Lev Adol’fovich Ozerov

8 Ott

    

Autocaricatura del poeta

Poeta, traduttore e saggista russo. È nato a Kiev il 23 agosto 1914 ed è morto a Mosca il 18 marzo 1996. Suo padre – Adol’f Gol’dberg (vero cognome del poeta) era farmacista. A Kiev terminò la scuola settennale e il primo corso di Filologia presso la locale Università. Poi tentò diverse occupazioni: allievo di un disegnatore, decoratore, corrispondente e perfino violinista in un’orchestra. Egli ricordava così le difficoltà di quel periodo: «Nato nel 1914, sono sopravvissuto a tutti gli anni di guerra e a tre carestie. Particolarmente sofferta fu quella in Ucraina negli anni 1930-1933. Eravamo appesi a un filo. Come siamo rimasti vivi è un mistero. A quel tempo avevo terminato la scuola di violino e di direttore d’orchestra, disegnavo, avevo già cominciato a scrivere, stavo ottenendo i primi consensi, ma a causa della fame ho dovuto rinunciare a tutto e mettermi a lavorare come manovale nell’Arsenale di Kiev. Trasportavo i materiali dalla catena di montaggio al magazzino, la forza c’era e spingevo il carrello. A casa erano contenti, perché portavo un pugno di polenta e una coda di pesce…

     Nel 1934, a 20 anni, il futuro poeta si trasferì a Mosca, dove si iscrisse all’Istituto di Filosofia, Storia e Letteratura. Si laureò nel 1939. Partecipò alla Grande Guerra Patriottica come giornalista corrispondente. Dal 1943 fino alla morte ha diretto il seminario di poesia e traduzione artistica presso l’Istituto Letterario “A.M. Gor’kij”.

     Le sue prime poesie pubblicate risalgono al 1932. Ha scritto 20 raccolte poetiche, la prima delle quali – Sulle rive del Dnepr – uscì nel 1940, mentre l’ultimo suo libro – Ritratti senza cornici – fu pubblicato postumo nel 1999. Le sue poesie sono state tradotte in più di 20 lingue. A lui si devono anche molte traduzioni poetiche, principalmente dall’ucraino, lituano, yiddish e altre lingue dei popoli dell’URSS. Inoltre è autore di    numerosi libri e appassionati articoli sulla poesia e sui poeti, tra i quali: P. Tycina, A.A. Fet, F. Tjutčev, B. Pasternak, N. Zabolockij, A. Achmatova. L’articolo Le poesie di Anna Achmatova, pubblicato il 23 giugno 1959 nella Gazzetta Letteraria, fu la prima recensione, dopo molti anni di silenzio. Anna lo definì “rottura di un blocco”. Lev Ozerov ha fatto molto anche per preservare e pubblicare il patrimonio creativo di poeti della sua generazione morti in guerra o durante gli anni della repressione staliniana. Inoltre aiutò diversi giovani promettenti poeti, dando consigli o scrivendo la recensione delle loro prime raccolte.

     Molte espressioni poetiche di Oserov sono entrate nel linguaggio quotidiano, si sono trasformate in detti. Uno dei suoi aforismi più famosi é: “I talenti hanno bisogno di aiuto, la mediocrità sfonda da sé”.

     Ozerov fu anche un geniale caricaturista e i suoi schizzi-ritratti di noti letterati suoi colleghi affascinano tuttora per la foga, la concisione lineare e al tempo stesso perché riproducono perfettamente i tratti dei modelli.

     Per Ozerov comporre versi era un fatto naturale, come respirare e camminare. Essi scaturivano da tutto ciò che vedevano i suoi occhi sorprendenti, che sentiva la sua anima sorprendente. Quasi ogni sua poesia è una sorpresa.

     Nel suo libro Lexicon der russischen Literatur ab 1917  il critico, traduttore e slavista tedesco Wolfgang Kasack scrive: «La poesia di Ozerov è un tentativo di abbracciare l’essere nel suo insieme, attraverso la descrizione di fenomeni individuali spesso legati alla natura. I. Sel’vinskij vede in lui un “disegnatore eccezionale”, G. Zobin – “il poeta della vista”. L’osservazione di fenomeni apparentemente insignificanti diventano il punto di partenza, entrano nell’analisi dei fondamenti semantici della vita».

