Il’ja Erenburg e Amedeo Modigliani

5 Ago

 

 

Amedeo Modigliani

  

Il’ja Erenburg

Il’ja Grigor’evič Erenburg (1891-1967) fu un grande romanziere, poeta, saggista e traduttore russo. Soggiornò a lungo a Parigi, incontrando scrittori e artisti, dapprima dal 1909 al 1917, poi di nuovo nel 1921. Espulso come bolscevico, tornò a Parigi nello stesso anno e vi restò fino al 1940, alternando il soggiorno francese con frequenti viaggi in URSS e nell’Europa Occidentale. Negli anni ’60 pubblicò un’ampia autobiografia in 6 volumi – Ljudi, gody, žizn (Uomini, anni, vita). Nei primi due libri, usciti nel 1961, Erenburg ha inserito i suoi ricordi dell’amico Modì e una sua poesia a lui dedicata. Ho tradotto questi ricordi e la poesia per i lettori del mio blog e per tutti gli amanti della pittura di Modigliani e della letteratura russa.

Ogniqualvolta incontravo Modigliani, accadeva di rado che non mi recitasse alcune terzine della Divina Commedia: Dante era il suo poeta prediletto…ricordo le strofe del Purgatorio, il poeta e il suo compagno di viaggio, saliti su un monte, si siedono e guardano in silenzio la strada percorsa. Io adesso voglio sedere un po’ con Modigliani vivo (con Modì – come lo chiamavano gli amici). Di lui hanno fatto l’eroe di un noto film, su di lui hanno scritto alcuni banali romanzi…In tal modo è nata la leggenda del pittore affamato, del libertino eternamente ubriaco, dell’ultimo rappresentante della bohème, che dipingeva singolari ritratti, che è morto in miseria e che dopo la morte è diventato famoso.

E’ vero, Modigliani pativa la fame, beveva, inghiottiva semi di hascisch, ma questo si spiegava non con una predisposizione alla dissolutezza o con l’amore per un “paradiso artificiale”. Egli non aveva affatto voglia di digiunare, mangiava sempre con appetito e non cercava il martirio. Forse più di altri egli era stato creato per la felicità. Era legato al dolce idioma italiano, al morbido paesaggio della Toscana, all’arte degli antichi maestri. Egli non cominciò dall’hascisch…Certo, poteva dipingere ritratti che sarebbero piaciuti sia ai critici che ai committenti; avrebbe avuto soldi, un eccellente studio, riconoscimenti. Ma Modigliani non sapeva mentire, né adattarsi; tutti quelli che l’hanno incontrato sanno che egli era un uomo schietto e orgoglioso.

Io l’ho visto nei momenti tristi e nei momenti sereni; l’ho visto tranquillo, insolitamente gentile, ben rasato, con il volto un po’ azzurrognolo, lo sguardo mite e affabile; e l’ho visto anche violento, coi neri capelli arruffati – era il Modigliani che gridava con voce acuta, come un uccello, forse un albatro…

Era un bell’uomo, le donne lo ammiravano, il suo fascino era decisamente italico. Tuttavia era un sefardo – così chiamano i discendenti degli ebrei che, dopo la cacciata dalla Spagna, si stabilirono in Provenza, in Italia e nei Balcani.

Un volta entrai con Modigliani in un caffè nel boulevard Paster; aveva lavorato ed era tranquillo. Nel tavolino accanto distinte persone giocavano a carte. Io copiavo delle poesie che mi aveva mostrato Modì, e non sentii nulla. A un tratto Modigliani saltò in piedi: «Chiudi il becco! Io sono ebreo e io posso parlare con te. Hai capito?…» I giocatori di carte tacevano. Modigliani pagò i caffè e ad alta voce disse: «Abbiamo sbagliato a entrare in questo caffè, qui ci vengono i porci…» Quando siamo usciti gli chiesi cosa avevano detto nel tavolino accanto. «Non importa, – rispose Modì. – E’ vergognoso che imbratti col pennello – ancora trecento anni bisognerà darle sul muso…»

Mi raccontava che suo nonno era romano e voleva coltivare una vigna, per questo comprò un piccolo terreno; ma agli ebrei era vietato possedere la terra; il nonno allora adirato si trasferì a Livorno, dove da tanto  tempo vivevano molte famiglie ebree. Modì mi lesse i sonetti italiani di Immanuil Rimski, un poeta ebreo del XIV secolo – beffardi, amari e pieni al tempo stesso di amore per la vita. Modigliani mi raccontò come un tempo i romani festeggiavano il carnevale: la comunità ebraica era obbligata a fornire un ebreo «trottatore» che si denudava e nell’ululo della folla in visibilio, di vescovi, ambasciatori e dame faceva tre volte il giro della città. (Io allora su questo scrissi un poema).

