Urszula Kozioł

2 Ott

 

Nel mio blog musashop.wordpress.com ho già pubblicato tempo fa diverse poesie della poetessa polacca Urszula Kozioł, mia carissima amica. Quelle che pubblico oggi nella mia versione sono le ultime da lei scritte nel 2017.

 

Prima del commiato

“Canto a me e alle Muse…”

(Jan Kochanowski)

 

Credo nelle cose che non si vedono

nella musica che non si sente

credo nelle parole non dette

che rimangono nell’ipotesi

e in quelle impensabili

anche se da qualche parte esistono

 

Credo nel grido del silenzio

e nella capacità di superare il limite

del tempo e del territorio

tramite un verso

che sa sollevarsi

e da una lingua a un’altra

facilmente trasferirsi con “piedi di piombo”

 

Credo che l’inesistente

mi trasformerà e illuminerà

perché io scompaia più silenziosa

da questo mondo

senza spaventare una farfalla

pensierosa sopra un fiore

(perché forse presto proprio essa

si tramuterà in me)

 

Lettere dell’alfabeto

Il mondo effettivo scompare

in mondi paralleli

io già vivo più nel virtuale

che nel reale

 

Mando lettere a nessuno

invento risposte

cerco di attingere fiducia

dal fruscio degli appunti

 

Qua e là gironzolo ed erro

nel letamaio delle parole imbrattate

prive di senso fino ad essere lettere nude

 

Come riunire queste lettere di nuovo

come riordinarle

come spostarle da parola a parola

 

La finestra

“Solitudine – a che serve la gente, cos’è il cantore per la gente?…”

(Adam Mickiewicz)

 

Gli amici sono già corsi da persone più allegre

non si sognano di chiedersi come vivo

 

I miei morti erano affiatati

io non servo loro più a niente

 

Non devo affatto ritirarmi nel deserto

per riflettere sul mio destino

 

Il mio deserto sono queste quattro pareti

la porta alla quale nessuno bussa

il telefono muto

Il mio deserto è la città piena di frastuono

essa mi ha voltato le spalle coi grattacieli

(che mi hanno tolto l’orizzonte

ancora ieri visibile dalla finestra della cucina)

 

Metamorfosi

 

Camminando mi sorprendo

a muovere le labbra muta

ma non so che cosa

ostinatamente taccio a me stessa

 

e a un tratto senza preavviso

da se stesso si svincola un verso

come dalla propria crisalide

adagio e a fatica la cicala

esce buffamente un piedino dopo l’altro

un occhio dopo l’altro

alla luce

libera dai gangli le alucce

le distende

e canta subito

a gran voce col loro aiuto

 

Tra le linee

 

Le linee del cuore e della vita

sul mio palmo

si scostano tra loro

corrono come rotaie

verso un binario morto

 

tra loro

si è stesa l’assenza delle parole

e in ciascuna separatamente

un segno di reticenze

di irriflessioni

 

tra loro un grande NIENTE

ha messo radici

 

tra loro banchi

di sabbia fittizia

 

un qualunque soffio anche il più lieve

già mi versa la polvere negli occhi

 

non posso trovare me stessa

mi sono smarrita

 

Invece di una poesia

 

Faccio passi incerti

seguendo il moto ondulato

di sparse particelle di linguaggio

e di singole lettere

trepidamente aggomitolate

ancora non messe in ordine

né in un alfabeto

né in una parola

nessuna sa ancora

con quale altra

e in quale riga deve disporsi

secondo il suggerimento

e secondo la formazione a delta

presa in cielo da oche e gru

al momento di volare via.

 

Battito d’ali

 

Già pensavo che per sempre

il cuore si fosse seccato

che attraverso questi aridi deserti

il verso vivo non passerà

un vento improvviso mi ha strappato

all’immobilità

mi sono aggrappata a una parola

per non cadere

 

adesso questa parola ha richiamato un’altra

e già entrambe insieme

chiamavano altre e altre ancora

alla fine sono riuscita a raggiungere il suolo

sotto i piedi del verso

ho toccato il fondo

e finalmente sotto i suoi piedi

ho ripreso fiato

 

               *

Le parole hanno preso il loro posto

l’ultima della prima riga

si è unita all’ultima

della terza riga

e tra loro due

si è sparsa l’assenza di parole

bianca come un velo

o piuttosto come una benda

e da sotto questo candore improvviso

si è alzato un frullo

e invisibili ali

mi battevano sugli occhi

 

                *

Le parole vorticarono

e una dopo l’altra con improvviso slancio

scomparvero in una nuvola lattea

e  ho sentito

che mi rubavano un frammento di anima

e lo portavano non si sa dove

e non si sa dove l’hanno lasciato

e di nuovo il cuore si è seccato

non so per quanto tempo

e ho sentito gli inarrestabili piedi

di un verso che svaniva

che di nuovo mi abbandonava

e – non saprò per quanto tempo –

di nuovo mi ha strappato la penna di mano

 

Ai margini del crepuscolo

 

“L’orologio batte la mezzanotte,

scompari malinconia”

(Jan Kochanowski)               

 

Sono annegata nelle lacrime

mi ha trafitta il momento nero

dell’uomo amato

non sono riuscita ad uscirne

 

mai mi sono salvata per miracolo

sono precipitata in un burrone

mi hanno perso di vista

hanno ripreso le ricerche un anno dopo

nessuno sa con quale risultato

per questo resto nel dubbio

vivo non vivo – –

 

recentemente

mi sono impigliata in un fato

si è visto che non era il mio

sono finita qui per errore

ormai non stava bene ritirarsi

non provengono da ciò questi sogni

altrui che si ripetono

e non mi appartengono? –

 

mi soprende la presenza nei miei sogni

di tante persone

mai viste prima

e anche di luoghi

di paesaggi nei quali

– che strano! – mi sento a casa mia

riconosco le strade, le case

so quale tram prendere

e per quale guado senza pericolo

passare dall’altra parte del fiume

 

i sogni bucati favoriscono

le immagini inventate

di sicuro si insinuano tra le fessure

mi stupiscono

le insolite costruzioni

nonché le vetrate in cattedrali deserte

mai essendo desta le ho incontrate così…

neanche simili persone…

 

Discuto con loro ma non so di che

corro corro

per non perdere il treno

benché mi invitino a restare

vogliono offrirmi qualcosa

forse ballare un po’ – –

 

Questo mondo parallelo chiaramente

vuole assuefarmi a sé

suscitare curiosità

anche se al tempo stesso fa tremare

perché mi è difficile conciliarmi

con lo stato così confuso della mia anima

che furtivamente da me già si allontana

verso spazi abissali

che non hanno né il lato destro

né il sinistro

né la parte bassa né quella alta

 

né il centro né l’estremità

e sono assolutamente

definitivamente incomprensibili

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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