Stefan Flukowski

18 Mar
Stefan Flukowski

Stefan Flukowski

Stefan Bronisław Flukowski (1902-1972)

 

Prosatore e poeta polacco legato al gruppo letterario Quadriga, uno dei primi e principali rappresentanti del surrealismo in Polonia. Traduttore di Anatole France, Paul Eluard e dello scrittore svizzero Charles-Ferdinand Ramuz. Studiò filosofia alla Facoltà di Umanistica dell’Università di Varsavia e al tempo stesso diritto. Debuttò nel 1927 sulla rivista “Quadriga”. La sua prima raccolta di poesie – Il sole nella fatica giornaliera uscì nel 1929. La sua creazione era vicina all’Avanguardia di Cracovia. Nel periodo in cui Tadeusz Peiper e Julian Przyboś, tendevano ad esprimere l’eternità nelle immagini del tempo presente e della vita quotidiana, Flukowski al contrario, con la metafora dell’eternità esprimeva la ciclicità del presente. Il poeta si opponeva anche alla innovazione della forma, postulando la semplicità della lingua. La sua poesia manifestava l’apoteosi del lavoro come valore fondamentale del mondo. Motivo costante della sua creazione era il quadro del lavoro quotidiano dell’uomo, come compimento della creazione divina.

Le sue opere possono essere viste come rappresentazione del moderno prospettivismo. Le sue tecniche più caratteristiche sono le variazioni del punto di vista narrativo, le giustapposizioni di pareri e attitudini, l’esposizione della complessità inerente ai caratteri e alle situazioni, e la collisione di differenti lingue, allo scopo di scorgere sprazzi di realtà oltre la lingua. Poiché molti di questi espedienti si possono trovare sia nei drammi, che nella poesia e narrativa di Flukowski, si può concludere che la sua produzione letteraria lo colloca in una indistinta linea di confine tra l’avanguardia e il modernismo.

Ha scritto sei raccolte di poesie, sei drammi, racconti, le biografie di Słowacki e Norwid e il romanzo grottesco Le vacanze del nostromo Jan Kłębuch, che diversi anni fa il mio amico poeta Marian Grześczak (1934-2010) mi consigliò di tradurre. Desideravo farlo ma non trovai un editore interessato. Uscì poco prima dello scoppio della guerra e fu confiscato e bruciato dagli hitleriani. Per i suoi valori artistici e per la problematica intellettuale e morale in esso toccata, questo romanzo – notevole esempio di prosa sperimentale nel periodo tra le due guerre, non ha perso la sua attualità e può essere raccomandata ai lettori dei nostri giorni. Flukowski in questa sua opera affronta il problema del mito: del suo sorgere, delle sue conseguenze, del suo contrasto col pensiero razionale. Attorno a questo tema si svolgono tutte le altre costruzioni narrative e filosofiche di questo interessante romanzo, saturo di uno straordinario simbolismo. Forse si troverà finalmente in Italia un traduttore e una casa editrice interessati a pubblicarlo.

P.S.

Di Stefan Flukowski ho tradotto questo poema:

 

Johann Sebastian organista

                                                    Al dott. Franciszek Łukaszczyk

 

“Il pianoforte ben temperato”,

nero, lucido di lacca,

scorre nello spazio come pianeta

regolare, preciso,

ubbidiente alle leggi proprie

dell’armonia assoluta.

Basteranno cento anni,

perché diventi un sole

e accenda in ciascuno la fiamma.

Una nuvola con chiave di ebano

nuota sui campi di grano,

un’allodola si alza in volo, si alza, si alza

e in questa chiave

canta un allegro madrigale.

*

Da tre giorni il giovane cammina,

da tre giorni è diretto a Lubecca

dove risiede Buxtehude,

oltremodo abile organista

e compositore eccelso.

Vuole prendere lezioni da lui,

desidera sapere

come quattro o sei torrenti

trasformare in un solo fiume,

e di questo fare un mare

coronato da un orizzonte

di cadenze, code, finali…

Il giovane andando a Lubecca

sotto un albero passa spesso le notti.

Non può addormentarsi…

Si costruisce un organo

nella corona di un tiglio, di un olmo, di un carpine,

suona.

Inizia con un vecchio ricercare.

L’ha trovato oggi sulla strada,

un bel manoscritto, lasciato cadere

da un’antica carrozza italiana,

che lo aveva incrociato ad una svolta.

Non c’era nessuno in essa, nemmeno il cocchiere,

ma correva a meraviglia

tra due filari di olmi e di pioppi.

E man mano che si allontanava,

somigliava a Venezia –

oro e azzurro.

Ha già trovato il tema, già lo trattiene,

conduce con precisione quattro voci –

dux quinta comes

pedale manuale, poi insieme,

dalle quinte passa alle ottave,

dalle ottave ai sedicesimi.

La fuga si svolge senza interruzione,

si raddoppia, acquista nuovo vigore:

da forte a fortissimo, presto, presto,

e a un tratto si abbandona nel paese

del sogno, dell’oblio

insieme con l’organo nella corona degli alberi.

Dorme adesso respirando regolarmente,

fili d’erba nei capelli,

un coleottero finito nell’orecchio

ronza con le quattro coppie di zampe –

ogni cosa intorno stride come un grillo.

