L’ultima intervista di Tadeusz Różewicz (9.10.1921-24.4.2014)

18 Set

 

Tadeusz Różewicz  fot. Krzysztof Wojciechowski  fonte: Forum

Tadeusz Różewicz fot. Krzysztof Wojciechowski fonte: Forum

Paolo Statuti con Tadeusz Różewicz (1990 circa)

Paolo Statuti con Tadeusz Różewicz (1990 circa)

 

Il 18 maggio 2014 il settimanale Newsweek Polonia ha pubblicato l’ultima intervista con Tadeusz Różewicz, a cura della scrittrice e giornalista Ewa Likowska. Eccola nella mia traduzione:

Ho conosciuto Tadeusz Różewicz – scrive Ewa Likowska – nel 2000 a Wrocław. Realizzai con lui un’intervista che fu pubblicata sul settimanale Przegląd (la Rassegna. Poi ci siamo incontrati altre volte, durante i suoi soggiorni nella Casa della Creatività a Konstancin. Eravamo anche in corrispondenza. Qualche anno dopo, volendo avere con lui un nuovo colloquio, mi chiese di inviargli le domande per posta, perché non amava il registratore e preferiva scrivere le risposte. Me le spedì nell’inverno del 2010, pregandomi di pubblicare l’intervista soltanto dopo la sua morte. Non mi spiegò perché.

NEWSWEEK POLONIA: Più di 20 anni fa lei scrisse la poesia “Sono venuti per vedere il poeta”, che oggi sembra un commento della più recente realtà polacca:

 

. . . . . . . . . . . . . . . .

vedo un agire qualunque

prima di un qualunque pensare

 

un Gustaw qualunque

si trasforma

in un Konrad qualunque

 

un qualunque pubblicista

in un moralista qualunque

 

 

sento

che uno qualunque dice una cosa qualunque

a chiunque

 

una qualità qualunque invade la massa e l’élite

 

ma ciò è soltanto l’inizio

 

E che avverrà dopo? Lei quale fine prevede? Lo chiedo, perché lei impersona

l’antico ideale del poeta veggente, che grazie al sesto senso riesce a prevedere il futuro. Mezzo secolo fa lei profetizzò i fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti: il trionfo del consumismo, le catastrofi ecologiche, il tempo della super-pattumiera globale, lo scompiglio dei criteri e dei valori, la crisi della famiglia, della religione, il declino della storia, la fine delle utopie.

TADEUSZ RÓŻEWICZ: Che avverrà dopo? Risponderò con le parole del Vate: “ovunque oscurità, ovunque sordità, nulla è stato, nulla sarà”. Il futuro è inserito nel presente e nel passato – è questa la “genetica della storia” – il sesto senso è l’istinto, e il settimo – il pensare. Nel passato, ad esempio nel trattato di Versailles, e in seguito nei trattati di Yalta e di Potsdam, erano contenuti tutti i futuri conflitti – territoriali, etnici, di comando. Le sono grato per aver scoperto per prima in Polonia, che io ho anticipato ad esempio Fukuyama – sono più vecchio di lui, ho visto e vissuto di più…

N P: Lei ha ampliato il campo della poesia, inserendovi la politica, considerazioni psicologiche, culturali, e anche economiche. Nella poesia “La superpotenza stanca di piangere” lei conversa con Ryszard Kapuściński sulla globalizzazione.

T R : In realtà era la satira dell’indovino.

N P Oggi lei è più vicino al suo ideale di poesia, rispetto a 60 anni fa?

T R : Io non ho un “proprio ideale” di poesia.

N P : E’ preoccupato per il futuro della poesia? Sempre più persone scrivono

(alla meno peggio), e sempre meno leggono…

T R : La poesia non ha un futuro, il futuro non mi preoccupa… Il presente è interessante.

N P : I poeti contemporanei possono essere felici (“Erano felici i poeti di un tempo”… – lei ha scritto)? Come descriverebbe oggi la situazione del poeta e della poesia?

T R : Tanti poeti, quante “situazioni”. Un buon poeta è sempre in una cattiva situazione.

N P Le accade a volte di dubitare del senso del suo lavoro, della poesia? Da dove proviene la propensione al grottesco, allo scherno, a evitare il tono serio?

T R : No! Il dubbio mi prende, quando penso al “senso” della vita… (ma solo un paio di volte al mese…).

N P : Si sente apprezzato? Lei ha ricevuto premi e diplomi honoris causa soltanto negli anni ’90, eppure lei era artisticamente maturo già nella giovinezza. Per me lei è il più illustre poeta contemporaneo, un sottovalutato Mickiewicz dei nostri tempi.

T R : Sono soltanto il Różewicz “dei nostri tempi”. I premi non hanno niente in comune con la poesia, e così anche i titoli ecc. Cos’ha ad esempio la musica in comune con l’oro? O col denaro? Tanto quanto lo Spirito Santo col Banco di Santo Spirito…

N P : Legge se stesso frequentemente?

T R : La correzione delle bozze è seccante, ma gli “errori” (specialmente nelle citazioni) sono assai spiacevoli.