Ho conosciuto Modigliani nel 1912. Egli era già un vecchio parigino. In uno dei nostri primi incontri disegnò il mio ritratto; tutti lo trovarono assai somigliante. In seguito egli mi ritraeva spesso, avevo una cartella di suoi disegni. (Nell’estate del 1917 tornai in Russia con un gruppo di emigrati politici. In Inghilterra ci comunicarono che non si potevano portare fuori manoscritti, disegni, quadri e  libri. Io scelsi ciò che avevo di più prezioso – una natura morta di Picasso, il poemetto Eda di Baratynskij con una sua scritta autografa e i disegni di Modigliani, e lasciai una valigetta in custodia temporanea all’Ambasciata del Governo provvisorio. Purtroppo il Governo risultò davvero provvisorio e la valigia scomparve per sempre).

A una parete della piccola, spartana e nuda stanza dove vive Anna Andreevna Achmatova, in un vecchio edificio di Leningrado, è appeso il ritratto della giovane poetessa eseguito da Modigliani. Anna Andreevna mi raccontò che a Parigi aveva conosciuto un artista italiano straordinariamente modesto, che le aveva chiesto il permesso di farle il ritratto. Era il 1911. Achmatova non era ancora Achmatova e Modigliani non era ancora Modigliani, ma nel disegno (anche se la maniera è ancora lontana da quella dei successivi disegni del pittore) già si vede la precisione delle linee, la loro spigliatezza, la persuasione poetica.

Il protagonista di un film e di romanzi è Modigliani nei momenti di disperazione, di follia. Egli non solo beveva alla Rotonde, non solo disegnava sulla carta macchiata di caffè, egli passava giornate, mesi, anni davanti al cavalletto, dipingeva a olio nudi e ritratti.

Mi ha sempre stupito la sua erudizione letteraria. Non ho mai incontrato un altro pittore che amasse così tanto la poesia. Citava a memoria Dante, Villon, Leopardi, Baudelaire, Rimbaud. Le sue tele non sono immagini fortuite – sono il mondo indicato da un pittore con uno straordinario misto di fanciullezza e saggezza: dicendo fanciullezza naturalmente non intendo infantilismo, o una naturale incapacità o intenzionale ingenuità; per fanciullezza io intendo la freschezza della percezione, la spontaneità, la purezza interiore. Tutti i suoi ritratti somigliano al modello – penso ai ritratti di quelli che conoscevo – Zborowski, Picasso, Diego Rivera, Max Jakob, la scrittrice inglese Beatrice Hastings, Soutine, il poeta Frans Ellens, Dilevski e infine la moglie di Modì Jeanne. Egli non era mai attratto dagli accessori o da qualcosa di superficiale; le sue tele mettono a nudo la natura dell’uomo. Diego Rivera, ad esempio, è corpulento e quasi selvatico; Soutine conserva una tragica espressione di incomprensione, una costante nostalgia del suicidio. E’ sorprendente come i differenti modelli di Modigliani si somiglino tra loro, li associa non una maniera automatica, non i procedimenti esteriori della scrittura, ma la percezione del pittore. Zborowski con la sua faccia di irsuto e buon cane da pastore, Soutine perplesso, la dolce Jeanne in camicia, una fanciulla, un vecchio, una modella, un uomo baffuto – somigliano tutti a bambini imbronciati, benché alcuni di loro abbiano la barba e i capelli bianchi. Mi pare che la vita apparisse a Modigliani come un enorme asilo d’infanzia, tenuto da adulti cattivi.

