Jan Śpiewak

24 Feb

 

 

  jan spiewak

 

Jan Śpiewak (1908-1967), poeta, saggista, critico letterario e traduttore, marito della poetessa Anna Kamieńska (v. nel mio blog) e padre del sociologo Paweł Śpiewak. Nacque nel villaggio ucraino di Hola Prystań da una famiglia ebrea. Di questo suo luogo di nascita scrisse nel necrologio Jarosław Iwaszkiewicz: “Nacque in Ucraina, nella terra steppica che si estende tra il Dniepr e la steppa. Essi ebbero entrambi un notevole ruolo nella sua poesia”.

L’infanzia, trascorsa a Cherson, fu segnata dalla fame. I genitori ebrei vennero fucilati e ciò costituì la perenne ossessione della sua memoria e della sua creazione. Studiò filologia polacca a Lwów e a Varsavia. Fu legato al gruppo di poeti di sinistra, che stampavano i loro versi sulle riviste socialiste Segnali e Binario sinistro. Durante la seconda guerra mondiale visse in Unione Sovietica.

Tornò a Varsavia nel 1950. Fu membro della redazione del mensile letterario Tempi moderni. Pubblicò 9 raccolte poetiche (la prima – Poesie della steppa è del 1938) e traduzioni dal russo e dal bulgaro. Con la moglie Anna Kamieńska tradusse i drammi di Gorkij, mentre in collaborazione con Seweryn Pollak pubblicò nel 1955 il patrimonio letterario di Józef Czechowicz. E’ anche autore di antologie, schizzi letterari, saggi, ricordi di altri poeti (ad es. Gałczyński, Piętak, Ginczanka). Nel 1966 ricevette l’Ordine dei santi Cirillo e Metodio di prima classe, per le traduzioni dal bulgaro raccolte nell’antologia O bosco, bosco verde. Le sue poesie sono inserite in numerose antologie di poesia polacca, pubblicate nella lingue straniere.

Morì a Varsavia. Dal 1968 a Świdwin ogni anno si svolge il concorso poetico nazionale di poesia intitolato a Jan Śpiewak e Anna Kamieńska.

La poesia di Jan Śpiewak, di cui scrissero con grande entusiasmo illustri critici, è decisamente originale. Dopo la guerra egli si rifece a due tradizioni: il colorito e fiero linguaggio degli abitanti delle campagne e la poesia russa d’avanguardia, soprattutto quella del geniale poeta Velemir Chlebnikov, di cui fu appassionato propagatore e brillante traduttore.

Il poeta e critico letterario Michał Sprusiński conclude così la sua prefazione alla raccolta di poesie, scelte dalla stessa moglie del poeta Anna Kamieńska, e pubblicate nel 1972 (Ed. PIW, Varsavia): “La lirica di Jan Śpiewak è una lirica di contrasti in lotta tra loro, di antinomie inconciliabili, di antitesi con la natura della parola e di duello con la natura della memoria. E’ una spedizione verso isole illusorie, un perdurare tra le aggressioni degli elementi vittoriosi nel procurare dolore e vinti con l’immaginazione, la cui ultima meta è una solitaria isola della salvezza – la terra della predestinazione umana: verità espressa nell’ultima poesia di questa raccolta Salmo dello sconforto, scritto da un poeta che fondatamente sperava”:

 

Dove quando chi

Intorno intorno

Niente niente niente

Da solo in alto

Da solo in basso

Una stella in mano

Proiettile

Una stella negli occhi

Fiamma

Non ci sono occhi

Non ci sono

Teeer-rraaa!

 

 

Come di consueto pubblico qui alcune poesie di Jan Śpiewak nella mia versione.

 

 

Poesie di Jan Śpiewak tradotte da Paolo Statuti

 

 

Nella mia tasca

 

Nella mia tasca – un cerbiatto e una stella.

Nella mia tasca – colibrì, una gazzella.

 

Nei miei capelli – fulmini e nevi.

Nei miei capelli – il cielo sorridente.

 

Nelle mie mani – una carrozza, bisonti.

Nelle mie mani – pifferi e un violino.

La stella e il cerbiatto, i bisonti, i colibrì,

Le nevi, le tormente, la carrozza, i meli.

 

Ecco le mie meraviglie, ecco i miei tesori,

Che il vento spazzerà via.

 

 

* * *

 

Durante un acquazzone ho fissato una goccia.

A lungo ho seguito il suo volo.

Le auguravo:

Di cadere lentamente. Senza fretta. Molto lentamente.

Di assorbire in sé il colore dei lampi, il sapore del vento,

il fruscio della luce, il respiro di ogni verde.

Di essere simile a un uccello e a un orso,

a un girino e a una farfalla, all’oceano e a un torrente.

Di scurire come una nuvola,

di farsi miele, betulla,

di sorridere di sale, di assenzio.

Di essere leggera e inerte,

sonora e muta.

D’indossare tutti gli abiti.

Una goccia.

La piccola goccia di uno scrosciante acquazzone.

