Boris Pasternak a colloquio con Andrej Sinjavskij

21 Ago

Cosa disse Pasternak sulla poesia e sul romanzo – «Scrivere con i piedi»

     Mettendo un po’ di ordine tra le mie vecchie carte ho ritrovato questo interessante articolo dello scrittore, saggista e storico della letteratura Andrej Sinjavskij, tradotto dal russo da Sergio Rapetti. Esso è stato pubblicato sul “Corriere della sera” del 9 marzo 1980.

     Con Pasternak mi sono incontrato, seriamente e a lungo, una volta sola; trascorsi con lui, ponendogli domande e conversando, alcune ore, che però mi parvero un’intera giornata. Fu quando, verso la fine del 1957, Borìs Leonidovič mi invitò da lui a Peredelkino. L’occasione fu un mio saggio sulla sua poesia, inizialmente destinato alla Storia della letteratura sovietica in tre volumi che era in preparazione presso l’Istituto dove allora lavoravo. Dopo aver scritto il saggio mi erano nati dei dubbi: non sapevo fino a che punto ero riuscito a penetrare il mondo poetico di Pasternak, a coglierne la specificità. Avevo preso le mosse direttamente dai testi poetici e non sapevo in che misura li avevo correttamente intesi in rapporto a quella che era l’idea dell’autore. Studi critici seri non esistevano, mentre gli articoli rari ma incessanti che gli erano stati fin lì dedicati, erano più che analisi critiche, critiche tout court, intemerate o aperte vessazioni.

     Ma ecco che nella breve stagione di disgelo dopo il XX congresso, era balenata infine la possibilità di metter fuori su Pasternak un qualche lavoro più obiettivo e io mi ci ero buttato a corpo morto, anche se le chances di una pubblicazione restavano in realtà modeste. I miei dubbi ebbero comunque fine quando, senza avere ancora mostrato l’articolo ad alcuno, mi risolsi finalmente a inviarlo per posta allo stesso Pasternak. Con mia meraviglia, e con mia non piccola gioia, presto mi giunse la risposta di Borìs Leonidovič, assai lusinghiera per me, e con la lettera l’invito a essere suo ospite a Peredelkino.

     L’incontro con Pasternak, a parte l’aspetto umano e sentimentale, per cui resta nella mia vita con la forza di un evento, mi consentì di verificare alcuni miei pensieri e considerazioni sui suoi versi e di tentare un ulteriore chiarimento della sua figura poetica. Perciò qui tralascerò di descrivere i dettagli concreti, l’aspetto del poeta, e neanche parteciperò al lettore le mie impressioni, l’emozione legata a quell’incontro. Voglio invece concentrarmi sul contenuto di quelle affermazioni dello stesso Pasternak capaci di restituirci, come lui stesso lo vedeva, il suo cammino poetico.

     Lo interrogai sulla data di composizione della raccolta poetica Mia sorella la vita, come dovesse intendersi quella che si legge sul frontespizio, Estate 1917, se fosse cioè una data reale, di collocazione cronologica, o rivestisse invece un carattere convenzionale, di puro riferimento formale. Non proverò nemmeno a riprodurre, a imitare il discorso diretto di Borìs Leonidovič. Ma quando cominciò a parlare di Mia sorella la vita e di quando fu composta, l’esposizione stessa che ne fece, e che sarebbe più giusto chiamare effusione verbale, assunse a un tratto quella concitazione, quell’entusiasmo di cui è intriso il libro.

     Sembrò all’improvviso urgergli dentro la fretta di trasmettermi l’ineguagliabile stato d’animo e il modo nuovo di sentire le cose che s’era impadronito di lui allora, di trasmettere quell’acquazzone luminoso, per dirla con Marina Cvetaeva, che gli si rovesciò addosso nell’estate del 1917. E proprio per questo anche la datazione del libro era così cara a Pasternak, così significativa, essenziale: rappresentava il tempo e il luogo dell’incontro col prodigio che l’aveva visitato, che non dipendeva da lui, ma che gli era stato donato, versandosi su di lui dall’alto. Questo prodigio, questo fatto capitale della sua vita, forse unico per intensità e per vastità d’ispirazione, Pasternak quel giorno lo espresse, meglio e più intimamente di ogni altro discorso, con un solo verso della sua poesia I rondoni, che ripeté, inebriandosene, alcune volte:

     Non hanno forza i rondoni serali…

     Per cosa non abbiano forza ha già meno importanza. L’importante è che non v’è forza che regga a questo impeto dell’anima e della lingua.

