Archivio | luglio, 2016

Jakub Zonszajn

10 Lug

 

 

Jakub Zonszajn

Jakub Zonszajn

 

 

Jakub Zonszajn, poeta, prosatore, saggista e drammaturgo polacco di origine ebrea, nacque a Łuków il 10 gennaio 1914 e morì a Varsavia il 7 febbraio 1972. Scrisse prevalentemente in lingua yiddish. Ricevette un’educazione tradizionale nella sua città, prima di trasferirsi con la famiglia a Varsavia nel 1930, dove frequentò la celebre Unione dei Letterati e Giornalisti Ebrei (1916-1939), situata in via Tłomackie 13.

Debuttò nel 1932 con un racconto pubblicato dalla rivista Unzer Ekspres. Durante la seconda guerra mondiale soggiornò nell’Unione Sovietica. Tornato in Polonia nel 1947 si stabilì a Wrocław, dove contribuì attivamente a ridare vita a ciò che restava della cultura ebraica in Polonia, assieme a un piccolo  gruppo di ebrei rimpatriati come lui. Nel 1950 tornò a Varsavia, dove fu segretario del mensile letterario Jidisze Szriftn (Scritti ebraici) e dove riscoprì la sua vena poetica: le raccolte Incroci , Parole e  melodia uscirono rispettivamente nel 1957 e 1959.

Le sue poesie sono state tradotte in polacco, tra gli altri, dai poeti Jerzy Ficowski e Arnold Słucki. Quest’ultimo nella sua introduzione alla  raccolta di poesie di Zonszajn, pubblicata nel 1963 dalla nota casa editrice Czytelnik, afferma che gli autori, come soprattutto Zonszajn, devono essere considerati poeti polacchi, malgrado abbiano  scritto in lingua yiddish. Il poeta Słucki nella stessa introduzione scrive inoltre: «Jakub Zonszajn è il poeta dei sentimenti umani più intimi e delicati. La sua è una lirica della luce, del sussurro, del silenzio realizzato alla perfezione. In questa lirica smorzata irrompono la tragicità e il pathos, e improvvisamente torna il silenzio. Con questo si spiega il frequente ricorso di Zonszajn alla miniatura poetica, sorprendente per la sua aforistica concisione. A ciò è legato il suo “minimalismo” poetico, colorito a volte di ironia e scetticismo, come ad esempio nella poesia L’ultima parola».

Nella poesia di Jakub Zonszajn, che ha le sue radici nel folclore e nella psicologia ebraica, l’elemento nazionale si abbina a meraviglia a un ampio orizzonte filosofico e alla comprensione di valori e verità universali. Sono felice di avere scoperto per puro caso questo poeta, e sono ancora più felice di proporlo ai lettori del mio blog. I suoi versi mi hanno particolarmente colpito, anche perché li sento molto vicini al mio modo di intendere e di sentire la poesia.

 

Poesie di Jakub Zonszajn tradotte da Paolo Statuti

 

Notte insonne

L’occhio arrossato

la mano bianca e debole –

già da tempo avrei dovuto assopirmi.

Ma il sonno

spaventato a morte

si è nascosto in qualche angolo

vilmente.

 

Perché una luce misteriosa

percorre la notte.

 

 

L’ultima parola

 

Non affaticarti le ore della notte

non riuscirai a contare

Ogni ora nel tormento è un’eternità

e la gioia – supera i confini del tempo

 

Più quieto dell’erba nel campo

lasciami tacere

 

Perché dovrei parlare? –

l’ultima parola

anche parlando non la dirò mai

 

Motivo autunnale

 

Non leggerà neanche un sapiente

nel grigio cielo d’autunno

ciò che scriveva il sole

coi colori dell’estate

 

Sediamo qui in due e in silenzio

nel vaso si estingue il fiore

Sul tavolo nudo

un triste verso

l’ultima traccia di giorni di sole

 

Le gocce battono alla finestra

la tortuosa scrittura della pioggia sul vetro

Sul tetto i colombi bagnati

come ratti

 

L’albero sotto la mia finestra

 

L’albero

sotto la mia finestra

di notte non dorme,

a lungo caparbio sussurra qualcosa.

 

Spesso

disperato

si spoglia delle foglie.

 

Ma l’alba

lo riveste di nuovo.

