Walt Whitman: Ottimismo e Felicità

2 Set

William James

 

Walt Whitman

    

 

Nella mia biblioteca conservo un libro prezioso. Si tratta di una raccolta di 20 conferenze del filosofo e psicologo William James (1842-1910) che ha per titolo “La coscienza religiosa” (Fratelli Bocca Editori, Torino, 1904, con prefazione di Roberto Ardigò). Nella conferenza “La religione del perfetto equilibrio mentale”, là dove si parla di scrittori con un temperamento organicamente formato per la gioia, e che non può fermare la sua attenzione sugli aspetti più tristi della natura, William  James scrive: «In certi individui l’ottimismo può divenire addirittura semi-patologico. E’ come se non fossero capaci di provare una amarezza anche transitoria o un’umiltà momentanea, e ciò, per una specie di anestesia congenita. Il più splendido esempio contemporaneo di una simile inabilità a sentire il male è naturalmente quello di Walt Whitman:

“La sua occupazione favorita” – scrive lo psichiatra canadese R.M. Bucke, autore di un libro sul poeta – “era quella di andare girovagando o oziando all’aperto, solo, guardando l’erba, gli alberi, i fiori, gli effetti di luce, i vari aspetti del cielo, ascoltando gli uccelli, i grilli, le rane canterine, e i mille suoni della natura. Era evidente che tutte queste cose davano a lui un piacere ben maggiore di quello che esse diano agli uomini ordinari. Prima di conoscerlo non mi era mai capitato di vedere un uomo trarre un piacere, una felicità così assoluta da simili cose. Egli era innamorato dei fiori, tanto selvatici che di giardino, di qualunque specie fossero. Egli ammirava, credo, le siringhe e i girasoli quanto le rose. E forse nessun uomo al mondo ha amato tante cose ed è stato indifferente per un così scarso numero di esse quanto Walt Whitman. Tutti gli oggetti naturali possedevano, secondo lui, una grazia speciale. Tutte le viste, tutti i suoni gli aggradivano. Sembrava che amasse (e io credo che li amasse davvero) tutti gli uomini e tutte le donne e tutti i bambini che vedeva (sebbene non lo abbia sentito dire che ne prediligesse alcuno), ma ognuno che lo conoscesse sentiva di essere amato da lui, non meno che gli altri. Non l’ho mai sentito arrabbiarsi o discutere, né mai l’ho inteso parlar di denaro. Egli trovava sempre una giustificazione, talvolta scherzosa, talvolta seria, per quelli che parlavano duramente di lui e dei suoi scritti, e spesso mi parve che l’opposizione dei nemici gli facesse piacere. Quando lo conobbi la prima volta, pensavo che egli si sorvegliasse, non volendo dar seguito al risentimento, all’antipatia, al rimprovero. Non potevo capacitarmi che un individuo potesse essere assolutamente privo di certi stati d’animo. Ma dopo una lunga osservazione, compresi che una tale indifferenza o una tale incoscienza erano cose perfettamente reali. Non parlava mai con asprezza di alcuna nazionalità o di alcuna classe di persone, né di alcuna epoca della storia del mondo, né di alcun mestiere o di qualche occupazione commerciale, neppure di alcun animale, di alcun insetto, né di cose inanimate o leggi della natura, né di alcun effetto di queste, quali le malattie, le deformità, la morte. Non si lamentava mai, né brontolava, sia del tempo, sia dei dolori, delle malattie o d’altre cose. Non imprecava mai. Non l’avrebbe potuto, infatti, poiché mai parlava irritato. Mai mostrò di aver paura, né credo l’abbia sentita mai” (1).

 

Walt Whitman deve la sua importanza nella letteratura all’avere sistematicamente espulso dai suoi scritti ogni elemento contrattile. I soli sentimenti che egli si permetteva di esprimere erano di ordine espansivo; e li esprimeva in prima persona, non come lo potrebbe fare un qualsiasi individuo mostruosamente pieno di sé, ma in nome di tutti gli uomini, per modo che tutte le sue parole sono pervase da un’appassionata e mistica emozione ontologica, e finiscono per persuadere il lettore che uomini e donne, vita e morte, come ogni altra cosa, tutto è divinamente buono.

E’ avvenuto così che moltissime persone considerano oggi Walt Whitman come il restauratore dell’eterna religione naturale. Egli le ha pervase del suo amore per i compagni, della sua gioia che egli ed esse esistessero. Delle società si sono perfino formate per il suo culto, esiste un periodico per la sua propagazione, e in esso si vanno già disegnando le linee rispettive dell’ortodossia e dell’eterodossia; si scrivono da altri degli inni con quella sua particolare prosodia; e, perfino, lo si confronta esplicitamente col fondatore della religione cristiana, in modo non del tutto lusinghiero per quest’ultimo.