N P : La consapevolezza di aver cambiato in modo irreversibile il linguaggio della poesia, è per lei una ricompensa, una consolazione?

T R : Bertolt Brecht una volta disse: “Dopo di noi non verrà niente degno di attenzione”. Io dico lo stesso, ma forse ci sbagliamo entrambi…

N P : Quando ultimamente ha saputo qualcosa d’importante su di sé?

T R : In ospedale. In vari ospedali e cliniche.

N P : Negli ultimi anni lei si è lamentato spesso della vecchiaia… Come si è sentito dopo avere scoperto di essere più vecchio di Staff, il suo amato Vecchio Poeta? Quando si hanno tanti anni, la vita può essere ancora gustosa?

T R : Mi lamento della vecchiaia, quando mi dolgono le gambe… Non soltanto la vita ha un suo gusto nella vecchiaia, ma anche il silenzio o i colori… Anche le zuppe e la filosofia!

N P : Mark Twain una volta ha scritto: “Meglio essere un giovane coleottero, che un vecchio uccello del paradiso. Lei è d’accordo?

T R : Sì, meglio essere un coleottero o una coccinella, che un’aquila impagliata o un leone crepato.

N P : Ha paura di morire? O pensa alla morte con serenità?

T R : Non temo la morte, ma il morire.

N P : Cosa penserebbe il giovane Tadeusz Różewicz dell’odierno Tadeusz Różewicz? E’ rimasto fedele al primo?

T R : Sì.

N P : Si fa sentire a volte in lei il Satiro?

T R : A volte si fa sentire, ad esempio quando vedo gli ex-combattenti degli anni 1990-1999…

N P : Ha scoperto qual è la cosa più importante nella vita? Come vivere, per non sprecare la vita?

T R : Nella vita la cosa più importante è la vita, non bisogna scappare da essa.

N P : Quale posto occupa l’amicizia nella sua vita?

T R : Il posto più importante, accanto all’amore e alla fede.

N P : Lei crede nel grande amore? Quello che è capace di spostare le montagne, che sconfigge la morte? Come per Giulietta e Romeo, Tristano e Isotta, Eloisa e Abelardo, ma con una happy end?

T R : No. A Giulietta e Romeo preferisco Bauci e Filemone.

N P : Cosa significa per lei la felicità?

T R : Quando la gente intorno a me è “felice”.

N P : La peggiore esperienza che può capitare a un uomo? La peggiore disgrazia?

T R : La perdita della fede e dell’amore. Ma anche la perdita della Dignità umana (dell’onore?).

N P : Da molti anni i ricordi della guerra si affacciano nelle sue poesie. Continuano a tormentarla?

T R : Sì, come in gioventù…

N P : Cosa farebbe se, come a Faust, le apparisse Mefistofele? Cosa vorrebbe da lui in cambio? Un capolavoro? L’amore? La giovinezza?

T R : Non credo agli angeli, ai diavoli, ai Mefisti…

N P : Le interessano i giudizi dei lettori? Le recensioni dei critici? O conta solo la sua opinione?

T R : Ho sempre letto con interesse i giudizi dei lettori (e dei recensori, anche se a volte mi causavano il mal di pancia). Ma io stesso so se una poesia non vale niente, se è mediocre o buona.

N P : Sua moglie Wiesława ama la sua poesia? Segue ciò che lei scrive? E’ il suo primo recensore?

T R : Per me è importante sapere che mia moglie mi ama. Il primo recensore devo essere io (e anche l’ultimo). Spesso il primo non è d’accordo con l’altro.

N P : Attualmente cos’è che le procura il più grande piacere?

T R : La compagnia di mia moglie, la lettura dei libri, le conversazioni con alcune vecchie persone (ma anche giovani).

N P : Cosa la irrita di più nella vita di tutti i giorni?

T R : La gente maleducata che parla a voce troppo alta, in modo aggressivo.

N P : Come giudica la nostra élite politica e intellettuale?

T R : Non li vedo e non li sento in TV, ma a volte (assai di rado) penso a loro con compassione, a volte mi viene da piangere e a volte da ridere (la prego di leggere “La cartoteca sparpagliata”).

N P : In “Spargimento di sangue” lei scrive:

 

il sangue versato un tempo

per la libertà l’uguaglianza l’indipendenza

per Dio l’Onore e la Patria

è versato adesso a vanvera

da duecento unioni

che lottano tra loro

per i monumenti le lapidi

le lettere e il denaro

quando ascolto

i commilitoni

(… i quali) ringhiano e si sputano

addosso

quando ascolto quei litigi infernali

il sangue mi monta alla testa

 

Diversamente si immaginava la III Repubblica?

T R :

N P : Qual è il suo atteggiamento civico? Prende parte alle elezioni?

T R : Sì, anche se in genere quelli che scelgo io perdono.

N P : Come si sente nelle vesti di nostro principale teste del XX secolo? Forse l’unico che tutta la vita è rimasto qui, sul posto?

T R : Mi sento “fuori posto”.

(C) by Paolo Statuti

 

 

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