Cammina già da cinque, sei giorni,

si reca sulla strada per Lubecca

dal maestro Buxtehude

per studiare composizione,

penetrare gli arcani dell’esecuzione,

il meccanismo dello strumento.

Canicola, ma continua a camminare,

ha infilato la parrucca in un bastone

accanto al fagottello col pane.

E neanche sa

che è più alto dei pioppi.

Nelle bianche calze i grossi polpacci

sono più grossi dei tronchi più grossi,

la parrucca è una nuvola.

                          *

L’organista

con le calze bianche

grasso ed estasiato

corre là dove ci sono

quattro pianoforti,

e si siede davanti a tutti e quattro.

Suona

un concerto per quattro pianoforti.

E’ solo…nessuno lo ascolta…

Soltanto gli uccelli sono ammutiti

e la pioggia ha smesso di cadere.

Il pubblico verrà nel successivo,

diciannovesimo secolo,

negli abiti Louis Phillipe.

Senza sosta si alzerà il coperchio del pianoforte

e tingerà di rosso scarlatto la scena,

sibilerà un proiettile,

scintillerà una baionetta,

strapperà un foglio di musica.

…passa al piano…

poi di nuovo con gli accordi

iniziano le cannonate.

Johann Sebastian l’organista,

– la parrucca ben bene incipriata –

corre all’interno dell’organo,

salta da registro a registro,

stimola con il contrappunto,

insegue con le fughe,

Johann Sebastian, l’organista Johann…

E da tutto questo

dritta in cielo

la melodia più pura.

Sulle strade

all’improvviso

un vento folle –

strappa i cappelli ai passanti,

li getta sui tetti,

sposta le case forti come roccia,

lacera i dialoghi nelle tragedie,

frantuma i cristalli dell’aria

e comprime gli intermezzi.

Qualcuno corre per la strada

spronando un cavallo

trasformato in vento,

in uragano, in tornado,

in coefficiente di velocità.

E possono resistere soltanto gli alberi

col più alto indice

di elasticità.

Volano le pietre miliari,

i cappelli e

i portali delle cattedrali,

vola la gente,

che in un giorno di mercato

i corali di Johann Sebastian

hanno trascinato via.

                        *

Johann Sebastian, l’organista,

siede a tavola con la famiglia.

Dietro la finestra il bel tempo

in abiti domenicali,

con un fiore di visciolo sulla fronte

invita gli uccelli sui rami.

Attraverso la finestra

un solerte zeffiro

spinge

i profumi dei prati e del frutteto,

le fronti rinfresca,

dagli angoli caccia via i ragni.

A tavola l’Oceano –

otto figli a destra,

otto figlie a sinistra –

dalla gamma di otto toni costruisce

il pianoforte ben temperato.

                        *

Nell’organo ventilato

un angelo ha perso una piuma,

verrà l’organista

e soffierà via la piuma

con una cannuccia di stagno

sulla chiesa

in un allegro mattino domenicale.

Quando la chiesa è vuota,

e l’organista

in casa dopo il pranzo sonnecchia,

gli angeli coi diavoli

cominciano a scherzare:

ora a nascondino

giocano dietro l’altare,

ora si rincorrono nell’organo.

Allora succede,

che pestano un registro stabile

o tutti i toni in una volta.

L’organo rimbomba

come nel giudizio universale,

e in un altro momento si lamenterà

con l’armonia di Johann Sebastian.

Nella canna più larga

siedono un diavolo e un becchino.

Già da tre giorni bevono birra,

cantano canzoni oscene e

mangiano arrosto di montone,

e bevono, e cantano,

mangiano

e bevono

nella canna più larga

il diavolo e il becchino.

E’ arrivato l’organista

da un torrente di cristallo

e con un corale a quattro voci

il canto, la birra e il diavolo,

il becchino e l’arrosto

ha soffiato via sotto la volta

e tutti

hanno visto soltanto due pipistrelli.

Nell’organo ventilato

un angelo di è assopito di gusto

la sera –

e al mattino

verrà l’organista

e comincerà a svegliarlo.

L’angelo destato

sui registri dei toni

salterà fuori dall’organo

e colpirà il soffitto,

respinto dal soffitto

si appiattirà sulla vetrata,

si condenserà nell’estasi…

E allora

un raggio del novello sole

lo introdurrà nel rosa

e lo riscalderà.

Il vecchio alzamantice,

che con una donna viveva nel peccato,

si ubriacò e cominciò a imbrogliare,

rubò una stella all’angelo,

quando nel boccale si assopì,

e la nascose nel mantice.

Quando la domenica mattina

Johann Sebastian

le toccate, le fughe e i corali

a modo suo rafforzò,

la stella schizzò

lontano dietro la luna.

Il sole è appena sorto,

l’organista Johann Sebastian

corre nell’enorme organo,

salta da un registro all’altro,

insegue tema con tema.

Rimbombano le fughe, le toccate,

si accumulano le messe e i corali.

Neanche si accorge,

che su di lui c’è già un altro sole:

l’Opera Omnia di Johann Sebastian.

(C) by Paolo Statuti

Tags: Stefan Flukowski, Johann Sebastian organista tradotto da Paolo Statuti, poesia polacca,Stefan Flukowski tradotto da Paolo Statuti

 

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