     Il critico letterario e scrittore Vladimir Ognjov dice: «Lev Ozerov è forse uno di quei pochi poeti che non fondono, ma incidono, coniano una parola che ha avuto a malapena il tempo di raffreddarsi dalle emozioni immediate. Il verso di Ozerov è conciso, tende alla compiutezza lineare».

     Molti si sorprenderanno che attalmente questo poeta sia noto solo a rari intenditori e ai fortunati come me che lo hanno incontrato per caso o per un celato volere del destino. Spero che questo mio modesto lavoro contribuisca a dissipare almeno un po’ della nebbia che ingiustamente lo avvolge.

Poesie di Lev Ozerov tradotte da Paolo Statuti

Quando negli ultimi giorni di maggio…

Quando negli ultimi giorni di maggio

Il Dnepr le isole lascia,

Con un cinguettio, ancora cieco,

Dal guscio il fogliame si affaccia,

Quando fa oscillare i fili

Il corvo balbuziente,

L’acqua scorre con la Tarasowskaja*,

Cessa la pioggia, fresco e pace si sente,

Quando tutto si muove, tutto è vivo,

E l’azzurro ha suoni illimitati, –

Nel momento della piena primaverile, –

Il tono e il semitono mi sono grati,

E un capello che vola al vento,

E questi ponti risonanti,

E il bisbiglìo, e una voce forte.

E l’intero universo, e tu – davanti.

*La via di Kiev dove abitava il poeta.

1932

Vista sul Dnepr

Anche prima di morire ricorderò questa rupe,

E tutta in fiamme adagiata Podol,

E la gioia che qui ho provato

Vedendo le stelle e un’azzurra nube

Che scorreva da sud. Io guardavo là,

Dove senza posa l’acqua scura

I fuochi di Podol e la luna frangeva,

Dove un motoscafo a carbone avanzava,

Là, dove chiara la sabbia si stagliava.

Sapevo: tale forza questa notte aveva,

Era così convincente che restai

Muto e a casa non tornai.

E tanto più ero lì, tanto più capivo

Che non c’era alcuna pena in me;

Che giorno per giorno andrà tutto bene

In casa; che c’era la rupe e su di sé

Gli alberi scuri, bisbiglianti tra loro;

Che la notte era più quieta e premurosa.

E mi sembrava allora di sentire

Il futuro più di ogni cosa.

1935

Concerto d’organo

Sonava un timido vecchio,

Tarchiato, testa dura.

Io capii: la sincerità non è un grido,

La poesia non è solo scrittura.

Ascolto: nel mio petto frusciano

E chinano le spighe le creste,

Borbottano i pini e romba

L’organo polifonico terrestre.

E come la terra, l’organo ruggisce,

Come se camminassi con Bach

Di vulcano in vulcano

Smarriti in questa sonorità.

Vibra la cattedrale aghiforme,

Cantano i prati e le radure con loro,

E la vocina vetrosa di un fanciullo

Fende l’armonioso coro.

E nella sonante cupola azzurra

Fluiscono dell’organo i sospiri.

Ecco esso ci ha chiamati,

E noi accorriamo dai nostri ritiri.

Il cupo gemito del fondo terrestre,

E dei secoli il fragore risvegliato,

E una luce uguale da ogni parte,

E in essa il pensiero purificato.

Qui tutto è – ruggito della natura

E del tuono i nuclei rotolati.

Qui tutto è – né grida, né parole,

Né solitudine, né caseggiati.

Qui regna Bach, qui egli calpesta

Delle passioncelle umane l’inezia,

Egli allarga l’orizzonte

E guarda il futuro con fierezza.

Oh, se solo avessi un tale slancio,

Un potere così spavaldo,

Affinché, generato nei versi,

Nei cuori avesse il suo traguardo,

Affinché la gente sentisse in loro

Non solo la forza delle cantate,

Ma la voce del futuro, dei viventi,

Delle generazioni non ancora nate!..

1937

Ma che ti sei inventata! Ma che previsioni!..

Ma che ti sei inventata! Ma che previsioni!

Incomprensione, ignorare, litigare,

Sull’ignoto gli occhi fissati,

Ciò che era calmo vuoi di nuovo agitare.

Tu sei stanca! Stiamo zitti per un po’.

Il tempo, come un granello di sabbia, si fa granito.

Questo dice in te il cammino percorso

E dice quello non ancora seguito.

Non oso dare l’anima allo scherno umano.

So che la brace dura più del fuoco.

Io non posso elevarmi sul mio amore,

Perché il mio amore mi sovrasta non poco.

1964

*  *  *

Tutta la vita io mi accingo a vivere.

Tutta la vita passa nell’aspettare

E soltanto in brevi incontri,

Quando è impossibile giudicare,

Cosa significa essere o non essere

Tra il separarsi così amaro

E il conoscersi così fiero –

Io vivo, ma a vivere non mi preparo.

1964

*  *  *

No, non la luce si accende alle finestre,

Ciascuna di esse di miele è ripiena,

E risuonano filamenti di luce,

E di fuochi arde una catena.

Ciò che erano fuochi alle finestre,

Nei cieli sono diventati stelle.

Che fai, o cuore, con noi?

Come descrivere quelli e quelle?

Dov’è l’inizio delle poesie?

Nel rombo della piazza? Nel tacere?

Bottega di trasfigurazioni

In me per giorni e notti intere.

Là fuoco e acqua aspettano l’incontro,

Là un monte si unirà a un monte,

Là in brani di comune linguaggio

L’ordine armonioso in me s’infonde.

1965

Anni venti

Il fogliame ribolle come i nostri anni venti,

Quando Majakovskij e Aseev in amicizia

Scrivevano versi sull’amore e la baldanza,

Burberi e turbolenti;

Quando Pasternak in un borbottio estasiato,

Impetuoso, pacificatore-allarmato,

Componeva i suoi versi e subito li bruciava,

Facendosi strada attraverso la vita a bracciate;

Quando per Esenin con rossi accesi

Ardevano volentieri tutte le albe di Rjazan’,

E Chlebnikov i suoi numeri sfogliava

E in miseria cantava, dai bambini accarezzato.

Il fogliame ribolle, come gli anni iniziali,

Dalla nebbia dell’oblio allontanati,

E nuove generazioni sono nate,

Ma il fogliame ribolle come gli anni lontani,

Gli anni iniziali, gli anni venti:

Noi poveri eravamo, noi eravamo opulenti.

Il vento è incolore?..

Il vento è incolore? Egli vuole in volti vari

Tutto il mondo mostrare da dentro e da fuori.

Il vento è verde se è nel fogliame,

Il vento è purpureo se nel fuoco rimane.

*  *  *

Qui agisce non la memoria. Qualcos’altro,

Sconosciuto, che ha dell’affanno,

Lievissimo, come soffio d’interiezione,

Volatile, come gesto della mano.

Qui agisce non la memoria. Qualcosa simile

All’oblio. Qualcosa che ha della sventura,

Quando in schiavitù aspiri alla libertà

E la tua vita maledici a dismisura.

Qui agisce non la memoria, ma l’estro,

Le cieche passioni, il peso della preoccupazione,

Quando il balenio di una farfalla è un evento,

E una brezza umida – una rivoluzione.

Dante lascia Firenze

Si girò per l’ultima volta, quasi

Volesse dall’ombra i piedi staccare,

Ma l’ombra non lo lasciava. Brusco

Voltò lo sguardo, senza ricordare

Né amici né parenti. I giorni dorati

Erano finiti. L’esilio era iniziato.

Ma egli non sapeva a cos’era destinato

Nell’esilio – al superbo ordine di terzine.

Tre volte in tre libri. Era solo alfine.

