Adam Asnyk

9 Set

 

 

Adam Asnyk

  

 

Poeta e drammaturgo polacco, Adam Asnyk nacque a Kalisz da nobile famiglia l’11 settembre 1838. Suo padre partecipò all’Insurrezione di Novembre (1830-1831) e per questo fu deportato in Siberia. Il poeta, educato nello spirito del patriottismo, prese parte a sua volta all’Insurrezione di Gennaio (1863). Frequentò a Varsavia la facoltà di medicina nel 1857 e successivamente studiò filosofia e storia a Heidelberg. Compì un primo viaggio in Italia nell’inverno del 1864-65. Conseguita nel 1866 la laurea in filosofia all’Università tedesca, pubblicò nel 1868 la commedia in versi “Il rametto di eliotropio”. Nel 1869 uscì la sua prima raccolta di poesie. Tornò in Italia (1872-73), dove scrisse un dramma storico – “Cola Rienzi” e uno sociale – “L’Ebreo”. Nel 1872 sposò Zofia Kaczorowska che morì un anno dopo. Partecipò alla vita pubblica, dapprima come consigliere comunale (1883), poi come deputato alla dieta provinciale di Leopoli (1889). Già malato di tisi, nel 1897 a Napoli contrasse una forma di tifo e dopo lunghe sofferenze morì a Cracovia il 2 agosto dello stesso anno.

Adam Asnyk iniziò la sua creazione letteraria negli anni 1864-65. Nella letteratura polacca egli rappresenta un fenomeno a se stante. E’ difficile inquadrare le sue opere in un concreto momento letterario. Fu poeta della generazione che all’indomani della fallita Insurrezione di Gennaio voltò le spalle ai poeti del Romanticismo e cominciò a opporsi alla realtà presente in nome del futuro. La lirica “Inutili rimpianti” è come una lettera aperta ai romantici, una discussione su due opposte visioni del mondo: romantica e positivista, cioè su passato e futuro, tradizione e modernità. La sua creazione si può dividere in due periodi. Nel periodo legato alla città di Leopoli il poeta si rifà anzitutto al passato, al significato che la sconfitta del 1863 ebbe per chi considerava la libertà della nazione lo scopo della propria vita. La sua lirica, piena di amarezza, è espressione delle perplessità spirituali ed esistenziali acuite dalla tragedia nazionale.  Un capitolo a parte è costituito dalla poesia amorosa, in cui il poeta in una ricca gamma di sentimenti esprime tristezza, malinconia e i delicati fremiti del suo cuore. Le poesie del periodo cracoviano segnano una riconciliazione con il mondo, la ricerca di un’intesa con la contemporaneità, la conferma che i valori spirituali non periscono. In questo contesto ricordiamo le poesie dedicate ai monti Tatra, e tra esse in particolare “Il cembro”, in cui il poeta raggiunge una perfetta armonia tra la descrizione del paesaggio montano e le riflessioni sul mistero della vita. Il cembro cresce solitario, respinto dagli abeti nani che rapprentano l’umana mediocrità. Egli invece raffigura l’uomo che attraverso le sue aspirazioni e i suoi sogni viene nobilitato.

La creazione di Asnyk vede i lati oscuri della vita che non tutti possono scorgere. Riflette sulla volubilità dei sentimenti umani. Afferma che l’amore può facilente morire, che chi soffre può trovare conforto nella natura. “I monti e il mare – scrisse il 28 maggio in una lettera al padre – è l’unica medicina universale per i malanni, là respirando l’aria fresca e profumata, godendo la fresca e sublime natura, si possono dimenticare le sofferenze e le preoccupazioni…”

Pubblicò 4 raccolte di poesie e un ciclo di 30 sonetti, dove espresse il suo sistema filosofico, come tentativo di conciliare l’idealismo col realismo positivista, nonché numerosi drammi. Caratteristica principale della sua poesia è la perfezione formale dei versi e delle rime, la chiarezza e la precisione della parola e dell’immagine, e la trasparenza compositiva.

Secondo il critico Tedeusz Chrzanowski, “nessuno tra i poeti postromantici ha altrettanto diritto al nome di poeta europeo, quanto Adam Asnyk”.

 

Poesie di Adam Asnyk tradotte da Paolo Statuti

 

Nell’antiinferno

Un giorno mia moglie mi ha così irritato,

Che m’impiccai, successe in inverno.

L’anima volò subito all’inferno

E il corpo alla corda restò attaccato.

In un abisso scuro finì il suo volo,

Tremando come foglia di terrore,

E quando dello zolfo sentì l’odore,

Capì che era il regno del sottosuolo.

E non appena l’anima poverina

Sull’orlo di un burrone si ritrovò,

Il terribile Cerbero azzannò

Le falde della mia pellegrina.

Strappava con rabbia e forza alla cieca,

Cercavo di difendermi ad ogni costo.

Ma intanto la mia veste quel mostro

Aveva trasformato in tunica greca.

 

Quindi in questo classico abbigliamento

Io, nobiluomo del Podolano,

Camminavo, e dal mio vestimento

Pensavano che fossi un pagano,

Caronte mi mise una catena al collo

E al corpo di guardia mi portò diretto,

Là dove davanti all’ìnfero prefetto

Bisognava stendere il protocollo.

 

Nel tribunale Eaco era seduto,

Vicino a lui Minosse e Radamanto;

Mi guardavano di sbieco ogni tanto,

E poi mi chiesero: “Perché sei venuto?”

Visto che li fissavo con occhi assenti,

Non sapendo proprio che cosa dire,

Radamanto si alzò in preda all’ira

E urlò: “Perché? Mi senti o non mi senti?

Con quale diritto sei qui, con quale?

Che hai fatto per meritarti l’inferno?

Dei tuoi delitti è così lungo l’elenco

Da procurarti una fama criminale?

Hai forse come capo senza pietà

Sguinzagliato nel mondo le tue orde,

Oppure hai seminato incendi e morte,

Chiamando in aiuto le divinità?

O come novello titano del male

I cieli interi volevi violentare,

E la terra volevi trasformare

Distruggendo il fatalismo spirituale?

O della vendetta eri l’Oreste

Nel sangue delle tue care persone?

Di’, cosa ti ha dato la reputazione?

Il delitto? il tradimento? l’incesto?

 

Io risposi, nobile creatura atterrita:

“Mi prenda di diavoli una masnada,

Se ho mai impugnato una spada

In tutta la durata della mia vita!

Io sono benestante e onorato…

Miei cari signori qui risiedenti ,

Ma come possono le vostre menti

Pensare ch’io sia così scellerato?!

La mia vita è stata sempre esemplare.

Senza macchie davanti a Dio e alla gente,

Amico sempre fedele e diligente,

Ho evitato con cura di folleggiare;

Biasimavo la vita passionale,

I vani e futili sogni di progresso

In me non hanno mai avuto accesso,

Per le dottrine avevo un odio mortale.

Non provavo gusto per la poesia,

Non veneravo gli dei pagani,

Gli ideologi tenevo lontani,

E ugualmente l’eroica eresia.

Conducendo una vita incorrotta,

Avevo una sola grande ambizione:

Essere eletto nella mia regione,

Dov’ero amato per la mia condotta.

Ma per qualche diavoleria ho preso

Una sbornia per cause famigliari,

Che hanno reso i miei giorni amari,

E così a una trave mi sono appeso”.

 

Quando finii Minosse si alzò di botto

E disse: “Che fare con questo intruso,

Oscurantista e per giunta ottuso?

Per l’inferno è troppo sempliciotto!”

E dopo una breve consultazione

Tutti e tre fra i denti borbottando,

Minosse, Eaco e Radamanto

Svelarono la loro decisione:

“Torna sulla terra per il momento,

Occupati ancora del tuo mestiere,

Sarai eletto e potrai sedere

Perfino nell’austriaco parlamento;

E quando sarai già rappresentante,

Della libertà diverrai la coscienza,

Volendo mostrarci riconoscenza

La vodca liberalizza all’istante!

E la speranza non perdere giammai,

Lotta a viso aperto in ogni sessione:

Conquisterai più di una concessione…

Molte banche e nuove ferrovie avrai.

E se qualcuno la prenderà a male ,

Tu ridi! la questione pulita sarà,

Perché anche il paese approfitterà,

Se tu aumenterai il capitale.

Sii soltanto deciso e insolente

E dell’inferno non avere timore,

Ti garantiamo sul nostro onore,

Che l’inferno ti disprezza cordialmente”.

 

(12. XI. 1867)

 

Sonetto

 

Un solo cuore! così poco, così poco,

Vorrei su questa terra soltanto!

