo) all’Università di Roma. Un giorno chiesi all’assistente del mio professore Angelo Maria Ripellino, quale fosse secondo lui la migliore traduzione italiana del poema “I dodici” di Aleksandr Blok. Egli me ne indicò un paio ma poi, vista forse la mia faccia poco convinta, aggiunse con una velata punta d’ ironia: “Se queste versioni non la soddisfano, può sempre tradurselo da sé”. Accolsi senza indugio l’invito e il risultato fu una nuova versione del poema, che piacque subito e venne pubblicata dalla “Fiera Letteraria” (F.L. n. 18, 13.6.1971). Al poema di Blok hanno fatto seguito numerosi altri “tentativi” personali, a detta di molti pienamente riusciti. Tra i primi successi conseguiti in questo campo, mi piace ricordare l’antologia di poeti polacchi contemporanei, annessa alla “Guida alla moderna letteratura polacca” di Jerzy Pomianowski (Bulzoni Editore, Roma 1973), nella quale figurano 60 poesie di autori diversi nella mia versione.

   Oltre ai poeti polacchi, tra gli altri da me tradotti ci sono: Edgar Allan Poe, Thomas Moore, santa Teresa d’Avila, J. Wolker, Karel Havliček Borovsky, A. Blok, V. Chlebnikov, E. Bagrickij, W. Chodasewicz, V. Inber. L’ultimo mio importante lavoro è uscito a novembre del 2010: Marek Baterowicz, Canti del pianeta, Ed. Empirìa, Roma. Attualmente mi sto cimentando con la poesia di Boris Pasternak, un poeta che amo molto e che mi consente in modo ideale di affinare il mio impegno e il mio entusiasmo.

   Considero un testo poetico da tradurre come un testo musicale da interpretare, ma mentre il virtuoso concertista deve fare appello unicamente alla sua tecnica e sensibilità artistica, il traduttore deve, in aggiunta, utilizzare un diapason diverso da quello del testo originale, nella speranza di raggiungere, per quanto è possibile, lo stesso effetto e gli stessi pregi nella sua propria lingua. Non ricordo chi disse: “La traduzione è il rovescio di un tappeto: i rabeschi sbiadiscono. E tuttavia i traduttori si sforzano di rendere la vivezza dei colori e le sfumature dei toni”. Ad esempio, traducendo “Il corvo” di Edgar Allan Poe, ho cercato di riprodurre il più fedelmente possibile il suggestivo e arduo gioco di rime, assonanze, allitterazioni, la musica allucinante e patetica che pervade questa funebre canzone del rimpianto, lascio ad altri giudicare se ci sono riuscito.

   Si è scritto e si scrive molto sull’arte della traduzione poetica, e sulle possibilità e qualità della stessa esistono pareri diversi. Alcuni, come ad esempio Vladimir Nabokov nel suo articolo “Problems in translation: Onegin in English”, ritengono che ogni traduzione poetica sia una mistificazione, e che sia meglio limitarsi a fornire il senso generale, preferendo la traduzione letterale o addirittura in prosa. P.B. Shelley, perennemente insoddisfatto della sua traduzione del “Faust” di Goethe, nella sua opera “Defense of Poetry”, si dichiara più a favore della imitazione, che della traduzione letterale. Egli intende l’imitazione come nuova creazione poetica e per questo raccomanda che il traduttore sia anche poeta, raccomandazione fatta anche da altri, come ad esempio il poeta russo Nikolaj Gumiliov nel suo articolo “Le traduzioni poetiche”. Questa a mio parere è una condizione molto importante, anche se ovvia. Però, secondo Shelley, il successo è un fatto casuale. Più spesso accade che il traduttore “adombra con il grigio velo delle sue parole la vivida poesia dell’originale e modifica il testo al punto che nelle mani del lettore non rimane altro che un caput mortuum”. In altre parole, qui più che la figura del traduttore-traditore, appare quella del traduttore-uccisore. Malgrado questi timori, Shelley come si sa, tradusse dal tedesco, dall’italiano e dal latino, sempre con grande passione, anche se non sempre pienamente soddisfatto.

