Ivan Vasil’evich Gruzinov

6 Giu

  

Una simpatica foto del poeta con Esenin

Il poeta e critico Ivan Vasil’evič Gruzinov nacque l’8 novembre 1893 nel villaggio di Šebaršino in una famiglia di contadini. Nell’infanzia ascoltava i canti e le fiabe, che erano il passatempo della famiglia. Dopo essersi diplomato alla scuola rurale per insegnanti, seguì le lezioni all’Università “A.L. Šaniavskij”. Dal 1915 fu al fronte e dal 1918 al 1920 lavorò a Mosca nel consiglio distrettuale per l’educazione extrascolastica, poi come poeta e critico nella redazione della Gazzetta rossa di Leningrado, nonché nella casa editrice dell’Unione dei Poeti.

   Cominciò a scrivere versi quando ancora frequentava la scuola rurale e il suo debutto avvenne con una poesia pubblicata dalla rivista Il luppolo nel 1912. Era molto amico di Sergej Esenin e, come altri amici di quest’ultimo, anche lui ha avuto una triste esistenza. Negli ultimi anni di vita di Esenin gli fu particolarmente vicino, tanto da essere soprannominato la sua “bambinaia”.

   Per la pubblicazione della piccola raccolta Serafici ciondoli, giudicata oscena, fu arrestato e processato dal Tribunale della Rivoluzione a Mosca. Una seconda volta fu arrestato per il cosiddetto “caso dei quattro poeti”, cioè Sergej Esenin, Sergej Kličkov, Piotr Orešin e Aleksej Ganin, processati per aver fatto commenti contro gli ebrei in un locale pubblico.

   Nel 1924, insieme a Esenin, annunciò lo scioglimento del gruppo imaginista. Ricordo qui che egli è noto anche come autore del trattato-manifesto L’essenza dell’imaginismo. La terza volta fu arrestato l’11 giugno 1927 nella sua abitazione a Mosca, con l’accusa di “propaganda volta ad aiutare la borghesia internazionale”, e fu esiliato in Siberia per tre anni. Il 16 agosto fu privato del diritto di risiedere in sei città, tra le quali Mosca e Leningrado. Nell’estate del 1931 poté tornare a Mosca. Negli anni 1939-1940 preparò la raccolta finale di poesie, che però non vide mai la luce durante la sua vita. Passò gli ultimi anni a Mosca lavando bottiglie in una farmacia per guadagnare qualcosa. Nel 1942 morì di fame a Kunzevo (oggi un quartiere di Mosca). Della sua tomba non c’è traccia.

   Nel 2016, per la prima volta 75 anni dopo la sua morte, è uscita a Mosca una raccolta delle sue opere, comprendente testi pubblicati su giornali, riviste e antologie, le sue raccolte di poesie stampate negli anni 1915-1926, tra le quali Tamburelli del dolore – una curiosa fusione di futurismo, simbolismo e imaginismo, La Rus’ dei casolari, Lo scialle color cremisi, La trappola delle parole, nonché i suoi ricordi e articoli critici legati, tra gli altri, a Esenin, Majakovskij, Chlebnikov e Pasternak.

   “Gruzinov è un fenomeno al crocevia di diverse correnti letterarie, – ha affermato il nipote del poeta Michail Zenkevič e vicepresidente della Società Gumiljov, Sergej Zenkevič, – peccato che si sia trovato nella condizione del “parente povero”, che consideravano un “intruso” tra gli imaginisti e uno arrivato tardi per potersi unire agli acmeisti”.

   Questo poeta, nella cui creazione un posto notevole è occupato dalla campagna russa, per tanto tempo è rimasto ingiustamente nell’ombra anche in patria. Egli merita, a mio avviso, di essere apprezzato e ricordato, non solo perché fu uno dei più cari amici di Esenin, ma soprattutto perché anche lui ha lasciato le sue preziose gemme nello scrigno della poesia russa. Sono lieto di averlo scoperto e di aver tradotto e pubblicato nel mio blog dieci sue poesie.