     Evidentemente la poesia I rondoni,con la sua alata ricercatezza e con quanto sentiva vibrare dietro gli aerei versi, lo coinvolgeva. «Le dirò di più» continuava Pasternak, insistendo sulla eccezionalità del momento vissuto nell’estate del 1917. «Molte cose già scritte allora non le volli includere in Mia sorella la vita. Volevo che il libro riuscisse leggero…».

     Quel «leggero» risonò come un prolungamento di quella aerea levità che aveva appena rigoduto con i suoi Rondoni. E poi soggiunse che allora, sommerso com’era da quella abbondanza poetica, aveva fatto di tutto perché non ne risultasse sovraccarico il libro Mia sorella la vita, e molto aveva tolto, messo da parte e raccolto poi nel libro Temi e variazioni. In tal modo questo libro era per l’autore come un insieme di residui, di ritagli di Mia sorella la vita, che non vi avevano trovato posto, che erano stati eliminati per la maggiore levità e compattezza di quell’unico libro.

     Come mi parve allora, l’ardore giovanile con il quale Pasternak parlava di Mia sorella la vita, contraddiceva le sue ripetute affermazioni, rese per iscritto e a voce, secondo le quali egli non amava i propri versi anteriori al 1940 ed era pronto a separarsene. Invece, malgrado tutti i mutamenti e rivalutazioni, il libro Mia sorella la vita e tutto quanto vi era connesso per qualche misterioso motivo interiore continuava a mantenere per lui, come mi convinsi da ciò che mi aveva appena detto, un significato altissimo e cruciale.

     E al tempo stesso era manifesta in lui anche l’esigenza, insopprimibile e organica, di rinnegare il proprio passato. Così, nel corso della conversazione, Pasternak si pronunciò in termini piuttosto scettici sulla propria poesia e in generale sulle possibilità della poesia, nel dato momento e negli anni successivi. Sembrava ritenere ormai non molto importante né necessario, almeno per sé, lo scrivere poesie, ne parlava come di un’occupazione che non poteva veramente influire né sul suo personale sviluppo, né sull’atmosfera dell’epoca. Ammetteva, è vero, qualche eccezione, alcune delle poesie più recenti che io, obiettando su quanto andava dicendo, gli ricordavo. Ad esempio accettò di riconoscere l’eccezionale importanza della poesia In ospedale. Ma in generale si sentiva che la poesia era per lui una tappa ormai superata.

     D’accordo, replicava, potrei scrivere ancora qualche strofa – forse anche di buona poesia: e allora? Da tutto questo si capiva che Pasternak si  trovava in quei giorni, sul crinale tra il 1957 e il 1958, sotto l’incanto e il potere del romanzo da poco ultimato e inviato all’estero, romanzo che lui considerava, oltre che il coronamento dell’intera sua vita, un’opera attuale e proiettata nel futuro. Per il romanzo vedeva le prospettive che non riconosceva più alla poesia. Ma questo passaggio dai versi alla prosa lo reputava conseguente non solo da un punto di vista stilistico e propriamente letterario. In un certo senso per lui significava uscire addirittura dai limiti della letteratura e, soprattutto, superare gli stereotipi mentali fin lì operanti. Come per rigettare nel passato, sia la propria che ogni altra poesia, disse addirittura che era forse ormai venuto il tempo di scrivere «non con la penna ma con i piedi». Cercando di capire meglio, gli chiesi: «Con la vita? Scrivere con la vita?» Acconsentì a malincuore: «Sì, con la vita! Con i piedi!»