 

La nota

 

Il verso più doloroso

è quello non scritto

Non lo scriverò mai

 

La mia ombra mi si opporrebbe

l’orologio smetterebbe di battere

che custodiva fedele le mie ore

 

Soltanto te chiunque tu sia stata

non smetterò mai

di cullare nella memoria

 

Come nel tardo autunno

una mosca moribonda alla finestra

ronzo per te

ronzo

la più tenera nota

 

Chiunque

 

Chiunque, ovunque

io sia stato – Vi dirò:

 

Sole, nuvola

e nero cimitero,

giardino in fiore

ed eterno viaggio del fiume.

 

Chiunque, ovunque…

 

Amore non comune,

odio che arde alla fonte,

pagine di libri non letti del tutto –

principe

che si mutò in un mendicante…

 

Chiunque, ovunque –

ero io stesso.

 

Lo so,

vado – – –

 

 

* * *

 

Anni, anni miei,

cammelli multigobbe,

carichi di ansie,

come carovane

guazzano

nella mia memoria.

 

Soltanto il cuore

in un caldo bagno di sangue

corre in avanti –

 

Nella rossa nebbia serale

l’ultimo cammello è fermo

e grida.

 

A Izrael Sztern (1)

 

O Izrael, Izrael –

quante poesie hai scritto,

quante poesie hai taciuto.

 

O Izrael –

il tuo orfanello in qualche luogo muore,

fugge l’ultima volta:

il suo sorriso si spegne

nella valle profonda,

il suo pianto è cessato –

il tuo orfanello,

l’orfano, a te sopravvissuto.

 

Le tue stradine,

le tue case in esse

non recitano più le preghiere

al sole del mattino.

E al tramonto

non chiedono più

misericordia.

 

Sotto le ceneri

del vecchio cappotto senza bottoni

chiuso da una spilla di sicurezza

giace carbonizzato ammutito

il tuo cuore,

la tua ultima preghiera

e i versi

di Rainer Maria Rilke.

 

  • Izrael Sztern (1894-1942), poeta e saggista, nato a Ostrołęka da una famiglia molto povera, scrisse nella lingua yiddish. Morì probabilmente a Treblinka nel 1942 e con lui andò perduta la maggior parte dei suoi manoscritti.

 

Accoglimi, o grande giorno…

 

Accoglimi

o grande giorno

che verrai.

Sotto le tue ali

si contrae e si sgretola la terra

resa ancora vacillante da oscuri diletti.

 

Scoterai dal lungo sonno

la gente

gli alberi

gli uccelli.

Tremeranno di spavento

e grideranno.

Al fiume

chiuso tra rive troppo anguste

ordinerai di scorrere più veloce.

E i miei occhi costringerai a tenere aperti…

Allora

 

Proteggi con una corazza il mio cuore

dammi il coraggio

affinché non subito

ma a gocce

io ti doni

il mio sangue.

 

Caino

 

Il tuo ultimo grido

pende

su ogni mia strada

 

E così

di alba in alba

non celarsi, né fuggire chissà dove…

 

La notte non mi lascia prender sonno,

nel sangue attraverso il mio cuore

passa il carro mortale…

 

Il mio delitto ho affidato al mare,

ho ucciso il canto,

che finisca nell’oblio.

 

Ma sempre di nuovo m’inginocchia

la terra:

grida sotto i miei passi…

 

 

 

(C) by Paolo Statuti

Eliasz Rajzman (1909-1975) e Arnold Słucki (1920-1972)

7 Lug

 

Arnold Słucki

Arnold Słucki

Eliasz Rajzman

Eliasz Rajzman

 

   Diversi anni fa il mio amico poeta, prosatore, drammaturgo, traduttore e critico letterario Marian Grześczak (1934-2010), presente nel mio blog, dedicò questo suo articolo a due poeti ebrei: Eliasz Rajzman, che scrisse in lingua yiddish, e Arnold Słucki che scrisse in polacco. Lo propongo oggi nella mia traduzione ai lettori del mio blog, con alcune poesie degli stessi autori, anch’esse nella mia versione.

 

La patria esterna e la patria interna del poeta

 

      In una stradina dell’Europa centrale

ho udito il sole

e ciò accadeva nell’esilio da tutte le patrie, fedi, ideologie…

 

– così inizia la poesia Socrate di Arnold Słucki, scritta a Bad Gedesberg.

