Jarosław Borszewicz (1956-2016)

8 Set

 

Jarosław Borszewicz

Jarosław Borszewicz

 

Scrive lo stesso Borszewicz:

“La prima volta sono nato nell’autunno del 1956. La seconda volta sono venuto al mondo a giugno del 1978, quando ho vinto il concorso per il miglior debutto dell’anno. La terza volta sono nato a giugno del 1980, quando ubriaco ho superato gli esami di ammissione alla Scuola Statale Superiore di Cinematografia e Teatro a Łódź, e poi – sobrio  e lucido – mi sono innamorato della più bella ragazza nella storia di questa scuola. La quarta volta sono nato lunedì 14 dicembre 1981 – il primo giorno lavorativo dello stato di guerra, quando la casa editrice di Łódź mi consegnò la prima copia del volumetto del mio debutto poetico Duetto strabico. Ancora ricordo come quel giorno mi sembravano piccoli e innocui di fronte ai miei versi i carri armati che mi passavano accanto. La quinta volta sono nato nel 1985, quando ho avuto l’inconfutabile prova che Dio non esiste. La sesta volta sono nato nel 1987, quando ho avuto l’inconfutabile prova che dio esiste. La settima volta sono nato nel 1998, quando ho venduto la mia cinquantesima sceneggiatura cinematografica e ho ricevuto il premio straordinario per la mia creazione cinematografica e letteraria, e mi sono permesso una vacanza di quindici anni dalla letteratura. L’ottava volta sono nato nel 2015, quando il mio romanzo del debutto (o più precisamente il mio romanzo poetico) Oscurità é riapparso in una veste, quale – per vari motivi – non poté indossare nel 1983.”

E’ difficile classificare questo romanzo: prosa letteraria, volume di poesia o anche romanzo dalla cupa trama…Ma forse non c’è bisogno di farlo, perché l’insolita forma letteraria di questo libro continua ancora oggi a far discutere sul senso dell’esistenza, e dopo tanti anni ha superato brillantemente la prova del tempo. Il lettore si lascia subito trasportare dall’intricato racconto, il cui vero protagonista è la morte. Il narratore lotta con la sua solitudine, con la mortalità sua e dei suoi, e cerca tuttavia di trovare la speranza nell’amore e nell’amicizia.

 

 

Poesie di Jarosław Borszewicz tradotte da Paolo Statuti

 

*  *  *

Meno male che se qui,

perché ieri di nuovo mi doleva il cuore,

e ancora non ho un’idea per la vita.

 

Devi aiutarmi,

perché da sedici giorni piove

e la vita pian piano mi si disfa.

 

Dovevo andare dal dentista,

ma mi si è appiccicata una poesia per te,

e non so a chi lasciarla in casa.

 

Meno male che sei qui,

perché ieri da “Fukier” (1)

di nuovo la morte ha chiesto di me al guardaroba.

 

Oggi ti ho telefonato,

ma la cornetta mi ha morso la mano

e la ferita non guarirà tanto presto.

 

Devi aiutarmi,

perché sono stanco come Dio,

che ha faticato una settimana –

e non ha creato il mondo…

 

  • Noto ristorante di Varsavia

 

 

 

 

*  *  *

solo accanto a te

posso stendermi su un letto di legno

e non pensare

– com’è simile a una bara

 

solo accanto a te

sono un ruscello

che non soffre di amnesia

 

solo accanto a te

il mondo non si disintegra

in ventitré parti

 

solo accanto a te

ci sono tali quarti d’ora

durante i quali non penso alla morte

 

solo accanto a te

muoio più lentamente

più sottovoce

– umanamente

 

*  *  *

mi addolorano gli amori

che non ho vissuto

 

mi spaventano le morti

cui non ho partecipato

 

ho paura dei mondi

in cui non dimoro

 

temo me stesso

che non conosco

 

*  *  *

sempre più spesso

mi servono

quattro pareti di una stanza vuota

 

sempre più spesso

le gambe mi portano

(con piacere)

sui marciapiedi deserti

di città superpopolate

 

sempre più spesso

quelli che non ho trovato

e quelli che non mi hanno trovato

non reclamano

 

sempre più spesso

nella casa vuota

trovo

me stesso

 

*  *  *

Dicono

che la paura ha gli occhi grandi.