 

 

* * *

 

Ecco i miei giardini, ecco i miei frutteti.

Qui vengono gli uccelli e diversi animali.

In un giardino ho la mia grotta, nascosta con cura,

vi custodisco i miei sogni più attraenti,

i sorrisi sinceri degli amici – ce ne sono pochi.

Vi custodisco frantumi di parole da tempo dimenticate,

singole note di svariate canzoni

e il fruscio della steppa, per ricordarlo sempre.

Deformi e contorti faggi, argentei abeti,

un timido melo, un salice e un frassino,

e altri alberi di cui non conosco il nome.

Dicono che la bontà non sia così buffa

come ci sembra, spacie quando gli uccelli

portano nei becchi le loro piume più belle.

I fiori qui convivono con l’erbaccia.

Nel mio giardino vengono anche i filosofi,

fanno sonore tirate dicendo che il passato

è sempre stato più saggio, essi amano i libri,

per loro tutti i fiori fioriscono allo stesso modo.

Nel mio giardino vengono le nuvole, a volte

un ramo ricorda un frammento dell’Odissea, è buffo

quando gli alberi ricordano canti dimenticati.

Accade che una singola foglia ricordi Urszula (1),

la figlia morta, alla quale il padre piangendo

eresse un perenne mausoleo di semplici parole.

Una volta nel giardino ho costruito un rifugio,

dove ho messo l’elmo e lo scudo di un cavaliere tracio

che vedevo a Plowdiw, un sassolino colorato,

la fionda da bambino e il fischietto ricavato da un nocciolo.

Il mio giardino non ha un nome e nemmeno uno spazio reale.

Ultimamente ho dimenticato la strada per il mio giardino.

 

(1) Urszula Kochanowska (v. nel mio blog)

 

 

* * *

 

Mia madre che vive in una nuvola,

Ogni giorno mi dice:

Ti ho dato gli occhi – per poter distinguere.

Ti ho dato le dita – per poter cercare.

Ti ho dato un cuore – per poter credere.

Ti ho dato una moglie – per poter esistere.

 

E mette ogni giorno a mia moglie un abito di frutti.

E mette a mia moglie ogni giorno un abito di rami.

E mette ogni giorno a mia moglie un abito di vento.

Un abito di sorriso, un abito di affetto innominato.

 

 

Dice mia madre che vive in una nuvola:

Ecco il frutto, ecco il ramo, ecco il vento.

Ecco la foglia che nelle mie mani cresce,

Perché l’ombra rimanga dopo di te

Nei capelli vibranti di tuo figlio.

 

E mette ogni giorno a mio figlio un abito del mio sangue,

Un abito di affetto di mia moglie nei nidi degli occhi,

E mette a mio figlio ogni giorno un abito di saggezza,

Un abito di riflessione, un abito di esperienze perfette.

 

Mia madre che vive in una nuvola…

 

 

Canto delle abitazioni

 

La mia prima abitazione aveva sette finestre.

La mia seconda abitazione aveva due vetri umidi.

 

Un grammofono – un piccolo calamaio.

Un noce che cantava – un grembiule di scuola.

Un cuore agitato – la luna sulla radura.

Ho lasciato tutto. Sono andato via per sempre.

 

La mia terza abitazione guardava sulla malva.

La mia quarta abitazione: fuoco e speranza.

 

Stradine qua e là – parole ribelli.

Pomeriggi malinconici – sfera e speranza.

Buonanotte, Mammina – dormi, caro Padre.

Ho lasciato tutto. Sono andato via per sempre.

 

La mia quinta abitazione: amore e ansia.

La mia quinta abitazione: nuvole e sorrisi.

 

Un grammofono – testine lucenti.

Sonni interrotti da un grido – cavallini indocili.

Cielo vicino agli occhi – caldo moderato delle stelle.

Questo non lo lascerò. Resterò per sempre.

 

* * *

Tra il movimento delle labbra e la parola

cosa avviene?

Tra il lampo della mente e il tacere

quale precipizio?

 

Tra il grido del neonato e l’immobilità

quali annegamenti?

Tra il chiarore e la polvere

quanta sofferenza?

 

Gente non misurabile, gente integra,

gente evitata, gente avida.

La terra vi punirà, l’albero vi eviterà.

Sarete redenti.

 

Sulla scala gli angeli andavano,

sulla scala gli angeli andavano,

che importa!

 

Tra il suono e il tono chiassoso

quali corridoi?

Tra la supplica e il pentimento

quali fulmini?

 

Gente che si avvilisce, gente non formata.

Gente che brucia nel fuoco, gente non destata.

 

Sulla scala gli angeli andavano.

Sulla scala gli angeli andavano.

E poi?

 

L’interno di un sasso

 

Ho schiacciato un sasso col piede.

E’ scoppiato il fuoco. Un flauto ha pigolato lamentoso.

I muri si sono travestiti da boschi,

i boschi hanno celato un burrone, il burrone ha commosso

le foglie.

 

Sono sfrecciati dardi piumosi, cannoni a lunga gittata.