I poeti portano la patria in loro stessi, la prendono con loro nelle peregrinazioni temporali e spaziali, la proteggono gelosamente, si dolgono, piangono e ridono assieme ad essa. Se il poeta vede bianco, anche la parola biancore il più delle volte germoglia nei suoi versi, possiamo essere certi che i suoi occhi, i suoi occhi dell’infanzia, si sono nutriti del paesaggio coperto di neve. Se il poeta vede luminoso, anche il gioco di luci e ombre s’inserisce nei suoi versi, possiamo essere certi che egli ha tratto il sapore del mondo dal sole e dal calore. Ma accade anche il contrario. Alimentato da un paesaggio uniforme, nella monotonia di un piatto orizzonte, egli cercherà la dinamica; metterà nel verso una montagna, porrà un albero trasversalmente all’orizzonte, aggiungerà al mondo qualcosa che esso non ha. Ma resterà sempre in contatto diretto con la sua patria, in questo caso – con la sua patria esterna. Nell’ambiente più prossimo, già quasi a portata non della vista ma della mano – si trovano gli oggetti di uso quotidiano, gli  aspetti della vita corrente, l’intera materialità della realtà, che grazie al duro lavoro dei produttori e degli utenti si è trasformata in un valore più alto. Il poeta canta volentieri l’albero (sia esso una betulla, un tiglio o una quercia), ma meno volentieri il legno. Si sceglie piuttosto una sedia o un tavolo di legno, sceglie gli oggetti, per definirsi meglio attraverso essi.

La patria esterna del poeta è come una carta topografica della sua memoria e delle sua poesia. Con essa non si può sbagliare, ma non si può nemmeno uscire dai suoi confini senza rischio; ogni passo ulteriore può minacciare una sciagura. E tuttavia i poeti continuano a scrivere versi, versi differenti, che non ripetono le stesse vedute e gli stessi aspetti. E questi versi essi leggono, premiano, analizzano, apprezzano (oppure biasimano). Ciò è possibile solo in quanto esiste una seconda grande patria del poeta, la patria interna, protettrice dei pensieri, dei simboli, delle suggestioni, dei timori. Patria oscura e non riconoscibile. I poeti, si capisce, riescono a individuarla, ma non riescono – o non vogliono – parlare francamente di essa. Quale ninnananna li ha assopiti? Con quali immagini si è manifestata la paura delle tenebre? Di chi era la voce che sussurrava la preghiera in casa – del padre o della madre? Quali canti s’intonavano a Dio, e quali intorno al fuoco? Era più dolce l’odore delle erbe selvatiche o l’odore dei frutteti in fiore? Dove e quando cominciarono le prime iniziazioni, i primi slanci e le prime cadute? In quale luogo e in quale momento è avvenuto il passaggio dal chiaro mondo esterno all’oscuro mondo della patria interna? All’ordinato o simulato assetto, al mondo della cultura? E poi come si è mescolato tutto questo?

Davanti a simili domande i poeti fuggono furtivi, imbattendosi in un episodio del tempo della scuola o dell’università, recitando i nomi dei propri insegnanti e istruttori. Un aneddoto e un elenco di letture non spiegano nulla in poesia. Su questo sfondo abbozzato in modo approssimativo, desidero occuparmi di due poeti dei quali si può dire, generalmente parlando, che sono stati formati da identiche o assai simili patrie esterne ed interne, e ancora di più – da simili  destini della vita. I risultati poetici di queste somiglianze sono tuttavia sorprendentemente diversi. Mi sia consentito di presentare brevemente questi poeti.

Eliasz Rajzman nacque a Ratno, vicino Kowel, da una povera famiglia ebrea. Sin dagli anni della prima giovinezza lavorò per guadagnarsi la vita (commercio, artigianato), e si istruì come autodidatta. Durante la guerra soggiornò in Unione Sovietica. Negli anni 1941-1943 prestò servizio nell’Armata Rossa. Dopo il ritorno in Polonia, nel 1945, si stabilì nella parte occidentale del paese, dove lavorò in una cooperativa di produzione come lavoratore dei campi. Nel 1950 si trasferì a Stettino, ove fino alla morte lavorò come artigiano. Morì nel 1975.

Pubblicò il primo libro di versi – I campi verdeggiano nel 1950. Successivamente uscirono le raccolte: Ho piantato un albero (1954), Solo con me stesso (1957), Ho sognato il sole (1961), Il linguaggio dei tuoi occhi  (1967). Scrisse nella lingua yiddish. Sono apparse tre raccolte di traduzioni di sue poesie in lingua polacca: Albero autunnale (1966), Il colombo bruciato (1967), La preghiera del lupo (1979).

Arnold Słucki nacque nel 1920 a Tyszowiec, nella Polonia orientale. Nel 1934 si trasferì a Varsavia, dove terminò i suoi studi. Frequentò a quel tempo l’ambiente radicale, filocomunista dei giovani. Durante la guerra soggiornò in Unione Sovietica. Dal 1942 prestò servizio nell’Armata Rossa. Un anno dopo entrò nell’Esercito Polacco. Dopo la fine della guerra si stabilì a Varsavia, dove lavorò come redattore e giornalista. Dopo i fatti del marzo 1968 emigrò in Israele. Morì a Berlino Ovest nel novembre del 1972.

Il suo primo libro di versi – La terra risplende uscì nel 1950. Negli anni seguenti pubblicò altre raccolte poetiche, di cui le più importanti sono: Campane sulla Vistola (1958), La valle delle stranezze (1964), Egloghe e Salmodie (1966). Vanno menzionate inoltre alcune edizioni di Opere scelte, tra le quali la più interessante – Poesie scelte (1982), include anche i versi dell’emigrazione. Scrisse in polacco.

La gamma della voce poetica di Rajzman si potrebbe dire consapevolmente limitata. Tono semplice e raccolto. Espressione repressa. No, questa poesia non vuole descrivere. Essa vuole pensare. In essa il mondo visibile è suddiviso in alto e basso. Forse le immagini di questo spazio chiuso possono essere a tal punto irripetibili, che vale la pena di cercarle e studiarle? Rajzman risponde: no. L’alto è semplicemente il cielo con tutti i suoi attrezzi poetici: stelle, aurore, crepuscoli, mattini, i baldacchini delle nuvole e via dicendo. Il basso è semplicemente la terra, i sassi, la polvere, i fiori, la cenere, il fuoco, la strada e via dicendo. Non molto della patria esterna. Ma anche con quello che c’è il poeta potrebbe comporre più di un bel quadro poetico. Non vuole, perché è un lavoro troppo facile e come in contrasto con l’atteggiamento spontaneo verso l’intimità. Eppure nella sua patria interna Rajzman non cerca sostegno. Del mondo della cultura ebraica in questi versi non c’è quasi nulla. Alcuni nomi, alcune allusioni, citazioni. Poco. Molto poco. Appare chiaro che l’artista rinuncia con ostinazione e consapevolezza all’attrazione del lettore. Riduce la poesia creativa ad una materia autorisonante – se così possiamo esprimerci. Respinge tutto ciò che potrebbe impedire alla poesia di essere se stessa. Che cos’è in tal caso il “poetico essere se stesso”? E’ il più diretto colloquio dell’individuo tormentato con la memoria concreta, con l’orrore di questa memoria che non si lascia denominare né descrivere. Il poeta di fronte al suo destino assume un contegno pudico, come se temesse che un eccesso di sofferenza potrebbe diminuirla. Coerentemente quindi   r e s p i n g e  tutto. In una poesia constata addirittura: ”siamo giunti sulla…terra appesa al vuoto”. In un’altra scrive:

 

In quale posto della terra

devo posare la lapide per te

popolo mio?

Dove comincia,

dove finisce

la tua valle di pianto?

 

Il poeta non sa, di conseguenza egli stesso non intende trasformare i suoi versi in lapidi.

 

Ho visto una tale scintilla

Il mio sguardo è arso

sui sacri candelieri del sabato

e il mare non poteva spegnerla

 

– dice in un’altra poesia, come se una scultura nell’aria e la composizione di uno stato d’animo diventassero la sua più alta vocazione. Non è forse questo una conseguenza “dell’atteggiamento di rifiuto”? Rinunciare al sovrabbondante del mondo, agli attrezzi creatori di poesia, rinunciare perfino alla ebraicità. Lasciare soltanto il verso nudo, il verso-vento, il verso-cenere, il verso scintilla della memoria. Occorre avere un’incredibile coscienza poetica per trovarsi semiscalzi e a mani nude davanti a una così grande montagna qual è il destino dell’Ebreo, e tuttavia scalarla.