     E si capiva benissimo quanto gli andasse più a genio – invece dell’astratto e impersonale «scrivere con la vita» – quell’altra definizione, ben altrimenti concreta e insieme espressiva, caricata, metaforica…

     Dal tempo attuale, proiettato nella seconda metà del secolo dalla morte e  dal postumo crollo di Stalin, Pasternak si aspettava molto e guardava al futuro con ottimismo. E si rallegrava sinceramente d’ogni più esile indizio di nuovi tempi, di un nuovo clima nella vita intellettuale in Russia. Si rallegrò ad esempio del racconto di Jashin Le leve che era stato da poco pubblicato, opera in sé abbastanza mediocre, ma interessante come testimonianza dell’avvento di un nuovo tepore, di un disgelo in cui era già possibile riconsiderare i valori acquisiti. Pasternak riteneva che cambiamenti radicali nelle coscienze e nella società fossero ipotizzabili solo per il futuro, ma era altresì convinto che il processo, irreversibile e globale, capace di produrli fosse già in atto. La primissima cosa, in questo processo, gli sembrava l’affrancamento dalle forme dell’ideologia, cioè, in primo luogo neppure dall’ideologia vera e propria, quanto dalla sua ristrettezza.

     L’ineluttabilità di un mutamento era, per Pasternak, imposta da una semplicissima, ancorché forse infantile logica, che ognuno è in grado di comprendere: «Per quanto tempo si possono continuare a ripetere sempre le stesse cose? Davvero, per quanto? È insopportabile! Non se ne può più!» Secondo questa logica la legge che sussiste solo nella sua (morta) lettera deve cedere il campo già per il semplice fatto che è morta, inconsistente per gli stessi legislatori e governanti, o anche per il fatto solo che l’anima dell’uomo non regge gli infiniti, insensati scongiuri ideologici cui è ridotta. Ma il suo ottimismo storico, per cui faceva assegnamento sui tempi lunghi e un lento ma costante processo, non impediva a Pasternak di valutare con grande lucidità anche l’oggi, a cominciare da quanto poteva riguardare la sua peculiare situazione nella letteratura sovietica. Così, ad esempio, nel corso del nostro incontro si disse assolutamente certo (e i fatti gli dettero ragione) che il mio saggio su di lui , così come l’avevo scritto, non poteva essere pubblicato: non l’avrebbero permesso…

     Si sentiva che Pasternak già viveva in attesa della tempesta, e forse del castigo, per il romanzo Il dottor Živago. Benché a quel tempo fosse già apparso in Occidente, ufficialmente da noi non se ne parlava, si faceva finta di nulla. E già prima del Nobel a Pasternak tutta la stampa sovietica avrebbe fatto finta di nulla, concordemente. Ma dietro le quinte qualcosa già si muoveva. Due dignitari della direzione politico-letteraria (o forse due illustri ospiti di una democrazia popolare, non ricordo) si lagnarono con Pasternak del fatto che il suo romanzo suscitasse un inutile chiasso in Occidente e dissero che l’autore avrebbe dovuto in qualche modo prenderne le distanze, perché il chiasso cessasse o qualcosa del genere. Al che Pasternak aveva risposto: «Voi stessi siete maestri in queste cose! Di che avete paura?» e aveva lasciato alla stampa orientale di fare, senza di lui, tutto il chiasso che volesse per contrastare il chiasso dell’Occidente.

     Ma parlando del romanzo, l’allarme e l’inquietudine erano piuttosto sovrastate in Pasternak dall’interiore entusiasmo che gli dava la consapevolezza d’aver assolto al compito e realizzato il progetto di tutta la sua vita. Mi raccontò ridendo (ma d’un riso venato d’afflizione e, come mi parve, di una certa autoironia) di aver ricevuto qualche giorno prima da una sua conoscente straniera una lettera che gli aveva procurato una grande gioia. Nella lettera si diceva che lui stesso non poteva immaginarsi tutta la grandezza dell’impresa compiuta con il romanzo, impresa che sarebbe stata comunque portata a termine anche senza i suoi sforzi (si alludeva allo straordinario successo del romanzo in Occidente), sì che Pasternak poteva anche riposare e morire contento…

     Indubbiamente Pasternak era consapevole della grande forza morale e di convinzione, della forza trasfigurante che Il dottor Živago aveva potentemente immesso nell’atmosfera stessa dell’epoca. E nel contempo in tutta la sua figura di letterato, nel volto creativo di Pasternak, in ciò che diceva e come lo diceva, non v’era alcunché di moraleggiante. Quando alle sue domande sul Dottor Živago, che avevo appena letto, mi permisi di osservare che oltre che un romanzo, poteva essere considerato, in rapporto ai massimi problemi, come una sorta di trattato filosofico, lui, chiaramente respingendo già il solo accenno al genere del trattato, disse che la forma da lui prescelta del romanzo l’aveva attratto proprio perché gli avrebbe consentito di esprimere le proprie idee senza renderle obbligatorie e fastidiose.

