Gennadij Nikolaevich Ajgi

2 Ott

 

Gennadij Ajgi

Gennadij Ajgi

 

   Gennadij Nikolaevič Ajgi, il poeta nazionale della Ciuvascia, nacque il 21 agosto 1934 nel villaggio di Šajmurzino nella Repubblica dei Ciuvasci. Trascorsa l’infanzia nella sua terra natale, è rimasto sempre legato alla cultura ancestrale e alla lingua ciuvascia. Fino al 1969 il suo cognome fu Lisin. Uno degli antenati del poeta pronunciava la parola “chajchi” (“quello”) senza la prima lettera, e così si formò il soprannome di famiglia “Ajgi”. Egli cominciò a scrivere poesie in ciuvascio e pubblicò i suoi primi versi nel 1949. Dal 1952 visse stabilmente a Mosca. Dal 1960 cominciò a scrivere poesie anche in russo, grazie soprattutto all’incoraggiamento di Boris Pasternak, da lui conosciuto anni prima e che diventò suo grande amico. Ma per la sua poesia innovativa Ajgi fu accusato di formalismo e dichiarato persona non grata nella sua Ciuvascia, i cui campi e boschi pervadono la sua creazione. Per dieci anni lavorò al Museo Majakovskij, ciò che gli permise di approfondire la sua conoscenza dell’avanguardia russa della prima parte del XX secolo. La moderna poesia francese (soprattutto Baudelaire) ebbe anch’essa su di lui un’influenza determinante, ma il suo personale panteon includeva anche Nietzsche, Kafka, Norwid, Kierkegaard e molti scrittori religiosi.

Nel 1972 vinse il premio dell’Académie Française per la sua antologia della poesia francese in ciuvascio. Durante gli anni di Brežnev visse in condizioni precarie, mantenendosi con i magri compensi per le traduzioni. Grazie alla perestrojka la sua vita cambiò radicalmente. Gli fu permesso di pubblicare in patria e fu riconosciuto come una figura chiave della neoavanguardia russa. Cominciò a essere tradotto in molte lingue e a partecipare a diversi festival e congressi internazionali di poesia. Visitò quattro volte la Gran Bretagna, sentendo una particolare affinità con la Scozia, dove fece un pellegrinaggio alla tomba di Robert Burns, e con Londra, la città del suo amato Dickens. Sei volumi delle sue poesie sono stati pubblicati in inglese.

Ajgi è rimasto una figura controversa. Scrivendo come tra il sonno e la veglia, egli creò una poesia piena di silenzi, che suggerisce visioni, ansietà e gioie, e che può essere diversamente interpretata. La sua poetica è pacata e semplice, rifiuta la ricchezza del lessico e la retorica di alcuni suoi contemporanei, inoltre è intensamente orale – il pubblico era affascinato dalla sua potente dizione. E’ il poeta del silenzio e della luce. Una delle sue raccolte porta una epigrafe attribuita a Platone: “La notte è il tempo migliore per credere nella luce”.

Tradusse in ciuvascio molta poesia russa, francese, ungherese e polacca e i sonetti danteschi, mentre le sue poesie sono state tradotte nella maggior parte delle lingue europee. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali e nel 2000 è stato il primo a ricevere il Premio Boris Pasternak. Scrive Damiano Rebecchini: “Pur vicina alla lirica francese del Novecento, la poesia di Ajgi è profondamente radicata nella tradizione poetica russa, ispirandosi in particolare all’opera di Osip Mandel’štam e di Boris Pasternak. Caratterizzata da un intenso impressionismo lirico, essa accoglie spesso dalla natura suoni e suggestioni che generano un tessuto fonico e ritmico accentuato dal verso libero, e a volte si muove verso un originale sperimentalismo, in alcuni casi orientato a esplorare la dimensione del sogno”.

“Col passare degli anni è cambiata la mia definizione della poesia, – disse il poeta in una delle interviste. – Prima dicevo: è la gravità della parola, adesso dico: la poesia è il respiro e l’uomo è il respiro. Respiro e ispirazione provengono dalla stessa radice… La poesia è il respiro di Dio. Noi fioriamo / soltanto per un tocco / di un’altra forza benevola e pacata, – ricorda Ajgi, – e l’essenza della poesia è questo tocco… La poesia è eterna… Essa come la neve – esiste dappertutto. Si scioglie, di nuovo cade, ma essa…è. La poesia è la neve. La poesia essenzialmente non cambia. Essa si autocustodisce. Ciò che in essa passa – è un’altra faccenda. E in questo senso la poesia non ha né ieri, né oggi, né domani”.

In italiano alcune poesie di Ajgi sono incluse nelle raccolte Poesia russa contemporanea da Evtušenko a Brodskij, a cura di G. Buttafava (1967) e Antologia ciuvascia. I canti del popolo del Volga, a cura di A. Scarcia (1986).

Gennadij Ajgi è morto a 71 anni il 21 febbraio 2006.

Come di consueto pubblico qui alcune sue poesie nella mia versione.