Arnold Słucki scelse un diverso atteggiamento, una posizione di  a s s o r b i m e n t o.  Egli sfrutta senza limitazioni l’attrezzeria della patria esterna, volentieri spolvera gli oggetti dell’ambiente circostante (un violino, un bilancino, una secchia), illustra paesaggi e vedute, canti e usanze. Baldanzosamente si aggira tra i valori della cultura ebraica e antica. In moltissimi versi troviamo i segni e i simboli della patria interna del poeta: la Valle di Josafat, i Canti della Sulamita, David, Hebron, Adamo, Eva, le Dodici Tavole, la cabala, l’arca. Il bel poemetto “Chagalliana” è come una replica poetica dei quadri di Marc Chagall. Tutto è chiaro: qui regna la sovrabbondanza. Ecco un esempio:

 

Ci sono ancora

le erbe di chitea, le erbe di Kanaan,

le erbe del libro di Gilgamesh,

le erbe di Sodoma e Gomorra,

che non tutti digeriscono

ma io le digerisco.

 

Słucki ama complicare e moltiplicare la materia dei suoi versi anche con l’impiego dei più svariati artifizi stilistici. Volentieri, ad esempio, sfrutta la stilizzazione in canzone, espone il significato di un quadro; vale la pena di citare alcuni esempi molto visivi:

 

  • Sul verde pagliericcio

le mani sotto la testa

dorme il fiume

  • Le belle nuvole-cavalli dai collari scarlatti

scavano la fossa al sole

  • Guarda,

come scorre il borgo

con le lacrime sul collo

 

 

E a questa opulenza si aggiungono continuamente nuovi elementi; a volte sono tecnicismi (elicottero, radar, DNA), a volte sentimentalismi, a volte autodefinizioni, di cui il poeta ha incrostato molti versi. Essi forniscono una traccia, per cui è bene ricordarne alcuni:

 

  • Io non sono Goethe – – –

Sono un vecchio Ebreo

nella polonizzata poetica miseria

  • Da dove vengono questi paesaggi? –

Dal Salterio

escono

e chiedono asilo

nella mia attonita lingua polacca

  • Chi sono qui per loro?

Nessuno.

Un poeta senza generazione,

un fulmine fuggiasco

senza indirizzo.

 

Qual è dunque la traccia? E’ una traccia outsider, che vuole risultare visibile non attraverso l’indigenza, ma attraverso l’opulenza. Attraverso la sovrabbondanza. Si è perso in essa ed è come se avesse rimpiccolito il dramma dell’uomo. Suona ironico, ma è la verità. Forse non esistono limiti di forma nel legame con il contenuto? Forse con un vestito troppo elegante si può – per maggiore contrasto e per la forza dell’espressione – coprire anche un corpo malato? La patria interna in tali casi concede asilo ai poeti.

Il mondo di Rajzman riduce e respinge. Il mondo di Słucki moltiplica e assorbe. Eppure con la sua sovrabbondanza egli è un poeta assai significativo per la poesia e molto importante per la poesia polacca.

Ripetiamo la domanda: come è possibile che condizioni esterne ed interne somiglianti abbiano formato due personalità così diverse, due estetiche così diametralmente differenti? Come è possibile?

La chiave probabilmente risiede nella lingua. Słucki scriveva in polacco e nella barriera di questa lingua doveva vedere un ostacolo alla trasmissione dell’immaginazione ebraica. Ritenne probabilmente che bastasse servirsi dell’attrezzistica ambientale e culturale. Il linguaggio poetico non si può tuttavia sormontare con gli attrezzi. Neanche la lingua polacca, sempre pronta all’esagerazione poetica, sempre tendente al pensiero e all’etica attraverso l’estetizzazione. E’ un po’ una via circolare verso la destinazione. Ma nell’Europa centrale ci sono vie più difficili. E non sempre in esse si trovano tracce lasciate da poeti come Eliasz Rajzman e Arnold Słucki. Per questo li ricordo.

                                                                              Marian Grześczak

 

Poesie di Eliasz Rajzman tradotte da Paolo Statuti

 

La stella

 

Una stella mi è caduta sulla mano,

il mondo ha parlato nella lingua stellare –

attraverso il verde e lacrime azzurre.

 

I pipistrelli raschiano il silenzio,

tirano la notte scura per i capelli,

i solai eseguono un canto funebre.

 

I neri branchi della notte strisciano,

si stringono stretti tra loro –

come attenuare l’intima oscurità?

 

Il cosmo si è spalancato,

il vuoto visita i suoi poderi,

dove si fermerà qui il mio pensiero?

 

Dove cercare il settimo cielo

qui, nel cuore della notte? –

Senza il cielo la Terra gira!…

 

(dalla traduzione polacca di Arnold Słucki)

 

Il poeta alato

 

Insegnami a cantare a modo tuo,

da’ spirito alla prima strofa,

il resto finirò di dirlo io,

l’alato poeta.