Certo, nella leggenda c’è anche la verità, ed è facile capire perché la biografia di Modigliani possa affascinare uno sceneggiatore. Recentemente ho letto in un giornale che un piccolo ritratto dipinto da Modigliani è stato venduto all’asta in America per centomila dollari. In tutta la sua vita il pittore non ha speso neanche un quarto di tale somma. Quante volte ho visto la buona Rosalia, tenutaria di una piccola trattoria a Montparnasse, dare a Modigliani un piatto di tagliatelle e un po’ di carne, lui la ripagava con un disegno che lei non voleva prendere, ma lui insisteva – lui non era un mendicante, e Rosalia, guardando il foglietto di carta, pieno di sottili righe spezzate, sospirava tristemente: «Dio mio…» Per la verità non lo capivano neanche i colti intenditori d’arte. Per quelli che ammiravano gli impressionisti, Modigliani era insopportabilmente incurante del mondo, della precisione del disegno, con una arbitraria alterazione della natura. Tutti parlavano di cubismo; i pittori, dominati a volte da un’idea distruttiva, erano al tempo stesso ingegneri, architetti, costruttori, e per gli amanti delle tele cubiste Modigliani era un anacronismo.

I biografi rilevano che il 1914 fu per Modigliani un anno fortunato; egli trovò il mercante di quadri Zborowski che lo capì subito e si innamorò dei suoi lavori. Ma anche Zborowski era uno sventurato; il giovane poeta polacco era arrivato a Parigi sognando un viaggio in mare fino alla mitica Citera, ma si era arenato in una secca – davanti a una tazza di caffè alla Rotonde. Non aveva soldi, viveva con la moglie in un piccolo appartamento, dove Modigliani lavorava spesso. E Zborowski si metteva sotto il braccio le sue tele e dalla mattina alla sera girava per Parigi, cercando invano di attrarre coi lavori del pittore italiano i veri mercanti di quadri.

E’ vero che a volte Modigliani veniva preso dall’agitazione, dallo spavento, dalla collera. Ricordo una notte nello studio in disordine, c’era molta gente – anche Diego Rivera, Vološin e alcune modelle. Modigliani era molto eccitato. La sua amica Beatrice Hastings diceva con un marcato e aspro accento inglese: «Modigliani, non dimenticate che voi siete un gentiluomo, vostra madre è una dama dell’alta società…» Queste parole agirono sul pittore come un esorcismo, egli sedette a lungo tacendo, poi scoppiò e prese a demolire una parete, raschiava l’intonaco, cercava di togliere i mattoni. Le sue dita sanguinavano e negli occhi c’era una tale disperazione, che io non resistetti e uscii nel piccolo cortile ingombro di frantumi di sculture, di vasi rotti, di cassette vuote.

Negli anni di guerra la sera veniva spesso alla trattoria dove cenavano i pittori, sedeva su un gradino della scala interna, a volte recitava Dante, a volte parlava del massacro, dello sfacelo della civiltà, di poesia, di tutto, tranne che di pittura. Un giorno parlava con passione delle profezie del medico francese del XVI secolo Nostradamus. Egli voleva convincermi che Nostradamus aveva previsto con precisione la rivoluzione francese, il trionfo e la disfatta di Napoleone, la fine dello stato pontificio, l’unificazione dell’Italia, e che aveva fatto predizioni non ancora avveratesi: «Una cosa di poco conto – la repubblica in Italia…E una più importante – manderanno la gente in esilio sulle isole, andrà al potere un crudele tiranno, metteranno in prigione tutti quelli che non impareranno a tecere, e inizierà uno sterminio…» Tirando fuori dalla tasca un logoro libretto, cominciò a gridare: «Nostradamus ha previsto l’aviazione militare. Presto tutti quelli che oseranno inopportunamente sorridere o piangere finiranno ai poli – chi al polo nord, chi al polo sud…»

Quando giunsero le prime notizie sulla rivoluzione in Russia, Modì corse da me e mi abbracciò gridando con entusiasmo (a volte non riuscivo a capire cosa dicesse esattamente).

