Walt Whitman (1819-1892): Il dio Pan in persona

17 Apr

 

Walt Whitman nel 1855

Walt Whitman nel 1855

 

 

   Walt Whitman, definito dallo scrittore americano Amos Bronson Alcott (1799-1888) “il dio Pan in persona”,  è considerato uno dei precursori della moderna letteratura statunitense, e il più grande poeta americano, nonché il padre del verso libero. La sua creazione influì sul trascendentalismo e sul pragmatismo (James). La sua prima raccolta di poesie Foglie d’erba (Leaves of Grass, 1855), pubblicata a sue spese, fu considerata scandalosa e controversa per il suo audace contenuto erotico. Il tipico protagonista delle sue poesie è un umanista (I piaceri del cielo sono con me e i tormenti dell’inferno sono con me), e  un solitario viandante che crede nell’armonia dell’universo, che celebra la natura, la fecondità e il primordiale istinto sessuale.

Scrive Valerio Massimo De Angelis: “Walt Whitman ha celebrato con i suoi versi liberi e audaci la grandezza della democrazia del suo paese, e lo spirito di fratellanza che dovrebbe unire tutti gli esseri umani. La novità del linguaggio e del contenuto hanno reso il suo capolavoro Foglie d’erba, il titolo più importante della lirica statunitense. Nella prefazione Whitman propone il suo programma poetico, una dichiarazione d’amore sintetizzata nella frase “l’America è il poema più grande”, e definisce il ruolo del poeta quale cantore dei valori della libertà e della democrazia incarnati nella nazione americana. Nella raccolta Canto di me stesso,il poeta abbraccia con il suo corpo-nazione l’America intera e ogni individuo che ne fa parte, in un rapporto di amore totale e disinteressato. La sua è una eredità inestimabile di coraggio politico e spericolatezza linguistica, e soprattutto una testimonianza di amore sconfinato per l’umanità.”

Tra i miei libri ho trovato una vecchia edizione de La coscienza religiosa (F.lli Bocca Editori, Torino, 1904) del filosofo e psicologo americano William James (1842-1910). Nel libro egli cita questo bel ritratto di Walt Whitman, scritto da Richard Maurice Bucke (1837-1902), psichiatra e scrittore canadese che diventò il medico personale del poeta e suo intimo amico: “La sua occupazione favorita era quella di andare girovagando e oziando all’aperto, solo, guardando l’erba, gli alberi, i fiori, gli effetti di luce, i vari aspetti del cielo, ascoltando gli uccelli, i grilli, le rane canterine, e i mille suoni della natura. Era evidente che tutte queste cose davano a lui un piacere ben maggiore di quello che esse diano agli uomini ordinari. Prima di conoscerlo, non mi era mai capitato di vedere un uomo trarre un piacere, una felicità così assoluta da simili cose. Egli era innamorato dei fiori, tanto selvatici che di giardino, di qualunque specie fossero. Egli ammirava, credo, i lillà e i girasoli quanto le rose. E forse nessun uomo al mondo ha amato tante cose ed è stato indifferente per un così scarso numero di esse quanto Walt Whitman. Tutti gli oggetti naturali possedevano, secondo lui, una grazia speciale. Tutte le viste, tutti i suoni gli aggradivano. Sembrava che amasse (ed io credo che li amasse davvero) tutti gli uomini e tutte le donne e tutti i bambini che vedeva (sebbene non lo abbia sentito dire che ne prediligesse alcuno), ma ognuno che lo conoscesse sentiva di essere amato da lui, non meno che gli altri. Non l’ho mai sentito arrabbiarsi o discutere, né mai l’ho inteso parlar di denaro. Egli trovava sempre una giustificazione, talvolta scherzosa, talvolta seria, per quelli che parlavano duramente di lui e dei suoi scritti, e spesso mi parve che l’opposizione dei nemici gli facesse piacere. Quando lo conobbi la prima volta, pensavo che egli si sorvegliasse, non volendo dar seguito al risentimento, all’antipatia, al rimprovero. Non potevo capacitarmi che un individuo potesse essere assolutamente privo di certi stati d’animo. Ma dopo una lunga osservazione, compresi che una tale indifferenza o una tale incoscienza erano cose perfettamente reali. Non parlava mai con asprezza di alcuna nazionalità o di alcuna classe di persone, né di alcuna epoca della storia del mondo, né di alcun mestiere o di qualche occupazione commerciale, neppure di alcun animale, di alcun insetto, né di cose inanimate o leggi della natura, né di alcun effetto di queste, quali le malattie, le deformità, la morte. Non brontolava, né si lamentava mai del tempo, dei dolori, delle malattie o d’altre cose. Non imprecava mai. Non l’avrebbe potuto, infatti, poiché mai parlava irritato. Mai mostrò di aver paura, né credo l’abbia sentita mai.”

Per la scelta delle poesie mi sono servito dell’edizione Einaudi del 1950 a cura di Enzo Giachino. Devo sottolineare che nel frontespizio di questa raccolta è riportata la seguente nota: “La presente traduzione dell’opera poetica di Walt Whitman è nata e si è compiuta sotto la cura particolare di Cesare Pavese, che alle pagine del poeta americano fu legato da sensibile amore fin dagli anni della giovinezza. La casa editrice e il traduttore dedicano questo libro alla Sua memoria.”

Com’è noto, Pavese a 21 anni fece la sua tesi di laurea proprio su Walt Whitman. Nel suo libro La letteratura americana e altri saggi, Einaudi 1951, egli scrive: “…Walt Whitman ha voluto fare per l’America quello che i vari poeti nazionali hanno fatto nei tempi per i loro popoli: Walt Whitman è tutto invasato da quest’idea romantica che lui per primo ha trapiantato in America, Walt Whitman vede l’America e il mondo soltanto in funzione del poema che li esprimerà nel secolo XIX e tutto il resto al confronto non conta… Walt Whitman vive tanto intensamente l’idea di questa missione, che pur non salvandosi dal fallimento ovvio di un simile disegno, si salva per essa dal fallimento della sua opera. Egli non fece il poema primitivo che sognava , ma il poema di questo suo sogno. Non riuscì negli assurdi di creare una poesia adatta… ai caratteri della nuova terra scoperta – poiché la poesia è una sola… Per scrivere insomma l’apparente paradosso, egli fece poesia del far poesia.”

 

 

Poesie di Walt Withman tradotte da Enzo Giachino

 

 

1

 

Io celebro me stesso, io canto me stesso,

e ciò che io presumo devi anche tu presumere,

perché ogni atomo che mi appartiene è come appartenesse

anche a te.

 

Pigro m’attardo e invito l’anima mia,

pigro m’attardo a mio agio e mi curvo a osservare un filo

d’erba estiva.

 

La mia lingua, ogni atomo del mio sangue, formato da questo

suolo, da quest’aria,

qui nato, da genitori nati qui, i loro padri e i padri dei padri

nati qui parimenti,

io, a trentasette anni e in perfetta salute, incomincio,

sperando di non cessare che alla morte.

 

Credi e scuole in aspettativa,

un poco indietro ritrattomi, contento di ciò che essi sono,

ma non scordandoli mai,

accolgo il bene e il male, lascio parlare a caso,

la Natura senza alcun freno e con la nativa energia.

 

 

 

5

 

Credo in te, anima mia, e l’altro che io sono non dovrà mai

umiliarsi a te,

come tu non dovrai umiliarti all’altro.

 

Ozia con me sopra l’erba, libera la tua gola da ciò che l’impediva,

non parole né musica né rime ti chiedo, né convenzioni né

conferenze, sian pur delle migliori,

già mi soddisfa la cantilena, il cupo gorgoglio della tua voce velata.

 

Ricordo di come una volta si giacque, un trasparente mattino

d’estate,

il capo tu mi posasti di sbieco sull’anca, e dolcemente su me

ti volgesti,

mi apristi la camicia sullo sterno, dardeggiando la lingua sino

al cuore nudo,

poi ti stendesti fino a sentir la mia barba, fino a tenermi i piedi.

 

Rapida sorse in me, e per me si diffuse la pace e la scienza,

che superano ogni terrestre argomento,

e so che la mano di Dio è la promessa della mia,

e so che lo spirito di Dio è fratello del mio,

e che tutti gli uomini ovunque nati sono anche fratelli di me,

tutte le donne sorelle e amanti di me,

 

e che la controchiglia della creazione è l’amore,

e che infinite sono le foglie erte o avvizzite nei campi,

e le formiche brune nelle piccole tane sotto esse,

e le muschiose incrostazioni delle staccionate tortuose, e i

mucchi di pietre, il sambuco, il verbasco e la morella

in grappoli.