     Del resto quando si trattava delle idee e opinioni che più gli stavano a cuore, pur continuando a contare sul loro accoglimento e sulla loro capacità di influire a livello ideale, egli cercava di conservare quella libertà e discrezione che, sia nel lettore che in qualsiasi uomo, sembrano sollecitare in qualche modo una corrispondente libertà, larghezza e tolleranza di idee. In generale Pasternak, se così ci si può esprimere, non teneva esageratamente alla forma. Neanche alla forma delle sue stesse proposizioni. Perciò anche la conversazione con lui non ebbe il carattere di botta e risposta, né fu in nessun momento l’esposizione (e l’ascolto) di un programma ben definito, o d’uno schema rigidamente difeso, ma assunse il tono d’una riflessione,  fluente e viva, a voce alta.

     In Pasternak la libertà della forma diventava particolarmente evidente e cosciente quando affrontava determinati problemi. Così, ad esempio, accennando alle circostanze che avrebbero potuto favorire in un non lontano futuro un risveglio di forze religiose e spirituali in Russia, egli disse che a questo proposito la cosa più importante non era discutere di questioni e connotati formali, ma cercare e trovare una comprensione reciproca più vasta e comune. Rise parecchio quando gli raccontai di un mio conoscente di Mosca, estimatore e grande esperto della poesia di  Pasternak, liberale di stampo occidentale, che vedeva nelle poesie del Dottor Živago solo delle ben riuscite stilizzazioni letterarie, e non poteva assolutamente ammettere che un poeta come Pasternak, un ingegno così sottile e colto, credesse davvero in Dio, come una stupida vecchia. Per lui, per il mio conoscente, che Dio non esistesse era un assioma, pacifico fin dall’infanzia per ogni uomo del nostro tempo. «Ma questo Dio, davvero ha la barba?» chiedeva quel mio conoscente, inorridendo all’idea che Pasternak, proprio Pasternak, potesse davvero pensare e scrivere di Dio, di Cristo.

     «Passerà! Passerà!» mi ripeteva ridendo Pasternak come se si fosse trattato di qualche assurda malattia infantile.

     E cominciò a parlare di Cristo, che viene a noi da laggiù, dal profondo della storia, come se quelle lontananze fossero il giorno che viviamo, e insieme al giorno si facessero trasparenti e declinassero nella sera, congiungendosi a un domani senza fine. Nelle parole di Pasternak, come mi parve, non v’era neppure l’ombra di un’aspettativa apocalittica. Cristo veniva oggi perché la nuova storia tutta iniziava da Cristo e dal Vangelo, compresa la nostra giornata e Cristo era di questa giornata la realtà più naturale e familiare.

     Per Pasternak non esistevano separazioni tra i secoli, i popoli, le chiese. Anche a questo riguardo pensava e vedeva come «oltre le barriere»; la storia con il suo passato, il suo presente e il suo futuro era come un campo, un unico campo, uno spazio che s’apriva ininterrotto allo sguardo. Guardando dalla finestra i campi e i declivi innevati, Pasternak parlava di Cristo che viene a noi da laggiù, e parlava senza affettazione, né enfasi, senza pompa alcuna, ma con semplicità quotidiana, come se «là» e «laggiù» fossero stati orti contigui e la teoria dei campi biancheggianti che s’allargavano attorno.

    Ed era la sua, come mi parve, proprio quella spiritualità – quella libertà – per la quale la morte stessa sembra diventare nient’altro che una forma vuota, una vecchia forma alla quale non vale la pena d’afferrarsi più di tanto.

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