E io dico

che la paura

non ha affatto gli occhi.

Perché se li avesse

io stesso

le caverei quegli occhi

con le mie mani.

Ma essa non li ha.

Non ha nessun occhio.

 

 

*  *  *

cerco un mondo

dove una rondine

fa primavera

dove una gatta

non fa la morta

dove quando ti vedono

salutano

cerco un mondo

dove homo homini

homo

 

*  *  *

Fra tutti i viaggi

in particolare amo

le lunghe gite

in me stesso

 

perché il diavolo sa

dove si va

e non si sa dov’è

l’ultima stazione

 

amo questi viaggi

perché

posso intraprenderli stando

in tram

al lavoro

sulla strada

 

amo questi viaggi

perché

tanti paesaggi sconosciuti

tanti luoghi ancora non scoperti

 

amo questi viaggi

che faccio senza biglietto

e da cui torno

con così tanti bagagli

 

*  *  *

Vorrei

capire l’uomo

che salta dal sedicesimo piano

e cadendo grida:

– La morte non esiste!

Vorrei

capire l’albero

che nel cuore dell’estate

si tarla.

Vorrei

capire l’assassino

che s’inginocchia accanto alla vittima

e piange.

Vorrei

capire Einstein

che sul letto di morte dice:

– Muoio

e non so cos’è il vento.

Vorrei

capire l’uomo

che sulla cima dell’Everest

dice:

Adesso

non so come scendere.

Vorrei

capire la goccia di rugiada

che dice:

– Ho paura della pioggia.

Vorrei

capire il re

che il giorno dell’incoronazione dice:

– Ecco, così

si perde la libertà.

Vorrei

capire il ragazzo

che si è tagliato le vene

sull’autoemoteca.

Vorrei

capire l’amico

che è morto due anni fa

e ancora non è tornato.

Vorrei

capire uno

che si guarda allo specchio e dice:

– Questo non sono io.

 

Colloquio con l’Assente

 

non andartene

tutt’al più prenderai il corpo

ma il Resto

in ogni caso

rimarrà con me

 

1

hai lasciato te stessa

o Assente

in ogni luogo dove non ci sei

ho anche troppo di te

 

2

credimi

o Assente

che

dovevo andarmene

dovevo andarmene

per

convincermi che eri

la più saggia

la più bella

la più necessaria

perdonami

ma se non me ne fossi andato

non lo avrei mai saputo

 

3

o Assente

chiamami ogni tanto

sono curioso di sapere

dove e con chi adesso

stai morendo

 

*  *  *

c’è in me

il portone dell’ospedale psichiatrico

che chiude dietro di sé

come il passato

 

e ci sono in me

le maniglie delle porte grigio chiare

la cui assenza

sogno ancora oggi

 

 

ci sono in me

le mani maldestre di un vecchio

che con le lunghe unghie

lacerava la nebbia inesistente

 

e ci sono in me

gli occhi della giovane dottoressa

nei quali vidi

la donna moribonda Alina Szapocznikow (2)

 

c’è in me

l’alba vista

attraverso la finestra coperta della mia stanza

quando non sono  certo

se ciò che brilla

non è per caso

il primo e ultimo

fulmine

 

c’è in me

il piccolo pianeta

che tra poco cadrà nelle braccia del cosmo

 

c’è in me questa poverina

piccolina

questa briciola

 

c’è in me –

la più fedele delle madri

 

c’è in me

quella che ha generato dio

e quella

che lo ha ucciso

 

c’è in me

la pozzanghera dove

nell’infanzia

mi si affondò l’intera flotta di navi di carta

che non risusciteranno mai più

 

c’è in me

una certa città

dove tutte le persone normali

già da tempo si sono suicidate

 

c’è in me

la lettera di Agnieszka

(nella busta chiusa con cura

un foglio di carta in bianco

con il graffio di un’unghia tagliente)

 

 

c’è in me

un libro

che ho paura di scrivere

perché guardandomi negli occhi

non mi salti alla gola

 

c’è in me

la morte

e c’è in me

la vita

 

tutto è in me

e niente è in me

 

(2) Scultrice polacca (1926-1973)

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: