Paolo Statuti: Giovanni il fornaio

5 Dic

 fornaio

 

Giovanni il fornaio

 

     Giovanni era un fornaio molto in gamba. Nessuno sapeva fare il pane e i dolci come lui, e quindi tutto il paese era suo cliente fisso. Era solo, perché i parenti vivevano lontano e perché, nonostante le numerose buone occasioni di sposarsi, aveva preferito restare scapolo. Forse proprio a causa della sua solitudine, e di qualche altro motivo a noi sconosciuto, col trascorrere degli anni, benché fosse ancora forte e giovane, Giovanni si era fatto triste e taciturno. Gli abitanti del paese dicevano di lui:

– Giovanni è cambiato, non è più quello di una volta.

E così il tempo passava, il suo pane era sempre eccellente, ma quel lavoro ormai non lo attirava più. Spesso la sera si sedeva sotto un albero e guardava la luna. La guardava e a un tratto cominciava a sembrargli un cornetto. Osservava i ciottoli sul sentiero che conduceva a casa sua, e all’improvviso cominciava a vedere dei panini. Guardava le ruote dei carri che passavano sulla strada e immaginava che fossero dei ciambelloni. Insomma, dopo un periodo di semplice noia, ora era addirittura ossessionato dal suo lavoro, non riusciva più a vivere sereno. I soldi non lo interessavano, perché a quanto pareva non lo rendevano felice. Cosa poteva fare dunque?

Una mattina gli abitanti del luogo andarono alla bottega di Giovanni per comprare come al solito pane e ciambelle, ma con loro grande sorpresa trovarono chiuso e un biglietto sulla porta. Con una calligrafia incerta e traballante il biglietto diceva:

«Amici, non prendetevela a male, non potevo restare, il mio lavoro non mi piaceva più. Troverete di certo un altro fornaio altrettanto bravo. Sono partito senza salutarvi, ma lo faccio ora.

Perdonatemi. Addio

Vostro Giovanni»

 

Nessuno voleva credere ai propri occhi. Pensarono che fosse una decisione avventata e passeggera, e che Giovanni sarebbe tornato presto. Ma dopo qualche giorno di vana attesa, si misero l’anima in pace e cominciarono a cercare un nuovo fornaio. Venne messo un avviso sulla piazzetta del paese. Si presentarono in molti, giovani e meno giovani, esperti e meno esperti, e furono messi alla prova. Facevano del loro meglio, ma nessuno riusciva a fare il pane come Giovanni. A qualcuno veniva duro, a qualcun altro – colloso, a qualcun altro ancora – troppo asciutto. Erano già trascorse due settimane dalla partenza di Giovanni e nessuno aveva mangiato più un pezzo di pane. Erano tristi e sfiduciati. Sembrava un problema senza soluzione.

La mattina del quindicesimo giorno arrivò in paese un vecchio con una lunga barba bianca e una grossa cesta sulle spalle. Gridava con voce sorda e profonda:

Venite, venite, gustate

I miei panini prelibati!

Venite, venite, assaggiate!

E resterete incantati!

 

Tutti gli si avvicinarono incuriositi, speranzosi e, naturalmente, molto affamati. Il pane aveva un aspetto meraviglioso, e che profumo! In un attimo la cesta si svuotò e il vecchio allora sogghignando si accomiatò dai paesani, che non smettevano di  ringraziarlo e gli chiesero di portarne di più e di tornare tutti i giorni. Il vecchio disse soltanto:

– Verrò, non temete, ma domani anziché in soldi, mi pagherete in oro.

Tornati alle loro case, assaggiarono il pane e restarono davvero incantati, come prometteva la strofetta del vecchio. Oh, com’era buono, soffice e fragrante! «Neanche Giovanni – pensavano – sarebbe capace di farne uno migliore». La sera andarono a dormire non vedendo l’ora di mangiare di nuovo quel pane prodigioso.

All’alba corsero tutti sulla strada ad aspettare il vecchio. Egli non si fece attendere a lungo. Arrivò con la cesta ricolma e in un baleno vendette tutto il pane che aveva portato. Gli abitanti del paese erano inebetiti e affascinati e, come d’accordo, pagarono con anelli e monete d’oro. Il vecchio li ringraziò e sogghignando aggiunse:

– Tornerò domani, ma in cambio del pane dovrete darmi i vostri attrezzi da lavoro: aratri, zappe, rastrelli, ecc, ecc.

E così avvenne. Ma dopo un po’ di quell’andare e venire, il vecchio disse che si era stancato, e che quindi si sarebbe sistemato nella bottega di Giovanni.

Col passare dei giorni il vecchio diventava sempre più esigente, e il popolo, ormai completamente stregato, viveva solo per mangiare il suo pane e si era ridotto in miseria. Tutto gli aveva portato via quello stregone: soldi, oro, attrezzi, cavalli, buoi, pecore…Ancora qualche giorno e avrebbero dormito sull’erba, perché certamente il vecchio avrebbe preteso da loro anche le case. Ormai solo un miracolo poteva salvarli dalla completa rovina.

Giovanni, dopo aver abbandonato il paese, era andato al porto e si era imbarcato come marinaio. Per un po’ si era divertito, ma poi si era stancato anche di quel lavoro, e al primo scalo della nave era rimasto a terra. Allora si era messo a fare il muratore, ma dopo una settimana era stufo anche di quel lavoro. Provò altri due o tre mestieri, ma sembrava che nulla riuscisse a soddisfarlo. Finché un bel giorno, stanco di provare, ripensò alla sua bottega, al suo buon pane, alla farina bianca come la neve, alla brava gente del paese e cominciò a sentire nostalgia della sua terra.

Decise quindi di tornare. Si mise in cammino e finalmente una sera vide da lontano il suo paese. Continuò a camminare e, quando giunse in prossimità delle prime case, restò sorpreso e turbato dal silenzio che regnava e alla vista di tutte le finestre buie. «Possibile – si chiese – che non sia accesa neanche una lampada? Eppure non è tanto tardi!» Fatto ancora qualche passo, si guardò intorno e restò allibito: le strade e i prati erano pieni di gente addormentata, e com’erano magri! «Ma che diavolo sta succedendo qui?!» – si chiese Giovanni. Ma non svegliò nessuno e decise di lasciar passare la notte. La mattina dopo alla luce del sole avrebbe cercato di svelare il mistero. Si sdraiò sotto un albero e si addormentò.

All’alba si svegliò e non udì cantare neanche un gallo, non vide nessuno che andava a lavorare nei campi, non sentì i soliti colpi di martello del fabbro, tutto sembrava morto. Oh, com’era cambiato il suo paese! All’improvviso udì il cigolio di una porta che si apriva, e a quel rumore tutta la gente si svegliò, si alzò e si mise a correre come impazzita verso quella porta. Giovanni si voltò per vedere dove corressero in quel modo, e pieno di rabbia si accorse che si trattava della porta del suo forno.

– Chi è quel farabutto che se n’è impadronito?! Ah, ma ora ci penso io! – esclamò Giovanni e si lanciò dietro alla folla che si andava ammassando davanti alla sua bottega.

Tutti urlavano e imploravano, ma il vecchio dava il pane solo a quelli che possedevano ancora qualcosa, ed essi ormai erano pochi… Giovanni stette per un po’ a guardare la scena, poi digrignando i denti si fece largo tra la folla, e come una furia e con gli occhi di fuori piombò davanti al vecchio, il quale non si turbò minimamente. Guardò Giovanni dall’alto in basso e sorrise beffardo. In quel preciso istante la folla, come riacquistando improvvisamente la ragione, lo riconobbe e cominciò a gridare:

– Giovanni! Giovanni! Finalmente sei tornato! Salvaci tu da questa diavoleria e da questo stregone! Ci ha preso tutto quello che avevamo e ci ha ridotti in miseria!

Giovanni li ascoltò e si girò di nuovo verso il vecchio. Quello però non gli diede il tempo  di aprir bocca e gli chiese:

– Chi sei, giovanotto? Perché mi disturbi? Non vedi che sto lavorando per dar da mangiare a questa povera gente?

– Chi sono?!… Povera gente?! – urlò Giovanni. – Sono il proprietario di questa bottega e sei tu che li hai ridotti in questo stato! Ma ora ti faccio vedere io… – e stava per avventarsi sul vecchio, quando udì una voce cavernosa che proveniva dal fondo della bottega. Era la voce di un rospo, diventato da non molto l’aiutante del cattivo fornaio:

– Giovanni, non è bello battersi con una persona anziana, perché tu sei giovane e forte. Fate una gara per vedere chi di voi due fa il pane migliore. La sfida può aver luogo questa sera. Chi vincerà resterà nel paese e in questa bottega, e chi perderà morirà soffocato dallo stesso pane che avrà preparato.