 

Hai una casa e un albero pieni di canto,

il suo succo alimenta il tuo ritmo

e il canto là sempre si anniderà,

o alato poeta.

 

Ma io sono andato troppo oltre

per poter udire i tuoi spensierati toni

e in me la tristezza, non il cinguettio,

poeta alato.

 

Insegnami a eseguire a modo tuo

il canto che si cela nelle chiome degli alberi;

verso il mondo volerà – un mondo più grande

dei miei sussurri in piatti slanci –

di alato poeta.

(dalla traduzione polacca di Piotr Michałowski)

 

Non sono

 

Non sono questo che non sono,

né quello

che voglio mettere in me.

 

Non cercare ciò

che io stesso non trovo

in me.

 

Sono un punto interrogativo

sulle strade della mia esistenza.

La grigia assurdità del mio

durare.

 

Il giorno e i suoi fardelli

allontano da me.

Ma io non mi rammarico del suo

calare.

Non io sono curioso

della nuova aurora.

 

Sotto i miei piedi c’è la terra.

Non un prato del paradiso.

Sono un domestico intruso

nel tuo sguardo,

che si posa su di me ogni notte

da un altro pianeta.

E forse?…

 

Mi sembra spesso

di essere ugualmente

diviso.

In società con qualcuno.

Perché è possibile

tutta la vita lottare

soltanto con me stesso?

 

(dalla traduzione polacca di Katarzyna Suchodolska)

 

Il colombo bruciato

 

Il colombo di carta

che un giorno mi volò via di mano,

volteggia oggi su di me

battendo le ali

e muto.

In gola

il tempo avvoltoio

soffoca la voce del colombo.

 

Il colombo di carta

dei miei teneri anni

mi pone sulla testa

una corona di spine.

 

(dalla traduzione polacca di Arnold Słucki)

 

L’astrologo

 

L’astrologo

al cielo

volge lo sguardo,

già vede

il giorno eterno

e

il sole

scorge

senza ombra.

 

Il sole –

esso sempre su di me,

sotto di me,

esso è in ogni

riflesso.

E che importa

se la luce lo

filtra

attraverso le dita del tempo?

 

Un virgulto del paradiso

germoglia

nel campo dei miei pensieri.

Chissà se i messi

di qualche nume

per esso non siano già giunti con l’ascia?

 

L’immagine del sogno

a lungo resterà limpida,

finché gli autunni non renderanno torbidi

i suoi occhi irreali.

 

L’astrologo

solleva la testa,

vede:

il sole muore

e un vecchio viandante

con la lanterna,

andando di grotta

in grotta,

cerca le ali infrante

che il tempo

ha spezzato nell’estro.

 

(dalla traduzione polacca di Arnold Słucki)

 

 

Poesie di Arnold Słucki tradotte da Paolo Statuti

 

Studio del parco

 

Guarda,

come a luglio,

nell’afa,

appaiono i parchi.

(Si potrebbero considerare

come onde)

Gli alberi, come mostri intrecciati scorrono

attraverso paludi di luci

e sollevate le teste dei fisici, corrugando

i turgidi colli dei tronchi,

la formula del mondo in futili fenomeni traducono.

 

La neve

 

Nevicava, tutto

coperto. Così bianco

qui;

in me sono entrate a scaldarsi le zolle

randagie,

i ruscelli, come popoli

davanti a un tribunale

mormoravano.

Chiedevo

quante lingue morte

conoscono questo mormorio.

 

Gli elementi

 

Compromesso con la pioggia,

compromesso con la neve,

compromesso con l’angelicità di nubi sospette,

con terre fumanti immobili,

sempre lungo la sponda, lungo la sponda,

compromesso nella disputa sul metodo.

Tutto questo ci salverà dal fermento degli elementi?

O Terra!

O Fuoco!

O Acqua!

 

*  *  *

 

Una luce nuova,

che mi

punisce,

premia,

qui

su di me

isterilendo

s’è posata,

come lacrima

su consunte

vetrate.

 

St. Blasien, 17 settembre 1971

 

A mia moglie

 

Contami tra i fiori,

contami tra i sospiri,

sii per me l’amata, sii per me sorella,

e quando me ne andrò –

sii madre per il mio povero nome.

Spiega alla gente, che anche se a volte

il mio canto era complicato,

l’amore in esso era semplice –

e il cuore era in esso,

cara…

 

 

 

(C) by Paolo Statuti