Vicino al mio fremente d’amore,

E sarei tranquillo, oh quanto!

 

Una sola bocca! da cui berrei

In eterno la felicità,

E due occhi, dove mi specchierei,

Vedendomi santo nella santità.

 

Un solo cuore e due palmi amorosi!

Per coprire i miei occhi ansiosi,

E dormire un angelo sognando,

 

Che mi porti sulle braccia in cielo;

Un solo cuore! così poco anelo,

Eppure vedo che troppo domando!

 

(1869)

 

Tra di noi niente c’è stato

 

Tra di noi niente c’è stato!

Nessuna confessione sincera,

Niente ci ha uniti l’un l’altro,

Tranne i falsi sogni di primavera;

 

Tranne gli aromi, i colori e le luci

Che nell’aria ci hanno estasiati,

Tranne i boschi fruscianti di canto

E quel fresco verde dei prati;

 

Tranne le cascate e i torrenti

Che bagnavano ogni vallata,

Tranne gli arcobaleni e le nubi,

Tranne la natura incantata;

 

Tranne le nostre limpide fonti,

Da cui il cuore beveva inebriato,

Tranne le primule e i convolvoli

Tra di noi niente c’è stato!

 

(5. IV. 1870)

 

L’uccellino sul ramo

 

L’uccellino posato sul ramo

Guarda la gente e si stupisce,

Che neanche il più saggio tra loro,

Dove si trovi la gioia non capisce.

 

Perché la cercano sempre intorno,

Là dove essa mai la vedi,

Il sudore bagna la loro fronte,

La spina lacera i loro piedi.

 

Sprecano il giorno della vita

Lamentandosi di sforzi e guai,

E là dove si trova – nel petto,

Ahimé, non la cercano mai.

 

Nell’odio e nelle contese

A vicenda si fanno soffrire,

Finché stanchi e intristiti

Nella tomba non vanno a dormire.

 

E allora, l’uccellino sul ramo

Sospira: io non mi raccapezzo,

Nel canto do loro il mio consiglio…

Ma loro ascoltano con disprezzo.

 

(1. VI. 1871)

Inutili rimpianti

 

Inutili rimpianti – vana fatica,

Non serve imprecare!

Nessun prodigio le vecchie forme

In vita potrà riportare.

 

Non vi renderà, andando a ritroso,

I vostri spettri nuovamente –

Non riuscirà né la spada né il fuoco

A fermare la corsa della mente.

 

Bisogna con i vivi andare avanti,

Una diversa vita s’è destata…

Gettate le foglie di lauro avvizzite

Di cui la vostra fronte s’è adornata.

 

 

Nulla potete contro i flutti della vita!

Il vostro lamento non vi aiuterà –

Rabbia impotente – rimpianto vano!

Per la sua strada il mondo avanzerà.

 

(1. IV. 1877)

 

Placati, o cuore!

 

Placati, o cuore! – le tue perdite

Più non piangere, rattristato;

Ma saluta il mondo che sorge

E il suo nascere rosato.

 

Benedici i nuovi giorni della vita,

Ciò che sorge e cresce com’era,

Le nuove speranze, i nuovi sogni,

La nuova giovinezza e la primavera.

 

Saluta le future generazioni,

I loro pensieri, mete e voglie,

Il fiore di nuovi sentimenti e virtù,

Cresciuto sulle nostre spoglie.

 

Saluta la spiga dei nuovi campi,

Le estasi dei nuovi amanti,

Le nuove sofferenze e nostalgie

E degli azzurri gli eterni incanti.

 

Saluta tutti i fedeli servitori

Che pagano il debito dell’umanità

Con il duro lavoro e la fatica,

Non pensando alla loro felicità.

 

E quelli che porteranno la luce

Nelle case, dove sono cupi e affamati,

Che lotteranno per scacciare

Lo spettro della miseria e dei reati.

 

Accogli tutti nella luce delle albe,

Che sembra mostrarsi a malincuore,

Nelle loro mani metti la tua fede,

La tua speranza e il tuo amore.

 

La felicità, per la quale tu oggi

Provi invano nostalgia e che attendi.

E tutti i sogni non ancora avverati,

Tutti i desideri – a loro estendi!

 

Vola oltre i limiti della tua strada,

Con la benedizione per il mondo,

Che agli errori, al pianto e alle lotte

Intreccia un sentimento profondo.