(C) by Paolo Statuti

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Una Risposta a “Lev Adol’fovich Ozerov”

  1. antonio sagredo ottobre 18, 2022 a 7:08 am #

    Lo slavista Paolo Statuti, grande esperto in resurrezioni (nel senso di portare alla luce dopo gli scavi) di poeti poco noti se non del tutto sconosciuti, questa volta ci presenta un poeta, Lev Adol’fovič Òzerov, che nato prima della Rivoluzione russa nel 1914 ha vissuto tutta intera l’epopea sovietica fino al suo svanire, essendo morto nel 1996.
    Òzerov è uno pseudonimo (il vero cognome è Gol’dberg) e non so se ha preso in prestito il cognome da un poeta, Vladislàv A. Òzerov, nato poco dopo la metà del settecento e morto all’inizio del secolo ottocento che oscillava tra sentimentalismo e romanticismo.

    Statuti traduce alcune poesie di Lev Adol’fovič, poesie giovanili, la prima di quando aveva 18 anni è del 1932 l’ultima del 1937: poi seguono quelle più mature: dal 1964 al ……. .
    Le mie impressioni critiche quindi si rivolgono soltanto ai versi tradotti dallo Statuti, traendone degli spunti per sviluppare un minimum non conoscendo l’opera intera dell’Òzerov.

    Analizzando i temi e le atmosfere espressi dei \nei versi giovanili per me palese è l’influenza dei poeti russi su cui l’Ozerov scrisse articoli vari e saggi.
    In primis Fet, per certe malinconie da camera direi del tutto lasciate sospese ma espresse chiaramente nella quiete e anche nella quiete domestica o nella descrizione pacata, quasi bucolica, della Natura.
    E poi Tjutčev, per certi bagliori improvvisi del paesaggio mescolati a vari presagi di un futuro incerto… una inquietudine strisciante cosmica è tipica di Tjutčev, come

    Il cupo gemito del fondo terrestre,
    e il fragore risvegliato dei secoli

    e tutto mette in moto

    L’organo polifonico terrestre.

    per cui con bella immagine il pino è organo e cattedrale insieme:

    Vibra la cattedrale aghiforme…

    ma il verso

    La poesia non è solo scrittura.

    si mostra come se fosse un manifesto letterario, quasi un programma da seguire.
    ——————————————————————————–

    Nella presentazione di queste poesie vi è un intervallo di tempo di 27 anni: dal 1937 al 1964… e allora ci è stata una guerra di mezzo… e l’uomo e il poeta sono cambiati.

    Nella poesia del 1964 il verso

    Io vivo, ma a vivere non mi preparo

    Mi ha fatto pensare sia a Pasternàk che a Majakovskij quando
    “in Pasternàk la felicità era nella sua cameretta, e da questa osservare il mondo. E il rifiuto di una fede verso il futuro, al contrario di Majakovskij, è nell’affermazione di Pasternàk che: ”Viviamo per vivere, e non per prepararci a vivere”, che è esattamente il contrario del majakovskiano:” Bisogna strappare la gioia ai giorni futuri”; dove ancora una volta è manifesta l’avversione, tardiva, di Pasternàk verso il futurismo, di cui usò e sfruttò le varie tecniche. Questi tra l’altro affermò che Majakovskij “fu guastato dal futuro”.

    (da mia nota 154, p. 45-da Corso su Pasternàk del 1972-73 di A.M. Ripellino)

    —————————————————————————–

    Notevole nella poesia del 1965 quando per il poeta il tramonto ha il colore del miele di cui si impregnano le finestre, e sono come fuochi che si mutano in stelle, da qui il miele è divenuta una stella nei cieli!

    – segue poi una altra affermazione che se di manifesto come la precedente:

    Dov’è l’inizio delle poesie?

    e il poeta si risponde indeciso:

    Nel rombo della piazza? Nel tacere?

    Che richiama ancora una volta i due poeti russi su menzionati:
    il rumore di Majakovskij e il silenzio di Pasternàk!

    E nella poesia seguente “Anni venti” tutto ciò è scritto e detto con passione e in più sono aggiunti con tratti precisi e decisi altri due poeti: Esenin e Chlebnikov!

    E per ultimo un omaggio al poeta sommo:Dante!

    Ricordo di un viaggio di Òzerov in italia?!

    antonio sagredo

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