Versioni di due poesie di F.I. Tjutcev a confronto

23 Mar
Fjodor I. Tjutcev

Fjodor I. Tjutcev

 

 

Come traduttore di poesia di età avanzata e di memoria ormai capricciosa, ho tradotto, non volendo, due volte due poesie del grande poeta russo F.I. Tjutčev. Le pubblico qui entrambe, come esempio di duplice versione di una poesia da parte dello stesso traduttore (cosa credo piuttosto insolita), offrendo così ai lettori una possibilità di scelta.

 

 

Fjodor Ivanovič Tjutčev (1803-1873)

 

Silentium!

Taci, cèlati e nascondi

I tuoi sentimenti più profondi,

Che nel fondo del tuo cuore

Brillano e fuggono alle prime ore,

Silenti, come stellari faci –

Sappi ammirarli e taci.

 

Come il tuo animo si mostrerà?

Come ad un altro si svelerà?

Di che tu vivi saprà capire?

Pensiero espresso è già mentire.

Sappi le fonti pure mantenere,

Sappi nutrirti di esse e tacere.

 

Sappi vivere solo in te stesso!

In te c’è un intero universo

Di pensieri magici e arcani

Che il rumore esterno rende vani,

Che la luce del giorno non fa vedere –

Sappi ascoltarne il canto e tacere!..

 

Silentium!

Taci e nascondi se puoi

I sentimenti e i sogni tuoi!

Che dal fondo del tuo cuore

Essi spuntino con splendore,

Come di notte le stelle:

Taci e ammirali come perle.

 

Come a un cuore ti puoi scoprire?

Come un altro ti può capire?

Capirà come vivi davvero?

Il pensiero detto non è più vero.

Scavando offuschi le fonti:

Cibati e il pensiero nascondi!

 

In te stesso vivi da solo!

Nell’animo hai tutto un mondo

Di occulti e incantati pensieri;

Li soffoca il chiasso esteriore,

La luce del giorno li acceca:

Ascolta il loro canto e taci.

1830

 

Sera autunnale

C’è nella luce delle sere autunnali

Un amorevole, misterioso addio…

Un sinistro bagliore, degli alberi le tinte.

Delle foglie porporine il lieve fruscio;

L’azzurro velato e silenzioso

Sulla terra orfana tristemente,

E, come presagio di vicine tempeste,

A volte un vento freddo e veemente;

Languore, spossatezza, e su tutto

Quel dolce sorriso dell’appassimento,

Che in un essere ragionevole si chiama

Il nobile pudore del patimento.

 

Sera d’autunno

Nel chiarore delle sere autunnali

C’è un dolce misterioso incanto:

Il tetro brillìo degli alberi screziati,

Il mesto fruscìo delle foglie amaranto.

L’azzurro offuscato e silenzioso,

Sulla terra che orfana diventa,

E, come presagio di vicine bufere,

A volte un freddo impetuoso vento.

Stanchezza, sfinimento – e su tutto

Il mite sorriso dell’appassire,

Che in un essere ragionevole si chiama

Il nobile pudore del soffrire.

1830

(Versioni di Paolo Statuti)

 

 

 

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