Alla Rotonde cominciò a farsi vedere la giovane Jeanne. Aveva l’aspetto di una collegiale, gli occhi e i capelli chiari, guardava timidamente i pittori. Dicevano che stava imparando a dipingere. Poco prima della mia partenza per la Russia vidi nel boulevard Vaugirard Modigliani con Jeanne. Camminavano tenendosi per mano e si sorridevano. Io pensai: «Finalmente Modì ha trovato la felicità…»

Mi recai di nuovo a Parigi a maggio del 1921. Cominciarono in fretta a raccontarmi tutte le novità. «Come, non sai che Modigliani è morto?…» Io non sapevo niente degli amici della Rotonde. Modì tossiva sempre, pativa il freddo, i polmoni erano malati, l’organismo era stremato. Morì in ospedale all’inizio del 1920. Jeanne al cimitero non c’era; quando gli amici dopo il funerale tornarono alla Rotonde vennero a sapere che un’ora prima Jeanne si era gettata dalla finestra. Restava la piccola figlia di Modì, anche lei Jeanne.

Seppellirono Modigliani con una colletta. Un anno dopo a Parigi fu organizzata una mostra delle sue opere. Su di lui hanno scritto libri,  coi suoi quadri si sono arricchiti. Del resto questa è una vecchia storia e non vale la pena parlarne…

In diversi musei del mondo – a New York, Stoccolma, Parigi, Londra – ho incontrato Modligliani. A volte egli dipingeva nudi, ma la maggior parte dei suoi lavori è costituita dai ritratti. Egli creò molte persone, la loro tristezza, il torpore, la tormentata tenerezza, la disperazione, sconvolgono i visitatori dei musei.

Forse qualche seguace del «realismo» dirà che Modigliani dava poca importanza alla natura, che le donne dei suoi ritratti hanno i colli  esageratamente lunghi. Come se un quadro fosse un atlante anatomico! Pensieri, sentimenti, passioni non cambiano forse le proporzioni? Modigliani non era un freddo osservatore, egli non guardava la persone da un lato, egli viveva con loro. I suoi sono ritratti di persone che amavano e soffrivano, e le date sono non solo una pietra miliare nel cammino del pittore, ma la pietra miliare di un secolo: 1910 – 1920. E’ ridicolo dire che Modigliani non sapesse quante vertebre ci sono nel collo, egli l’ha imparato per molti anni nella scuole d’arte di Livorno, Firenze e Venezia. Egli sapeva anche un’altra cosa: ad esempio, quanti anni c’erano in un solo anno come il 1914. E se cambiavano, a quanto pare, le secolari nozioni dei valori umani, come poteva un pittore non vedere cambiato il volto del suo modello.

Le tele di Modigliani racconteranno molte cose alle future generazioni. Io guardo e vedo davanti a me l’amico della mia lontana giovinezza. Quanto amore, quanta angoscia per le sue tele c’erano in lui. Scrivono, scrivono – «beveva, era un attaccabrighe, è morto»…Non è qui il punto. Il punto non è neanche nel suo destino, edificante come un’antica parabola. Il suo destino era strettamente legato al destino di altri, e se qualcuno vorrà capire il dramma di questo pittore, basterà che non ricordi l’hascisch, ma i gas asfissianti, basterà che pensi all’Europa smarrita e afflitta, alle intricate strade del secolo, al destino di uno qualunque dei modelli di Modigliani, attorno al quale si stringeva già un cerchio di ferro.

                                                                                         Il’ja Erenburg

 

 

Il’ja Erenburg

 

Modigliani

Sedevi su un basso scalino,

Modigliani.

Il tuo grido – di una procellaria,

I sorrisi di una scimmia.

 

E la luce oleosa di una lampada abbassata,

E il blu ardente dei capelli!..

E a un tratto ho udito il terribile Dante –

Tonarono, scrosciarono cupe parole.

Hai scagliato un libro,

Cadevi e saltavi,

Tu saltavi nella sala

E candele volanti ti avvolgevano.

O folle senza nome!

Tu gridavi: «Io posso! Io posso!»

E nitidi neri pini

Crescevano nel cervello infocato.

Bestia rara –

Sei uscito, hai pianto

E ti sei sdraiato sotto il lampione.

 

Aprile 1915

 

(Versione di Paolo Statuti)

 

 

(C) by Paolo Statuti

Una Risposta a “Il’ja Erenburg e Amedeo Modigliani”

  1. giorgio linguaglossa agosto 6, 2018 a 10:01 am #

    bella poesia. grazie.

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