   Oltre a questi pareri così autorevoli, ma piuttosto pessimistici, ce ne sono altri, secondo i quali, a certe condizioni, è possibile creare delle buone traduzioni poetiche. Artur Sandauer, critico letterario, saggista e traduttore polacco, scrive che “compito della traduzione poetica non è quello di abbigliare semplicemente il contenuto dell’originale con la veste di un’altra lingua, ma quello di crearne una nuova, quanto più possibile simile a quella del testo da tradurre…Il lavoro del traduttore della poesia consisterà quindi nel suscitare un’impressione simile a quella del testo originale…Costretti dalle condizioni della traduzione, che è sempre un sistema di compromessi, a volte rinunciamo ai valori secondari a favore dei principali…purché sia salva la generale identità di senso e stile”. Vorrei riportare ora un bel brano di una lezione dello scrittore polacco Jan Parandowski, dedicata alla traduzione letteraria: “Il traduttore, se vuole essere degno dei suoi autori, non può fare a meno delle proprie capacità creative, dell’inventiva, dello slancio, dell’intuito…Quanta bellezza lo attende per la sua fatica…E quanto è bella la fatica stessa!…E’ un fatto straordinario, una insolita e inebriante avventura. Scegliere la cadenza delle frasi, decidere quale tra dieci sinonimi sia proprio quello che rende il testo comprensibile…e gli dà una nuova vita – non di un automa, ma di una creatura come generata nella libertà dello sforzo creativo”. Proprio queste parole dello scrittore polacco spiegano, tra l’altro, perché io ami tanto tradurre la poesia.

   Mi rendo conto che realizzare una traduzione che uguagli perfettamente l’originale è pura utopia, o un caso molto fortunato, come dice Shelley. Personalmente cerco di ricreare con fedeltà il testo poetico, sia pure con certi inevitabili mancamenti. Mi piace conservare le rime, anche se ciò costringe a volte ad allontanarsi dall’originale e a creare nuove immagini, pur restando esse consone al pensiero del poeta e allo spirito del testo da tradurre. Sì, mi piace mantenere le rime perché esse, se non sono banali, costituiscono un’ulteriore sfida, un’ulteriore soddisfazione, e aiutano a conservare la musicalità del verso, come ad esempio in Pasternak.

   Da questo punto di vista, vorrei attirare l’attenzione di chi mi legge sulle difficoltà lessicali e fonetiche della bellissima e magica poesia “Trasformazioni” del poeta polacco Boleslaw Lesmian.

 

Boleslaw Lesmian (1877-1937)[044]

Trasformazioni

 

Soffocante era il buio e di brama – una morsa,

E il fiordaliso, schiarito da un lampo muto,

Trafisse le pupille ad un capriolo in corsa

Nel bosco, sorpreso da un occhio sconosciuto –

E il fiore, azzurrandolo, saltava capriolamente,

E alla fiordaliso guardava il mondo avidamente.

 

Un papavero, là, nel campo senza fine

Si scoprì, e con un grido privo di suono

Si trasanguò in un gallo in piume porporine,

E la scarlatta cresta scosse con frastuono,

E cantò nella notte con terrore insano,

Fino all’eco dei galli veri da lontano.

 

L’orzo, indoratosi d’anelito addensato,

Rizzò le spighe dalla rabbia avvelenate,

Si traschiacciò scricchiando in un riccio dorato,

E corse via pungendo verdi  barricate,

Guaì, e ai fiori tenne il broncio, inciprignito,

E nessuno saprà mai ciò che ha visto e sentito.

 

Ed io – per quale ortica or l’anima mi brucia,

E tra i campi, furtive, le mie gambe vanno?

Perché ora i fiori mi guardan con sfiducia?

Forse qualcosa oscura di me – chissà – sanno?

Che ho fatto per premermi le mani sulla testa?

Chi ero quella notte di cui più nulla resta?

 

   Nella mia traduzione ho cercato di ricreare ritmo, rime, metro e suono. A volte uniformandomi allo stesso Lesmian, ho dovuto inventare dei neologismi, come ad esempio “capriolamente”, “si trasanguò”, “si traschiacciò”, o usare parole non comuni, come “scricchiando” anziché scricchiolando o “inciprignito” anziché accigliato, o creare delle allitterazioni, molto frequenti nel testo polacco:…la scarlatta cresta scosse…si traschiacciò scricchiando…chissà – sanno.  Per via della rima, infine, ho cambiato  alcune parole (poche, in verità), ricorrendo quindi al “compromesso” di cui parla Sandauer.

   Potrei dilungarmi ancora su questo tema, ma mi sembra sufficiente quanto già scritto. Per concludere toccherò ancora una volta il tasto della musicalità, raccontandovi cosa avvenne a Nairobi verso la fine degli anni ’70, quando ero impiegato dell’Alitalia presso l’ufficio di rappresentanza per il Kenya. Un giorno l’Ambasciata Polacca organizzò per me un incontro di poesia. Qualcuno leggeva il testo polacco, mentre io leggevo la mia versione italiana. La sala era al completo e l’incontro riuscì bene. Al termine dello stesso l’ambasciatore  mi ringraziò e aggiunse: – Non capisco una parola d’italiano, ma il suono delle sue versioni mi è piaciuto molto.

                                                                                    Paolo Statuti