– Va bene – esclamò Giovanni – io sono pronto. A stasera!

Giovanni però era preoccupato. Sarebbe riuscito a fare un pane migliore di quello del vecchio? Quando giunse la sera, si sistemarono a breve distanza l’uno dall’altro, e circondati dal popolo emozionato e affamato si misero al lavoro. Il rivale di Giovanni era tranquillo, sicuro di sé e ridacchiava, aiutato dal rospo che saltellava di qua e di là, portandogli farina, acqua, lievito, sale e alcune sostanze misteriose.

Giovanni invece era solo. Cominciò ad avere paura. Come poteva competere con quel vecchiaccio? A un tratto alzò gli occhi al cielo e vide la luna. Sembrava che gli sorridesse e lo incoraggiasse, dicendogli:

– Non temere, ti aiuterò io!

Giovanni guardava sempre la luna e, senza rendersene conto, versò la farina.

«Come la luna – si ripeteva – come la luna deve essere: una pagnotta bella come la luna… Cosa ci vuole ancora? Ah, sì! Ci vogliono alcune gocce di acqua di stelle» – pensò Giovanni, e subito una pioggerellina di limpida e lucente acqua stellare cadde sulla farina. «Ed ora cosa manca? Ah, già, il sale!» – Giovanni piangeva e le sue lacrime salate finirono nella farina. «E adesso? Cosa ci vuole adesso? Ma certo! Ci vuole il profumo del bosco!» – e Giovanni scorse vicino ai suoi piedi un’erba mai vista prima e assai profumata. La raccolse e la mise nella farina. «E adesso, cosa manca ancora? Ah, sì! Manca un vento caldo e leggero che faccia lievitare la pasta!» – e in quel preciso istante si levò un vento come lui lo desiderava.

Il suo pane era pronto. Anche il vecchio aveva terminato. Ora bisognava soltanto cuocerlo, dopo di che avrebbero saputo chi era il vincitore. Ormai tutti gli abitanti si erano  allontanati dal vecchio e si erano fatti intorno a Giovanni. Lo guardavano commossi e pieni di speranza. I loro cuori battevano forte, lo incoraggiavano:

– Forza, Giovanni, dai! Forza, Giovanni!

I due contendenti improvvisarono dei rudimentali forni di mattoni, quindi accesero il fuoco e misero a cuocere il pane. Mezz’ora dopo il pane del vecchio era già cotto: che incanto! Così dorato, e che profumo emanava! Ma anche il pane di Giovanni era cotto, e quando il vecchio lo vide, impallidì e cominciò a tremare di paura, imitato subito dal rospo.

Il pane di Giovanni era simile alla luna, con riflessi scintillanti che abbagliavano la vista. Il profumo che si diffondeva da esso avrebbe fatto risuscitare anche un morto. Il vecchio temé di aver perso, ma non voleva ancora crederci. Infuriato, prese il suo pane, ne staccò un grosso pezzo per assaggiarlo e, dimenticando la profezia del rospo, se lo mise in bocca e si soffocò. Il rospo, invece, scoppiò letteralmente dalla rabbia. Tutti, Giovanni compreso, erano raggianti di gioia, la luna sorrideva felice e dalla folla si levò un coro di voci:

– Viva Giovanni! Viva il nostro salvatore!

Da quel giorno Giovanni riprese ad amare il suo lavoro e non smise più di fare il fornaio. Aveva capito che era quello il suo mestiere – un mestiere tanto bello e così utile alla gente.

E infatti, cosa c’è di più bello e utile del pane?

 

 

(C) by Paolo Statuti

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3 Risposte to “Paolo Statuti: Giovanni il fornaio”

  1. Francesco dicembre 5, 2016 a 12:29 pm #

    Ah! che sollievo leggere le tue favole, si avverte la forza della semplicità che accarezza l’anima.
    Grazie Paolo per questo regalo
    Un caro saluto
    Francesco

    • Paolo Statuti dicembre 5, 2016 a 6:24 pm #

      Grazie Francesco per questi tuoi affettuosi commenti. Sto cercando di ristampare le mie favole e, visto che ti piacciono tanto, quando e se usciranno te ne manderò una copia. Un abbraccio. Paolo

  2. ANNA VENTURA dicembre 6, 2016 a 10:41 am #

    Complimenti per questa bella favola ,adatta alla dolcezza dell’Avvento. Ottima l’idea di riunire in volume le favole: tutti,non solo i bambini; ne abbiamo bisogno.

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