 

(da: Il canto di me stesso)

 

 

Ho udito la vostra solenne dolcezza,

canne dell’organo

 

Ho udito la vostra solenne dolcezza, canne dell’organo,

domenica scorsa, passando al mattino davanti alla chiesa,

venti d’autunno, passeggiando tra i boschi al crepuscolo,

ho udito i vostri sospiri protrarsi così desolati lassù,

ho udito cantare all’opera il tenore italiano, perfetto,

ho udito il soprano cantare in un quartetto;

cuore della mia amata! anche te ho sentito mormorar fioco,

attraverso uno dei polsi attorno al capo,

ho udito il tuo polso che ier notte, nel grande silenzio, tante

piccole campanelle mi faceva squillare sotto l’orecchio.

 

 

(da: Figli d’Adamo)

 

 

Radici e foglie appena

 

Radici e foglie appena sono queste,

profumi recati a uomini e donne dai boschi selvaggi,

dal margine degli stagni,

acetosella del cuore e garofani d’amore, dita che avvincono

più strettamente che rampicanti,

gorgheggi da gole d’uccelli nascosti tra gli alberi, quando

il sole ascende,

soffi di terra e d’amore trasmessi da rive di vita su mari di

vita, sino a voi, marinai!

Bacche addolcite dal gelo, virgulti di marzo offerti freschi

a giovani che per i campi vagano, quando l’inverno

si scioglie,

germogli d’amore messivi innanzi, immessi in voi, ovunque

voi siate,

germogli che si schiuderanno secondo i modi d’un tempo,

se a loro recate il calore del sole si schiuderanno offrendovi

forma, colore, profumo,

se voi divenite alimento e umore, essi saranno fiori, frutti,

alti rami e alberi.

 

(da: Calamus)

 

 

Bassa marea

 

Bassa marea sotto il giorno che muore,

aulente frescura marina che soffi verso la terra, giungono

odori salmastri e di giunchi,

con voci vaghe trasmesse dai flutti,

confessioni velate – qualche singhiozzo, mormorio di parole,

quali di gente lontana o nascosta.

 

Come sui flutti volano e si spandono! come mormorano

sempre!

Poeti senza nome – artisti più grandi di tutti, disperse le loro

più vagheggiate ambizioni,

amore non corrisposto – un coro di secolari lamenti – parole

dell’estrema speranza,

il grido sconsolato di qualche suicida, Buttiamoci nell’infinito

          deserto, per non tornare mai più.

 

Verso l’oblio, allora!

Va’, compi l’opera tua, calante marea che intombi!

Va’ mentre dura il tuo tempo, tu che sfoci selvaggia.

 

La voce della pioggia

 

E chi sei tu? chiesi all’acquata, che dolcemente pioveva,

ed essa, strano a dirsi, mi diede questa risposta, ch’or qui

traduco:

della Terra sono il Poema, rispose dunque l’acquata,

eterna mi sollevo impalpabile dalla terra, dal mare

insondabile,

su verso il cielo, donde, in forma vaga, totalmente mutata

eppure sempre la stessa,

discendo a lavare le aridità, i detriti, gli strati di polvere

del mondo,

e quanto in essi, senza il mio ausilio, sarebbe seme latente,

non nato;

perenne, di giorno, di notte, restituisco la vita all’origine

mia, la abbellisco e purifico;

(perché il canto, emerso dal suo luogo natale, dopo il

compimento e l’errore,

ascoltato o non ascoltato, debitamente con amore ritorna.)

 

(da: Foglie dei settant’anni)

 

Ho personalmente rielaborato questo frammento della poesia 32 del ciclo

Il canto di me stesso, non tradotta da Enzo Giachino

 

Credo che potrei vivere  con gli animali, così placidi

e dignitosi,

Mi fermo e li osservo per ore e ore;

Non si affannano mai, non si lagnano per la loro condizione.

Non vegliano al buio a piangere i loro peccati.

Non mi annoiano discutendo dei loro doveri verso Dio.

Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per mania

di possedere,

Nessuno s’inginocchia davanti a un altro, o a un suo simile,

vissuto migliaia di anni fa,

Nessuno è rispettabile o infelice sulla terra intera…

 

 

Desidero richiamare l’attenzione sulla casuale consonanza di questo brano con la poesia di Rabindranath Tagore del mio precedente post “Uomini e animali”.

 

 

(C) by Paolo Statuti

 

 

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