Poesie di Ivan Gruzinov tradotte da Paolo Statuti

Nell’ora del tramonto purpureo…

Nell’ora del tramonto purpureo, –

Nell’ora in cui l’oro si offusca,

Si oscurano i bianchi palazzi, –

Mi sembra che gli dei siano vivi.

Mi sembra che entri in lotta

Il dio della luce col dio della notte.

Il dio della luce è stremato.

Il suo sangue sgorga.

Tutto è di porpora. Si offusca l’oro.

Si spengono i palazzi scarlatti.

1911

O poeti…

O poeti,

Affascinati dall’iridescenza della musica,

Voi – visione offuscata del Sesso.

Due fattori

In voi coesistono separatamente –

Maschile e femminile.

E per questo vi sono intimi i bambini e il genio.

Ma la vostra illuminazione, il palpito,

Le vostre visioni turbate

Non sono il presagio – intuizione del Futuro,

Quando in un unico sembiante

Si fonderanno indivisibili i due fattori della vita?

1913

Quando docile e silenzioso ero…

Quando docile e silenzioso ero

Davanti a te, i ginocchi piegati, –

Coperto dal buio dell’abito nero,

Illuminato dal fatidico luccichio

Dei tuoi occhi, – ho sognato le ombre

Dei cristiani un tempo giustiziati…

Alzate le braccia esultanti,

Essi pregavano nell’arena,

Tra i suoni delle trombe vibranti.

E in silenzio si avvicinavano i felini.

Ebbro di vendetta e persecuzione,

Guardava i giochi del giorno di festa

Con il serto e la porpora Nerone.

Settembre 1913

Fragili ghiaccioli dei tetti indorati

Fragili ghiaccioli dei tetti indorati

Il sole del mattino

Pallido

Bruciato da piume paglierine.

S’intrecciano dietro i vetri colorati

Le trecce di fiabesche principesse.

Il sole ha teso gli umidi fili.

Dai tetti di mezzogiorno

Alla neve.

Con la coltre primaverile a rischiarare.

Si sciolgono dietro i vetri colorati

Le trecce delle fiabesche principesse.

Febbraio 1914

Turbinando sul freddo argento…

Turbinando sul freddo argento

Delle ali del lago, rosseggiano i fumi.

E il mattino come un fuoco lento

Brucia i paramenti annebbiati.

La penombra azzurra sui rami seccati

Si è posata come evanescente peluria.

Scorre la folta calura.

E con l’afa il blu tremolante

Tintinna come rete di vespe vetrose,

Agita i favi delle campagne.

Più breve è il moto delle falci bramose.

Sull’erba si china pigro il sole.

E nell’avena raggiante

Lentamente al vecchio villaggio loro

Le falciatrici sotto le ascelle portano

Bracciate di lune-occhi d’oro.

1920

*  *  *

Sull’asfalto ho ricordato garofani e favi,

Piangeva la sega arrugginita,

Brillava e cantava l’ascia, gemevano gli aratri.

Tu eri tutta dal sole indorata,

L’odore della pelle. L’odore delle volpine tane.

Spruzzi di iride sulle ciglia,

Coi palmi bevevamo alla sorgente.

Non scorderò l’azzurro delle sottili dita,

Il neo sull’esile seno avrò sempre in mente.

Come torrida rete ondeggiava il fogliame.

Nei boschi il bromo rosso scuro

Incollava le lingue alla scorza di betulla.

E quando ci giuravamo amore e fedeltà,

Dai tuoi capelli si stendeva, o fanciulla,

Sull’erba, sui ginocchi un’ombra rosata.

                                 2

Il profumo del pino a primavera.

Canta la forcola di acciaio,

Libellule sull’acqua svolazzano?

E più diafana dei sogni degli uccelli

La volta del bosco, l’onda del fiume.

Gli occhi dei pescatori ricurvi

Più chiari del lino la mattina,

Più pallidi del celeste turchese.

Vibrano i muscoli.