La parola ha tagliato le labbra. I respiri hanno aperto le

finestre.

Nel pozzo l’acqua ha scrosciato. Le notti hanno svegliato

i canti.

I cavalieri sono accorsi sui cavalli. Gli sparvieri si sono levati

in alto.

Sono balenati coltelli e spade, picche e lance.

 

Mio Dio, perché ho schiacciato il sasso? 

 

* * *

Sono cieco, non vedo i colori,

sono sordo, non distinguo i suoni,

non ho il senso dell’equilibrio, non conosco il tatto

e il gusto.

Chi sono? Come chiamare l’albero che tocco?

Circondato dagli occhi dei nemici mi sollevo nello

spazio,

smarrisco le mani e la bocca, con un gesto fermo

la cabriolet

di mio nonno e mi sventolo coi sorrisi delle zie.

Che le zie ridacchino facendo l’eterno solitario,

anche così il merlo nella gabbia cinguetterà un’argentea

canzone.

 

A lungo ho imparato a guardare, a ritrovare sapori

e colori ,

a lungo ho imparato l’andatura spaziale.

Vi dico addio, tristezze e rumori, addio, goccia che

tintinni sul vetro.

Addio, invisibile vento che scuoti tutte le finestre

insieme.

Addio, stazioni, isole stupite, addio, ruote di treni

rombanti.

Vorrei recuperare il bastone di amareno di mio padre,

andrei a passeggio.

Pigre bisce, sazie tartarughe e agili lucertole,

radure assolate, sentieri chinati nelle felci,

porcino che cresce d’incanto, cervo che corre nelle

selve –

vengo da voi attraverso nevi, calure e piogge.

Vado nel paese in cui crescono parole verdi.

O mio diletto paese, ti offrirei una rosa

o una mia poesia, che non riuscirò mai a scrivere 

 

Vestiamoci di verde

Vestiamoci di pifferi, di schiamazzo e risate.

Vestiamoci di verde, freddo e tempeste.

Vestiamoci di sonagli, tamburi, flauti.

 

Vestiamoci di viaggi, nuvole e nebulose.

Vestiamoci di fuochi, tormente e di verde.

Vestiamoci di pesci, uccelli e animali.

 

Vestiamoci di cervi, di mari, di notti.

Vestiamoci di orchestre , di rabbia e dolcezza.

Vestiamoci di erbe, boccioli e api.

 

Ah, come ci vestiamo prodigalmente ogni giorno!

 

* * *

Monti possenti, boschi slanciati,

Io vi temo.

Dei vostri dirupi la paura mi opprime,

Mi sembra che dita di pietra

Mi tirino giù.

I vostri sentieri salendo ripidi

Mi scuotono ironicamente.

Non vi capisco, non comprendo,

Non conosco il vostro sublime tacere,

Dei fiumi che scorrono senza sosta sulle pietre.

Non so come chiamarvi.

Non so come mi chiamate.

Chi sono per voi,

Misera sabbia in cammino, che nobilmente

tollerate.

 

A mia moglie

 

Vorrei scrivere una poesia su di Te,

anche se la mia penna è più fragile delle nubi

passeggere,

anche se il mio sorriso è più luminoso delle mie

parole.

Vorrei paragonarti a tutto ciò che reca gioia.

Vorrei paragonarti a tutto ciò che vuol dire cura

serena.

Vorrei paragonarti a tutto ciò che vuol dire che vivo.

Mi rivolgo ai fiori, all’albero, mi rivolgo alle foglie,

mi rivolgo al soave fruscio del vento, perché diano

precisione

e un significato univoco ai miei pensieri.

Mi rivolgo a un sassolino del campo, perché mi insegni

a lodarTi tacendo.

Mi rivolgo alla rosa in fiore, perché mi sostituisca

con la sua bellezza.

Mi rivolgo a tutto ciò che canta e che gioisce.

Vorrei evitare parole elevate e sonanti.

Vorrei evitare i semplici detti da me pronunciati.

Vorrei che questo verso si mutasse nella mia bocca

e nei miei occhi.

 

Oh, se parlasse la luce che mi sveglia al mattino.

Oh, se parlassero le strade che abbiamo percorso

insieme.

Oh, se parlassero i colombi del nostro sangue con il

loro saggio affetto.

 

La mia poesia ogni giorno si avvicina a Te titubante.

La mia poesia ogni giorno si aggira a distanza della

mano tesa

e non osa dichiararsi, e paziente aspetta.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

 

 

 

 

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2 Risposte to “Jan Śpiewak”

  1. Anna Ventura febbraio 25, 2016 a 9:24 am #

    Grazie, caro Paolo, per averci fatto conoscere, ancora una volta, un grande poeta.Ammiro la meravigliosa fusione con la natura che i poeti da te proposti mostrano di avvertire e saper esprimere: un dono che, forse, molta nostra poesia contemporanea sta perdendo.

  2. Paolo Statuti febbraio 25, 2016 a 4:22 pm #

    Come al solito gioisco e ringrazio! 🙂

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