Paolo Statuti: La quercia e il faggio

8 Nov

alberi

 

Oggi vi propongo questo raccontino per giovanissimi (ma non solo), tratto dalla mia raccolta Gocce di fantasia (Editrice Effelle di Marino Fabbri, 1987)

                                                                         La quercia e il faggio

   Quando ero bambino, ricordo che molto spesso, prima di addormentarmi, leggevo o ascoltavo una favola. Ciò grazie soprattutto al fatto che la televisione non c’era ancora, e quindi si dedicava più tempo alla lettura e alla conversazione. Abitavamo al primo piano di un alto edificio situato al centro della città, dove il traffico e i rumori di ogni genere, anche se assai meno assordanti di oggi, accompagnavano le giornate con la loro musica stridula e discordante. All’imbrunire, però, il chiasso calava notevolmente, fin quasi a scomparire del tutto verso le nove di sera, quando cioè di solito andavo a dormire. Allora, nel silenzio che regnava nella mia stanzetta, chiudevo gli occhi e attendevo il sonno, trasalendo al minimo scricchiolio dei mobili, e captando leggeri, misteriosi fruscii che sembravano rincorrersi per la stanza e rimbalzare da una parete all’altra.

Una sera non riuscivo a prendere sonno… pensavo continuamente a ciò che la maestra ci aveva detto degli alberi, della loro forza, bellezza e utilità per l’uomo. In particolare, ripetevo mentalmente un brano della poesia che ci aveva letto in classe:

gli alberi sono felici

                                           senza chiedere niente

                                          gli alberi sono saggi

                                           senza lagnarsi mai

                                           gli alberi muoiono in silenzio

                                           e il loro ultimo desiderio

                                           è leggere ancora una pagina

                                           di cielo.

 

 

L’orologio sul comodino batteva insistente e monotono: tictac…tictac…tictac…Cara, vecchia sveglia, sentivo la sua presenza e sapevo che mi avrebbe fatto compagnia fino alla mattina, fino alle sette in punto – l’ora in cui dovevo alzarmi per andare a scuola. Ma quella sera, come ho detto, non riuscivo a prendere sonno… pensavo agli alberi e a un tratto mi sembrò che il ticchettio si trasformasse in parole, e che le parole si combinassero tra loro per formare un racconto…

Ascolta… tornerò indietro nel tempo, tornerò indietro di tanti, tantissimi anni… Devi sapere che allora l’edificio in cui abiti, la città in cui vivi, non esistevano ancora. Al loro posto c’era un grande folto bosco, popolato da creature buone, semplici e felici, tra le quali naturalmente c’era anche l’uomo. In quel bosco la vita si svolgeva in modo assai diverso da quello che tu conosci. Per darti qualche esempio: l’acqua dei ruscelli aveva alcune proprietà che tenevano lontana qualsiasi malattia. L’occupazione preferita era cantare e sonare: i bambini imparavano la musica direttamente dalla natura, ascoltando con attenzione le voci degli animali, delle piante, della pioggia, del vento… e la scrivevano usando steli d’erba, aghi di pino e bacche di vari colori. Tutti vivevano molto a lungo, perché non c’erano le discordie, i delitti e i vizi che oggi affliggono gli uomini e ne abbreviano l’esistenza. Amarsi era un fatto così naturale e risaputo, che nessuno diceva mai «ti amo», perché era perfettamente inutile, né tanto meno si diceva «ti odio», per il semplice motivo che l’odio era un sentimento sconosciuto.

Tra gli alberi del bosco ce n’erano due singolarmente belli e maestosi: una quercia e un faggio. Non si sapeva con precisione quanti anni avessero, ma di certo dovevano essere vecchissimi. Essi godevano di gran rispetto ed erano stimati da tutti per la loro saggezza. Era una saggezza extraterrestre e nessuno sapeva che essa, tradotta nella lingua delle fronde che chiunque era in grado di comprendere, proveniva alla quercia e al faggio dal saper leggere e interpretare i messaggi-consigli inviati dagli astri, per risolvere nel modo migliore le questioni più importanti e difficili.

I due alberi erano nati uno accanto all’altro e, come tutte le altre creature del bosco, si amavano molto, si consultavano spesso e trovavano sempre un accordo per il bene e la gioia di ognuno… Immagino cosa stai pensando in questo momento: «Due alberi così sarebbero assai utili oggi…». Ma lasciamo da parte le divagazioni. Da tempo immemorabile, dunque, la vita scorreva serena e felice, ma un brutto giorno in quel paradiso in terra avvenne un fatto spaventoso, che sconvolse la natura e la pacifica esistenza di quelli che lo abitavano. Da una località ignota erano giunti uomini completamente diversi, avidi e aggressivi, che cominciarono subito ad abbattere alberi per costruirsi calde e comode dimore, a inquinare l’acqua dei ruscelli, a uccidere gli animali, a maltrattare e cacciare via gli uomini tranquilli e mansueti che avevano trovato sul posto, e che naturalmente – sorpresi e atterriti – non avevano fatto alcuna resistenza. Ben presto, con la venuta di quei selvaggi, erano sorte avversità e sofferenze di ogni tipo. Le forze del male avevano portato inimicizie, sventure, malattie e una delle vittime fu proprio il faggio. Si ammalò gravemente e quando giunse di nuovo la primavera, la quercia vide con terrore che il suo amato compagno tardava a risvegliarsi dal lungo sonno invernale, finché capì che non avrebbe più indossato il suo consueto bel vestito verde. Stranamente, il faggio tirò fuori soltanto una foglia. Era spuntata su uno dei rami più bassi, e c’era scritto un messaggio d’addio per la quercia: «Prima di morire ho letto nel cielo che rinasceremo e ci ritroveremo in un altro punto della Terra, non ancora contaminato dall’uomo».

Perché mai aveva scritto «rinasceremo e ci ritroveremo»? La quercia fremette con tutte le sue fronde e si chiese: «Significa che un giorno anch’io dovrò lasciare questo bosco?» Tuttavia non provò dispiacere, ma soltanto un’infinita nostalgia.

La risposta giunse anni dopo, quando inaspettatamente apparvero in quel luogo: seghe elettriche, scavatrici, gru, camion, che portarono alla definitiva scomparsa dell’ospitale bosco e alla nascita dell’invadente città…

Alle sette in punto la sveglia sonò e mi alzai. Uscito dal portone, mi avviai verso la scuola. Avevo fatto appena pochi passi, allorché mi fermai di colpo… pensavo al racconto dell’orologio e mi sentii improvvisamente triste. Ma durò soltanto un attimo. Mi voltai a guardare la mia casa e sorrisi… avevo l’impressione che si trasformasse lentamente… che assumesse la forma di due alberi grandi e maestosi, e che attraverso le finestre entrassero a frotte: uccelli, scoiattoli, lucertole, calabroni, farfalle…

                                                                                         Paolo Statuti

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Una Risposta to “Paolo Statuti: La quercia e il faggio”

  1. Sergio Bressan novembre 8, 2014 a 11:11 am #

    Grazie

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