Tendi i muscoli più resistenti delle corde.

Verso la riva la pesante poppa.

L’alga impigliata, gli ortaggi, le anatre.

I petti villosi.

Respirano ritmicamente.

Fruscia la ruvida rete.

Il viscido olivello irrita la gola.

Scorrono gli zaffiri delle scaglie, mercurio.

Il pescatore non stima a carati.

Troppo rozze la mani,

Incallite dal remo.

E sono sparse le rosse branchie.

La sabbia in bocca.

E come involucro fumante

Il fuoco dorato delle pupille.

1923

Passeranno centinaia di anni, ma io resterò…

Passeranno centinaia di anni, ma io resterò,

Nel silenzio tombale dei libri a marcire.

Sfiorami, lontano, con le labbra,

China la testa senza nulla dire.

Invano ho atteso l’incontro desiderato,

Tu eri solo un vago sogno che resta.

E, baciando i capelli e le spalle

Delle donne, dicevo: non questa, non questa.

Ogni pagina avvizzita

Risusciterai con la primavera che arriva.

Il cuore senza vita comincerà a battere

Come selvatica campanella boschiva.

2 agosto 1925

Parlami nel modo più semplice che puoi…

Parlami nel modo più semplice che puoi.

La saggezza dei libri non mi dice più nulla.

Ora mi canta il ruscello dietro il boschetto,

Presso il fuoco brilla la scorza di betulla.

Ogni sera il pioppo tremulo sospira –

Cose tremende sembra voler narrare –

Ogni sera dalle nebbie azzurre

Con gli occhi azzurri un’ondina appare.

Di garofani profumano i capelli

E come mela è il suo elastico petto.

Il suo abito a righe rosate

Svolazza leggero e diafano al vento.

Non mi spaventa il demone del bosco.

I colloqui sono brevi. Comprenderai.

Porto spesso con me un coltello rosso.

13 settembre 1925

I cavalli sono annegati nella nebbia…

I cavalli sono annegati nella nebbia.

Nel bosco senza foglie il buio è calato.

Essere triste e cantare non perché

È stato giudicato l’irrevocabile.

Io dico: ciò è stato. –

Falò. Dei primi incontri la frenesia.

Come un soffione dalle lievi ali

Dalle sue braccia lo scialle volava via.

E i rintocchi della campanella,

E lo scalpitio dei morelli non cessa.

E la luna sottile e gibbosa

Volava verso di noi da destra.

Ormai è tardi, tardi. Difficile andare.

Nebbia notturna. Il bosco è scomparso.

Invano, o cuore, metti puntelli

A ciò che è del tutto arso!

16 novembre 1925

Autunno. Boscaglia. Vago senza meta…

Autunno. Boscaglia. Vago senza meta.

Si fa sera. Si spegnerà presto

L’arco giallo del tramonto.

Oltre il burrone si fredda il deserto.

Al di là – i campi arati. Il corpo della terra

Dondola col ventre arrossato.

Fruscia col cupo fogliame

Un vecchio ontano dimenticato.

Odore di resine. Batte ritmica la pala.

Stringendo il cappio cadrò.

Madre-terra! non spunterò come il grano.

Una stellina sul campo non accenderò.

Che m’importa di chi mi segue!

Per loro la pena di vivere non vale.

Ecco soltanto io col fardello terra

All’ultimo funesto cavezzale.

25 dicembre 1925

(C) by Paolo Statuti

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Una Risposta a “Ivan Vasil’evich Gruzinov”

  1. antonio sagredo giugno 10, 2022 a 5:00 PM #

    Il lavoro traduttivo di Paolo Statuti è sempre da gran tempo encomiabile e la resa è esemplare. Ma in questo caso sono curioso perché più che le poesie di Ivan Gruzinov mi interssano i suoi ” ricordi e articoli critici legati, tra gli altri, a Esenin, Majakovskij, Chlebnikov e Pasternak”… ricordi che non potrò mai sapere e me ne dispiace.

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