 

E un filo d’oro si svolgerà,

Anche se tu non ci sarai più…

E vivrai con una nuova vita

Nella forza della gioventù.

 

Dei tuoi sentimenti e sogni perduti ,

Dappertutto qualcosa troverai,

E con gli amanti tu di nuovo

La dolcezza di nuove ebbrezze berrai.

 

Sarai dove la fonte del pensiero

Scorre in un’eterna corrente…

Dove si decide lo scontro degli spiriti,

Nella schiera di chi lotta strenuamente.

 

Dove scorre la triste voce del lamento,

Là sarai, e sarai con chi odia la guerra,

E vuole migliorare la sorte umana,

E portare la felicità su questa terra.

 

Entrerai nelle case dei contadini

Per risvegliare il sentimento ignorato…

Dunque non piangere le tue perdite,

Consolati, o cuore rattristato!

 

(15. II. 1879)

 

Durante la tempesta

 

In basso – il vento porta nubi grevi,

Le spinge contro rocciosi dirupi;

La tempesta tuona nel bosco annerito

E scaglia fulmini nei burroni cupi…

E lassù, sulla più elevata cima

Splende il cielo sereno come prima.

 

Ah! lo stesso sulle strade della vita:

A volte la bufera infuria sulla testa,

Il vento ci spinge su un precipizio,

E il fulmine illumina l’oscurità funesta;

Ma più in alto – il cielo è più chiaro…

Ma volare oltre le nubi è necessario.

 

(17. XII. 1879)

 

Il cembro

 

Il cembro la sua conifera chioma

In alto, dalla sommità rocciosa,

Sporge sulla buia oscurità,

Dove scorre l’acqua tumultuosa.

 

Solitario sulla roccia si erge,

Quasi come ultimo figliolo…

E non si cura che le onde rigonfie

Sotto di lei hanno eroso il suolo.

 

Con lutto pieno di dignità,

Sul dirupo la chioma chinata,

Vede sul fondo sotto di sé

Dei bassi abeti la parata.

Quei nani che crescono facilmente,

Avanzando in serrata schiera,

Dalla sua dimora l’hanno spinta

Dove la neve regna perpetua.

 

Che i nuovi arrivati alteri

Striscino pure in folta ressa!

Lei si dondola sulle nuvole –

Ha il cielo libero sulla testa!

 

Mai si abbasserà fino a loro,

Né per la sua vita lotterà –

Sempre e solo più in alto

Sui cigli scoscesi si alzerà.

 

Con disprezzo guarda dalla roccia

Il trionfo degli abeti non cresciuti…

Sceglie solitaria d’essere squarciata

Dai fulmini dall’azzurro caduti.

 

(1880)

 

Non-favola

 

E’ caduto da un pioppo un germoglio

E scorre nella schiuma del torrente,

Su di lui un ragno ha steso la sua tela,

Dove una mosca è finita casualmente.

 

Invano dai fili elastici l’insetto

Cerca di liberarsi e invano li tira;

Poi quando si sporge semivivo,

Il ragno nelle braccia l’attira.

 

Lentamente lo soffoca e tormenta,

Prima di dare il colpo mortale,

E il ragno nuota verso il fondo,

Dove il torrente precipita come strale.

 

E poco dopo la sconfitta della mosca,

Quando essa più non si schermisce,

Nel vortice d’acqua il vincitore

Insieme alla sua vittima finisce.

 

(30. 12. 1888)

 

IV

 

Come gli uccelli, quando cominciano a migrare,

Senza sosta volano nel livido spazio,

E la linea dell’orizzonte visibile

Appena superata – muoiono senza scampo…

 

Così le generazioni nell’infinito oscuro

Scorrono come ininterrotte catene,

Non sapendo l’origine, né dove riposeranno…

Né dove si alzeranno, su quale paese.

 

Nelle nubi e tempeste o nella luce di un raggio,

Soggette alla lancetta d’istinti segreti,

Volano, studiando la stretta via dello spazio,

 

Che a loro segnano le schiere degli avi –

E quel fugace gioco di ombre e di luci,

Che nel breve cammino vedranno.

 

(1893)

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

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2 Risposte to “Adam Asnyk”

  1. giorgio linguaglossa settembre 10, 2017 a 7:22 am #

    Eccellente resa in italiano di un poeta sconosciuto qui da noi, nella piccola bigiotteria italiana, ricca di vetri colorati che fanno passare per smeraldi…

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