 

 

Poesie di Gennadij Ajgi tradotte da Paolo Statuti

 

L’ovario

(Dall’omonimo poema ciuvascio)

                                     Ad R. A.

che io sia tra di voi

come polverosa moneta trovata

tra fruscianti banconote

in una lubrica tasca di seta:

potrebbe risonare a piena voce

ma non ha niente su cui battere

quando rombano i contrabbassi

e quando si rammenta

come nell’infanzia il vento fumava

di pioggia in un mattino autunnale –

che io sia

un’attaccapanni verticale

sul quale si possono

appendere non solo cappotti

ma si può appendere anche qualcosa

più pesante di un cappotto

e quando non crederò più in me stesso

che sia viva la memoria

per ridarmi la tenacia

per sentire di nuovo sul viso

la pressione dei muscoli degli occhi

1954

Il cammino

 

Quando nessuno ci ama

cominciamo

ad amare le nostre madri

Quando nessuno ci scrive

ricordiamo

i vecchi amici

E le parole ormai pronunciamo solo perché

tacere ci spaventa

e i movimenti sono pericolosi

Alla fine – in fortuiti parchi trascurati

piangiamo per le penose trombe

di penose orchestre

Un acero nella periferia della città

 

quanto silenzio

c’è nell’albero

come se nel mondo intero

ci fosse solo questo acero di settembre!

oh no c’è di più – come una presenza:

tu – davanti a una porta

taci e sai: solo ciò che è «là»

conta più dei concetti

senza una spiegazione… – entrare è possibile

(partenza – pace – oblio)

a un prezzo solo: non vedere più

questo acero di settembre

 

La neve

 

Vicino alla neve

i fiori sul parapetto sono strani.

Sorridimi almeno perché

non dico parole

che non capirò mai.

Tutto ciò che posso dirti:

sedia, neve, ciglia, lampada.

E le mie mani

sono semplici e lontane,

e le cornici delle finestre

sono come ritagli di carta bianca,

e là, dietro di esse,

intorno ai lampioni,

turbina la neve

dalla stessa nostra infanzia.

E turbinerà, finché sulla terra

ti ricordano e ti parlano.

E questi bianchi fiocchi una volta

li vidi essendo desto,

e chiusi gli occhi, e non posso aprirli,

e turbinano bianche scintille,

e fermarle

io non posso.

1960

Finestre su piazza Trubna in primavera

                                                   A V. Ja.

 

con gli oscillanti quadrati

della fioritura e del suono

di tutte le mie infanzie, note

alle diafane città abbandonate,

io le toccherò, e le nozze verginali

lo stesso dureranno

senza musica e senza porte;

ardono le profondità

verdastre e cupe,

e piangono là, dietro di esse,

i macellai sporcati dalla pioggia,

caduti su mucchi di pesci;

e di nuovo calpestio e passi –

io sono qui, io sono qui;

calpestio e passi –

una volta per sempre –

come una campana nella nebbia –

– e come pretitoli di acatisti –

io sogno una rossa lacerazione e concentrazione

1961

 

 

Silenzio

1.

nell’invisibile bagliore

di polverizzata malinconia

conosco l’inutilità come i poveri l’ultimo vestito

e i vecchi mobili

e so che questa inutilità

al paese è necessaria e me la chiede

fidata come un patto segreto:

tacere come la vita

per tutta la mia vita

2.

Il tacere è un tributo – ma il silenzio è per me.

3.

abituarsi a tale silenzio

come il cuore in azione non si sente

come anche la vita

come qualche suo posto

e in questo io sono – come la Poesia è

e io so

che il mio lavoro è arduo e solo per se stesso

come nel cimitero della città

l’insonnia del guardiano

Da 28 variazioni su canti popolari ciuvasci e udmurti

 

XVIII

 

Io canto, ed è come se tra le lacrime

qualcosa balenasse nel fuoco del tramonto, –

io che vado nel vecchio campo

col mio cavallo.

XIX

E nella nebbia

la verde quercia

non ha niente più forte di un ramo

per stormire.

XX

 

Queste mani e questa testa

resteranno morte in terra straniera

il fumo della locomotiva ci colpisce la faccia,

per perdere la memoria una volta per sempre.

XXI

 

E a un tratto – quiete, come se

io, per questo, fossi solo al mondo,

e la tormenta fuori, la tormenta nell’orto,

la tormenta nei campi.

XXII

 

E il giorno s’è quietato, come se

qualcosa fosse morto in esso,

e la volpe dorme ai piedi del monte,

coperta dalla rossa coda.

La morte

 

Senza togliersi il fazzoletto dalla testa

la mamma muore,

ed è l’unica volta

che io piango alla vista

del suo abito di tela grezza.

Oh, come sono placide le nevi,

come se le avessero spianate

le ali di un demone di ieri,

oh, come sono ricchi i cumuli,

come se sotto fossero celati

mucchi di sacrifici

pagani.

E i fiocchi

cadono senza sosta portando sulla terra

i geroglifici di Dio…

1960

Il silenzio

                           Ad A. Chuzangaj

 

ma che fa egli nel bosco?

mormora come un ramo… no è più inutile di un ramo

e con un motivo inferiore

di un ramo… –

non un segno non un’azione… –

ed esiste in lui

soltanto ciò che possiede

del Paese-Soglia… (più avanti – il fuoco)… –

e là

una certa ora

mostrerà la predestinazione

della fine… –

(ma la presenza qui – è illusoria!.. –

e – non c’è una sensazione

che possa risonare

come “paese”)… –

egli è qui – senza la pienezza e senza il tacere del bosco…

soltanto il silenzio – del passato… e qui il suo fruscio –

la sua ultima apparizione… soltanto – un’eco… –

(tutto – nel vuoto… senza fuoco… e perfino –

escludendo tutta la vastità – del bosco)

1975

(C) by Paolo Statuti

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