Si parla spesso del Whitman come di un “pagano”. Attualmente una simile parola significa l’uomo dalla natura prevalentemente animale, e privo del sentimento del peccato; un Greco o un Romano colla sua particolare coscienza religiosa. Ora né nel primo, né nel secondo di questi sensi quella parola riesce ad una definizione del nostro poeta. Egli è qualche cosa più del semplice uomo animale che non ha saggiato il frutto dell’albero della scienza del bene e del male. Egli ha pur sufficiente coscienza del peccato per avere una specie di tremito nella sua indifferenza a questo riguardo, una specie di conscio orgoglio per la sua mancanza di flessioni o di contrazioni, che nel vostro vero pagano, nel primo senso della parola, non si sarebbero manifestati.

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(1) R.M. Bucke, La coscienza cosmica.

 

Credo che potrei vivere  con gli animali, così placidi e dignitosi,

Mi fermo e li osservo per ore e ore;

Non si affannano mai, non si lagnano per la loro condizione.

Non vegliano al buio a piangere i loro peccati.

Non mi annoiano discutendo dei loro doveri verso Dio.

Nessuno è scontento, nessuno impazzisce per brama di possesso,

Nessuno s’inginocchia davanti a un altro, o a un suo simile,

vissuto migliaia di anni fa,

Nessuno è rispettabile o infelice sulla terra intera…

 

(da: Il canto di me stesso, 32. Versione di Paolo Statuti)

 

Nessun pagano autentico avrebbe potuto scrivere queste notissime linee. Ma d’altra parte Whitman è meno di un Greco o di un Romano; perché la coscienza di costoro, anche nei tempi omerici, era tutta piena dell’amara mortalità e fugacità di questo mondo, mentre Walt Whitman si rifiuta assolutamente di avere una simile coscienza. Quando, per esempio, Achille sta per massacrare Licaone, il piccolo figliolo di Priamo, e lo ascolta chiedere mercè, si ferma per dirgli:

 

Nessun da morte scamperà, nessuno

De’ Teucri, e meno del tuo padre i figli,

Muori dunque pur tu. Perché sì piangi?

Morì Patroclo, che miglior ben era.

E me, bello qual vedi e valoroso,

E di gran padre nato e di una Diva,

Me pur la morte ad ogni istante aspetta,

E di lancia o di strale un qualcheduno

Anche ad Achille rapirà la vita.

 

(Iliade, I, libro XXI, vv. 141-150, Trad. Monti)

 

E Achille selvaggiamente sgozza colla spada il povero ragazzo, lo lancia per un piede nello Scamandro e invita i pesci del fiume a divorare il bianco adipe di Licaone. Come in questo esempio la crudeltà e la simpatia sono entrambe sincere, ma non si mescolano e agiscono l’una sull’altra; così in generale Greci e Romani mantenevano tutta la loro gioia e la loro tristezza non mescolate ed intere. Buoni per istinto, essi non riconoscevano il peccato, e neppure erano posseduti dal desiderio di salvare il credito dell’universo, così da insistere come tanti di noi insistono, nell’asserire che ciò che ci appare direttamente come un male dev’essere un bene in formazione, o qualche cos’altro di altrettanto ingegnoso. Per gli antichi Greci invece il buono era buono e il cattivo proprio cattivo. Essi non negavano mai i mali della Natura, – il verso di Walt Whitman “Ciò che diciamo buono è perfetto, e ciò che chiamiamo cattivo è altrettanto perfetto”, sarebbe stato un puro non-senso per essi, – né inventarono mai, al fine di sfuggire a questi mali, un altro mondo, migliore, immaginario, nel quale, assieme ai mali, non troveremmo alcuna delle innocenti gioie dei sensi. Questa integrità delle reazioni istintive, questa libertà da ogni sofisticheria come da ogni costrizione morale, dava una certa tragica dignità all’antico sentimento pagano. Ora questa qualità gli sfoghi di Whitman non posseggono. L’ottimismo di lui è cosa troppo voluta e diffidente; il suo Vangelo ha un tantino della bravata e un leggero sapore di affettazione (1), ora questo ne diminuisce l’efficacia rispetto ad alcuni lettori, i quali pur non di meno hanno le migliori disposizioni  verso l’ottimismo, che in complesso sono inclini ad ammettere che per molti e importanti rispetti, Whitman appartiene di buon diritto alla schiera genuina dei profeti.

 

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(1) “Dio ha paura di me!” mi diceva un simile titano dell’ottimismo un bel mattino in cui si sentiva più vivace e cannibalistico del solito. La spavalderia della frase mostrava che tutta una educazione Cristiana d’umiltà faceva ancora sentire i suoi effetti sull’animo suo.

 

 

 

 

 

 

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